Alla scoperta dell’Oasi WWF Valle della Caccia

L’ Oasi Valle della Caccia, gestita dal WWF, è stata istituita dal Comune di Senerchia il 15 luglio 1992 ed inaugurata il 23 maggio del 1993, per poi essere riconosciuta Sito di Interesse Comunitario (SIC IT8050052) e Zona di Protezione Speciale (ZPS IT8040021).

L’area si estende per circa 450 ettari del territorio comunale e rientra nel Parco regionale dei Monti Picentini che costituisce con i suoi 63.000 ettari il più grande dei parchi regionali della Campania e uno dei più importanti bacini idrici del Mezzogiorno.

 

 

 

Nonostante il nome, è un luogo protetto tra i più affascinanti e selvaggi dei Monti Picentini.

Per raggiungere l’Oasi bisogna risalire il sentiero che parte dal borgo antico di Senerchia e costeggia le rive del torrente Acquabianca, dal caratteristico colore bianco, come anticipa il nome,  dato dalla natura calcarea dell’area.

Il sentiero è totalmente immerso nella natura, dove si potrà passeggiare circondati da una fitta vegetazione composta da betulle, faggi, frassini, querce, leccete e piante rare come l’Erica Terminalis ed il Pino nero.

Il percorso è lungo poco meno di un chilometro e si giunge alla cascata finale in circa quaranta minuti, godendosi lo scenario e le varie pause. Vi sono una settantina di metri di dislivello, dai 480 m circa della partenza ai 550 m  circa finali.

 

 

 

 

Il percorso è completamente privo di difficoltà, adatto a tutti e molto ben attrezzato.  Tra le bellezze che si possono ammirare durante il cammino sono degne di nota la “Grotta del Muschio” e la più recente “Grotta Profunnata”.

Arrivando alla “Grotta del Muschio” si viene catapultati in un’atmosfera magica e suggestiva osservando i mille rivoli d’acqua che, cadendo dalle pareti rocciose, danno vita a strati di muschio e creano suggestivi giochi di luce e colori.

Dal 2015 è stato aggiunto un altro affascinante sentiero, quello della “Grotta Profunnata”, progettato su un’antica mulattiera, posto circa a metà del percorso in direzione della meta finale, dotato anche di un’area di sosta per rifocillarsi e godersi la natura circostante con un bel picnic.

Attraversando un piccolo ponte di legno si giunge direttamente al cospetto della magnifica cascata, la meta finale dell’escursione, che, con un potente salto di trenta metri, cade sul pendio del monte. Qui si può sostare e concedersi un attimo di riposo mentre si contempla il bellissimo scenario circostante.

 

 

L’Oasi Valle delle Caccia di Senerchia è un luogo perfetto per rilassarsi, meditare e recuperare il contatto diretto con la forza e la purezza della natura.

In Campania il WWF è riuscito a proteggere dalla speculazione edilizia e dalla caccia oltre 3900 ettari di natura. La prima è stata l’Oasi di Persano nata nel 1981 e l’ultima è l’Oasi di Campolattaro istituita nel 2003.

Il miglior modo per scoprire le Oasi è quello di vistarle, come fanno già migliaia di persone ogni anno.

E tu cosa aspetti?

Il WWF ti accompagnerà nella scoperta della natura.

Estate in Costiera Amalfitana

Ecco la terza ed ultima parte dell’itinerario creato ad hoc per i lettori di Hetor tra le bellezze della Costiera Amalfitana.

Amalfi: tra mito e realtà

La mitologia vuole che questa città traesse il nome da una ninfa, Amalfi appunto, amata da Ercole. Il loro, però, era un amore destinato a essere passionale ma breve: la ninfa morì improvvisamente e l’eroe, profondamente afflitto dalla tragedia e con il cuore a pezzi, decise che la sua amata dovesse avere una sepoltura che potesse ricordarla nel tempo.

Ercole voleva seppellire l’amata in una terra che fosse degna di ospitare cotanta bellezza per cui si mise alla ricerca del posto perfetto, riuscendo a individuarlo in una terra dalle coste frastagliate in cui mare e cielo si sposavano all’orizzonte: si imbatté così in un piccolo villaggio la cui natura rigogliosa e il cui paesaggio incantato lo conquistarono al punto che decise di adornarlo con quegli alberi dai frutti pastosi, profumati e squillanti di sole che aveva rubato al Giardino delle Esperidi e che regalarono al luogo un profumo caratteristico. In questo villaggio, Ercole decise di dire addio alla sua adorata Amalfi, affidandone i resti alla cittadina costiera che battezzò con il nome dell’amata.

E quei frutti pastosi con cui l’eroe adornò il villaggio, oggi sono noti come i limoni di Amalfi, diventati la gioia e l’orgoglio dei suoi abitanti.

La storia invece tramanda che Amalfi fu inizialmente fondata, lungo la costa e con la denominazione di Melphes, da alcuni romani diretti verso Costantinopoli. Questi ultimi decisero, dopo poco, di trasferirsi in un tratto più riparato della costiera salernitana costituendo il primo nucleo della novella città soprannominata Amelphes. Data la posizione geografica, fin da subito gli amalfitani furono inclini a sviluppare un commercio marittimo, tanto da farla diventare la prima Repubblica Marinara.

Tra le maggiori testimonianze della sua grandezza, vi furono le Tavole Amalfitane, un codice che raccoglieva norme di diritto marittimo che restò attuale per tutta la durata del Medioevo.
Negli anni ’60, quelli del boom economico e della dolce vita romana che, in estate, viveva tra Capri ed Amalfi, registi, artisti d’ogni genere ed avventurieri sono passati per la costiera, da questo splendido connubio di arte e natura sono nati amori appassionati ed opere d’arte.

Senza dubbio il prodotto per eccellenza, indiscusso protagonista della produzione Amalfitana e dell’intera Costiera, è il Limone Costa d’Amalfi I.G.P.. Questo frutto presenta caratteristiche esclusive, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti.

Il Limone Costa d’Amalfi I.G.P. è un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate e rinomate: è caratterizzato da una forma ellittica allungata, la buccia è di medio spessore, di colore giallo particolarmente chiaro, con un aroma e un profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni (carattere ritenuto di pregio per la produzione del liquore di limoni). La polpa è succosa e moderatamente acida, con scarsa presenza di semi. E’ inoltre un limone di dimensioni medio-grosse (almeno 100 grammi per frutto).

I limoni della Costa d’Amalfi sono utilizzati anche per produrre ottimi liquori tra i quali spicca il limoncello, senza dubbio quello più famoso, considerato “l’oro giallo” della Costa d’Amalfi.
La produzione, da parte di diverse aziende che negli anni si sono specializzati nel loro prodotto, avviene mediante l’utilizzo di soli limoni locali.

Il limoncello è semplice da preparare e non richiede l’aggiunta di coloranti, additivi o conservanti: ciò garantisce di poter assaporare il gusto unico del prodotto. La buccia dell’agrume coltivato in Costa d’Amalfi è ricca di oli essenziali e viene utilizzata per la produzione del liquore stesso, con l’aggiunta di alcool, acqua e zucchero: la semplicità e la cura con cui viene prodotto accentua l’originalità e la purezza, proprio come tanto tempo fa. Imitatissimo nel mondo, il limoncello è un prodotto che racconta la storia della Costiera ed è prodotto ancor oggi da tante massaie che, in casa, sono solite prepararlo ancora avvalendosi di antichi segreti e ricette di un tempo.

Una variante del classico limoncello è la crema di limone, ottenuta mischiando liquore di limone, latte, zucchero e panna. Ma anche il liquore di cioccolato al Limoncello, ottenuto arricchendo il sapore del classico limoncello con il cioccolato.

Oltre ai liquori, dai limoni Costa D’Amalfi nascono anche ottimi dolci, uno tra tutti è la Delizia al limone. Oggi è uno dei dolci più diffusi in Campania ma con il suo sapore delicato e fresco ha conquistato il palato di tutti gli italiani. La Delizia, certificata P.A.T. di fama internazionale, ha un’origine recente: fu ideata dal pasticciere sorrentino Carmine Marzuillo nel 1978. Dalla sua prima esecuzione se ne iniziò la diffusione in tutto il territorio: il sapore delicato e fresco conferito alle cupolette di pan di Spagna dalla crema al limone rende le delizie perfette da gustare durante la stagione estiva. Con la loro texture soffice e leggera, le delizie al limone conquistano anche i palati più esigenti.

Dopo aver gustato le bontà della cucina amalfitana, è tempo di dedicarsi alla cultura, magari esplorando le numerose torri di avvistamento presenti sul litorale amalfitano:

Torre Capo di Vettica, torre di avvistamento che sorge per l’appunto nella località Capo di Vettica, un promontorio proteso verso il mare, sovrastato da alte montagne sulle quali è situato l’antico Convento di Santa Rosa. Ristrutturata nel Novecento, per lungo tempo, è stata di proprietà del produttore cinematografico Carlo Ponti che la regalò come dono di fidanzamento alla moglie Sophia Loren.

Torre Bellosguardo, chiamata anche torre Revigliano o Revellino. Nella località di Vagliendola, all’estremità occidentale delle mura medievali di Amalfi, si trovava il Rivellino, un prolungamento del sistema difensivo contro gli attacchi provenienti dal mare. Su questa antica opera muraria, fu costruita in epoca vicereale, la Torre di Bellosguardo: poiché la precedente costruzione era inutilizzabile se ne programmò la ricostruzione.

Torre Capo d’Atrani, in origine detta Torre di Capo San Francesco per la presenza dell’ex convento presente ad Amalfi. Permetteva di comunicare visivamente col nucleo urbano di Amalfi e con la torre di Vettica. La torre appare all’estremità meridionale del Monte Aureo, ad est del centro urbano di Amalfi. La Torre del Capo d’Atrani fu una delle prime ad essere recuperata e riutilizzata in epoca vicereale.

Torre di Pogerola, torre di avvistamento costruita direttamente su roccia. La si può vedere percorrendo la via Sopramare fino al limite estremo del Monte Falconcello. Dalla Torre si dominava l’intera zona di Amalfi e si controllavano gli accessi alla città. Rappresentata in molti disegni dei secoli scorsi, è ancora oggi, insieme alla Torre dello Ziro, connotativa del profilo superiore del paesaggio amalfitano.

Inoltre è presente in località Tovere di Amalfi la Chiesa rupestre della Santissima Trinità. La Chiesa della Santissima Trinità, della quale si hanno notizie in un documento del 1138, faceva capo ad un antico insediamento rupestre della costiera amalfitana, un complesso molto ampio di grotte basiliane. A differenza di altri complessi simili, anche al di fuori della costa d’Amalfi, sono quasi del tutto assenti decorazioni pittoriche, fatte salve delle tracce di colore rosso sulla parte inferiore di due absidi. Sia all’esterno della chiesa rupestre che all’interno di altri ipogei è stata rilevata la presenza di alcune casse in muratura: forse tombe o, più semplicemente, vasche per la raccolta dell’acqua piovana ad uso degli eremiti.

