Enoturismo in Campania: i 5 vini rosati da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

In due precedenti articoli vi abbiamo già parlato dei 5 migliori vini rossi e bianchi, con i nostri consigli sugli abbinamenti più gustosi da fare, assaporando a pieno i prodotti tipici del territorio.

Non resta che parlarvi dei 5 rosati più rinomati della regione e delle loro peculiarità.

 

Vesuvio DOC: un vino vulcanico

Il Vesuvio DOC è un vino da pasto prodotto nelle tipologie Bianco, Rosso e Rosato ed è stato riconosciuto DOC nel 1983.

Le uve destinate alla produzione dei vini DOC Vesuvio devono provenire dalla zona di produzione che comprende tutto il territorio amministrativo dei comuni di: Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio, e parte del territorio amministrativo dei comuni di: Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena – Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, tutti in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Vesuvio ha un colore che varia dal rosato più o meno intenso; l’odore è gradevolmente fruttato e il sapore è asciutto e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Vesuvio Rosato si accompagna molto bene ai polipetti alla Luciana con sugo di pomodorini del Vesuvio, alla pizza Margherita, e alle minestre di legumi e patate del territorio, come la patata fresca campana, il pisello cornetto, i fagioli di Villaricca e i fagioli a formella.

 

 

Irpinia: un ottimo DOC tra i DOCG

La provincia di Avellino, accanto ai pregiati DOCG, possiede anche la denominazione Irpinia DOC, istituita con decreto ministeriale il 13 settembre del 2005.

Essa comprende 19 tipologie di vini e autorizza la produzione di vini bianchi, rossi e rosati, anche in tipologia passito, nell’intera provincia di Avellino con la specificazione anche della sottozona Campi Taurasini, che può essere prodotta nei territori comunali di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella, Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca San Mango sul Calore, Torre le Nocelle, Venticano, Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco, Chiusano San Domenico tutti in provincia di Avellino.

Nella versione Rosato, l’Irpinia ha un colore rosa piu’ o meno intenso; l’odore è floreale e fruttato e il sapore è secco e morbido. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

L’Irpinia Rosato può essere accompagnato ai salumi del territorio quali: la soppressata Irpina, il prosciutto Irpino, il prosciutto di Venticano, che ha un sapore più delicato e meno salato, e il fiocco di prosciutto. Inoltre, si abbina molto bene anche ai formaggi locali poco stagionati, come: il caciocavallo irpino di grotta poco stagionato, il caciocchiato poco stagionato, la Juncata e la manteca.

 

 

Campania IGT: il vino della regione

La Indicazione Geografica Tipica Campania, riconosciuta nel 2004, comprende 14 tipologie ed e’ riservata ai vini bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito, rossi e rosati, anche nelle tipologie frizzante, passito, novello e liquoroso.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica Campania comprende l’intero territorio amministrativo della regione.

Nella versione Rosato, il Campania IGT si presenta di un colore rosa più o meno intenso; l’odore è floreale e caratteristico; il sapore risulta secco, equilibrato, a volte amabile. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,50% vol.

Il Campania Rosato si abbina molto bene ad alcuni prodotti regionali, tra cui: il salame Napoli; i carciofi fritti, scegliendo tra le varie tipologie presenti nella regione, ad esempio il carciofo di Montoro, il carciofo di Pietralcina, il carciofo pignatella, il carciofo capuanella; il cardone, un ortaggio simile al carciofo; le alici di menaica e le Cozze del golfo di Napoli e del litorale flegreo.

 

 

Beneventano o Benevento IGT: tutta l’anima del Sannio in un unico vino

La denominazione Beneventano IGT comprende ben 41 tipologie di vino ed ha ottenuto il suo riconoscimento nel 1995.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica «Benevento» o «Beneventano» comprende l’intero territorio amministrativo della provincia di Benevento.

Nella versione Rosato, il Beneventano IGT si presenta con un colore rosa più o meno intenso; l’odore è fruttato e floreale; il sapore secco o abboccato ed equilibrato. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Beneventano Rosato si accompagna piacevolmente agli antipasti e noi, sempre nell’ottica di esaltare ogni singola area territoriale, vi proponiamo le prelibatezze beneventane che meglio si abbinano a questo vino: soppressata del Sannio, prosciutto di Pietraroja, prigiotto; formaggio morbido del Matese, scamosciata. Queste bontà possono essere accompagnate da numerosi prodotti rustici tradizionali, tra cui il ciaolone, i vanti, i taralli di San Lorenzello, lo struppolo e la ‘nfrennula.

 

 

Terre del Volturno: l’IGT che unisce due province

La denominazione vinicola Terre del Volturno ha ottenuto la certificazione IGT nel 1995 ed è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante, bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato , rosato amabile , rosato frizzante.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT Terre del Volturno comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta e l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo, in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Terre del Volturno IGT si presenta dal colore rosa più o meno intenso; il sapore è delicato, fruttato e caratteristico; l’odore è secco, fresco e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

Per gustare pienamente il Terre del Volturno Rosato non si può che accompagnarlo con i prodotti tradizionali del luogo. Vi consigliamo un tagliere con il prosciutto di Rocchetta e una serie di formaggi locali, quali il caprino conciato del Monte Maggiore, la stracciata del Matese e il marzolino di Teano insieme alle noci di Sorrento e alla nocciola riccia di Talanico.

 

Ora che vi abbiamo presentato i migliori Rosati della Campania e i più gustosi abbinamenti con i prodotti tipici, non vi resta che partire per un tour enogastronomico della regione!

Un bicchiere di vino al giorno toglie lo stress di torno! Provare per credere.

Itinerari Gastronomici in Campania: i prodotti I.G.P.

9 Prodotti I.G.P. che rendono la Campania famosa in tutto il mondo

Il mondo dei prodotti tipici campani è molto più vasto di quanto immaginiamo, e non si limita solo ai prodotti come la pizza e la mozzarella di bufala, a cui spesso lo riduciamo. La Campania, infatti, può vantare una delle tradizioni culinarie più antiche, oltre che ricche, dell’interno panorama gastronomico mondiale e, con i suoi quasi 500 prodotti tipici detiene il primato in Italia insieme alla regione Toscana.

Il territorio della regione, infatti, abbonda sia di prodotti trasformati che di materie prime agricole di pregio che sono stati suddivisi in 4 denominazioni: P.A.T., S.T.G., D.O.P. e I.G.P..

In questo articolo vogliamo concentrarci su questi ultimi che, insieme ai prodotti D.O.P. e alla pizza, rendono la Campania famosa in tutto il mondo. I prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, infatti, contribuiscono in larga parte a rendere l’Italia uno dei primi Paesi europei con il maggior numero di prodotti D.O.P. e I.G.P..

 

 

La Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) è un marchio di tutela giuridica attribuito dall’Unione Europea solo ai prodotti di pregio, ottenuti in zone fortemente vocate dalle quali prendono il nome e traggono le loro caratteristiche. Per poter utilizzare il marchio I.G.P. è necessario sottoporre il processo produttivo ad una serie di rigorosi controlli che ne certifichino la conformità al Disciplinare di Produzione.

In Campania, i prodotti che hanno ricevuto questa certificazione sono 9: Nocciola di Giffoni, Marrone di Roccadaspide, Castagna di Montella, Carciofo di Paestum, Limone Costa D’Amalfi, Limone di Sorrento, Melannurca Campana, Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, Pasta di Gragnano.

 

 

Nocciola di Giffoni

La produzione di nocciole è uno dei settori italiani di eccellenza e riguarda, in particolare, il Lazio (al primo posto nella produzione italiana), il Piemonte, la Campania e la Sicilia. La Campania si posiziona al secondo posto in questo panorama, con una produzione costituita per il 90% proprio dalla Tonda di Giffoni, definita la Regina Mondiale delle Nocciole.

Grazie alla sua forma perfettamente rotondeggiante, la polpa bianca e consistente, il suo sapore aromatico e la pellicola facilmente staccabile, questa I.G.P. si presta bene alla tostatura ma anche alla calibratura e alla pelatura: è quindi molto richiesta sia per il consumo diretto sia a livello industriale, specialmente nell’industria dolciaria, grazie anche ai suoi valori nutritivi.

La coltivazione di questa nocciola in Campania è molto antica. Numerose testimonianze provengono dalla letteratura latina, già a partire dal III secolo a.C., e da diversi reperti archeologici: sono stati rinvenuti dei resti carbonizzati di questa nocciola che, oggi, sono esposti al Museo Nazionale di Napoli.

