Il teatro romano di Benevento

La città di Benevento si trova nell’entroterra appenninico della Campania, circondata da vetuste colline. Chiamata prima Maleventum, poi Beneventum ed infine Benevento, essa è stata una città sannitica, romana, longobarda ed anche pontificia. Vanta, infatti, un notevole patrimonio storico – artistico e importanti beni archeologici.

Tra questi spicca sicuramente il Teatro romano, uno dei più antichi della Campania e uno dei meglio conservati.

Esso fu costruito nel II secolo sotto l’imperatore Adriano nelle vicinanze del cardo maximus e inaugurato nel 126. Un’iscrizione rivenuta sul pulpitum ricorda la carica di curator affidata ad Adriano per la costruzione dell’edificio. Un’altra base onoraria rinvenuta agli inizi del ‘900, invece, ha fatto supporre restauri databili tra il 198 e il 210 ad opera di Caracalla, erede di Settimio Severo.

Il teatro fu costruito in opera cementizia con paramenti in blocchi di pietra calcarea e in laterizio, ed ha delle dimensioni abbastanza notevoli: ha un diametro di circa 98 metri e una capienza originaria di circa 15.000 persone.

 

La cavea, a pianta semicircolare, presentava 25 arcate articolate su tre ordini (tuscanico, ionico e corinzio), delle quali rimangono oggi quelle del primo e parte di quelle del secondo. Le arcate della cavea, con ampia cornice rifinita, presentavano come chiavi di volta rilievi configurati, rappresentati da busti nell’ordine inferiore e, molto probabilmente, da maschere negli ordini superiori.
Sotto di essa si trovano i corridoi e le scale d’accesso ai due ambulacri paralleli che fanno da cassa armonica.

Si accede, così, alle gradinate e alla frons scenae, un tempo rivestite da lastre marmoree policrome e stucchi che ancora oggi sono, in parte, conservati. La scena presenta resti di tre porte monumentali, alle terminazioni della cavea, che davano accesso all’orchestra; ai suoi lati vi sono i resti dei parodoi, in particolare la sala a destra conserva il pavimento in mosaico e le pareti marmoree policrome. Alle spalle della scena, molto ampia, si trovano i resti di tre scalinate che portavano ad un livello inferiore, probabilmente utilizzato come accesso per gli artisti.

L’accesso degli spettatori, invece, avveniva tramite il viale principale d’ingresso, decorato con fastosi mascheroni (che richiamavano quelli utilizzati dagli attori), reimpiegati in edifici del centro storico, dove sono ancora visibili.

Il teatro fu abbandonato in epoca longobarda, parzialmente interrato e utilizzato come fondazione per abitazioni. Inoltre nel XVIII secolo su quanto restava del teatro venne costruita la Chiesa di Santa Maria della Verità.

Il teatro, così, si ritrovò sepolto e coperto da abitazioni fino al 1890, quando l’archeologo Almerico Memomartini ne auspicò il recupero. I lavori iniziarono solo a partire dal 1923 e si dovettero interrompere nel 1930 a seguito del forte terremoto che colpì questa zona. Ripresi nel 1934 con l’esproprio dei fabbricati si bloccarono di nuovo durante la seconda guerra mondiale. Solo negli anni ’50 il teatro venne definitivamente ultimato e consegnato alla Soprintendenza che lo aprì al pubblico nel 1957.

 

 

Nonostante si sia persa una buona parte del rivestimento marmoreo, il teatro romano di Benevento è oggi totalmente agibile (in parte accessibile anche ai disabili) e gode di una perfetta acustica, tanto che ancora oggi viene utilizzato per la sua funzione originaria: dilettare gli spettatori con opere e rappresentazioni.

In ogni caso, l’ingresso al teatro è possibile tutti i giorni dalle 9.00 fino ad un’ora prima del tramonto al costo di 2,00 €.
Un prezzo piccolo per una grande esperienza.

 

Alla scoperta del Castello di Matinale

Il Castello di Matinale, anche conosciuto con il nome di Castello di Rudovaco, sorge sul Mons Cancelli, l’elevazione che domina l’entrata della Valle di Suessola, sita nel comune di San Felice a Cancello e, più precisamente, nella frazione di Cancello Scalo.