 

 

Conca Dei Marini: il luogo in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare

Conca dei Marini, piccolo paese che dai suoi tre chilometri di costa, dal mare si erge fino a quattrocento metri di altitudine, in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Anticamente il nome di questo paese era Cossa dei Tirreni: fu colonia romana dando notevole contributo nella seconda guerra punica.

Da sempre i suoi abitanti hanno eccelso nell’arte marinara e la sua marina mercantile era di tale spessore che addirittura si parlava di un attitudine innata per la marineria degli abitanti del luogo: infatti questo piccolo centro commerciale aveva contatti e scambi con paesi dell’intero bacino mediterraneo incrementando enormemente la fama della Repubblica Amalfitana cui faceva corpo.

La storia di Conca dei Marini non può essere differente da quella di Amalfi, con la quale ha condiviso lo splendore del periodo della Repubblica Marinara, ma anche il declino ed il successivo ritorno alla celebrità.

Dopo un lungo periodo di oblio, il paese conobbe un periodo prospero sotto il dominio degli svevi e degli angioini poiché si poteva disporre delle proprie risorse, oltre a quelle marine, anche in parte dagli appezzamenti di terreno posti in collina ed agli scambi commerciali a cui Conca si era sempre affidata.

Non si può parlare di Conca dei Marini senza citare alcune delizie gastronomiche che caratterizzano la sua tradizione, prima tra tutte la famosa Sfogliatella Santa Rosa.

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’ sempe na delizia, na bontà!

 

Circa 400 anni fa una monaca del convento di clausura di Santa Rosa a Conca dei Marini aggiunse a un po’ di pasta, rimasta dalla preparazione del pane, zucchero, latte, frutta secca, semola e amarene sciroppate inventando per caso un dolce squisito che ancora oggi è uno dei simboli del paese. (Per la storia completa: www.sfogliatella.it/storia.htm)

Non si può non affogare in un mare di dolcezza addentando una sfogliatella di Santa Rosa!

Anche quest’anno nel paese natale della Sfogliatella Santa Rosa si rinnova la sfida tra le eccellenze della pasticceria nazionale con la VI edizione del Concorso Gastronomico Nazionale “SantarosaConcaFestival”, da quest’anno Santarosa Pastry Cup, affermata realtà nel panorama enogastronomico nazionale e tappa ambita da pasticceri e barman professionisti di tutta Italia, che si terrà il 1 Agosto proprio a Conca dei Marini.

 

Conca dei Marini è meno nota e conosciuta rispetto agli altri paesi della Costiera ma riesce a rispondere alle stesse esigenze di bellezza e di natura delle altre.

Un tempo Conca dei Marini, che sorge a fianco del fiordo di Furore, era solo un borgo di pescatori, oggi vive anche di turismo senza perdere il proprio fascino raccolto.

Una conca naturale protesa verso il mare, un paese incantato con poche centinaia di abitanti che vivono nelle case sulla spiaggia o in quelle bianche aggrappate alla scogliera, le quali si sviluppano nella baia dominata dalla Torre Saracena, detta anche Torre del Capo di Conca: è un’antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca.

Il Capo di Conca è uno dei punti fondamentali per le comunicazioni visive della costiera amalfitana, una singolare sporgenza rocciosa ricoperta da macchia mediterranea che si protende verso il mare.  Il 19 aprile 1279 la torre di Capo di Conca è citata tra le cinque torri del golfo di Salerno a pianta circolare. Fu ripristinata e voluta più grande in epoca vicereale, dal viceré di Napoli Pedro de Toledo. Trasformata in pianta quadrata, dal momento che la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio, e posta a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi.  Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale.

La torre fu destinata a questo uso fino al 1949, finché fu restaurata dall’amministrazione comunale che ne è proprietaria. L’Amministrazione comunale, per preservare questa sua peculiarità ma allo stesso tempo desiderando un’adeguata e consona destinazione d’uso, ha deciso di renderla disponibile per eventi e manifestazioni culturali in genere, con una particolare attenzione alle celebrazioni di matrimoni civili per coppie di italiani o di stranieri.

 

 

Furore: l’emozione del fiordo che penetra nella roccia con uno strapiombo a picco sul mare

Il fiordo di Furore, un ristretto specchio d’acqua posto allo sbocco di un vallone a strapiombo sul mare, è stato denominato il “paese che non c’è” dal momento che in realtà non ha una conformazione di borgo abitato ma piuttosto case sparse aggrappate alla roccia.

A Furore ci si arriva dalla strada che si snoda tra Amalfi e Positano, all’improvviso compare la cascata di olivi e vigne che sembra volersi tuffare nel blu del Fiordo.

Deve la sua fortuna alla conformazione geologica e all’inattaccabilità del proprio territorio, sempre inespugnabile, soprattutto all’epoca dei Saraceni quando i suoi pochi abitanti sopravvivevano grazie alla pastorizia e all’allevamento.

Le prime notizie storiche definiscono Furore come un semplice casale della Regia città di Amalfi che esce dall’anonimato grazie al catasto Carolino del 1752 che restituisce l’immagine di una piccola comunità costiera con pochissimi terreni coltivabili e scarsamente abitata.

Il fiordo di Furore ospita anche un borgo marinaro e un porto naturale nel quale, nell’antichità, si svolsero le più importanti attività industriali come le cartiere o i mulini alimentati dal ruscello Schiatro che scendeva dai Monti Lattari.

Per raggiungere la piccola spiaggia che si incunea tra le rocce si devono scendere i 200 gradini di una scalinata che parte dalla statale. Sulla spiaggia ai piedi dello strapiombo ci sono alcuni “monazzeni”, antiche case di pescatori restaurate negli ultimi anni. Qui Roberto Rossellini girò il secondo episodio del film “Amore”, con Anna Magnani. Durante le riprese tra i due scoppiò una breve e tormentata storia d’amore.

Il fiordo di Furore offre uno scenario paesaggistico straordinario e dal caratteristico ponte sospeso a 30 metri di altezza e sul quale ogni anno si svolge una tappa del MarMeeting, un Campionato Mondiale di Tuffi dalle Grandi Altezze.

Tra i siti di maggior interesse storico, architettonico e naturalistico, segnaliamo:

La Grotta di Santa Barbara, situata poco lontano dal centro abitato. Fu costruita in una cavità naturale in un momento non ben precisabile, ma probabilmente risalente all’Alto Medioevo, di cui ormai ne restano solo ruderi. La struttura è a tre navate, absidata, con chiari interventi strutturali nel XIX secolo. La grotta sottostante la chiesa contiene resti di pitture non più leggibili, ma forse dovette costituire il primo insediamento cultuale. Attualmente il sito non è raggiungibile da Furore ma solo da Agerola, attraverso un sentiero poco agevole, oggi prevalentemente percorso da escursionisti.

La Torre di Santo Stefano, che si trova tra Capo di Conca e Marina di Praia. Essendo la foce del primo corso d’acqua, controllato dalla Torre di Praiano, alla Torre di santo Stefano toccava controllare e sbarrare l’approdo ai corsari, in corrispondenza del secondo. Si tratterebbe dunque di una torre di sbarramento, perché in quel punto non era necessaria né una torre di avvistamento e né una guardiola, in quanto erano in comunicazione visiva le due torri limitrofe di Praiano e di Capo di Conca. Oggi osserviamo solo i ruderi.

In questa sono prodotti anche ottimi vini, tra cui spiccano quelli dall’Azienda Vinicola Marisa Cuomo, fondata nel 1980 da Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo.

L’uva che cresce aggrappata alla roccia di Furore è esposta all’azione del sole e del mare della Costa d’Amalfi. Inoltre, al fascino della natura, si aggiunge la suggestiva cantina scavata nella roccia dove vengono conservati i vini. La produzione in cui spicca la Cantina Marisa Cuomo è il vino Costa D’amalfi D.O.C., anche nelle denominazioni Furore e Ravello.

L’azienda è stata insignita da numerosi premi tra cui quello assegnato dall’Associazione Italiana Sommelier nel 2006, in particolare al vino Fiorduva, del riconoscimento “Tre Bicchieri” della guida I Vini d’Italia di Gambero Rosso, per il Furore Rosso Riserva e per il Fiorduva, e diversi riconoscimenti oltreoceano. Questo rende il marchio famoso in tutto il mondo.

 

 

Praiano: il tramonto più romantico della Costiera

Le origini di Praiano, dal latino Pelagium, mare aperto, si fanno risalire all’epoca dei romani, ma il centro si consolida in epoca medievale sulla scia delle gloriose imprese di Amalfi.

Un tempo i praianesi erano celebri come corallari e usavano portare un orecchino al lobo sinistro secondo la tradizione saracena: infatti la pesca del corallo è stata una delle attività praticate dai praianesi fino alla fine del 1800.  Per la sua bellezza serena e suggestiva Praiano divenne la residenza estiva dei Dogi, quando faceva parte dell’area di influenza della Repubblica di Amalfi.

Oltre al dedalo di viuzze, scalinatelle e case in colori pastello, una delle caratteristiche di Praiano sono le edicole votive decorate in maiolica e presenti ovunque nel borgo, a testimoniare come le famiglie le costruissero per chiedere la protezione divina e ribadire la proprietà di quella zona.

Anticamente l’abitato era molto vicino al mare ma a causa di molte calamità naturali, come maremoti, pestilenze e aggressioni a causa delle incursioni dei saraceni, il nucleo abitativo fu spostato più in alto per ragioni di sicurezza e la nostra costa fu fortificata prima con torri di avvistamento durante il periodo angioino e poi con torri di difesa durante il periodo vicereale:

Torre Assiola, detta la Sciola. Sorge su una sporgenza della scogliera protesa verso il mare, tra la marina di Praia e il Capo di Praiano. La località è citata per la prima volta in un documento del 1202 con il nome di Sciola, mentre della torre si hanno notizie già in un documento del 1270, costruita per volere di Carlo I d’Angiò. In origine essa doveva avere un’altezza maggiore e subì adattamenti in epoca vicereale. L’eccessiva altezza della torre è, dagli studiosi, ricondotta al fatto che originariamente essa serviva a controllare solo la baia sottostante dove si raccoglieva il corallo e che solo in epoca vicereale divenne torre di guardia.

Torre Grado di Vettica, torre di avvistamento che si trova nella località di Rèzzola. La tipologia della torre ricorda quelle già esistenti in epoca angioina, modificata poi in seguito in epoca vicereale con aggiunte, quali troniere e un corpo di fabbrica sul lato monte. Dalla piazza della torre lo sguardo può spaziare verso ovest, lungo la costa di Positano e le sue torri, fino alle isole de Li Galli, e verso est, in direzione di capo Sottile, dove si trovano i resti della Torricella.