La diffusione di questa coltura, partita proprio dalla Campania, è iniziata già nel XVII secolo, quando il suo commercio iniziava ad avere una vera e propria rilevanza economica. Nel ‘900, poi, questo prodotto ha registrato una fortissima espansione colturale, proprio in relazione alla forte richiesta da parte dell’industria dolciaria.

L’area di produzione della Nocciola di Giffoni I.G.P. è concentrata nel salernitano, soprattutto nella valle dell’Irno e nella zona dei Monti Picentini dove sono ubicati i 12 comuni interessati: Acerno, Baronissi, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Fisciano, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte. E’ proprio in queste aree, infatti, che il territorio di origine vulcanica offre le migliori condizioni di fertilità e, in generale, le proprietà qualitative che costituiscono le caratteristiche della Tonda.

Tutte queste caratteristiche non hanno tardato a far conferire alla Nocciola di Giffoni la sua certificazione I.G.P. nel 1997, riconosciuta con Regolamento (CE) n. 2325/97 successivamente modificato con Regolamento (CE) 1257/2006.

Della sua promozione, valorizzazione e tutela, insieme alle attività di vigilanza sul corretto uso della denominazione, se ne occupa il Consorzio di Tutela Nocciola di Giffoni I.G.P., incaricato dal MiPAAF con D.M. n. 10300 del 31/05/2011.

Marrone di Roccadaspide

Sempre della provincia di Salerno è tipico il Marrone di Roccadaspide, il cui nome deriva dall’ecotipo da cui proviene. Esso fa parte del gruppo genetico di castagne presenti nel territorio Campano riferibili alla cultivar madre del “Marrone di Avellino”.

Le caratteristiche distintive del Marrone di Roccadaspide sono rappresentate da una pezzatura media dei frutti, di forma prevalentemente semisferica, dalla buccia sottile di color castano bruno con sfumature rossastre che è facilmente distaccabile. Ha un notevole contenuto zuccherino che lo rende molto gradito per il consumo allo stato fresco ma anche per l’utilizzo nella produzione di marron glacés, marmellate, castagne al rum, puree e deliziosi dolci tipici della tradizione.
Per le sue caratteristiche è tra le poche varietà di castagne campane a potersi definire botanicamente e merceologicamente di tipo “marrone”.

Questo I.G.P. è considerato, insieme alla Castagna di Montella e a quella di Serino, tra le migliori castagne prodotte in Campania; ciò non solo per la qualità intrinseca della varietà, ma anche per il terreno e il clima favorevole che contribuiscono ad esaltare il livello qualitativo del prodotto.

La sua produzione, come per le altre castagne della Campania, è molto antica e risale già all’XII secolo. Ne danno testimonianza i preziosi manoscritti conservati nell’archivio della Badia di Cava che documentano l’esistenza di questi castagneti già nel 1183-84. La diffusione significativa del Marrone di Roccadaspide deve molto anche ai Monaci Basiliani e Benedettini, come confermano alcuni ritrovamenti archeologici a Moio della Civitella e a Gioi Cilento.

Ma la vera svolta della castanicoltura cilentana avvenne quando, a partire dal secolo scorso, le produzioni dell’area, date le loro caratteristiche pregiate e i miglioramenti delle tecniche di coltivazione, si sono progressivamente affermate sui mercati internazionali. Negli anni ’40, poi, fu effettuata una massiccia azione di innesto che estese la zona di produzione di questo pregiato prodotto anche fuori da Roccadaspide.

La zona di produzione di questo prodotto è, oggi, localizzata nella provincia di Salerno ed in particolare nell’areale che comprende gli Alburni, il Calore salernitano e una parte del Cilento, coincidente in larga misura con il territorio del Parco del Cilento e Vallo di Diano, e comprendente circa 70 Comuni.

Nei primi anni 2000, su iniziativa della comunità locale e della cooperativa “Il Marrone”, il prodotto ha ottenuto un riconoscimento e una tutela formati da parte delle istituzioni; nel 2008, questo ha portato al riconoscimento ufficiale come I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 284/2008).

Castagna di Montella

Come già accennato prima, insieme al Marrone di Roccadaspide si posiziona ai primi posti nella produzione di castagne in Campania anche la Castagna di Montella. Sicuramente le motivazioni sono da ricercare, oltre che nella qualità intrinseca della varietà, anche nella composizione dei terreni in cui si produce, nel clima favorevole e nelle competenze acquisite dai castanicoltori.

Il frutto ha ricevuto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) nel 1987, diventando l’unico caso in Italia di prodotto ortifrutticolo con tale certificazione. Nel 1992, poi, la Commissione UE, con Regolamento CEE N. 2081/92 ha attribuito alla Castagna di Montella il riconoscimento di Indicazione geografica protetta, che si sostituisce al precedente.

Si tratta di castagne prodotte per il 90% dalla varietà Palummina (il cui nome deriva dalla forma del frutto, che ricorda una colomba, palomma in dialetto) e per il restante 10% dalla varietà Verdole. Esse sono solitamente di pezzatura media o medio – piccola, dalla forma rotondeggiante e dalla base piatta, con la sommità pelosa; il seme ha polpa bianca, è croccante ed è di sapore dolce. Queste caratteristiche rendono la Castagna di Montella adatta non solo all’utilizzo allo stato fresco o secco, ma anche a quello nell’industria di trasformazione, per uso marron glacés, marmellate, puree e dolci.

Le sue origini sono molto antiche: secondo alcuni, infatti, l’importazione del castagno dall’Asia Minore risalirebbe al VI – V secolo a.C.. Già in epoca longobarda, poi, se ne intuì l’importanza e fu emanata la prima legge per la tutela del frutto che, evidentemente, era considerato un prodotto prezioso. Basti pensare, infatti, all’importanza che assunse in epoca medievale la farina di castagna, soprattutto negli assedi di città e castelli grazie alla possibilità di lunga conservazione.

La produzione della Castagna di Montella si concentra nell’area del Terminio – Cervialto ed è limitata in particolare ai territori dei comuni di Montella, Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Nusco, Volturara Irpina e Montemarano. Tuttavia, una parte della produzione è giunta anche negli Stati Uniti e in Canada in seguito alle emigrazioni del XIX secolo.

Sicuramente, dunque, la Castagna di Montella è un prodotto di grande importanza nella produzione ortifrutticola nazionale e internazionale; della sua tutela, infatti, se ne occupa la Cooperativa Castagne di Montella, mentre il Consorzio di Tutela è in via di costituzione.

 

Carciofo di Paestum

Protetto dal consorzio di tutela dal 2012, invece, è il Carciofo di Paestum, I.G.P. dal 2004 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 465/2004).

Conosciuto anche con il nome di Tondo di Paestum, questo carciofo è ascrivibile al gruppo genetico dei carciofi di tipo “Romanesco”, ecotipo locale da cui deriva ma da cui si distingue per il carattere di precocità di maturazione, che gli consente di essere presente sul mercato prima di ogni altro carciofo di questo tipo.

Questa caratteristica, insieme all’aspetto rotondeggiante dei capolini, l’assenza di spine e la sua tenerezza, ha consacrato la sua fama tra i consumatori. Notorietà che è, sicuramente, anche frutto dell’accurata e laboriosa tecnica di coltivazione degli operatori agricoli della Piana del Sele, dove si coltiva principalmente, e del clima fresco e piovoso durante il lungo periodo di produzione (febbraio – maggio).

Le qualità intrinseche di questo I.G.P. consentono a questo prodotto di essere molto apprezzato in cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali come la pizza con i carciofini, la crema e il pasticcio ai carciofi, particolarmente graditi ai tanti turisti che visitano la Piana del Sele e in particolare i Templi di Paestum.

Quella del carciofo è diventata, a partire dagli anni ’70, una delle coltivazioni più importanti della Piana del Sele, in provincia di Salerno, e, in particolare, dei comuni di Agropoli, Albanella, Altavilla Silentina, Battipaglia, Bellizzi, Campagna, Capaccio, Cicerale, Eboli, Giungano, Montecorvino Pugliano, Ogliastro Cilento, Pontecagnano Faiano, Serre.

 

Limone Costa D’Amalfi e Limone di Sorrento

Il limone è uno dei frutti più diffusi nei comuni della penisola sorrentino – amalfitana e, in particolare, dei comuni di Maiori, Minori, Amalfi, Sorrento e Massa Lubrense.
Entrambe le coltivazioni sono molto antiche: si ha traccia del Limone Costa D’Amalfi già in epoca medievale, e di quello Sorrentino già nel Rinascimento.