 

 

Secondo la tradizione, la fortezza risalirebbe al IX secolo ad opera di un certo Rudovaco, da cui il nome con cui è conosciuto. Tuttavia, non esistono fonti scritte che dimostrino questa teoria.

I primi documenti riguardanti il castello, infatti, risalgono ad una serie di carte risalenti alla fine del Duecento. All’interno si legge che, fino al 1298, la fortezza, denominata “di Matinale”, era appartenuta a Margherita di Svevia, figlia naturale di Federico II, che l’aveva ricevuta in dote in occasione del matrimonio con Tommaso II d’Aquino. Secondo questo documento, dunque, il castello sarebbe stato fondato in un momento di poco successivo al matrimonio, celebrato prima del settembre 1247.

Non si hanno molte notizie successive a questa, il che impedisce di chiarire le vicende che hanno riguardato il castello, fino al XV secolo: nel 1437 il fortilizio fu occupato durante la guerra angioino – aragonese dalle milizie pontificie. Da quel momento il Castrum Cancelli, come fu ribattezzato nel XIII secolo, fu lentamente lasciato in abbandono fino al XIII secolo quando i corpi edilizi che ancora rimanevano in piedi (dopo il crollo di tre dei quattro bracci del cortile) furono ripristinati per essere adibiti a dimora di campagna.

Agli inizi del ‘900, poi, il castello fu donato dalla famiglia d’Aquino al barone Giovanni Barracco e ospitò, durante la seconda guerra mondiale, il comando alleato.
Malgrado tutto ciò, oggi è ancora possibile vedere un quadro esaustivo della rocca voluta dal Conte di Acerra.

 

 

Il Castrum Cancelli fu concepito con una pianta regolare sul doppio quadrato disegnato dal cortile interno e dalla cinta alla quale rispondono le 4 torri angolari di forma trapezoidale e una quinta torre (rettilinea e di minori dimensioni) sul lato nord – ovest a protezione di una postierla (una porta secondaria per i camminamenti delle guardie di ronda, usata anche come uscita di emergenza in caso di attacco).

Il portale di accesso principale, invece, si apre sul lato sud – ovest, presso una delle torri, e presenta un doppio archivolto in blocchi di calcare bianco, con il canale di scorrimento per la saracinesca di chiusura e una mostra esterna a bugnato liscio con profilo superiore a punta di lancia.
Palese è, dunque, il richiamo all’architettura imperiale, di cui riprende l’impianto quadrilatero, in una costruzione tardo – sveva assolutamente unitaria.

Oggigiorno, sebbene appartenga ad un privato e non versi in ottime condizioni, il castello è accessibile e visitabile: ci si può arrivare sia a piedi che con mountain bike grazie a dei percorsi facilmente accessibili.

 

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

 

Parte 2

Fisciano è ricca di costruzioni di pregio, costruite sul territorio comunale nei secoli.

Si è deciso di collaborare con il progetto SPOD incentrando il lavoro sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

 

Continuiamo dunque il viaggio intrapreso la scorsa settimana tra i palazzi storici del comune di Fisciano.

A Fisciano: Troviamo il complesso dei Palazzi de Falco in via Roma, che costituisce uno degli isolati più rappresentativi posti alle porte di Fisciano, contornato per due lati da giardini.

Il complesso allo stato attuale è caratterizzato da tre edifici contigui con autonomia funzionale e padronale, lo sviluppo del complesso coincide con la storia della famiglia de Falco.

Dalla “Platea seu libro di memoria”, risalente al 20 agosto 1764 a firma di don Nicola de Falco, si evince parte della consistenza del vecchio Palazzo, si notano tutti gli averi stabili, mobili, semoventi.

Intorno al 1830, il vecchio Palazzo della famiglia de Falco, fu diviso in due parti lasciando l’ingresso in comune. Nel 1856 don Carlo de Falco, diede l’incarico all’architetto Lorenzo Casalbore di rammodernare la propria parte di fabbricato, lasciando sempre l’ingresso in comune.

Nel 1873 don Nicola de Falco, affidò all’architetto Lorenzo Casalbore e a suo figlio Alfredo, l’incarico di realizzare un nuovo fabbricato, posto a sud e in adiacenza con la sua proprietà, prevedendo anche un nuovo ingresso indipendente per la separazione definitiva del vecchio complesso.