Torre la Torricella, torre di avvistamento di epoca vicereale. Situata sul Capo Sottile, a sud di Rèzzola, che è uno dei punti strategici più significativi della costa: dalla cima si domina verso est, la costa di Praiano fino al Capo di Conca, verso ovest tutta la costa di Positano. L’importanza del sito dal punto di vista del controllo determinò nel corso dei secoli la realizzazione di postazioni di vedetta. All’epoca del piano vicereale di difesa costiera, alcune strutture erano già esistenti su Capo Sottile, tanto da spingere a programmare non una torre ma un muro. Oggi sono visibili i resti del fortilizio.

Il tramonto a Praiano è giudicato tra i più romantici della Costiera. Un primato suggestivo che racconta il fascino di questo pittoresco paese di pescatori, tra Positano e Conca dei Marini, che ha saputo mantenere il proprio carattere intatto senza farsi travolgere dal turismo di massa.

 

 

 

Positano: la conchiglia della Costiera

Perla della Costiera Amalfitana, Positano appare quasi come una conchiglia: un gruppo di case dai colori pastello aggrappate alla parete scoscesa delle ultime estremità dei Monti Lattari, che si specchiano in un mare limpido dai colori grigio-argento delle spiagge di ciottoli, circondate dal profumo intenso dei limoneti.

Il panorama spazia fino a Punta Licosa e Capri e, ad appena tre miglia di distanza dalla costa, al largo spuntano dal mare i tre isolotti de Li Galli che furono detti le Sirenuse per le leggende che li volevano come rifugio delle sirene incantatrici.

Non si hanno notizie certe sui primi abitanti della zona: c’è chi ipotizza un primitivo insediamento Osco o Piceno. Tuttavia, come spesso accade, dove non può la storia arriva la leggenda che, in questo caso, narra di un amore profondo tra il dio del mare Nettuno e la ninfa Pasitea.

Positano fu frequentata in epoca romana come luogo di villeggiatura, come è testimoniato dalla villa scoperta alla fine del XIX secolo e da qualche anno oggetto di un intenso scavo Successivamente seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e subì, come gli altri paesi costieri, le continue scorrerie dei pirati.

Positano nacque come centro di pescatori e così si è conservato fino alla metà del secolo scorso quando al posto degli ombrelloni sulla spiaggia c’erano solo le barche di coloro che vivevano della pesca.

Già dopo la Prima Guerra Mondiale fu eletta da numerosi artisti e letterati russi e tedeschi come loro dimora, potendo qui beneficiare di un’atmosfera di calma e serenità. Ma fu nel secondo dopoguerra che Positano divenne meta ambita dal jet-set internazionale: pittori, letterati, artisti, attori e registi da ogni angolo del mondo venivano qui ad assaporare il piacere autentico di una vita semplice e genuina.

Tra i siti di maggior interesse, menzioniamo le numerose torri presenti a guardia della costa:

Torre Li Galli, torre di epoca angioina situata sull’isola Rotonda De li Galli. Della torre oggi si è persa ogni traccia, ma è menzionata nella richiesta che Pasquale Celentano di Positano, nel 1343, presentò alla regina Giovanna per completare l’opera difensiva sulle Isole de Li Galli, essendo all’epoca già presente la Torre sul Gallo Lungo.

Torre dell’Isola Lunga De Li Galli, Situata sull’isola del Gallo Lungo, la maggiore delle tre isole denominate De Li Galli o Sirenuse, distanti circa mezz’ora di navigazione da Positano. La torre di sbarramento di quest’isola permetteva di avvistare in anticipo l’arrivo dei corsari: infatti dalla parte più alta dell’isola, dove è situata la torre, si nota l’importanza strategica che essa rivestiva, per il controllo delle comunicazioni marittime tra i Golfi di Salerno e di Napoli. La sua prima costruzione fu eretta con autorizzazione dei reali angioini da Pasquale Celentano di Positano, a sue spese, per ottenere la castellania e per difendere il tratto di mare delle isole e antistante Positano. Quest’ultimo, completata la costruzione della torre, propose alla regina Giovanna di ampliare il sistema difensivo delle isole con l’innalzamento intorno al Gallo Lungo di un muraglione, di cui i lavori rimasero incompiuti per la sopraggiunta morte del Celentano. Le isole De Li Galli, vennero acquistate nel 1922 dal coreografo russo Leonide Massine, il quale negli anni rese abitabile l’isola Longa e vi costruì la sua dimora.

Torre del Castelluccio, situata sull’isola dei Briganti, detta anche di Sant’Antonio o di San Pietro, è la seconda per grandezza delle tre isole dell’arcipelago de Li Galli. Pasquale Celentano di Positano fa richiesta alla regina Giovanna I di completare le linea difensiva sulle altre isole de Li Galli, con la costruzione di due torri, sulle isole Rotonda e dei Briganti. Osservando i resti della torre si è ipotizzato che quest’ultima potesse appartenere al periodo aragonese. Quando nel 1922, quando le isole furono acquistate dal coreografo russo Leonide Massine, iniziò un progressivo ammodernamento.

Torre del Fornillo, detta anche Clavel, è un torre di sbarramento di epoca vicereale situata sulla spiaggia di Fornillo. Sorge su uno sperone roccioso a picco sul mare all’estremità occidentale dell’omonima spiaggia di Positano. Fu realizzata a seguito degli editti vicereali nel Cinquecento, e diversamente dalle altre, con ha una pianta pentagonale a causa dell’area limitata prescelta. Dalla torre era possibile avvistare in anticipo l’arrivo dei pirati e impedirne l’approdo sulla spiaggia. Nel 1909 viene venduta al professore svizzero Gilbert Clavel, il quale inizia una serie di lavori di ristrutturazione, tuttavia senza un progetto ben definito, ma piuttosto seguendo l’istinto del momento: la sua idea era quella di realizzare una struttura rivoluzionaria, svincolata dalle regole classiche dell’architettura.

Torre Trasita, in origine chiamata Trasino perché situata tra due seni o spiagge, controllava i tratti di mare davanti alle spiagge del Fornillo e Grande. Completamente trasformata per poter essere adattata ad abitazione privata, questa torre di sbarramento mostra elementi di matrice angioina. La prima notizia riguardante i lavori della torre risalgono al 1567. Quando la torre fu disarmata, nel 1758, il cannone di cui era armata fu trasportato a Napoli dal comandante del corpo di Artiglieria, Gennaro Russo, insieme ai due cannoni della torre del Fornillo, per essere fusi. Nel 1817 la torre fu messa in vendita per la prima volta per poi essere inserita, nel 1866, nell’elenco di quelle che dovevano essere dismesse dall’uso militare. Alla metà del Novecento, sui resti dell’antica torre, nacque una nuova costruzione, ridisegnata sulle linee architettoniche di quelle delle altre torri angioine presenti lungo la costa amalfitana.

Torre Sponda, torre di avvistamento detta anche Torre di Positano o di Mezzo. E’ da considerarsi una delle più interessanti per l’integrità con la quale ci è pervenuta e per le trasformazioni subite in epoca vicereale. Realizzata in muratura, si mostra nella tipica forma angioina, ma nel XVI secolo, la struttura viene adattata al piano vicereale, che intendeva potenziare il sistema di difesa attraverso l’utilizzo di archibugi e piccoli pezzi di artiglieria. Viene così demolita metà della volta dell’ultimo livello e costruita una piazza scoperta sul fronte mare. La torre oggi è di proprietà dei conti Gaetani dell’Aquila d’Aragona Pattinson ed ovviamente ha subito dei lavori di manutenzione, al fine di renderla più adatta all’uso abitativo.

Torre di Renzo, torre di sbarramento che si trova nella località di Arienzo, a metà strada tra Positano ed il Capo di Vettica. La torre serviva a sbarrare l’approdo dei corsari sulla spiaggia, dove sorge il mulino, in modo da evitare che questi si approvvigionassero dell’acqua. Oggi della torre sono rimasti solo dei resti visibili sulle rocce che affiorano dal mare.

 

 

La Costiera Amalfitana rappresenta un esempio di paesaggio mediterraneo eccezionale con uno scenario di grandissimo valore culturale e naturale dovuto alle sue caratteristiche spettacolari e alla sua evoluzione storica. Un ambiente unico e tutelato, tanto è vero che è iscritto alla Lista del Patrimonio Mondiale Unesco dal 1997.

Sperando che il nostro viaggio in questo splendido territorio vi sia piaciuto, chiudiamo con una citazione di Giovanni Boccaccio estratta dal Decamerone:

“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri.”

 

 

Hetor vi augura buone vacanze e arrivederci a Settembre!

La Grotta di San Michele a Faicchio

Uno dei luoghi più suggestivi del territorio

La maggior parte dei santuari rupestri in Campania è dedicata al culto di San Michele Arcangelo, principe dei cieli e fiero condottiero delle schiere angeliche. Egli è, sicuramente, uno dei santi più venerati di tutta l’Italia Meridionale. Il suo culto si ispira sostanzialmente alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia ed ebbe, poi,  una grande espansione grazie ai Longobardi.

Il culto di San Michele Arcangelo, rappresentato quasi sempre con la sua fedele e robusta spada, si manifesta spesso in luoghi affascinanti e misteriosi, come grotte e montagne.
In Campania questo culto è molto radicato: sono più di 80, infatti, le chiese, i santuari e le grotte dedicate al santo. Di queste, quasi una ventina sono di origine naturale, ubicate in zone montuose: dal Matese ai Picentini fino al Cilento.

 

 

In particolare, 8 sono le grotte concentrate tra i monti del Parco regionale del Matese e del Taburno. La più interessante è sicuramente la Grotta di San Michele di Faicchio.

La Grotta di San Michele è una cavità naturale sita sul monte Erbano, a circa 450 metri sul livello del mare, nel comune di Faicchio (Benevento). Fu adibita al culto di San Michele dai Longobardi nell’VIII secolo e fu restaurata nel XII secolo con nuovi affreschi, e inaugurata nel 1172. Nel XV secolo fu unita alla Collegiata di Santa Maria Assunta di Faicchio e un secolo dopo vi si smise di celebrare messa.

La Grotta è ancora oggi meta di pellegrinaggio ed è raggiungibile solo a piedi, tramite due sentieri che partono rispettivamente dal convento di San Pasquale e da località Fontanavecchia.
Quando i visitatori giungono sul posto si ritrovano in un’area attrezzata con panche e barbecue per la sosta durante le escursioni e i pellegrinaggi; a pochi metri si trova poi un rifugio costruito alla fine del XVIII secolo, costituito da due vani sovrapposti.

 

L’accesso alla grotta è tramite una apertura semicircolare dell’altezza di sei metri. Sulla porta di ingresso, nel 2002, è stata aggiunta una edicola in ceramica cerretese raffigurante l’Arcangelo Michele che domina il diavolo, con la sua spada (simbolo che il Santo comanda l’esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo) e la bilancia (con la quale il Santo pesa le anime).

Varcato l’ingresso si entra in un piccolo vano dal quale parte una scala in pietra che conduce al piano superiore. A sinistra dell’ingresso ci sono altre due stanzette, anticamente usate come romitorio.