Il limone Costa D’Amalfi fu introdotto dagli Arabi nel corso della loro espansione e delle loro conquiste, in Spagna, in Sicilia e in Campania. Ma la vera diffusione avvenne durante il Medioevo quando si scoprì che le sue proprietà favorivano la guarigione dello scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C, di cui questi agrumi sono notoriamente ricchi.

Il nome della varietà Sfusato Amalfitano, che dà luogo alla Indicazione Geografica Protetta “Limone Costa d’Amalfi”, deriva dalle sue due caratteristiche più importanti: la forma affusolata del frutto (da cui il termine “sfusato”) e la zona in cui si è sviluppato.

E’ un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate (la buccia spessa, la polpa succosa, l’aroma e il profumo intensi, la quasi assenza si semi) che lo rendono particolarmente adatto all’utilizzo in cucina, sia al naturale (nell’insalata, sulle carni, sul pesce) sia come ingrediente. Viene usato, infatti, non solo per il celebre liquore di limoni ma anche per il “caffè al limone”, servito da alcuni bar della zona, e per prodotti quali le delizie, i babà al limoncello, le torte, i profitteroles e altri dolci tipici della tradizione.

L’insieme di queste caratteristiche ha fatto sì che nel 2001 gli venisse conferita la certificazione I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001) e che, solo due anni dopo, venisse costituito il Consorzio di Tutela del Limone Costa D’Amalfi.

Per quanto riguarda il Limone di Sorrento, invece, la sua diffusione in Campania è documentata già a partire dal 1500 ma antenati dell’attuale ovale sorrentino risalgono già all’epoca dei romani. Negli scavi di Ercolano e Pompei sono stati, infatti, trovati numerosi dipinti che raffigurano limoni molto simili a quelli odierni di Sorrento.
Il prodotto è un ecotipo locale della specie Citrus Limone noto come Limone di Massa o Massese (Cultivar Massese) e, più comunemente, come Ovale di Sorrento.

Il limone di Sorrento è un prodotto che si distingue dagli altri prodotti simili grazie alle sue peculiari caratteristiche: dimensioni medio – grosse, forma ellittica, serbevolezza ed aroma. Le caratteristiche di qualità di questo IGP sono esaltate dalle particolari tecniche di produzione, ancora legate alla coltivazione delle piante sotto le famose pagliarelle, stuoie di paglia che vengono appoggiate a pali di sostegno di legno, solitamente di castagno, a copertura delle chiome degli alberi, al fine di proteggerli soprattutto dal freddo e dal vento e per conseguire anche un ritardo della maturazione dei frutti, che rappresenta uno dei principali elementi di tipicità di questa produzione.
Viene utilizzato anch’esso per numerosi piatti della tradizione, come le delizie, i babà al limoncello e il sorbetto al limone.

L’Ovale di Sorrento ha ricevuto la sua certificazione I.G.P. nel 2000 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 2446/2000) e, come lo sfusato, due anni dopo, nel 2002, è stato costituito il Consorzio di Tutela del Limone di Sorrento, ente preposto alla la valorizzazione, promozione e commercializzazione del prodotto.

Melannurca Campana

Altro prodotto di spicco dell’agricoltura Campana è la Melannurca, una delle varietà italiane di melo più conosciute e più apprezzate in assoluto dai consumatori, tale da essere conosciuta come la “Regina delle mele”.

Sappiamo che essa è presente in Campania da almeno due millenni grazie ad alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare, nella Casa dei Cervi. La prima documentazione risale al I secolo d.C., ovvero al trattato di Plinio il Vecchio Naturalis Historia, in cui viene indicata come Mala Orcula in relazione al limitrofo “Orco”, ovvero il Lago d’Averno, sede degli inferi.

La melannurca presenta due varietà: la Sergente, dal sapore acidulo e la buccia striata di colore giallo-verde; la Caporale, dal sapore dolce e di colore rosso.

Questa I.G.P. è medio – piccola e di forma appiattita – rotondeggiante, ed è conosciuta soprattutto per la sua polpa croccante, compatta e bianca, gradevolmente acidula e succosa, con aroma caratteristico e profumo finissimo. La sua buccia è proprio ciò che costituisce uno dei suoi elementi principali grazie alle sue virtù salutari: altamente nutritiva per l’alto contenuto in vitamine e minerali, ricca di fibre, diuretica, particolarmente adatta ai bambini ed agli anziani, è indicata spesso nelle diete ai malati e in particolare ai diabetici.

Queste caratteristiche sono esaltate dalla pratica di maturazione dei frutti nei melai, i quali sono disposti su file esponendo alla luce la parte meno arrossata, venendo poi periodicamente rigirati ed accuratamente scelti, scartando quelli intaccati o marciti.

Apprezzata, quindi, allo stato naturale, la melannurca viene utilizzata anche per la produzione di succhi, liquori e dolci tradizionali (crostate, sfogliatelle, mele cotte).

Nel marzo 2006 la la denominazione Melannurca Campana è stata riconosciuta quale Indicazione Geografica Protetta (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 417/2006) e nel 2007 ne è stato riconosciuto il Consorzio di tutela Melannurca Campania, costituitosi già nel 2005.

Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale

Il vitellone bianco dell’Appenino Centrale è l’unico prodotto di carne ad Indicazione Geografica Protetta in Campania ed è, ad oggi, l’unico marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dalla Comunità Europea per l’Italia. Si produce nelle aree interne collinari e montane degli Appenini Centrali, dal Tosco-Emiliano fino alla Campania, in cui sono comprese le province di Benevento ed Avellino.

Questa denominazione è riferita alle carni provenienti da bovini, maschi e femmine, esclusivamente di razza Chianina, Marchigiana e Romagnola, di età compresa fra i 12 ed i 24 mesi. Caratteristiche tipiche di questo animale sono la pigmentazione apicale nera, il mantello bianco e la precocità di maturazione.

L’eccellente qualità delle carni, che si presentano magre, sapide e a basso contenuto di colesterolo, si vede nel colore rosso vivo, la grana fine, la consistenza e l’elasticità. Qualità che derivano dalla razza dell’animale e dal regime alimentare durante il periodo dell’ingrassamento, e che la rendono un sinonimo di garanzia e bontà per la salute, grazie anche all’alto tasso di proteine e ferro in essa contenute.

Le razze Chianina, Marchigiana e Romagnola hanno origine in epoca etrusca: in vaste aree dell’Appennino centrale erano allevati, infatti, animali riconducibili alle razze su indicate, contraddistinti dal mantello bianco e dal notevole sviluppo somatico. Tutte e tre derivano dallo stesso ceppo podolico, quello del Bos Taurus Primigenius; in particolare, però, la Marchigiana, che è quella maggiormente diffusa in Campania, discende dall’unione delle altre due razze. Questo incrocio avvenne intorno alla metà dell’800 da parte degli allevatori marchigiani e completato nel secolo scorso.

L’indicazione Geografica Protetta è stata riconosciuta nel 1998 con Regolamento n. 134/98 (pubblicato sulla GUCE n. L 15/98 del 21 gennaio 1998), mentre il riconoscimento al Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale è arrivato solo nel 2004.

 

 

Pasta di Gragnano

Ultimo prodotto I.G.P. campano, ma non meno importante, è la Pasta di Gragnano, uno dei fiori all’occhiello del territorio napoletano e della città di Gragnano. E’ in questa città che la produzione di questa pasta affonda le sue radici. La storia data l’origine della fama di Gragnano come patria della produzione della pasta al 1845, quando il re Ferdinando II di Borbone, durante un pranzo concesse ai pastai gragnanesi il privilegio di fornire la corte di tutte le paste lunghe.

In realtà le sue origini sono di gran lunga più lontane, al tempo dei romani, quando si iniziò a macinare il grano per trasformarlo in farina che serviva per la produzione del pane. Col passare del tempo, poi, la necessità per le classi povere di avere un minimo di scorte alimentari, fece nascere la produzione della pasta secca. Questa pratica si sviluppò molto nel corso degli anni, in particolare nella città di Gragnano, poiché, già nel 1500, ci si rese conto che la sua posizione geografica era particolarmente indicata per la produzione della pasta. Gragnano, infatti, sorge in cima ad una valle, sulla quale sfociano numerose fonti montane la cui acqua sorgiva conferisce alla pasta un sapore unico, mentre il suo clima caldo e ventilato ne favorisce l’essiccazione che, anticamente, avveniva all’aperto.