L’edificazione avvenne su di un grande terrazzo che occupava tutto il lato sud del vecchio Palazzo e copriva le cantine; il progetto prevedeva – per la parte posteriore – il collegamento con i fabbricati più antichi attraverso una galleria a vetri per la parte anteriore. La costruzione di una esedra prospiciente il cancello – nella facciata d’ingresso – sarebbe divenuta l’inizio del nuovo viale di accesso alla tenuta Chiesa e quindi ai Cappuccini. Il progetto dei Casalbore fu realizzato dall’impresa di Antonio Benincasa e dal controllo dell’ingegnere Giuseppe Acquaro.

Nel 1896 i lavori furono sospesi per gravi controversie tra l’architetto e l’ingegnere e di conseguenza non si realizzò l’apertura del nuovo ingresso indipendente. Don Nicola de Falco privato del vecchio ingresso comune, conferì all’ingegnere Enrico Alemagna di realizzare l’ingresso del proprio fabbricato in prosecuzione del vecchio Palazzo, ricongiungendo in qualche modo i due palazzi come in origine. Sempre su progetto dell’ingegnere Enrico Alemagna fu realizzata la parte a tre livelli lato giardino e successivamente nel 1938 fu eseguito il riammodernamento della zona sud al piano terra e al primo piano del vecchio Palazzo, come è pervenuto ai nostri giorni.

La ricognizione è continuata con il Palazzo de Falco in via Antinori, Palazzo Negri, Palazzo Aversa e Palazzo dell’Orfanotrofio Giulio Risi a Fisciano. Quest’ultimo risalente al XVII Secolo, è situato in piazza Vittorio Veneto a Fisciano. L’edificio è un dono di Ermelinda Risi-Colesanti, Terziaria francescana; l’istituzione dell’orfanotrofio è retta dalle suore di San Giuseppe di Chambery.

 

A Lancusi: Palazzo Barra in piazza Regina Margherita datato intorno al XVI secolo, allora casale dello Stato di San Severino, fu affidato ai feudatari. Fu dimora sin dal 1569 delle famiglie De Ruggiero, Caracciolo e Barra.

Nel 1761 fu sede di un’importante fabbrica di armi, tanto che negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie si legge che “la Reale Manifattura dei Piastrinari in Lancusi” sorse alcuni anni dopo la fabbrica di Torre Annunziata ed è stata costruita per opera di un’amministrazione militare del Reparto di Artiglieria.

Nel 1823 fu ideata da Giovanni Venditti della suddetta Reale Manifattura, la prima pistola automatica, attualmente conservata nel Museo delle Armi a Milano, che gli americani brevettarono poi con il nome di Winchester.

Nel corso del tempo, il Palazzo ha subito notevoli trasformazioni che ne hanno modificato la struttura originaria. In seguito al terremoto del 23 novembre del 1980 il palazzo è stato gravemente danneggiato, richiedendo mirati interventi di risanamento e recupero strutturale.

Palazzo Siniscalchi in via Generale Ciro Nastri le cui origini risalgono al XVII secolo. Rilevante è la facciata finemente decorata; presenta due livelli fuori terra.

L’odierno Palazzo Polisetti che figura nel centro di Lancusi a pochi passi dalla Chiesa di San Martino e Quirico. Di impianto tardo Ottocentesco, si affaccia sulla strada con 2 grossi portoni di legno dei quali uno accede direttamente alla casa e al piano nobile.

Le origini non sono ben documentate ma una incisione incastonata sul pavimento, riporta la data 1907; probabilmente si tratta della data di un intervento di ristrutturazione in seguito al terremoto del 10 agosto 1893. Numerosi gli elementi architettonici originali come la scala in pietra viva così come le logge e la cantina (quest’ultima rinforzata in seguito al terremoto del 1980).

La famiglia Polisetti-Polizzotti dei Baroni di Resuttano ha acquistato l’immobile e il terreno circostante alla fine degli anni ’60 nel XX Secolo.

 

 

Per saperne di più…

La valorizzazione e promozione dei Beni Culturali fiscianesi viene supportata dal Comune e dalle associazioni che collaborano fattivamente con le Istituzioni.

Tra le associazioni più attive si può certamente segnalare ViVi FiSCiANO, che promuove la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico del territorio attraverso visite guidate.