Al piano superiore si trovano due ambienti, il più grande dei quali è adibito a chiesa. Esso è largo 10 metri, lungo 6 e alto 5. All’interno, oltre a stalattiti e stalagmiti, si trova l’altare, risalente presumibilmente ai secoli XVII-XVIII, e che possiede i resti di una antica maiolica cerretese raffigurante San Michele. Le colonne, scavate nella roccia, sorreggono un timpano affrescato dove sei putti, tre a destra e tre a sinistra, attorniano l’ostensorio, oggetto liturgico usato per l’esposizione solenne del Corpo di Cristo.

Il secondo ambiente, invece, è decisamente più piccolo, ed è stato quasi del tutto affrescato nel XII secolo, da un unico artista con chiaro influsso bizantino. Sull’arco di fronte l’ingresso vi sono raffigurati il Redentore e alcuni Santi; nella parte destra si trovano una Sacra Conversazione e una raffigurazione di San Michele nella sua posa tradizionale; nella parte sinistra il ciclo pittorico continua con una Annunciazione, mentre sull’arco di ingresso vi sono tre Santi (uno dei quali è identificato come San Marco). Nella volta, infine, vi è un affresco raffigurante Gesù Crocifisso.

Purtroppo, l’eccessiva umidità del luogo ha causato diversi disagi, tra cui il cattivo stato di conservazione degli affreschi. Tuttavia, lo splendido altare e le maioliche raffiguranti San Michele bastano a rendere questa grotta una delle più belle e suggestive del territorio, un luogo da non perdere per escursionisti e visitatori.

 

La costiera amalfitana, tra arte cultura e buon cibo

Seconda parte dell’itinerario tra gli scorci più belli della costiera amalfitana

Minori

Minori, l’antica Reghinna Minor (per distinguerla dalla vicina Reghinna Major, l’attuale Maiori), era già ampiamente apprezzata fin dai tempi degli antichi romani, come dimostra il rinvenimento della villa archeologica del I secolo.

Come tutti gli altri paesi della Costiera Amalfitana, seguì le fortune dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e fu sede vescovile dal 987.

Un tempo Minori era ricca di mulini e di questa tradizione è rimasta la vocazione per la pasta, ottenendo il titolo di “Città del gusto”: sin dal XVI secolo, infatti, gli abitanti si dedicarono alla lavorazione della pasta alimentare grazie al grano importato da Salerno. Due tipi di pasta tipica del posto sono:

  • I Fusilli furitani, detti anche ricci o riccioli, sono un tipo di pasta di forma cilindrica avvolta a spirale, di lunghezza compresa tra gli 8 ed i 13 cm. Si ottengono da un impasto di farina di semola di grano duro, acqua ed un pizzico di sale. La produzione del fusillo furitano risulta una tradizione consolidata che ha conservato nel tempo la particolare manualità ottenuta dall’esperienza. E’ un tipo di pasta versatile, di per sé molto saporita, che si sposa bene con i sughi di carne, di pesce e crostacei, anche con la semplice salsa di pomodoro fresco. Oggi i ricci non sono presenti solo sulle tavole delle famiglie che continuano a prepararli secondo l’antica ricetta, ma, sempre prodotti artigianalmente, si possono acquistare nelle botteghe di Minori e nelle zone limitrofe.
  • Gli ‘Ndunderi sono un altro tipo di pasta fatta a mano tipica di Minori. Preparati tradizionalmente per i festeggiamenti in onore di Santa Trofimena, hanno una ricetta antichissima: sembra sia una variante delle palline latine di origine romana, un alimento a base di farina caseata cioè farro e latte cagliato. Furono i pastai di Minori a modificarne la ricetta, gli stessi che, nel ‘700, valicarono i monti lattari per trasferirsi a Gragnano dove impiantarono la moderna industria della pasta. La ricetta attuale prevede un impasto di farina e latte cagliato oppure ricotta, tuorli d’uovo, formaggio di vacca grattugiato, sale, pepe e noce moscata; la lavorazione deve avvenire a mano. Il condimento privilegiato per gli ndunderi è il ragù di carne.

Negli ultimi anni, complice la genuinità dei prodotti agricoli e l’eccezionale inventiva degli artigiani locali, non solo è stata incentivata la produzione di pasta a mano, ma sono stati ideati vari liquori e dolci che, in breve, si sono affermati a livello nazionale.

Una tra le tante specialità che si possono gustare nelle pasticcerie di Minori sono i sospiri al limone: specialità antichissima della costiera Amalfitana, i sospiri sono dei piccoli dolci di forma rotondeggiante formati da due semicerchi di pan di Spagna con al centro la crema. Tradizionalmente i sospiri venivano riempiti con crema pasticcera; oggi, da oltre un ventennio, la crema pasticcera è stata sostituita dalla crema al limone, proprio per la ricchezza di limoni della Costiera Amalfitana.

Una visita a Minori non può considerarsi tale senza una sosta al tempio della dolcezza della Costiera Amalfitana, la pasticceria di Salvatore De Riso, dove, oltre ai tipici sospiri al limone, si potranno gustare tanti altri dolci tipici della tradizione minorese.

 

 

 

 

Ricca di storia, di bellezze architettoniche e di bellezze naturalistiche, sono numerosi i siti di interesse che possono suscitare lo stupore e l’ammirazione dei visitatori, tra cui segnaliamo:

  • La Torre di Minori, torre di sbarramento di epoca vicereale. E’ collocata al centro di una cortina di case ed era inserita nella cinta muraria. Oggi è un’abitazione privata.
  • La Torre Mezzacapo, torre di avvistamento, anch’essa di epoca vicereale, situata in località Torricella, al confine tra i comuni di Maiori e Minori. Detta anche dell’Annunziata per la vicinanza all’omonima grotta, è inglobata nel complesso del Castello detto Miramare o Mezzacapo, dal nome della famiglia che lo fece erigere.
  • La Torre Paradiso, torre di sbarramento di epoca vicereale, faceva parte del complesso sistema difensivo della Costa d’Amalfi. Venne costruita alla fine del XVI secolo e rappresentava, in quell’epoca, la più alta della cittadina. Oggi è inglobata in un complesso assai caratteristico di abitazioni mentre alcuni secoli fa si elevava ancora in posizione isolata.
  • La Grotta dell’Annunziata, è sicuramente uno dei monumenti naturali più conosciuti della città. Prima della costruzione della strada, essa si apriva direttamente sulla spiaggia dove i pescatori stanziavano le loro barche, dominando l’estremità del paesaggio costiero cittadino. Secondo una fantasiosa ipotesi settecentesca, si è aperta nel 1119 a seguito di un terremoto. Al suo interno, poi, nel medioevo era stato edificato un edificio religioso, dedicato alla Santissima Annunziata in Cripta o de Grutta, con funzioni anche di ricovero per malati e viandanti, di cui rimane solo una parete provvista di archi con tracce di affreschi della Madonna del Soccorso. Verso il fondo della grotta, superato un cancello, vi è inoltre uno specchio di acqua dolce che finisce con l’accrescere il pregio naturalistico di questa grotta carsica. Oggi la grotta è privata ed è adibita a parcheggio.

 

 

Ravello

Probabilmente Ravello fu fondata da coloni romani nel VI secolo, spintisi tra quelle zone montuose ritenendole un buon riparo per sfuggire alle distruzioni vandaliche dei barbari. Le prime notizie certe dell’antica Rivellus risalgono però al IX secolo, quando entrò a far parte della Repubblica Marinara di Amalfi. Grazie ai traffici e alle attività commerciali Ravello raggiunse tra il X e il XIII secolo il massimo splendore nel campo economico, commerciale e culturale.

La storia di Ravello, nei suoi aspetti civili, religiosi, economici e turistici, presenta una ricchezza unica che permette al visitatore di cogliere elementi unici. Non è possibile visitare Ravello senza un collegamento alla storia della città, con i suoi periodi di grandezza e con quelli di decadenza, ma sempre con un ruolo importante nell’ambito del territorio amalfitano.

Ecco alcune tra le tante bellezze che si possono visitare a Ravello:

  • Torre dello Scarpariello, detta anche di Capo Focardo o Ficarola. Torre di epoca vicereale, costruita intorno al 1533, presenta ancora l’aspetto originario anche se ha subito numerosi adattamenti e ristrutturazioni ed oggi è adibita ad abitazione privata. Sorge alla località Marmorata su una sporgenza della scogliera prima dell’insenatura di Minori. La torre, in origine prese il nome della località dove sorge, Ficarola, poi divenne inspiegabilmente dello Scarpariello.
  • Castello di Montalto, costruito sullo sperone di roccia tra la vallata di Tramonti ed il territorio di Ravello prendeva il nome di Castrum Montalto o di Trivento ed appare citato già in un documento del 1131. Posto in un punto strategico sia per la visuale sia per il controllo viario, la struttura appare costruita con i materiali presi direttamente sul luogo. È possibile, infatti, notare i tagli visibili nelle rocce che attestano il prelievo della pietra. Il sito è di facile accesso dal punto di vista della viabilità ma occorre conoscere il sentiero che non è indicato e attraversa, inoltre, castagneti privati, perché non è di facile individuazione.
  • Chiesa rupestre di San Michele Arcangelo di Torello, sorge su un piccolo promontorio, in un contesto paesaggistico estremamente particolare. L’edificio è ubicato nel borgo medievale di Torello, in una posizione estremamente strategica. Dalla Chiesa è possibile, infatti, osservare l’abitato della vicina Minori, la frazione costiera di Marmorata e il nucleo centrale di Ravello. Proprio la posizione strategica dell’edificio, lo rende non solo dalla comunità di Ravello e Torello, ma anche dei villeggi vicini. Da fonti documentarie la struttura risulta esistente dal 1297. In occasione della festa di Maria Santissima Addolorata, venerata la terza domenica di settembre, la frazione “prende fuoco” con un incendio figurato rappresentato attraverso un gioco di luci, colori e fuochi artificiali che coinvolge tutto l’abitato, allo scopo di rievocare la cacciata dei Pisani dalla città.
  • Chiesa rupestre di Sant’ Angelo dell’Ospedale, un’antica struttura di sosta per i pellegrini ora del tutto scomparsa che si trova poco distante dal centro storico di Ravello. La chiesa, già attestata in un documento del 1039, occupa una cavità naturale profonda una trentina di metri collegata ad un altro ambiente parallelo tramite un cunicolo. Un’attenta lettura delle fasi edilizie lascia chiaramente prefigurare che la cavità sia stata utilizzata in un primo momento storico come eremo rupestre e, solo successivamente, in coincidenza con l’ampliamento, trasformata in cenobio e luogo di sosta per i pellegrini.

Il territorio della Costiera Amalfitana è ricco di coltivazioni a vite, ed è zona di produzione della varietà Costa d’Amalfi, che comprende l’intero territorio collinare da Vietri sul Mare a Positano, anche se l’area più tradizionalmente vocata è quella delle tre sottozone: Furore, Ravello e Tramonti. Qui la vite ha radici antiche, forse riconducibili alla Roma imperiale o ad epoca ancora più remota.
Ravello offre una ineguagliabile combinazione di fattori climatici e del suolo, permettendo la coltivazione di uve pregiate per la produzione di vini D.O.C.