I primi pastifici nacquero nel XVII secolo e ben presto la città divenne un centro industriale molto rinomato, ricco di aziende che, ancora oggi, seguono le stesse regole di lavorazione di un tempo. L’arte del fare la pasta, infatti, è stata tramandata in questa terra di generazione in generazione e alcune tecniche sono ancora oggi determinanti per l’ottenimento di un prodotto di qualità: l’utilizzo della semola di grano duro e la trafilatura in bronzo. Quest’ultima, in particolare, conferisce alla pasta quella rugosità tipica che le permette di trattenere alla perfezione il condimento.

La pasta di Gragnano, insomma, è il prodotto realizzato all’interno del comune di Gragnano e ottenuto solo dall’impasto della semola di grano duro con l’acqua della falda acquifera locale, con un profumo di grano maturo, un sapore sapido, un gusto deciso e un colore giallo paglierino. Queste sono le caratteristiche che, nel 2013 (con Regolamento (CE) nº 969/2013 della Commissione del 2 ottobre 2013), hanno permesso di ricevere la denominazione I.G.P.

Attualmente a Gragnano sono attive decine di pastifici, otto dei quali sono confluiti nel Consorzio Gragnano Città della Pasta, fondato nel 2003 con l’obiettivo di difendere e rilanciare la tradizione di Gragnano.

Ora che li conoscete un po’ meglio, non vi resta che assaggiarli tutti.

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

La Regina di Napoli: la Pizza

Pizza: un nome una certezza!

La pizza costituisce una bontà culinaria universalmente conosciuta e associata alla città di Napoli.

 

Tuttavia, la pizza non nasce in territorio partenopeo ma ha origini antichissime e le ipotesi riguardanti la sua provenienza geografica e l’etimologia del suo nome sono numerose e ancora oggi molto incerte.
Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e in un contratto di locazione datato 31 gennaio 1201 a Sulmona ed in seguito in quello di altre città italiane.

L’unica cosa certa è che a Napoli questo piatto ha raggiunto la sua massima espressione di eccellenza, diventando un vero e proprio simbolo della città.

Infatti, la vera pizza napoletana ha caratteristiche uniche e inimitabili e il suo arrivo a Napoli si fa risalire al 1600 circa, quando si decise di rendere più appetibile e saporita la tradizionale schiacciata di pane: pasta per pane cotta nel forno a legna, condita con aglio, strutto e sale grosso, oppure, nella versione più ricca, con caciocavallo e basilico.

Nonostante oggi esistano molteplici condimenti differenti, quella che individuiamo come la pizza napoletana verace ed artigianale è certamente nata dopo il ‘700, quando i colonizzatori spagnoli importarono il pomodoro dal Perù. Infatti, questo ingrediente costituisce il condimento fondamentale per la preparazione della vera pizza.

Tuttavia, l’approvazione ufficiale della pizza arriva solo nel 1889, in occasione della visita a Napoli dei sovrani d’Italia Re Umberto I e la Regina Margherita. La storia ci racconta che Raffaele Esposito, considerato il miglior pizzaiolo dell’epoca, realizzò per i sovrani tre pizze: la cosiddetta pizza alla “Mastunicòla” (strutto, formaggio e basilico), la pizza alla “Marinara” (pomodoro, aglio, olio e origano) e la pizza “pomodoro e mozzarella” (pomodoro, mozzarella e basilico), i cui colori richiamavano volutamente il tricolore italiano (rosso, bianco e verde).

La sovrana apprezzò talmente tanto quest’ultima versione da inviare una lettera di elogi e ringraziamenti al pizzaiolo. Per tale motivo e per contraccambiare, Esposito diede il nome della Regina alla sua creazione, che da allora si chiama “Pizza Margherita”.

 

Certamente, oltre alla genuinità degli ingredienti del condimento, come ad esempio l’olio certificato prodotto nella regione, è fondamentale anche quella degli ingredienti dell’impasto.

INGREDIENTI E PREPARAZIONE DELLA VERA PIZZA NAPOLETANA:

  • acqua
  • lievito di birra fresco
  • sale marino

La genuinità degli ingredienti da sola non garantisce il successo della pizza: l’impasto va lavorato accuratamente e poi lasciato lievitare una prima volta. Alla formatura e allo staglio segue una seconda lievitazione, che precede un’ulteriore fase di lavorazione, durante la quale la pizza viene spianata e condita e, infine, cotta nel forno a legna.

Quella della preparazione della pizza verace è considerata una vera e propria arte, della quale, al di là delle origini geografiche, la città di Napoli si è guadagnata la paternità.

Infatti, dal 4 febbraio 2010, la pizza napoletana è stata ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita (STG) dalla Comunità Europea. Nel 2011 è stata presentata dall’Italia come candidata al riconoscimento UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.

Oggi che la pizza è così diffusa, c’è il rischio che si perda la genuinità e l’unicità di tale prodotto. Proprio per questo, è stata istituita l’Accademia della Vera Pizza Napoletana, che tutela la pizza originale, le sue regole antiche e la sua genuinità. Questo a beneficio sia dei consumatori che possono consumare un prodotto autentico e certificato e sia per i pizzaioli che possono far emergere chiaramente la propria professionalità con un’associazione che opera in tutto il mondo per tutelare uno dei prodotti più consumati e conosciuti, la pizza.

Ora che conoscete la storia della vera pizza napoletana, non vi resta che assaggiarla, scegliendo tra i numerosi produttori presenti in tutta la Campania!

 

Le infinite risorse del Cilento

Il patrimonio culturale del Cilento presentato a Bruxelles

Hetor sarà presente all’evento “Il patrimonio culturale della Regione Campania” che si terrà il 30 maggio a Bruxelles, organizzato dall’Istituto di cultura Bruxelles. Saranno esposti alcuni progetti di interesse nazionale ed internazionale, presentati grazie a supporti che è possibile utilizzare nel campo delle nuove tecnologie e dell’informazione.

In questa prospettiva, verrà sviluppato un focus su un’area meno conosciuta che ha intrapreso, grazie all’integrazione delle risorse dei Fondi Strutturali, una percorso originale di sviluppo, coerente con gli elementi fortemente caratterizzanti questo territorio e con le sfide della globalizzazione. Trattasi di un territorio molto esteso, che comprende gran parte del territorio a Sud di Napoli, e che rappresenta un esempio di un concreto laboratorio di innovazione istituzionale che comprende anche il buon uso dei contributi comunitari. Si tratta del Cilento, identificato dal Parco Nazionale, che ha ricevuto dall’UNESCO ben quattro riconoscimenti mondiali come Patrimonio dell’Umanità – Paesaggio culturale, che comprende (il Parco, Paestum, Elea Velia e la Certosa di Padula), Riserva della Biosfera, GeoParco UNESCO e capitale mondiale della Dieta Mediterranea, con 12 Bandiere blu lungo 100 Km di costa e due aree marine protette di prestigio internazionale che hanno portato ad sistema economico produttivo che si caratterizza per la presenza di una impresa agricola molto orientata al bio, integrata alla risorsa mare ed organizzata nel primo Biodistretto d’Italia. La strategia intrapresa è volta a integrare i vari progetti nella logica della programmazione comunitaria e a superare i particolarismi storici che caratterizzano questi territori nei quali insistono molti comuni di piccole dimensioni in un contesto ricchissimo di PATRIMONIO culturale e naturale che fanno di questa area una zona unica in Campania e nel mondo.

 

 

Visitando il Cilento è possibile scoprirne la storia, la civiltà e la cultura, ma anche la cucina tipica, che utilizza sempre prodotti del territorio che sono preparati con le ricette tradizionali di una volta, una cucina sana e di qualità nel rispetto della biodiversità e stagionalità.

Il Cilento è una terra dai mille volti che conserva i resti della civiltà greca, i ricordi classici, le rocche feudali e le torri costiere. Splendidi paesaggi naturalistici ricchi di ulivi e colline verdeggianti da un lato, dall’altro la costa con le sue insenature e ampie spiagge dorate con le limpide acque azzurre del mare.

Eppure il Cilento è ricco di tanti gioielli altrettanto preziosi, anche se meno famosi, che meritano di essere scoperti.