Accanto alle attività culturali, il Comune cerca di attivare un circuito virtuoso di soddisfazione-attrattività-valore, creando ad esempio convenzioni con gli esercizi commerciali soprattutto durante le festività principali come ad esempio il Natale, con la nascita di parchi a tema, iniziative dedicate alle famiglie e ai giovani, promozione turistica delle aree decentrate etc.

Il visitatore riesce così a riscoprire, attraverso gli eventi promossi, le tradizioni di un territorio ricco di prodotti autoctoni e di Beni culturali materiali e immateriali: i boschi, eremi e santuari, i palazzi signorili, l’artigianato locale, le leggende popolari etc.

 

 

Dagli spunti operativi del progetto SPOD inoltre, grazie alla proficua collaborazione con alcuni docenti universitari, il Comune e le associazioni, intendono promuovere le attività di ricerca e organizzare una serie di percorsi guidati a tema, con annesse degustazioni enogastronomiche, pensate ad hoc per l’occasione.

 

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

Parte 1

Un territorio antico.

Fisciano sorge a 300 m s.l.m. 14 km a nord di Salerno. Il Territorio del Comune è di circa 3.152 ettari, ed è situato in parte sul versante sud-occidentale del Pizzo San Michele (1.567 m s.l.m.), in parte sul rilievo del monte Monna e, più in basso, nella Valle alluvionale del Solofrana. La geologia del territorio è composta da rocce calcaree dolomitiche che costituiscono il substrato alluvionale (ghiaia e tufo grigio) e vulcanico (lapilli, pozzolane, pomici) che nei secoli hanno alimentato il fondo valle. Dal punto di vista idrologico risulta rilevante la circolazione idrica sotterranea. L’altitudine, minima e massima, tra piccole valli, boschi, faggeti, uliveti e castagneti, è compresa tra i 140 e i 1.200 m.

I primi abitanti della zona secondo Virgilio furono i Sarrastri, fondatori di Sarno ma più probabilmente il centro abitato fu fondato dagli Osci che insieme agli Etruschi, a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., vi avevano costituito numerosi insediamenti, e facevano concorrenza alla potenza navale di Cuma e alla ricca colonia greca di Poseidon (Paestum).

I Romani penetrarono nelle valli del Sarno e dell’Irno, provenendo da Pompei e si stabilirono nella vallata dell’Irno intorno all’88 a.C., dopo che Silla prevalse su Mario e decise di elargire terre ai veterani. Le terre del territorio di Fisciano vennero così divise in Centurie ed affidate alla cura delle famiglie romane, come testimoniano i resti di un’antica Villa romana, venuta alla luce nel 1981 in località Macchione.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano, nuovi dominatori arrivarono nell’area; nel 640, il Duca longobardo Arechi I tenta invano di occupare Napoli e concentra tutte le forze nella valle dell’Irno. È in questo periodo che i Longobardi, si stabiliscono nella zona costituendo la Longobardia Minor. Successivamente i Normanni (nel 1066 circa), con Turgisio, venuto al seguito di Roberto il Guiscardo, si annettono il territorio di Fisciano. Turgisio stabilisce la sede della sua signoria nel vecchio Gastaldato longobardo di Rota, ove fonda la potente dinastia dei Sanseverino, alla cui vicende resta legata anche Fisciano, fino alla caduta della famiglia, avvenuta nel 1553.

Nel 500 Fisciano, inserita ormai saldamente nello Stato dei Sanseverino, vive la sua stagione più feconda. Il territorio si riempie di ville patrizie e laboratori artigianali di chiara fama in tutto il Regno di Napoli, all’epoca sotto la dominazione Aragonese. Dopo la caduta dei Sanseverino e la morte ad Avignone del principe di Salerno Ferrante, l’Imperatore Carlo V concede il territorio al Capitano Ferrante Gonzaga e ai suoi figli. Nel 1583, il Gonzaga vende a sua volta lo Stato di Sanseverino ai Duchi Carafa di Nocera, che passa di mano a Francesco Maria Carafa, il quale, nel 1596, lo consegna a Diana Caracciolo, marchesa di Monteforte.