Proprio in questo meraviglioso scenario, troviamo la Casa Vinicola Ettore Sammarco, specializzata nella produzione di vini ad altissima qualità come i rispettivi:

  • Selva delle Monache Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco, Rosato e Rosso.
  • Terre Saracene Costa d’Amalfi D.O.C., Bianco e Rosso. Ultimi nati in casa Sammarco, nel bianco si utilizza l’uva Pepella che è presente solo in piccole aree nel territorio della costiera amalfitana, nel rosso c’è l’abbinamento del Piè di Rosso con lo Sciascinoso entrambi vitigni molto antichi.
  • Vigna Grotta Piana Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco. Fiore all’occhiello della casa, il cui vigneto si trova sulle pendici del Monte Brusara a 500 metri s.l.m. dove la raccolta avviene manualmente.

Oggi questa affascinante cittadina è diventata un importante centro di turismo internazionale.

 

 

 

Scala

Scala è il paese più antico della Costiera Amalfitana. Sebbene non sia stato mai accertato storicamente, la tradizione vuole che il paese sia stato fondato nel IV secolo da alcuni Romani, naufragati nella zona mentre erano in viaggio verso Costantinopoli. Roccaforte del complesso sistema difensivo del territorio amalfitano, seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi.

Pur non rientrando fra le grandi mete turistiche della costiera amalfitana, a rendere affascinante la cittadina di Scala sono proprio la sua pace e la sua quiete, così come la splendida cornice delle montagne sopra Amalfi e la sua posizione di fronte a Ravello, separata da una magnifica vallata. E così mentre la vicina Ravello attira la maggior parte dei turisti, la città di Scala ha comunque molto da offrire ai suoi visitatori, soprattutto a coloro che sono interessati a esplorare, a fare escursioni a piedi e a sperimentare la vita quotidiana nella costiera amalfitana.

La città si sviluppa in modo frastagliato lungo la montagna ed è suddivisa in numerose frazioni, o borghi, tra cui Scala Centro, Minuta, Pontone, Campidoglio, San Pietro e Santa Caterina. Ogni piccolo borgo è caratterizzato dalla sua atmosfera unica ed è sviluppato attorno a una chiesa.

La Grotta del Salvatore, ad esempio, si trova nella piccola frazione di Pontone. Si tratta di un insediamento rupestre dedicato a Cristo Salvatore, di cui la maggior parte delle strutture che lo componevano è stata distrutta dal tempo e dall’incuria. Quel che sopravvive delle antiche strutture si trova nella zona più interna della cavità naturale ed è costituito da un pezzo dell’arco di ingresso e dai resti di un affresco sulla parete di fondo che raffigura una Madonna annunziante ed un probabile trittico di Santi. Altri resti di una pittura mostrano parti di un trono e di una piccola testa che lasciano prefigurare una Madonna in trono con Bambino, mentre sulle pareti superstiti di un’abside è ancora possibile leggere l’iconografia del Salvatore, rappresentato frontalmente.

Tra gli altri siti di maggiore interesse suggeriamo la Torre dello Ziro, anch’essa nella frazione di Pontone, dalla forma cilindrica, situata sullo sperone del monte di Pontone tra Amalfi e Atrani. Un’antica torre di avvistamento a picco sul mare, che ha tutti gli elementi delle opere difensive di epoca angioina. Le prime notizie su questa torre risalgono al 1151, quando viene ancora chiamata Rocca di San Felice, mentre a partire dal 1292 diventa Turris Cziri.

A questa struttura è legata una storia molto conosciuta tra la gente del luogo: la Torre infatti non è semplicemente una delle tante torri costruite per difendersi dalle incursioni dei Saraceni ma fu teatro di uno dei più sanguinosi episodi della storia di Amalfi. Si racconta che qui, nei primi anni del 1500, fu rinchiusa, insieme ai suoi figli, Giovanna D’Aragona, detta “la Pazza”. La sua colpa era di aver stretto una relazione col maggiordomo di corte dopo essere rimasta vedova di Alfonso Piccolomini, duca di Amalfi, uomo dissoluto e corrotto al quale era andata in sposa a soli 12 anni. La relazione all’epoca creò grande scandalo cosicché i fratelli decisero di imprigionare Giovanna e i suoi figli, ancora bambini, nella torre dove furono da loro stessi trucidati. Non stupisce quindi che le leggende popolari considerino la Torre come un luogo popolato da fantasmi e da cui stare alla larga.

Il comune di Scala è rinomato anche per la coltivazione di una particolare varietà di castagno a cui dà il nome, il Marrone di Scala. I frutti, benché chiamati marroni, sono più propriamente castagne, poiché a differenza dei marroni non sono molto grandi e sono schiacciate da un lato. La polpa è bianca e la buccia è sottile con l’episperma poco approfondito. Vengono utilizzati dai laboratori artigianali per produzioni dolciarie o venduti sul mercato del fresco, soprattutto in costiera Amalfitana e nella città di Salerno.

La maggior parte dei turisti visita Ravello per le sue viste incredibile, ma solo pochi sanno che il segreto sta nell’individuare i panorami migliori dal borgo di Scala. Ed è proprio dalla cima di Scala che la vista panoramica regala un’immagine unica della Costiera e del Golfo di Salerno in tutto il suo splendore.

 

 

Atrani

Atrani, considerata uno dei borghi più belli d’Italia, è una tappa irrinunciabile per chi visita la Costiera Amalfitana. Situata tra il mare e l’alta scogliera, si colloca su uno stretto lembo di terra. Infatti il suo fascino è proprio questo: visitare Atrani vuol dire perdersi nel più piccolo paese d’Italia per estensione, un antico borgo costruito in appena 0,9 Kmq.

Sulle origini di Atrani non ci sono pervenute notizie storicamente certe: la prima attestazione dell’esistenza del borgo si ha in una lettera del 596 inviata da Papa Gregorio Magno al vescovo Pimenio, ma la sua storia si è sempre intrecciata con quella di Amalfi.

Cosa vedere nella piccola e deliziosa Atrani?

  • Torre di Atrani, detta anche Torre della Maddalena o Revellino di Atrani. Si tratta di una torre di sbarramento costruita in epoca vicereale su una parte della preesistente struttura angioina del Castrum Leonis. Sugli altri resti del castello fu edificata la chiesa della Maddalena.
  • Grotta dei Santi, posta poco più in alto delle vecchia pedonale che congiunge Atrani con Amalfi. In mancanza di notizie storiche è stata messa in relazione, dagli studiosi, con il monastero dei SS. Cirico e Giuditta, fondato in grotta alla fine del X secolo in un punto imprecisato del territorio atranese. La cavità non presenta strutture murarie ma ed è particolarmente caratterizzata da affreschi che rappresentano un interessante impianto iconografico, vagamente bizantineggiante e di difficile datazione, con la raffigurazione di vari Santi, da cui la denominazione. Grazie a rapporti stilistici con altri gruppi simili presenti in Campania (Olevano sul Tusciano, Grotta di S. Biagio a Castellammare di Stabia), questi dipinti vengono datati alla fine del X secolo e si ricollegano alla decorazione simile, anche se più evoluta, del complesso di S. Maria De’ Olearia.
  • Grotta di San Michele, situata nella parte orientale dell’abitato di Atrani, alle pendici del Colle Civita, a circa 105 m di quota. La chiesa di San Michele Arcangelo, chiamata anche di San Michele fuori le Mura proprio perché situata all’esterno dell’antica cinta muraria, in prossimità della porta nord, è stata realizzata tra l’XI ed il XII secolo ricavandola da una cavità naturale del monte Civita. Una rampa di scale, alla cui sommità è posto il campanile, consente l’accesso alla chiesa caratterizzata dalle pareti inclinate della roccia e per lo più occupate da tombe. La chiesa infatti, fino al 1927, era adibita a cimitero ed era già stato un luogo di sepoltura collettiva in occasione della pestilenza del 1656.

Atrani, borgo gemello di Amalfi, ha legato la sua storia ad essa. E’ il centro costiero che ha conservato al meglio l’antica struttura tipicamente medievale, una cascata di case inframmezzate da “scalinatelle”, strade coperte, piccoli giardini.

Atrani fu una folgorazione per l’artista olandese Escher che arrivò in Costiera nel 1923 e la considerò una delle mete preferite del suo periodo italiano. Escher fu catturato dai giochi di luce e ombra dei suoi vicoli, un’atmosfera densa di magia che ritrasse in numerose opere.

 

 

 

A presto con la terza e ultima parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

 

Baia di Ieranto: alla scoperta della natura incontaminata

Tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, posto dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri, si trova un luogo immerso nella natura incontaminata che ha ispirato numerose leggende: la Baia di Ieranto.

 

 

Nel 1986 l’intera area è stata donata al FAI dall’azienda Italsider. La zona si estende nell’entroterra per circa 49 ettari e copre circa 5 km di costa. Si possono distinguere due aree: quella rocciosa scoscesa che termina con Punta Campanella, e quella del promontorio che si estende da Montalto fino a Punta Penna, sul mare aperto.

L’origine del nome della Baia di Ieranto o Jeranto si fa risalire a due ipotesi: secondo la prima, il termine deriva dalla parola greca ‘ierax’, che significa falco, una specie tuttora presente in quest’area; la seconda ipotesi fa derivare la parola dal termine greco ‘ieros’, che significa sacro, indicando la Baia come sede del Santuario delle sirene.

Infatti, secondo la leggenda, tra le acque cristalline della Baia di Ieranto si nascondono le sirene che hanno incantato Ulisse durante il viaggio di ritorno verso Itaca. È lo scrittore romano del I secolo d.C. Plinio il Vecchio che indica la Baia come probabile dimora delle sirene e luogo in cui esse incontrarono Ulisse. Secondo la tradizione, queste figure mitologiche abitarono gli isolotti denominati “Li Galli”, da cui si gettarono in mare disperate per non essere riuscite ad attrarre Ulisse.

 

 

 

Secondo gli storici, l’area è stata abitata fin dalle ultime fasi del Paleolitico. La presenza romana nella zona è testimoniata dai numerosi resti murari ritrovati, risalenti all’età imperiale (27 a.C. – 476 d.C.). Secondo lo storico Strabone (I secolo), in questo luogo furono costruiti due templi, uno dedicato alle Sirene e uno, voluto da Ulisse, dedicato ad Atena.

Gli scavi hanno portato alla luce una serie di ritrovamenti: due fornaci che servivano per la produzione della calce, i resti di una costruzione del II secolo nei pressi di Punta Capitello e molte ceramiche da cucina risalenti al I e II secolo.