 

Castelli e Torri del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese del film “Benvenuti al Sud” che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il sistema difensivo di epoca vicereale della costa cilentana conta circa 70 torri, alcune ancora in buono stato di conservazione, tra le quali:

Torre Oliva o dell’Olivo, situata a San Giovanni a Piro;
Torre Petrosa, a Vibonati;
Torre Mezzatorre o Cala delle Acque, situata a San Mauro Cilento.

 

 

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate.

Il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo è stato importante come luogo di culto, ma anche come centro di attività economiche, palestra di educazione per i contadini che appresero tecniche nuove per l’agricoltura.

L’importanza del complesso monastico risiede nel fatto che esso, prima del 1063, anno della morte dell’ultimo egumeno, era un monastero di rito greco, la cui esistenza è ricordata in un documento risalente all’anno 963. I ruderi del complesso si trovano presso l’odierno abitato di Perdifumo, alle pendici del colle Sant’Arcangelo. La cappella fu aperta al culto fino al 1792, quando il luogo di culto fu abbandonato e trasformato in casa colonica.

A Caselle in Pittari si trovano la grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo.

Si tratta di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele: gli ingressi delle due grotte si aprono in uno spiazzo raggiungibile tramite un comodo sentiero che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto del Santo, presentando al loro interno altari con raffigurazioni dell’arcangelo. Le grotte sono caratterizzate da intensi fenomeni di concrezionamento (stalattiti e stalagmiti), che spesso creano passaggi molto angusti ma al contempo danno vita ad ambienti da favola, davvero evocativi e incantevoli.

 

 

Nel patrimonio delle chiese rupestri cilentano troviamo un vasto assortimento di chiese rupestri, monasteri, santuari, grotte, che soddisfano i bisogni della popolazione locale, sparpagliata su un territorio molto vasto e quindi accompagnano, nella loro collocazione, la formazione degli assetti del territorio.

Tra le altre troviamo anche:
• il Santuario rupestre di Santa Maria di Pietrasanta a San Giovanni a Piro
• la Grotta di San Biagio a Camerota
• la Grotta della Madonna a Celle di Bulgheria

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio offre. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum, costituisce uno dei fiori all’occhiello della regione e accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati in una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: tra tutti, i celebri tempi dorici, in ottimo stato di conservazione, ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Quest’ultimo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di tale genere di edifici. Costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

 

Partendo dai formaggi:

  • il Formaggio caprino del Cilento
  • la Manteca del Cilento
  • la Mozzarella nella mortella
  • la Cacioricotta caprina del Cilento

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Sicuramente non può mancare di essere annoverato tra i prodotti tipici cilentani il Carciofo di Paestum I.G.P..

Le radici della sua coltivazione vengono fatte risalire al tempo dei Borboni, il cui ufficio statistico già nel 1811 segnalava la presenza di carciofi nella zona. Le prime coltivazioni specializzate di carciofo sono state realizzate da agricoltori del Napoletano che impiantarono loro ecotipi proprio nelle zone adiacenti ai famosi Templi di Paestum. Ma la vera e propria diffusione del carciofo nell’area cilentana risale agli anni ’30, a seguito delle opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportate dalla riforma fondiaria.

L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine sono i principali requisiti qualitativi e peculiari che conferiscono al Carciofo di Paestum la certificazione I.G.P., caratteristiche che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori. Difatti è uno degli ingredienti fondamentali della dieta mediterranea: molto apprezzato in cucina, viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in tutta l’area cilentana; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le Alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

L’ olio Cilento D.O.P. è ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

 

 

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Paestum”

Il  “Cilento” è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

 

 

Il “Paestum” I.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

 

 

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, che produce Cilento e Paestum
  • “San Giovanni”, che produce Paestum
  • “Donna Clara”, che produce Cilento e Paestum
  • “De Conciliis”, che produce Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum
  • “Cobellis”, che produce Paestum
  • “Luigi Maffini”, che produce Cilento e Paestum
  • “Verrone Viticoltori”, che produce Cilento e Paestum
  • “Carmine Botti”, che produce Cilento
  • “Raffaele Marino”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

 

 

Il Cilento è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.

 

Avellino: un viaggio tra cultura, tradizioni ed enogastronomia

Avellino è una terra ricca di cultura, tradizioni ed enogastronomia. In questo percorso che attraversa il cuore della provincia, scopriremo insieme tutte le bellezze che questo patrimonio territoriale ci offre.

Zaini in spalla, si parte!

PRIMA TAPPA: MIRABELLA ECLANO

Il nostro viaggio parte da Aeclanum, oggi Mirabella Eclano, uno dei centri sanniti più importanti dell’Irpinia, posizionato tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita. Ciò che resta dell’antica città si trova all’interno del Parco archeologico di Mirabella Eclano.

Tra i resti dell’antica città troviamo il complesso termale, dove sono ancora visibili il Calidarium, il Tepidarium, ed il Frigidarium, risalenti al II secolo d.C. La struttura si compone due livelli: il primo, che ospita ambienti destinati esclusivamente ai bagni; il secondo, dove venivano praticate altre attività come massaggi, musica ecc.

Il Macellum è l’antica piazza in cui veniva svolto il mercato alimentare di cui è visibile solo la costruzione centrale a pianta circolare. E’ possibile visitare anche i resti delle mura e alcune botteghe e abitazioni.

La Basilica paleocristiana risale all’età tardo-antica ed è articolata in tre navate con un pavimento a mosaico, al cui interno è presente una fonte battesimale. Ad un livello inferiore rispetto all’edificio religioso si conservano i resti di una domus di età imperiale romana, con un ambiente adibito a magazzino.

Un altro rinvenimento è costituito dalla Necropoli eneolitica, rinvenuta in località Madonna delle Grazie, lungo la strada Mirabella-Taurasi. Il reperto è di proprietà privata ma vi è la possibilità di visitarlo chiedendo il permesso in loco.

Dopo la visita al parco archeologico, non si può lasciare la città prima di aver visitato i Musei civici che raccontano storia e tradizioni locali.

Il Museo civico dell’arte sacra ospita oggetti e opere d’arte legati alla vita religiosa della Parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il percorso museale è allestito nei locali della chiesa medioevale dell’ex Confraternita del SS. Rosario. Tra i numerosi oggetti, si conservano importanti paramenti sacri del ‘700 ed argenti, tra i quali il busto-reliquiario di San Prisco; un prezioso Exultet o Rotolo di Quintodecimo, che si trova nella biblioteca storica; sette pergamene di scrittura beneventana dei secoli X-XI.

Il Museo civico dei misteri di cartapesta è situato in quelle che un tempo costituivano le scuderie del convento francescano e si snoda lungo un percorso che accompagna il visitatore lungo le tappe della Passione di Cristo. I gruppi scultorei sono realizzati in cartapesta e sono opera dell’artista eclanese Antonio Russo che nel 1875 li donò alla città. All’interno del museo è possibile apprendere i principali metodi di lavorazione della cartapesta grazie a supporti didattici audio-visivi e alla presenza di una sala multimediale.

Il Museo civico del carro è allestito al primo piano dello stesso complesso monumentale di San Francesco, sede del Municipio di Mirabella Eclano. Il museo espone alcune parti originali dei sette registri che compongono il “Carro di Mirabella Eclano”, un obelisco alto 25 metri, interamente rivestito di pannelli in paglia intrecciata, frutto del lavoro di abili artigiani. Il trasporto del Carro avviene ogni anno nel giorno consacrato alla Madonna Addolorata. All’interno del Museo è anche presente una mostra permanente di fotografie che illustrano la storia del Carro sin dal suo primo progetto datato 1869, percorrendo le fasi salienti della sua costruzione fino al momento più significativo della “tirata”.

SECONDA TAPPA: TAURASI

Il viaggio prosegue verso Taurasi, a circa 6 km da Mirabella Eclano. Il territorio è noto soprattutto per la produzione del vino Taurasi, degustato e apprezzato in tutto il mondo. Infatti, numerosi sono i produttori presenti nella zona e dopo le fatiche del viaggio un bicchiere di vino sarebbe l’ideale! Infatti, è anche possibile visitare le cantine e degustare il vino insieme ai prodotti tipici della zona.

Ma attenzione a non esagerare… Perché oltre alle cantine, il tour prevede anche una tappa al Museo archeologico di Taurasi. Il museo raccoglie testimonianze archeologiche del più antico popolamento del territorio di Taurasi e di Mirabella Eclano nella media valle del Calore, riportate alla luce durante gli scavi realizzati intorno alla metà degli anni ’90, in contrada S. Martino.