Durante il decennio francese (1806-1815), con la soppressione della feudalità e la riorganizzazione amministrativa del Regno di Napoli, Fisciano diviene Comune autonomo (nel 1810).
Il neo Comune si estende su un vasto territorio, comprendente 11 frazioni, boschi, amene campagne, faggeti e castagneti, riunitosi in seguito allo smembramento del Principato dei Sanseverino, decretato con la legge di Gioacchino Murat del 1806.

Tra le più rinomate attività attestate, troviamo la Reale Manifattura dei Piastrinari dei Borboni, nello storico Palazzo Barra a Lancusi, rinomata nel 1800 per la lavorazione di armi e coltelli; si deve a Giovanni Venditti, presso la Reale Manifattura, l’invenzione della prima pistola automatica, oggi conservata nel Museo della criminologia ed armi antiche (Museo della Pusterla di sant’Ambrogio), a Milano. Allo stesso tempo, estremamente fiorente in tutto il territorio comunale, è la lavorazione del rame artistico, del ferro (con la produzione di serrature, chiavistelli, bilance di precisione, cancelli, letti, maniglie), del legno e della ceramica, nonché la produzione della pasta secca (con 5 pastifici attivi fino agli anni 20 del XX Sec.).

 

 

Un primo censimento dei Palazzi Storici.

Numerose, come accennato, sono le costruzioni di pregio sorte sul territorio comunale nei secoli.

Tra i monumenti degni di menzione sono il Palazzo De Falco, il Monastero delle Carmelitane di S. Giuseppe (1600), che conserva uno splendido pavimento di maiolica, la Congrega del SS. Rosario a cui si accede attraverso una sontuosa scala a due rampe, la chiesa di San Pietro Apostolo (1309), le antiche botteghe dei ramai di Via Pendino.

Il lavoro di ricognizione affrontato per il progetto SPOD si è incentrato sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

Il metodo di lavoro e osservazione delle strutture ha riguardato soprattutto un tipo di raccolta dati di natura quantitativa, rientrante in uno schema di campi ben definito con lo scopo primario di effettuare velocemente lo spoglio e la compilazione della tabella.

Il gruppo di lavoro si è soffermato su alcune particolari notizie: nome del palazzo, indirizzo, frazione, comune, provincia, codice ISTAT, tipologia, descrizione, anno di costruzione, secolo di pertinenza, coordinate geografiche, fruibilità, vincolo, proprietà, fonte, destinazione d’uso.

Sono stati censiti 23 palazzi.

 

 

Ecco un primo excursus tra i palazzi storici del luogo, divisi per località.

A Penta: Palazzo Nicodemi che prende il nome dal professore Nicodemo Cherubino, illustre matematico della zona. È un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa con due livelli fuori terra (piano terra e primo piano) in muratura portante. Attualmente impiegato come residenza della famiglia Nicodemi, nonostante la sua data di costruzione risalga alla fine del 1500.

Palazzo Pacileo le cui origini risalgono agli inizi del XVI secolo, esso era ubicato nel comprensorio dove risedeva la corte di Marina d’Aragona, attualmente situato in via Casa Gaiano, presenta un portale interamente in piperno. Il Palazzo è a corte aperta con due livelli fuori terra e una unità immobiliare.

Un secondo Palazzo Nicodemi risalente al XV secolo, situato in via Rubino Nicodemi. In passato fu un convento. Il portale di accesso al palazzo è interamente in pietra e conserva integro lo stemma della casata. Faceva anch’esso parte del comprensorio dove risiedeva la Corte di Marina D’Aragona Sanseverino.

Palazzo Barracano attualmente in via Casa Gaiano, risalente al 1450, è un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa in muratura portante con due livelli fuori terra. Il loggiato conserva colonne cilindriche poligonali istoriate. Caratteristico il portale interamente realizzato in piperno con un affresco raffigurante una volpe caduta all’interno di un fosso. Ciò alludeva ad un avvertimento per coloro i quali si recavano dal curatore di Marina d’Aragona con l’intenzione di raggirarlo. Anche questo palazzo in origine era parte del comprensorio di residenza di Marina d’Aragona Sanseverino.

Palazzo Celentano, in piazza Vittorio Emanuele che anticamente era sede del forno della famiglia de Falco, Palazzo Ansalone in via San Rocco, Palazzo D’Auria in piazza Vittorio Emanuele in cui in origine fu insediata la fabbrica di ceramica.