Nel corso dei secoli il territorio ha subito varie modifiche apportate dall’uomo. Le tracce di architettura rurale testimoniano la vocazione agricola del territorio, con la presenza di numerosi terrazzamenti per la coltivazione dell’ulivo. Ancora oggi, infatti, è possibile ammirare le antiche macchine utilizzate per la spremitura delle olive, presenti in una grande fattoria conservata nella Baia.

A partire dall’inizio del XX secolo si sviluppa l’attività estrattiva e nel 1918 la Cava di Ieranto viene acquistata dall’Ilva, una società di produzione e trasformazione dell’acciaio, che realizza un complesso impianto produttivo per l’estrazione della pietra calcarea. Nel 1954 l’impianto viene dismesso e per anni resta abbandonato fino al 1986, quando l’azienda decide di donare al FAI l’intera area.

 

 

Oltre alle sirene, esistono altre storie legate alla Baia di Ieranto, tra cui la leggenda che riguarda l’origine del nome di Punta Campanella. La storia narra di una banda di pirati che, durante il saccheggio alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, nella penisola Sorrentina, presero una campana di bronzo. Giunti a Punta Campanella, una delle navi pirata fu bloccata da una forza misteriosa. Nel tentativo di scappare, i pirati iniziarono a gettare il bottino in mare ma solo quando fu gettata anche la campana si levò un vento fortissimo che consentì ai pirati di ripartire. Alcuni sostengono che ancora oggi è possibile sentire il rintocco di questa campana sott’acqua, il giorno della festa del Santo.

La Baia non è solo un luogo di leggende ma anche di particolari fenomeni naturali. Infatti, La Grotta Salara, detta anche delle Sirene o della Campanella, presenta uno scoglio al suo ingresso. Accostandosi ad esso, ad ogni onda è possibile sentire il suono di un lieve respiro. Il fenomeno è probabilmente dovuto ad una serie di cavità comunicanti fra loro, che consentono all’aria di passare ed evolversi in questa musica.

Oggi, venerdì 30 giugno, e domani, sabato 1 luglio, sono gli ultimi due giorni per poter approfittare dell’apertura serale straordinaria della Baia, un evento organizzato dal FAI per la promozione di alcuni importanti siti nazionali. Durante l’evento sarà possibile fare delle escursioni in barca e praticare alcune attività come lo snorkeling. Tutto il programma delle Sere FAI d’estate è consultabile sul sito ufficiale dell’evento.

 

 

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

Le infinite risorse del Cilento

Il patrimonio culturale del Cilento presentato a Bruxelles

Hetor sarà presente all’evento “Il patrimonio culturale della Regione Campania” che si terrà il 30 maggio a Bruxelles, organizzato dall’Istituto di cultura Bruxelles. Saranno esposti alcuni progetti di interesse nazionale ed internazionale, presentati grazie a supporti che è possibile utilizzare nel campo delle nuove tecnologie e dell’informazione.

In questa prospettiva, verrà sviluppato un focus su un’area meno conosciuta che ha intrapreso, grazie all’integrazione delle risorse dei Fondi Strutturali, una percorso originale di sviluppo, coerente con gli elementi fortemente caratterizzanti questo territorio e con le sfide della globalizzazione. Trattasi di un territorio molto esteso, che comprende gran parte del territorio a Sud di Napoli, e che rappresenta un esempio di un concreto laboratorio di innovazione istituzionale che comprende anche il buon uso dei contributi comunitari. Si tratta del Cilento, identificato dal Parco Nazionale, che ha ricevuto dall’UNESCO ben quattro riconoscimenti mondiali come Patrimonio dell’Umanità – Paesaggio culturale, che comprende (il Parco, Paestum, Elea Velia e la Certosa di Padula), Riserva della Biosfera, GeoParco UNESCO e capitale mondiale della Dieta Mediterranea, con 12 Bandiere blu lungo 100 Km di costa e due aree marine protette di prestigio internazionale che hanno portato ad sistema economico produttivo che si caratterizza per la presenza di una impresa agricola molto orientata al bio, integrata alla risorsa mare ed organizzata nel primo Biodistretto d’Italia. La strategia intrapresa è volta a integrare i vari progetti nella logica della programmazione comunitaria e a superare i particolarismi storici che caratterizzano questi territori nei quali insistono molti comuni di piccole dimensioni in un contesto ricchissimo di PATRIMONIO culturale e naturale che fanno di questa area una zona unica in Campania e nel mondo.

 

 

Visitando il Cilento è possibile scoprirne la storia, la civiltà e la cultura, ma anche la cucina tipica, che utilizza sempre prodotti del territorio che sono preparati con le ricette tradizionali di una volta, una cucina sana e di qualità nel rispetto della biodiversità e stagionalità.

Il Cilento è una terra dai mille volti che conserva i resti della civiltà greca, i ricordi classici, le rocche feudali e le torri costiere. Splendidi paesaggi naturalistici ricchi di ulivi e colline verdeggianti da un lato, dall’altro la costa con le sue insenature e ampie spiagge dorate con le limpide acque azzurre del mare.

Eppure il Cilento è ricco di tanti gioielli altrettanto preziosi, anche se meno famosi, che meritano di essere scoperti.

 

Castelli e Torri del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese del film “Benvenuti al Sud” che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il sistema difensivo di epoca vicereale della costa cilentana conta circa 70 torri, alcune ancora in buono stato di conservazione, tra le quali:

Torre Oliva o dell’Olivo, situata a San Giovanni a Piro;
Torre Petrosa, a Vibonati;
Torre Mezzatorre o Cala delle Acque, situata a San Mauro Cilento.

 

 

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate.

Il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo è stato importante come luogo di culto, ma anche come centro di attività economiche, palestra di educazione per i contadini che appresero tecniche nuove per l’agricoltura.

L’importanza del complesso monastico risiede nel fatto che esso, prima del 1063, anno della morte dell’ultimo egumeno, era un monastero di rito greco, la cui esistenza è ricordata in un documento risalente all’anno 963. I ruderi del complesso si trovano presso l’odierno abitato di Perdifumo, alle pendici del colle Sant’Arcangelo. La cappella fu aperta al culto fino al 1792, quando il luogo di culto fu abbandonato e trasformato in casa colonica.

A Caselle in Pittari si trovano la grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo.

Si tratta di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele: gli ingressi delle due grotte si aprono in uno spiazzo raggiungibile tramite un comodo sentiero che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto del Santo, presentando al loro interno altari con raffigurazioni dell’arcangelo. Le grotte sono caratterizzate da intensi fenomeni di concrezionamento (stalattiti e stalagmiti), che spesso creano passaggi molto angusti ma al contempo danno vita ad ambienti da favola, davvero evocativi e incantevoli.

 

 

Nel patrimonio delle chiese rupestri cilentano troviamo un vasto assortimento di chiese rupestri, monasteri, santuari, grotte, che soddisfano i bisogni della popolazione locale, sparpagliata su un territorio molto vasto e quindi accompagnano, nella loro collocazione, la formazione degli assetti del territorio.

Tra le altre troviamo anche:
• il Santuario rupestre di Santa Maria di Pietrasanta a San Giovanni a Piro
• la Grotta di San Biagio a Camerota
• la Grotta della Madonna a Celle di Bulgheria

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio offre. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum, costituisce uno dei fiori all’occhiello della regione e accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati in una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: tra tutti, i celebri tempi dorici, in ottimo stato di conservazione, ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Quest’ultimo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di tale genere di edifici. Costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

 

Partendo dai formaggi:

  • il Formaggio caprino del Cilento
  • la Manteca del Cilento
  • la Mozzarella nella mortella
  • la Cacioricotta caprina del Cilento

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Sicuramente non può mancare di essere annoverato tra i prodotti tipici cilentani il Carciofo di Paestum I.G.P..

Le radici della sua coltivazione vengono fatte risalire al tempo dei Borboni, il cui ufficio statistico già nel 1811 segnalava la presenza di carciofi nella zona. Le prime coltivazioni specializzate di carciofo sono state realizzate da agricoltori del Napoletano che impiantarono loro ecotipi proprio nelle zone adiacenti ai famosi Templi di Paestum. Ma la vera e propria diffusione del carciofo nell’area cilentana risale agli anni ’30, a seguito delle opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportate dalla riforma fondiaria.

L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine sono i principali requisiti qualitativi e peculiari che conferiscono al Carciofo di Paestum la certificazione I.G.P., caratteristiche che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori. Difatti è uno degli ingredienti fondamentali della dieta mediterranea: molto apprezzato in cucina, viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in tutta l’area cilentana; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le Alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

L’ olio Cilento D.O.P. è ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

 

 

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Paestum”

Il  “Cilento” è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

 

 

Il “Paestum” I.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

 

 

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, che produce Cilento e Paestum
  • “San Giovanni”, che produce Paestum
  • “Donna Clara”, che produce Cilento e Paestum
  • “De Conciliis”, che produce Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum
  • “Cobellis”, che produce Paestum
  • “Luigi Maffini”, che produce Cilento e Paestum
  • “Verrone Viticoltori”, che produce Cilento e Paestum
  • “Carmine Botti”, che produce Cilento
  • “Raffaele Marino”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

 

 

Il Cilento è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.

 

Una nuova identità per gli edifici storici

Riqualificazione e rifunzionalizzazione dei castelli medievali in Campania

 

“Campania, terra di castelli” avevamo detto, citando il titolo di un nostro precedente articolo. Ed appunto la Campania conta, secondo il censimento da noi effettuato sulla piattaforma sociale SPOD, ben 304 castelli!

Infatti nella maggior parte dei comuni esiste un castello, un palazzo baronale o un palazzo fortificato. In alcuni casi essi sono stati abbandonati, lasciati a loro stessi e ora solo parzialmente visibili, ma, in altri casi, essi sono stati restaurati e riqualificati, diventando funzionali ad altri scopi.

Ecco dunque alcuni esempi di castelli che oggi hanno una nuova destinazione d’uso, con un breve excursus sulla loro storia.

AVELLINO

In provincia di Avellino nella località di Taurasi, famosissima per la produzione vinicola, sorge il Castello Marchionale, un maestoso complesso architettonico di origine longobarda, posto su un colle a dominio sulla valle attraversata dal fiume Calore, all’altitudine di circa 400 metri.

L’impianto originario di epoca longobarda subì diverse trasformazioni e modifiche ad opera dei dominatori succedutisi nel tempo: Saraceni, Normanni, Angioini e Aragonesi.

Il castello ospitò diverse nobili famiglie, tra cui i Gesualdo, i Filangieri, i Ludovisi e i Carafa.

Semidistrutto dalle truppe guidate da Francesco II d’Aragona nel 1496, fu ricostruito per la seconda volta nella prima metà del XVI secolo e, rimaneggiato agli inizi del Seicento, fu trasformato in un ampio e confortevole palazzo gentilizio.

La struttura conserva ancora oggi le caratteristiche tipiche del palazzo rinascimentale e si distingue per la particolare facciata, dove è ubicato il portone d’ingresso, sulla cui sommità è visibile lo stemma scolpito in occasione dell’unione dei Gesualdo con la Casa d’Este.