L’area ha restituito le più significative manifestazioni dell’ Eneolitico in Campania. Sono state individuate numerose capanne, risalenti a 4500-4000 anni fa circa, diverse per forma e dimensione, provviste di un muro perimetrale in pietra a secco che doveva sorreggere l’intera struttura lignea, non più conservata. All’interno sono stati rinvenuti vasi di ceramica e strumenti litici, esposti in mostra, insieme a numerosi cinerari.

TERZA TAPPA: CASTELVETERE E MONTEMARANO

Il viaggio alla scoperta di Avellino continua verso Castelvetere, a circa 16 km da Taurasi. Questo luogo prende il suo nome proprio dalla presenza di un castello, situato alle pendici del Monte Tuoro. Il castello ha subito diverse modifiche e rimaneggiamenti nel corso del tempo che ne hanno alterato profondamente l’aspetto originario.

Il borgo di Castelvetere è stato recuperato e trasformato e oggi fa parte di un complesso turistico. Per i viaggiatori che desiderano fare una sosta e godere delle bellezze del luogo, è possibile soggiornare negli alloggi presenti all’interno dell’albergo diffuso e accedere ad alcune parti del castello, inglobate all’interno degli edifici.

A soli 4 km si trova Montemarano, dove è possibile visitare due Musei legati alla storia locale.

Il Museo dei parati sacri costituisce la testimonianza viva di un’antica civiltà con la sua collezione di preziosi tessuti italiani, realizzati per buona parte in Italia Meridionale, tra il XVI e l’inizio del XX. Esso rappresenta il cuore di una delle collezioni più importanti di Parati Sacri per la qualità, la varietà e l’antichità degli oggetti custoditi ed esposti.

Il Museo etnomusicale “Celestino Coscia e Antonio Bocchino” ospita numerose raccolte fotografiche, materiale discografico, visivo, libri e documenti vari che testimoniano l’importanza della etnomusicologia locale, e pannelli espositivi che raccontano la storia e le tradizioni locali. All’interno della struttura sono presenti anche strumenti musicali tradizionali, che esaltano una delle più radicate tradizioni folckloristiche di Montemarano, il Carnevale.

Per i viaggiatori che desiderano rilassarsi e godere a pieno le bellezze del territorio, è possibile sostare in una delle numerose cantine che si trovano lungo tutto il tragitto, consultabili sulla mappa.

QUARTA TAPPA: MONTELLA

La prossima tappa si trova a circa 15 km, e precisamente a Montella. In questo comune in provincia di Avellino si trova il Convento di San Francesco a Folloni, riconosciuto come monumento nazionale. Sembra che il Convento fu fondato dallo stesso San Francesco d’Assisi, di passaggio verso il santuario di San Michele sul Gargano, nel gennaio 1222.

L’odierno complesso architettonico è frutto di un rinnovato intervento edilizio della metà del Settecento, reso necessario in seguito al terremoto del 1732. Nella chiesa settecentesca si trovano alcune opere di grande pregio, tra cui gli stucchi di Francesco Conforto e il pavimento maiolicato datato 1750. Inoltre, vi è anche il sarcofago di Diego I Cavaniglia, conte di Montella, ad opera di Jacopo della Pila, e la lastra sepolcrale della contessa Margherita Orsini, moglie del conte.

Nel Museo annesso al convento di San Francesco sono conservati notevoli beni artistici custoditi nei secoli, tra cui i paramenti sacri in broccato di seta del XVI secolo, di grande valore storico e artistico. La collezione comprende anche arredi, ceramiche, argenti, stoffe, stampe che vanno dal XV al XIX secolo, nonché numerose reliquie. Dal 2011 è esposta la giornea del conte Diego I Cavaniglia, morto nel 1481. Rinvenuta nel 2004 e sottoposta a lungo restauro, costituisce l’unico esempio di questo indumento ancora esistente al mondo. Al museo è annessa anche la Biblioteca che conserva circa 20.000 volumi editi dai primi del Cinquecento fino a tutto il Settecento.

Prima di lasciare questo luogo e raggiungere l’ultima tappa del nostro itinerario, è d’obbligo assaggiare la pregiata castagna di Montella I.G.P., prodotto tipico del territorio dalle caratteristiche uniche.

QUINTA TAPPA: BAGNOLI IRPINO

Spostandosi di soli 5 km si raggiunge Bagnoli Irpino, dove potremo concludere il nostro viaggio in maniera del tutto avventurosa, salendo a circa 910 m di altezza dove si trova la Grotta di San Pantaleone, in una posizione panoramica mozzafiato.

All’interno della grotta si trova un’antica cappella-eremo rupestre, meta di venerazione e pellegrinaggio da parte della gente locale che si spingeva lungo l’antico tratturo con il capo cinto da una corona di spine a simboleggiare il martirio subito dal Santo. La tradizione è stata portata avanti fino alla metà dello scorso secolo, quando il luogo è caduto in totale stato di abbandono. 

Fortunatamente, oggi è in corso un’impegnativa opera di recupero, consolidamento e restauro conservativo della struttura, ivi compresi l’installazione di un cancelletto d’ingresso ed il ripristino della passerella che ne agevola l’accesso. 

L’avventura sembrerebbe giunta al termine… Ma la tradizione campana vuole che non si possa concludere un viaggio senza aver fatto prima uno “spuntino”. E Bagnoli Irpino costituisce proprio il luogo ideale, poiché ci offre una serie di prodotti tipici davvero gustosi, tra cui il pregiatissimo Tartufo nero, ottimo come condimento per spaghetti, penne aglio e olio, frittata e, addirittura, per la pizza o come piatto principale della rinomata insalata di tartufo “alla bagnolese”.

Dal latte della pecora bagnolese, nutrita esclusivamente con pascoli naturali in piccoli allevamenti lontani dai grandi insediamenti urbani si ricava il “casu’r pecora” il cosiddetto “Pecorino bagnolese” che, a seconda della stagionatura, può essere mangiato dopo qualche giorno a fette o arrostito; dopo 2-3 mesi come pietanza da tavolo, con frutta o miele; dopo 5-6 mesi come formaggio da grattugia, quando avrà acquisito una certa piccantezza.  

Ora il viaggio può dirsi concluso. Che siate dei viaggiatori desiderosi di avventura, affamati di conoscenza o cultori della buona tavola, questo itinerario nel cuore della provincia di Avellino farà sicuramente al caso vostro!

Buon viaggio!

 

I 5 piatti tipici di Pasqua da non perdere

Ad ogni festa le sue pietanze!

Si, è proprio così, ogni festa ha la sua tradizione culinaria. In Campania, oltre alle classiche uova di cioccolata e alla colomba, la Pasqua si festeggia consumando i dolci e le torte salate tipiche del periodo e della tradizione, che seguono un rituale e una attenta preparazione già a partire dai giorni che precedono la festa. Oltre ad essere una festa cristiana, Pasqua, infatti, è anche un’occasione di intimità familiare e buon cibo che si sposa alla perfezione con la tradizione culinaria Campana.

Ovviamente le specialità sono tante, ma in questa sede vi presentiamo 5 delle specialità campane tipiche del periodo pasquale che non si possono assolutamente perdere.

Casatiello

Il casatiello salato, un vero caposaldo della cucina napoletana, è una tipica torta rustica pasquale. La sua forma e la sua decorazione, infatti, sono ricche di simboli religiosi: le uova racchiuse in una croce di pasta ricordano la Passione di Cristo; la forma ad anello indica continuità, così come la Pasqua è raccordo tra nascita e morte.

Il suo nome deriva dal latino “caseus” o dal dialettale “caso” che significa formaggio, uno dei suoi principali ingredienti.
Infatti, anche se, come tutte le ricette legate saldamente alla tradizione, il casatiello assume delle piccole varianti in ogni famiglia, ci sono degli ingredienti che al suo interno non possono proprio mancare.

Ingredienti:

– 1 kg di farina
– 2 cubetti di lievito di birra
– 100 g di strutto
– Sale, pepe
– 400 g di formaggi misti (pecorino, provolone piccante, grana, ecc)
– 400 g di salame napoletano
– 4 uova

Preparazione:

Sciogliete il lievito in acqua tiepida, unite la farina e iniziate l’impasto, unite poi lo strutto, il sale e il pepe, poi coprite il composto e fate riposare qualche ora, finché non sarà raddoppiato il volume. Stendete il composto sulla spianatoia (lasciandone un po’ da parte per la fase finale) ricavando un ovale, spennellatelo con poco strutto, distribuitevi i formaggi misti e il salame. Arrotolate l’impasto partendo dalla parte lunga, chiudetelo a anello infilando un’estremità nell’altra e disponetelo in uno stampo a ciambella, unto di strutto. Spennellate il casatiello con l’uovo sbattuto, poi con le mani ricavate quattro fossette e incastratevi 4 uova sode. Con la pasta tenuta da parte ricavate delle strisce e fissatele a x sulle uova. Fate lievitare ancora il casatiello, diverse ore, anche un giorno intero (in questo caso al fresco) e cuocetelo in forno già caldo a 180° per circa 60′.