A Gaiano: Palazzo Negri e Palazzo Fiocchi, quest’ultimo datato al XVIII Secolo. La famiglia Fiocchi è stata una delle più importati famiglie di Gaiano, estinta con la morte di Giuseppe Fiocchi nel 1940. Potente feudatario, possedeva cinque diversi fondi. Il Palazzo aveva una struttura imponente su due piani, rispettivamente suddivisi in venti stanze ciascuna di 30 mq. I locali del piano terra, venivano utilizzati come cantine per fare e conservare il vino e come stalle per il bestiame. Nel 1996 il Palazzo Fiocchi è stato demolito per dare spazio a edifici residenziali in calcestruzzo armato.

A Villa: Palazzo Macchiarelli in via Principe Umberto. Molto particolare è il territorio della frazione di Villa. La struttura del borgo è rimasta inalterata, con cavalcavia e scorci panoramici spettacolari, resti di mura romane, tanto più che Villa, ossia “città” è toponimo romano assai diffuso. Le antiche abitazioni conservano ancora materiale di epoca romana e sono ben conservate con chiesette e ampi giardini, residenze signorili del ‘500, tra cui appunto Villa Macchiarelli.

Sono stati inoltre censiti i Palazzi: Siniscalchi a Bolano, Guariniello a Pizzolano, Maiorino e Galdieri a Carpineto, tutti edifici di pregio architettonico e storico di cui si hanno però poche notizie.

 

Tra una settimana continueremo l’indagine tra i palazzi storici di Fisciano.

 

 

 

 

 

Una nuova identità per gli edifici storici

Riqualificazione e rifunzionalizzazione dei castelli medievali in Campania

 

“Campania, terra di castelli” avevamo detto, citando il titolo di un nostro precedente articolo. Ed appunto la Campania conta, secondo il censimento da noi effettuato sulla piattaforma sociale SPOD, ben 304 castelli!

Infatti nella maggior parte dei comuni esiste un castello, un palazzo baronale o un palazzo fortificato. In alcuni casi essi sono stati abbandonati, lasciati a loro stessi e ora solo parzialmente visibili, ma, in altri casi, essi sono stati restaurati e riqualificati, diventando funzionali ad altri scopi.

Ecco dunque alcuni esempi di castelli che oggi hanno una nuova destinazione d’uso, con un breve excursus sulla loro storia.

AVELLINO

In provincia di Avellino nella località di Taurasi, famosissima per la produzione vinicola, sorge il Castello Marchionale, un maestoso complesso architettonico di origine longobarda, posto su un colle a dominio sulla valle attraversata dal fiume Calore, all’altitudine di circa 400 metri.

L’impianto originario di epoca longobarda subì diverse trasformazioni e modifiche ad opera dei dominatori succedutisi nel tempo: Saraceni, Normanni, Angioini e Aragonesi.

Il castello ospitò diverse nobili famiglie, tra cui i Gesualdo, i Filangieri, i Ludovisi e i Carafa.

Semidistrutto dalle truppe guidate da Francesco II d’Aragona nel 1496, fu ricostruito per la seconda volta nella prima metà del XVI secolo e, rimaneggiato agli inizi del Seicento, fu trasformato in un ampio e confortevole palazzo gentilizio.

La struttura conserva ancora oggi le caratteristiche tipiche del palazzo rinascimentale e si distingue per la particolare facciata, dove è ubicato il portone d’ingresso, sulla cui sommità è visibile lo stemma scolpito in occasione dell’unione dei Gesualdo con la Casa d’Este.

Una volta entrati si accede ad uno splendido giardino e alla corte. I piani superiori sono articolati su due livelli, collegati con una scala al cortile interno.

Oggi il Castello di Taurasi è la sede dell’Enoteca Regionale e centro di promozione delle produzioni tipiche delle eccellenze dell’Irpinia. L’iniziativa fu approvata dalla regione Campania nel 2003 al fine di promuovere e valorizzare i prodotti viti-vinicoli della provincia di Avellino.

Attualmente al primo piano è presente un centro di studi, ricerche e formazione del vino e sull’enoturismo. Invece, al secondo piano è collocata una sala convegni e numerosi locali espositivi destinati al museo del vino e della cultura locale.