Una volta entrati si accede ad uno splendido giardino e alla corte. I piani superiori sono articolati su due livelli, collegati con una scala al cortile interno.

Oggi il Castello di Taurasi è la sede dell’Enoteca Regionale e centro di promozione delle produzioni tipiche delle eccellenze dell’Irpinia. L’iniziativa fu approvata dalla regione Campania nel 2003 al fine di promuovere e valorizzare i prodotti viti-vinicoli della provincia di Avellino.

Attualmente al primo piano è presente un centro di studi, ricerche e formazione del vino e sull’enoturismo. Invece, al secondo piano è collocata una sala convegni e numerosi locali espositivi destinati al museo del vino e della cultura locale.

L’Ente si promette di contribuire con una valida offerta turistica all’emancipazione culturale dell’Irpinia.

BENEVENTO

Nel punto più elevato del centro storico di Benevento sorge la Rocca dei Rettori, conosciuta anche come Castello di Benevento o Castello di Manfredi.

L’aspetto attuale è il risultato di numerosi interventi succedutisi nei secoli, ed è perciò piuttosto disomogeneo.

Venne fondato sul sito di un precedente palazzo fortificato longobardo, edificato dal duca Arechi II a partire dal 871 nel luogo detto “Piano di Corte”.

Il palazzo sopravvisse anche dopo la fine del ducato di Benevento, ospitando nel tempo diversi pontefici, l’ultimo dei quali fu papa Gregorio X nel 1272.

Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i rettori pontifici, che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.

La rocca venne realizzata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò la porta orientale della città, che venne ricostruita poco più oltre.

A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell’edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702.

Dell’antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell’antica porta cittadina, in corrispondenza dell’androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.

Oggi l’edificio è sede della Provincia di Benevento ed ospita la sezione storica del Museo del Sannio con il materiale pertinente alla storia della città e della regione del Sannio e la documentazione dell’arte e delle tradizioni popolari della provincia.

Inoltre l’edificio ospita una mostra permanente dal titolo “Uomini eccellenti”.

 

 

CASERTA

Il Castello di Prata Sannita, in provincia di Caserta, sorge su un costone di roccia sfruttando le asperità naturali, e sovrasta il piccolo Borgo Medioevale in parte ancora cinto dalle mura merlate nel lato Est che si affaccia a dominare la valle dove scorre il fiume Lete.

Il primo impianto del Castello risale all’epoca longobarda, poco prima dell’anno mille. E’ nel corso del IX secolo, infatti, che nacque il borgo come vero e proprio agglomerato fortificato: a causa delle continue invasioni la popolazione si trasferì su un’altura difficilmente accessibile.

Di questa costruzione non se ne trova alcuna traccia: l’aspetto attuale del castello è quello trecentesco, tipico dell’architettura angioina.

La fortificazione, consolidata in epoca normanna, venne successivamente ampliata e munita di torri cilindriche di notevole altezza che ne rendono evidente la funzione primaria prevalentemente difensiva, per volere dello stesso sovrano di Napoli Carlo I d’Angiò.

Al fine di rendere ancora più sicura la difesa del borgo, vennero costruite le torri e la cinta muraria e, nello stesso tempo, i signori longobardi costruirono il primo nucleo del castello che venne ampliato, fortificato e ristrutturato nel secolo XIV, sotto la dinastia dei conti Pandone.

Nel tempo gli eventi storici e il susseguirsi di trasformazioni, arricchimenti e sottrazioni hanno configurato il nuovo aspetto del Castello trasformandolo da fortezza in residenza.

Da alcuni anni il castello di Prata Sannnita ospita cimeli storici della prima e della seconda Guerra Mondiale, accompagnati da una esauriente documentazione fotografica: queste raccolte costituiscono nell’insieme quello che viene comunemente definito il “Museo della Guerra”.

Esso si compone di due sezioni ciascuna delle quali è dedicata ad un singolo conflitto. La sezione riferita alla prima Guerra Mondiale, nota comunemente come “la Grande Guerra”, presenta tra i numerosi oggetti che sono esposti una serie di fotografie illustranti il conflitto sul fronte italo-austriaco dal 1915 al 1918. Nella seconda sezione, ovvero quella dedicata alla seconda Guerra Mondiale sono riuniti i cimeli appartenuti alle truppe dei vari eserciti presenti in Italia negli anni di guerra 1943-1945, oltre ad una vasta sezione fotografica.

SALERNO

Il Castello di Teggiano, noto anche come Castello Macchiaroli, è tra i più importanti dell’Italia meridionale.

Situato al centro del Vallo di Diano, è sorto in epoca normanna in seguito al processo di incastellamento degli antichi abitati in atto in tutta Europa.

Nei primi anni del Quattrocento è appartenuto ai principi di Sanseverino che disposero un primo restauro del Castello, ordinando che alle spese occorrenti contribuissero tutti i paesi del Vallo di Diano: a loro si deve l’ampliamento della costruzione che fece assumere al Castello l’aspetto monumentale che notiamo ancora oggi.

Il Castello è stato sede di importanti avvenimenti storici ed è citato nella storia del Regno di Napoli per due fatti memorabili avvenuti in esso: la Congiura dei Baroni contro il Re Ferdinando I° d’Aragona e l’Assedio di Diano del 1497.

Nei secoli successivi alla sua costruzione, il maniero visse anni di degrado e di lotte, che lo danneggiarono in maniera consistente. Successivamente nel corso dei secoli ha mutato il suo ruolo passando da bellicosa fortezza a tranquilla residenza feudale succedendosi ai vari proprietari fino al 1860 quando, la monumentale struttura, fu acquistata dai Macchiaroli, famiglia che ne è tuttora proprietaria.

Agli inizi del 1970 uno dei proprietari del maniero, l’editore Gaetano Macchiaroli, visto il degrado che stava investendo tutta la costruzione minacciandone il crollo, mobilitò tutte le sue energie per attuarne il recupero, con il contributo dello Stato.

Gli interventi di restauro hanno richiesto molti anni, ma oggi hanno dato nuova vita a questo monumento che è parte essenziale dell’immagine medievale di Teggiano, diventando un luogo ideale per concerti, manifestazioni teatrali, convegni, congressi ed eventi culturali.

La mostra su Giacomo Leopardi ospitata nel 1996, rappresenta un chiaro esempio di riuso di un monumento storico come struttura polivalente disponibile per le iniziative culturali delle istituzioni del mezzogiorno e del Vallo di Diano.

Un evento di particolare risonanza è “Alla tavola della Principessa Costanza”, rievocazione storica fra le più belle e storicamente accurate d’Italia. Nato nel 1994 ad opera della Pro Loco di Teggiano, l’evento, che si tiene a metà agosto, è ambientato nella magnifica cornice del Castello Macchiaroli.

Ogni anno prendono parte alla manifestazione circa quarantamila persone, che da ogni angolo della Campania e non solo vengono a rivivere i fasti medievali.

NAPOLI

La città di Napoli conta più e più castelli che oggi ospitano musei, eventi, uffici, istituzioni.

Basti citare, tra i più conosciuti: il Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino che oltre ad ospitare il Consiglio Comunale, è sede della Società Napoletana di Storia Patria e del Museo Civico o il Castel Sant’Elmo, che attualmente ospita mostre ed esposizioni d’arte temporanee, ma anche festival e rassegne teatrali e musicali. Inoltre il castello è sede permanente del Museo Napoli Novecento 1910/1980, un museo in progress che raccoglie opere realizzate da artisti napoletani nel corso del XX secolo, tra cui sculture, dipinti e sperimentazioni grafiche. Tra gli autori Enrico Baj e Mimmo Paladino. E ancora il Castello Aragonese di Baia che nel 1984 è stato consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Ben diverso è l’attuale utilizzo del Castello di Nisida, che si trova sull’omonimo isolotto del golfo di Napoli, oggi sede dell’Istituto Penitenziario per Minorenni di Napoli.

La costruzione dell’edificio risale probabilmente al periodo tardo-angioino, intorno alla seconda metà del XIV secolo.

Successivamente, nel XVI secolo, il viceré Don Pedro de Toledo ne ordinò un restauro e un riadattamento per utilizzarlo come caposaldo nel sistema difensivo della città, soprattutto per contrastare le scorribande del pirata Barbarossa.

Più tardi, nel 1626, anno della terribile epidemia di peste, il viceré Antonio Álvarez de Toledo volle che il castello fosse adibito a lazzaretto per raccogliere gli appestati.

Durante il periodo borbonico l’edificio perse la sua utilità difensiva e fu adibito all’internamento dei prigionieri politici e nel periodo post-unitario, il castello divenne luogo di detenzione per gli ex funzionari borbonici a seguito dell’epurazione avviata dai Savoia nella Pubblica Amministrazione.

Infine, in tempi più moderni, nel ventennio fascista il penitenziario fu convertito a riformatorio giudiziario, diventando, a partire dal 1934, uno dei pochi Penitenziari Minorili d’Italia.

Oggi l’isola non è più visitabile ma è diventata l’isola delle ragazze e dei ragazzi.

 

Abbazia di Santa Maria de’ Olearia

In occasione della sua riapertura ci soffermiamo sulla storia di uno dei complessi eremitici più importanti della Campania

L’abbazia di Santa Maria de’ Olearia si trova in una delle tante grotte naturali che costeggiano la strada tra Maiori ed Amalfi.

L’antico complesso monastico rappresenta una rara e preziosa testimonianza dell’arte e dell’architettura del primo Medioevo.

Fu costruita sul finire del X secolo, quando il primo Arcivescovo di Amalfi, Leone, concesse a Pietro l’eremita e suo nipote Giovanni, probabilmente monaci provenienti dalla Sicilia o dalla Calabria, arrivati in Costiera alla fine del X secolo per sfuggire alla dominazione araba che causò un massiccio esodo di monaci, di realizzare la chiesa di Santa Maria de Olearia, come riporta il “Liber Pontificalis Ecclesiae Amalfitanee”.

 

 

Questa grotta era in precedenza adibita alla produzione dell’olio e da qui l’epiclesi “Olearia”. In questi anni Maiori era già un importante centro del ducato di Amalfi e già vantava la presenza attiva e contemplativa di diversi gruppi monastici.

L’abbazia fu resa nota per la prima volta nel 1871 da Salazaro negli “Studi sui monumenti dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo”, pubblicando alcuni disegni degli affreschi dell’abbazia.

L’abbazia è composta da tre luoghi di culto sovrapposti: la cripta, che risale a un’epoca più antica rispetto alle altre costruzioni, cioè al X-XI secolo, la cappella principale e la cappella superiore costruite entrambe agli inizi del XII secolo. La caratteristica costruttiva dell’abbazia è data dai semplici materiali con cui è stata realizzata: esclusi i marmi per le colonne e i capitelli essa è realizzata con semplice pietrisco di roccia e malta ricoperta da intonaco.