Casatiello dolce

Il casatiello dolce è uno dei dolci tipici del periodo pasquale, soprattutto delle zone costiere e dell’area napoletana che, tuttavia, sta pian piano scomparendo.
Rispetto al casatiello salato, infatti, ha una preparazione molto più lunga ed elaborata, una lievitazione che può durare giorni, grazie all’utilizzo del “criscito” che in dialetto napoletano non è altro che il lievito madre. Per i più pazienti, ecco la ricetta.

Ingredienti:

• 1 kg di farina
• 10 uova
• 550 g di zucchero semolato
• 400 g di lievito madre
• 8 g di lievito di birra
• 10 g di sale
• 300 g di sugna (strutto)
• 250 ml di latte intero
• mezzo bicchierino di liquore Strega
• 1 limone buccia grattugiata
• 1 arancia buccia grattugiata
• 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
• 1 fialetta di fior d’arancio
• cedro candito a pezzi
Per la decorazione
• 1 albume
• 250 g di zucchero a velo
• 2 cucchiaini di succo di limone
• confettini morbidi colorati

Procedimento:

In una grande terrina sbattete le uova con lo zucchero. In una ciotola a parte, sciogliete bene il criscito ed il lievito con il latte appena tiepido fino ad eliminare tutti i grumi; aggiungetelo al composto di uova e mescolate bene. Unite al composto di uova anche la farina, il sale, la sugna, la vaniglia, il liquore, il fior d’arancio e le bucce grattugiate di limone e arancia; lavorate l’impasto a lungo in modo vigoroso per circa 1 ora se impastate a mano oppure per circa 35 minuti con l’impastatrice. L’impasto è pronto quando inizia a “sbuffare”, si creano delle bolle d’aria e diventa più elastico. A questo punto aggiungete il cedro candito tagliato a piccoli pezzetti e mescolate giusto per amalgamarlo.

Fate riposare l’impasto nella terrina coperta per circa 2 ore. Dividete l’impasto i 2 stampi troncoconici alti e dal diametro di 24 cm (dovete riempire lo stampo di ⅓ della sua capienza); coprite con pellicola alimentare a fate lievitare in luogo lontano da correnti d’aria ben coperto. Infornate in forno caldo statico a 190° per circa 60 minuti. Quando è freddo procedete alla decorazione.

Preparazione della ghiaccia reale: In una ciotola mescolate lo zucchero a velo con l’albume e 2 cucchiai di succo di limone filtrato, sbattete bene con le fruste fino ad avere una glassa lucida. Decorate il casatiello con la ghiaccia e cospargetelo di confettini colorati.

Puccellato dolce e salato

Il puccellato è un altro prodotto tipico del periodo pasquale della provincia di Benevento e, in particolare, del comune di Fragneto l’Abate, luogo in cui è stato inventato.
E’ un prodotto molto antico, risalente almeno al Medioevo, dato che viene menzionato in alcuni documenti del XII secolo come pagamento per i fitti che gli inquilini dovevano ai padroni.

Il suo nome deriva dalla trasformazione fonetica e gastronomica del “buccellato”, l’antico pane che in epoca tardo romana veniva dato ai militari, a sua volta derivante da “buccello” che significa “boccone”.
Il puccellato esiste sia nella versione dolce che in quella salata, che si differenziano per l’utilizzo di alcuni ingredienti ma che sono identiche nella lavorazione.

Ingredienti per il puccellato dolce:

– 12 uova
– 1 kg di farina
– Zucchero
– Burro
– Vaniglia
– Liquore
– Cedro
– Uva passa

Ingredienti per il puccellato salato:

– 1 Kg di farina
– 200 g di sugna
– 1 cucchiaino di zucchero
– 12 uova fresche
– 30 g di lievito
– Sale, pepe

Procedimento:

La base è un impasto di 5 uova con la farina che, nella versione dolce, va mischiato con abbondante zucchero e burro e poi aromatizzato con vaniglia, liquore, cedro e uva passa, mentre in quella salata, prevede l’aggiunta di sugna, pepe grosso ed appena un cucchiaino di zucchero. Man mano che si impasta, vanno aggiunte altre 7 uova ed il lievito e poi si deve lasciare a riposo per oltre 2 ore prima di dare alla massa la forma di una panella, che deve lievitare a lungo prima di essere infornata.

Tasca

La Tasca, al contrario del puccellato, è tipico di tutta l’area campana, anche se maggiormente della zona di Padula e del Vallo di Diano. A seconda della zona di produzione, assume nomi diversi: Tasca è in uso soprattutto in provincia di Salerno; pizza chiena è utilizzato nell’avellinese; canascione nel napoletano e nel casertano.

Nonostante i vari nomi e le piccole differenze nella realizzazione tra le varie zone di produzione, la Tasca è a tutti gli effetti una sorta di pizza o di pasta di pane ripiena. La sua ricetta, molto antica, ci arriva da una tradizione assolutamente orale, poiché la tasca viene preparata ancora oggi esclusivamente in casa, nel periodo pasquale. La tradizione vuole che venisse mangiata il Sabato Santo e che in famiglia se ne preparassero varie e di molteplici dimensioni, anche delle “tasche” in formato piccolo, per i bambini.

Ingredienti:

– Farina
– Uova
– Strutto
– Sale
– lievito
– Formaggi vari
– Salumi

Procedimento:

Preparare l’impasto della pizza piena disponendo la farina a fontana con all’interno l’acqua e il lievito. Quando l’acqua sarà stata assorbita dalla farina, trasferite l’impasto sulla spianatoia quindi aggiungere il sale e lo strutto un po’ per volta. Impastare a lungo l’impasto fino ad ottenere un panetto elastico ed omogeneo. Mettete l’impasto a lievitare in un posto al caldo e lontano da correnti per un paio d’ore. Nel frattempo preparate il ripieno, in un’ampia ciotola sbattete le uova con il sale, il pepe e i formaggi.

Aggiungete ora salumi e formaggi tagliati a dadini e mescolate il tutto. Dividete la pasta in 2 parti e stendete ogni panetto in un disco di 3 mm di spessore. Foderate con un primo disco di pasta una teglia da 24 cm in cui avrete steso un po’ di strutto e versateci il ripieno di uova formaggi e salumi. Chiudete con un’altra sfoglia e sigillate bene i bordi tutto intorno alla pizza. Ungete la superficie della pizza con altro strutto, quindi infornate a 170° per 50 minuti.

Pastiera

Dulcis in fundo la pastiera, il dolce caposaldo della pasqua campana, risalente almeno al 1600. Viene menzionata, infatti, già da Giambattista Basile, in “La Gatta Cenerentola”, tra le delizie più buone presenti nel banchetto finale.
Come ogni dolce regionale che si rispetti, anche la pastiera conosce diverse varianti e accorgimenti. Noi qui vi suggeriamo la versione più classica.

Ingredienti Pasta Frolla:

– 3 uova
– 500 g di farina
– 200 g di zucchero
– 200 g di strutto o burro

Ingredienti per la farcia:

– 700 g di ricotta di pecora
– 400 g di grano cotto
– 600 g di zucchero
– 1 limone
– 50 g di cedro candito
– 50 di arancia candita
– 50 g di zucca candita
– 100 g di latte
– 30 g di burro
– 5 uova intere
– 2 tuorli
– 1 bustina di vanillina
– 1 fiala di fiori d’arancio

Procedimento:

Per la pasta frolla, disponete su un tavolo la farina e lo zucchero a fontana con al centro il burro ammorbidito, i 3 tuorli d’uovo e la buccia grattugiata di mezzo limone. Amalgamate il tutto lavorando la pasta fino a che non diventa uniforme.