L’Ente si promette di contribuire con una valida offerta turistica all’emancipazione culturale dell’Irpinia.

BENEVENTO

Nel punto più elevato del centro storico di Benevento sorge la Rocca dei Rettori, conosciuta anche come Castello di Benevento o Castello di Manfredi.

L’aspetto attuale è il risultato di numerosi interventi succedutisi nei secoli, ed è perciò piuttosto disomogeneo.

Venne fondato sul sito di un precedente palazzo fortificato longobardo, edificato dal duca Arechi II a partire dal 871 nel luogo detto “Piano di Corte”.

Il palazzo sopravvisse anche dopo la fine del ducato di Benevento, ospitando nel tempo diversi pontefici, l’ultimo dei quali fu papa Gregorio X nel 1272.

Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i rettori pontifici, che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.

La rocca venne realizzata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò la porta orientale della città, che venne ricostruita poco più oltre.

A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell’edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702.

Dell’antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell’antica porta cittadina, in corrispondenza dell’androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.

Oggi l’edificio è sede della Provincia di Benevento ed ospita la sezione storica del Museo del Sannio con il materiale pertinente alla storia della città e della regione del Sannio e la documentazione dell’arte e delle tradizioni popolari della provincia.

Inoltre l’edificio ospita una mostra permanente dal titolo “Uomini eccellenti”.

 

 

CASERTA

Il Castello di Prata Sannita, in provincia di Caserta, sorge su un costone di roccia sfruttando le asperità naturali, e sovrasta il piccolo Borgo Medioevale in parte ancora cinto dalle mura merlate nel lato Est che si affaccia a dominare la valle dove scorre il fiume Lete.

Il primo impianto del Castello risale all’epoca longobarda, poco prima dell’anno mille. E’ nel corso del IX secolo, infatti, che nacque il borgo come vero e proprio agglomerato fortificato: a causa delle continue invasioni la popolazione si trasferì su un’altura difficilmente accessibile.

Di questa costruzione non se ne trova alcuna traccia: l’aspetto attuale del castello è quello trecentesco, tipico dell’architettura angioina.

La fortificazione, consolidata in epoca normanna, venne successivamente ampliata e munita di torri cilindriche di notevole altezza che ne rendono evidente la funzione primaria prevalentemente difensiva, per volere dello stesso sovrano di Napoli Carlo I d’Angiò.

Al fine di rendere ancora più sicura la difesa del borgo, vennero costruite le torri e la cinta muraria e, nello stesso tempo, i signori longobardi costruirono il primo nucleo del castello che venne ampliato, fortificato e ristrutturato nel secolo XIV, sotto la dinastia dei conti Pandone.

Nel tempo gli eventi storici e il susseguirsi di trasformazioni, arricchimenti e sottrazioni hanno configurato il nuovo aspetto del Castello trasformandolo da fortezza in residenza.

Da alcuni anni il castello di Prata Sannnita ospita cimeli storici della prima e della seconda Guerra Mondiale, accompagnati da una esauriente documentazione fotografica: queste raccolte costituiscono nell’insieme quello che viene comunemente definito il “Museo della Guerra”.

Esso si compone di due sezioni ciascuna delle quali è dedicata ad un singolo conflitto. La sezione riferita alla prima Guerra Mondiale, nota comunemente come “la Grande Guerra”, presenta tra i numerosi oggetti che sono esposti una serie di fotografie illustranti il conflitto sul fronte italo-austriaco dal 1915 al 1918. Nella seconda sezione, ovvero quella dedicata alla seconda Guerra Mondiale sono riuniti i cimeli appartenuti alle truppe dei vari eserciti presenti in Italia negli anni di guerra 1943-1945, oltre ad una vasta sezione fotografica.

SALERNO

Il Castello di Teggiano, noto anche come Castello Macchiaroli, è tra i più importanti dell’Italia meridionale.

Situato al centro del Vallo di Diano, è sorto in epoca normanna in seguito al processo di incastellamento degli antichi abitati in atto in tutta Europa.

Nei primi anni del Quattrocento è appartenuto ai principi di Sanseverino che disposero un primo restauro del Castello, ordinando che alle spese occorrenti contribuissero tutti i paesi del Vallo di Diano: a loro si deve l’ampliamento della costruzione che fece assumere al Castello l’aspetto monumentale che notiamo ancora oggi.