Al livello più basso troviamo la zona più antica, costruita nella roccia e per questo detta anche “rupestre” dove si possono ammirare gli affreschi raffiguranti la Vergine orante affiancata, secondo l’iconografia bizantina, da un Santo guerriero, probabilmente San Giorgio che, assieme agli altri scoperti nel 1868, costituiscono uno tra i più importanti gruppi di dipinti murali del primo medioevo realizzati in Campania.

Salendo poi una breve rampa di scale, uno stretto corridoio conduce al primitivo anfratto dove gli eremiti avevano costruito le loro piccole celle. L’ambiente, in origine, era più grande di quello che attualmente è dato vedere poiché, nel corso dei secoli, alcune celle vennero utilizzate come camere funerarie.

Al piano superiore si trova invece la seconda cappella, a due navate le cui pareti sono squisitamente dipinte con scene del ciclo mariano. A questo periodo risale l’ampliamento del complesso, quando il figlio di Roberto il Guiscardo lo concesse nel 1087 all’abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni.

Al di sopra della chiesa fu costruita, sicuramente dopo il 1100, una cappella, alla quale si accede attraverso un piccolo tratto di scale, estremo rifugio dei monaci in cerca di solitudine, anche questa interamente affrescata con episodi della vita di San Nicola, protettore dei marinai.

Tutti gli affreschi del complesso di Santa Maria de’ Olearia sono indicativi del clima culturale e dei sentimenti religiosi della Costa d’Amalfi, crocevia di influenze orientali e bizantine e di quelle di ambiente benedettino che si ricollegano all’abbazia di Cava de’Tirreni.

Gli edifici limitrofi sono adibiti ora ad abitazioni private e dovevano appartenere alla fase di maggior evoluzione monastica.

Dopo questa fase il complesso fu interessato da un completo abbandono e solo da pochi anni il restauro ha reso possibile nuovamente ammirare i cicli pittorici.

Dal 1 Aprile l’abbazia è di nuovo aperta al pubblico ed inoltre è visitabile gratuitamente, non fatevi scappare questa occasione!

 

Per maggiori informazioni e per consultare il calendario di apertura visita il sito del comune di Maiori: http://www.comune.maiori.sa.it/

Alla scoperta di 5 Fortezze Longobarde in Irpinia

Durante la dominazione longobarda e, ancor di più, in seguito alla divisione del ducato di Benevento dal ducato di Salerno, avvenuta nell’851, si avvertì l’esigenza di rafforzare i confini tra i due territori a scopo difensivo.

Protagonista di questa nuova strutturazione fu l’Irpinia dove l’edificazione di numerose fortificazioni fu favorita anche dalla particolare conformazione montuosa della zona. Nel corso dei secoli, le diverse dominazioni che si sono susseguite ed i vari terremoti, che più volte hanno colpito la provincia di Avellino, hanno contribuito a trasformare l’aspetto originario delle antiche fortezze longobarde in eleganti castelli.

I 5 castelli da visitare assolutamente, durante un soggiorno in Irpinia, accomunati dalla loro origine longobarda sono:

  • Castello ducale di Bisaccia
  • Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi
  • Castello D’Aquino di Grottaminarda
  • Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi
  • Castello di Gesualdo

Castello ducale di Bisaccia

bisaccia1Storicamente il castello di Bisaccia era un bastione strategicamente importante di controllo, che faceva parte di una linea difensiva che aveva la funzione di proteggere i territori della Puglia occidentale e settentrionale.

Questa linea di difesa, che correva lungo la via Appia e la Via Traiana e di cui facevano parte, oltre alla fortezza di Bisaccia, quella di Sant’Agata di Puglia e quella di Ariano Irpino fu opera del catapano bizantino Basilio Boioanne, che la realizzò nel corso della sua riorganizzazione amministrativa della “Capitanata occidentale”.

Edificato in epoca longobarda, nella seconda metà dell’VIII secolo, fu distrutto dal sisma del 1198. Verso la fine del XIII secolo Federico II di Svevia scelse Bisaccia come residenza di caccia e ne promosse la ricostruzione, trasformandola in tenuta signorile e invitando qui alcuni esponenti della scuola poetica siciliana.

In epoca moderna, infatti, la trasformazione dell’edificio da fortezza a castello fu completata.

Ha ospitato diverse famiglie nobili della zona e numerosi artisti, tra cui Torquato Tasso: a fine 500 il castello di Bisaccia apparteneva a Giovan Battista Manso, amico del celebre poeta che, giunto a Napoli e preso dalla malinconia per le sue condizioni di salute e per le polemiche letterarie religiose sulla Gerusalemme liberata, accettò l’invito dell’amico di accompagnarlo nel suo feudo di Bisaccia.

Gli scavi archeologici condotti all’interno della struttura hanno consentito di recuperare una parte dell’impianto longobardo originario. Oggi il Castello di Bisaccia  è sede del Museo Civico Archeologico.

Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi

A Torella dei Lombardi, situato a 600 metri di altitudine su di uno sperone roccioso dell’alta valle del Fredane, l’abitato si formò intorno al castello edificato in seguito alla Divisio Ducatus della Longobardia minore, proprio sulla linea di confine fra il principato di Salerno e quello di Benevento, nel IX secolo.

A seguito del sisma del 1980, il castello fu ristrutturato: durante i lavori di scavo si ebbe l’occasione di scoprire come la dinamica di riempimenti e stratificazioni murarie aveva per anni preservato la storia del sito, infatti fu possibile delineare le diverse fasi di costruzione, trasformazione e impiego dell’edificio.

  1. Al primo ed al secondo livello vi è il Museo Civico, dove sono custoditi numerosi reperti rinvenuti nel corso dei lavori di restauro (piatti, monete del periodo 1301-1950, oggetti di ceramica, in pietra e terracotta).
  2. Al terzo livello si trova la sezione turistica, l’Associazione Sergio Leone ed alcuni locali destinati ad attività varie, oltre ad una terrazza.
  3. Al quarto livello si trovano gli uffici comunali e la Biblioteca.

castello-candriano_torella

Per diversi secoli il castello appartenne ai Saraceno, fino all’inizio del XVI secolo, quando a seguito della crisi economica e  politica della famiglia, passò ad Alfonso della Rosa che a metà del 1500 lo vendette a Domizio Caracciolo, il primo membro della famiglia proprietaria per ben quattro secoli, che contribuì a trasformare l’antico maniero in  elegante residenza gentilizia.

Grazie ai Caracciolo fu eretto il portale marmoreo d’ingresso e trasformato in giardino pensile uno dei bastioni. Furono inoltre abbelliti gli ambienti interni con numerose opere d’arte.

Assunse la denominazione “Candriano” nel 1889, quando Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, che morì senza figli nel 1920. Castello e titolo passarono al nipote Camillo Ruspoli e nel 1959, morto senza eredi, la struttura fu donata al Comune.

Castello D’Aquino di Grottaminarda

Il castello di Grottaminarda, edificato in epoca longobarda presso l’antico borgo di “Fratta”, in posizione dominante rispetto al vallone sottostante, è stato per molto tempo un importante baluardo difensivo contro i Bizantini.

Di forma trapezoidale, fu ampliato intorno alla prima metà del secolo XII con la costruzione della cinta muraria, di cui si ha notizia già a partire dal 1137.  In questo periodo l’edificio entrò a far parte dei possedimenti della potente famiglia D’Aquino, alla cui casata appartenne dal 1134 al 1531, fino a quando fu sottratto loro da Carlo V. Il castello conservò comunque il nome della famiglia d’Aquino, pur divenendo proprietà di altre nobili famiglie.

Nel XVI secolo, con la diffusione delle armi da fuoco, venne meno il ruolo difensivo del castello, che acquisì la nuova funzione di residenza nobiliare. I vari terremoti che hanno colpito l’area nel corso dei secoli hanno danneggiato la struttura, la quale finì per essere spartita tra diverse famiglie.

Dopo gli eventi sismici del 1694 e del 1732 la struttura fu trasformata in dimora. Tutto il primo piano della fortificazione fu adibito a zona residenziale e fu realizzato un suggestivo giardino pensile. Nonostante queste trasformazioni, sono attualmente visibili alcuni tratti delle mura perimetrali e delle torri costruite in epoca aragonese.

Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi

Non vi sono testimonianze ufficiali che attestino l’esistenza del castello di Sant’Angelo dei Lombardi, che sorge nella parte più alta del comune, prima dell’XI secolo.

È condivisibile l’ipotesi secondo cui la sua costruzione coincida con quella delle vicine fortificazioni di Monticchio, in provincia di Potenza, Torella e Guardia, tutte denominate “dei Lombardi”, sorte per segnare la linea di confine tra il Principato di Benevento e il Principato di Salerno.

Proprietarie del feudo e del castello furono alcune delle più importanti famiglie di Napoli, tra cui i de Gianvilla, i Caracciolo e gli Imperiale, a cui si deve l’attuale nome.

Forse già distrutto nel X secolo, il castello presenta una forma quadrilatera con molti elementi ascrivibili all’epoca normanna, periodo in cui fu dotato anche delle mura di cinta e di un ampio cortile centrale. Della struttura sono particolarmente apprezzabili l’alta torre poligonale e il portale d’ingresso risalente al Cinquecento.

Dal XV al XVIII secolo, il castello subì diversi interventi di restauro per essere adattato a dimora signorile. A quest’epoca risalgono alcuni stemmi e fregi rinascimentali, una balaustra seicentesca e il notevole loggiato risalente al XVII secolo. Nel corso dei lavori di restauro seguiti al sisma del 1980 è stata riportata alla luce una chiesa di epoca normanna, di cui sono visibili l’abside trilobata, l’area presbiteriale, e tre navate divise da archi.

Il Castello fu adibito nel 1862 a tribunale e carcere. Recentemente i locali del Castello, opportunamente ristrutturati, hanno ospitato gli uffici della magistratura e l’archivio notarile. La struttura custodisce al suo interno reperti archeologici bizantini.

Castello di Gesualdo

castello_di_gesualdo_ottobre2012Infine il Castello di Gesualdo. Ubicato in posizione elevata e di grande valore strategico sulla sponda settentrionale del Fredane, venne fatto costruire dai Longobardi e divenne una delle massime fortezze dell’Irpinia.

Ai piedi del maniero si formò progressivamente l’abitato, di cui si ha notizia per la prima volta in un documento del 1078, quando ne era signore Guglielmo di Gesualdo.

Ed è proprio al principe Carlo Gesualdo che è legata la fama del castello. Il principe, oltre ad essere un esponente della musica madrigalistica del Cinquecento, è passato alla storia anche per aver assassinato la sua prima moglie, Maria d’Avalos, dopo averla colta in flagrante adulterio con Fabrizio Carafa, duca d’Andria.

Fu sempre Gesualdo a trasformare il castello in una raffinata dimora signorile, aggiungendo all’originaria struttura nuove stanze, le cucine, numerose gallerie d’arte, giardini e fontane. Nonostante i danni subiti in seguito al saccheggio del 1799 da parte dell’esercito francese, l’impianto rinascimentale del castello risulta ancora visibile.