Il Castello è stato sede di importanti avvenimenti storici ed è citato nella storia del Regno di Napoli per due fatti memorabili avvenuti in esso: la Congiura dei Baroni contro il Re Ferdinando I° d’Aragona e l’Assedio di Diano del 1497.

Nei secoli successivi alla sua costruzione, il maniero visse anni di degrado e di lotte, che lo danneggiarono in maniera consistente. Successivamente nel corso dei secoli ha mutato il suo ruolo passando da bellicosa fortezza a tranquilla residenza feudale succedendosi ai vari proprietari fino al 1860 quando, la monumentale struttura, fu acquistata dai Macchiaroli, famiglia che ne è tuttora proprietaria.

Agli inizi del 1970 uno dei proprietari del maniero, l’editore Gaetano Macchiaroli, visto il degrado che stava investendo tutta la costruzione minacciandone il crollo, mobilitò tutte le sue energie per attuarne il recupero, con il contributo dello Stato.

Gli interventi di restauro hanno richiesto molti anni, ma oggi hanno dato nuova vita a questo monumento che è parte essenziale dell’immagine medievale di Teggiano, diventando un luogo ideale per concerti, manifestazioni teatrali, convegni, congressi ed eventi culturali.

La mostra su Giacomo Leopardi ospitata nel 1996, rappresenta un chiaro esempio di riuso di un monumento storico come struttura polivalente disponibile per le iniziative culturali delle istituzioni del mezzogiorno e del Vallo di Diano.

Un evento di particolare risonanza è “Alla tavola della Principessa Costanza”, rievocazione storica fra le più belle e storicamente accurate d’Italia. Nato nel 1994 ad opera della Pro Loco di Teggiano, l’evento, che si tiene a metà agosto, è ambientato nella magnifica cornice del Castello Macchiaroli.

Ogni anno prendono parte alla manifestazione circa quarantamila persone, che da ogni angolo della Campania e non solo vengono a rivivere i fasti medievali.

NAPOLI

La città di Napoli conta più e più castelli che oggi ospitano musei, eventi, uffici, istituzioni.

Basti citare, tra i più conosciuti: il Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino che oltre ad ospitare il Consiglio Comunale, è sede della Società Napoletana di Storia Patria e del Museo Civico o il Castel Sant’Elmo, che attualmente ospita mostre ed esposizioni d’arte temporanee, ma anche festival e rassegne teatrali e musicali. Inoltre il castello è sede permanente del Museo Napoli Novecento 1910/1980, un museo in progress che raccoglie opere realizzate da artisti napoletani nel corso del XX secolo, tra cui sculture, dipinti e sperimentazioni grafiche. Tra gli autori Enrico Baj e Mimmo Paladino. E ancora il Castello Aragonese di Baia che nel 1984 è stato consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Ben diverso è l’attuale utilizzo del Castello di Nisida, che si trova sull’omonimo isolotto del golfo di Napoli, oggi sede dell’Istituto Penitenziario per Minorenni di Napoli.

La costruzione dell’edificio risale probabilmente al periodo tardo-angioino, intorno alla seconda metà del XIV secolo.

Successivamente, nel XVI secolo, il viceré Don Pedro de Toledo ne ordinò un restauro e un riadattamento per utilizzarlo come caposaldo nel sistema difensivo della città, soprattutto per contrastare le scorribande del pirata Barbarossa.

Più tardi, nel 1626, anno della terribile epidemia di peste, il viceré Antonio Álvarez de Toledo volle che il castello fosse adibito a lazzaretto per raccogliere gli appestati.

Durante il periodo borbonico l’edificio perse la sua utilità difensiva e fu adibito all’internamento dei prigionieri politici e nel periodo post-unitario, il castello divenne luogo di detenzione per gli ex funzionari borbonici a seguito dell’epurazione avviata dai Savoia nella Pubblica Amministrazione.

Infine, in tempi più moderni, nel ventennio fascista il penitenziario fu convertito a riformatorio giudiziario, diventando, a partire dal 1934, uno dei pochi Penitenziari Minorili d’Italia.

Oggi l’isola non è più visitabile ma è diventata l’isola delle ragazze e dei ragazzi.