Versate in una casseruola il grano cotto, il latte, il burro e la scorza grattugiata di 1 limone; lasciate cuocere per 10 minuti mescolando spesso finché diventi crema. Frullate a parte la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere più 2 tuorli, una bustina di vaniglia e un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio (alcune varianti prevedono l’uso dei millefiori). Lavorate il tutto fino a rendere l’impasto molto sottile. Aggiungete una grattata di buccia di un limone e i canditi tagliati a dadi. Amalgamate il tutto con il grano.

Prendete la pasta frolla e distendete l’impasto allo spessore di circa 1/2 cm con il mattarello e rivestite la teglia (c.a. 30 cm. di diametro) precedentemente imburrata, ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce. Versate il composto di ricotta nella teglia, livellatelo, ripiegate verso l’interno i bordi della pasta e decorate con strisce formando una grata che pennellerete con un tuorlo sbattuto.
Infornate a 180 gradi per un’ora e mezzo finché la pastiera non avrà preso un colore ambrato; lasciate raffreddare e, prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.

Ecco i 5 prodotti tipici che non possono mai mancare sulle tavole campane nelle giornate pasquali. Ora che avete tutte le ricette, non vi resta che provarli tutti!
Buona Pasqua!

Le eccellenze campane: i 5 oli DOP della Regione

In una società sempre più attenta al benessere e alla salute, la dieta mediterranea viene presa come modello di alimentazione. In questo contesto, il patrimonio enogastronomico campano assume un ruolo centrale, vantando una molteplicità di eccellenze riconosciute in tutto il mondo.

Tra queste, l’olio costituisce uno dei principali elementi di spicco della regione e quando parliamo di prodotti DOP, la qualità è anche certificata oltre che conosciuta.

La grande vocazione olivicola della Campania, che risulta  la quarta regione italiana per quantità di prodotto e la sesta per superficie olivetata, si esprime su tutto il territorio, anche se il primato spetta alla provincia di Salerno.

 

 

CILENTO

La coltivazione dell’olivo è fortemente radicata nelle popolazioni cilentane ed ha origini molto antiche. La tradizione, infatti, vuole che i Focesi portarono dalla Grecia la più antica delle varietà di olive da olio, la Pisciottana, che resiste molto bene ai venti salmastri della zona e all’aridità del terreno e ancora oggi conferisce all’olio Cilento la sua tipicità.

L’olio Cilento DOP si ottiene dalla premitura di olive delle varietà Pisciottana, Rotondella, Ogliarola, Frantoio, Salella e Leccino per almeno l’ 85% ma possono concorrere altre varietà locali presenti nell’area di produzione in misura non superiore al 15%.

Gli olivi secolari e di grande taglia del Cilento impongono sistemi di allevamento tradizionali, che vengono armonizzati alle più moderne tecnologie di lavorazione. Particolare cura viene posta durante le fasi della raccolta, del trasporto e della conservazione delle olive.

Per essere ammesse alla produzione di olio DOP, le olive devono essere raccolte rigorosamente a mano entro il 31 dicembre di ogni anno e la molitura deve essere effettuata entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Cilento comprende 62 comuni, a sud della provincia di Salerno, tutti inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e tutti caratterizzati dalla presenza di olivi secolari, che rappresentano l’elemento dominante del paesaggio.

L’olio, al consumo, appare di colore giallo paglierino con buona vivacità ed intensità. All’esame olfattivo mostra un leggero sentore fruttato, talvolta con note di mela e di foglia verde. Il gusto è tenue e delicato di oliva fresca, fondamentalmente dolce con appena percettibili note vivaci di amaro e piccante. E’ discretamente fluido, con evidenti sentori di pinolo e retrogusto di nocciola e mandorla.

La notevole presenza di note aromatiche fa sì che quest’olio possa essere pienamente gustato su piatti di una certa consistenza o sui primi piatti. Consigliamo quindi di provarlo sulle melanzane a scarpone o come condimento al noto fusillo di Gioi, prodotti tipici del territorio.

 

 

COLLINE SALERNITANE

Il territorio del salernitano ci offre un altro olio di grande prestigio e di antichissime origini, Colline Salernitane, che deriva da varietà autoctone.

L’olio trae la sua tipicità proprio dalla peculiarità del territorio, dotato di connotazioni climatiche, paesaggistiche, storiche e culturali assolutamente originali. Esso si produce in un’area fortemente vocata alla coltivazione dell’olivo, caratterizzata da un patrimonio varietale particolarmente ricco e originale.

L’olio si ottiene dalla premitura di olive quali: Rotondella, Frantoio, Carpellese o Nostrale per almeno il 65%; Ogliarola e Leccino in misura non superiore al 35 %, mentre è ammessa la presenza di altre varietà locali per un massimo del 20%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali dell’area delle Colline Salernitane, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato e noto pregio qualitativo. Le olive destinate alla produzione dell’olio DOP Colline Salernitane devono essere raccolte esclusivamente a mano entro il 31 Dicembre di ogni anno e molite entro e non oltre il secondo giorno dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane comprende 86 comuni della provincia di Salerno, presenti in una vasta area olivetata che comprende: la Costiera Amalfitana, la Valle del Calore, i Picentini, gli Alburni, l’Alto e Medio Sele, le colline del Tanagro e parte del Vallo di Diano.

L’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane presenta, al consumo, un bel colore che va dal verde al giallo paglierino più o meno intenso. All’olfatto mostra un deciso ed ampio sentore fruttato di oliva pulita, con discrete note di foglia verde, di erba e di pomodoro acerbo. Al gusto rivela un sapore deciso e persistente, gradevolmente amaro e piccante, giustamente corposo, con buona ed equilibrata struttura e chiari sentori di carciofo, cardo e vegetali amari. 

La notevole presenza di note aromatiche fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione campana e grigliate di pesce. Vi consigliamo di provarlo con alcuni prodotti tipici della zona come la minestra caggianese e la cuccija, una minestra tipica del Vallo di Diano, oltre che con le numerose varietà di legumi tipici del territorio quali i fagioli dell’occhio, i fagioli di Gorga, i fagioli di Controne e i ceci di Cicerale.

 

 

PENISOLA SORRENTINA

La coltivazione dell’olivo in Penisola Sorrentina risale a tempi antichissimi. Nell’intera zona, infatti, sono stati rinvenuti resti di santuari dedicati a Minerva (considerata già dai Greci e poi dai Romani inventrice delle olive e dell’olio) e molteplici recipienti utilizzati per l’offerta dell’olio.

Le particolari condizioni territoriali, il clima tipicamente mediterraneo e la natura vulcanica del terreno, rendono l’ambiente della Penisola decisamente originale e unico, come unico è l’olio che vi viene prodotto.

L’olio Penisola Sorrentina DOP si ottiene dalla molitura delle olive Ogliarola o Minucciola per non meno del 65%; Rotondella, Frantoio o Leccino in misura non superiore al 35%. E’ ammessa anche la presenza di altre varietà per un massimo del 20% del totale.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali della Penisola sorrentina che assicurano un’elevata qualità all’olio che ne deriva. La raccolta deve essere effettuata a mano entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vanno molite entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Penisola Sorrentina comprende i territori di 13 comuni della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari, nonché l’isola di Capri. 

L’olio extravergine di oliva DOP Penisola Sorrentina presenta, a prima vista, un bel colore giallo paglierino, più o meno intenso, con riflessi verdognoli. All’esame olfattivo rivela notevole armonia aromatica, con un delicato sentore fruttato di oliva e con fini e piacevoli note di erbe aromatiche, soprattutto rosmarino e menta. Il sapore è decisamente dolce con armoniose e lievi note di amaro e piccante. E’ fluido, equilibrato e con piacevoli sfumature speziate. Ha retrogusto di mandorla verde e fresca.

L’amaro ed il piccante, nelle giuste gradazioni, si amalgamano perfettamente garantendo all’olio il giusto equilibrio; gli odori mediterranei del rosmarino si esaltano nell’abbinamento con il pomodoro e i piatti che ad esso si richiamano. Ottimo sulle grigliate di pesce e di verdure. Originale e particolarmente gradevole il suo abbinamento con le insalate di limoni di Sorrento, ma soprattutto con la delizia al limone, dolce tipico di Sorrento.

 

 

COLLINE DELL’UFITA

Gli oli irpini sono il risultato della perfetta armonia tra ambiente, varietà, capacità imprenditoriale e tradizione, che qui è antichissima. Infatti, la presenza dell’olivo nell’avellinese risale all’epoca romana, ma la sua massima diffusione si ebbe in età angioina, per poi svilupparsi in quella aragonese e consolidarsi definitivamente nell’800.

La massiccia presenza dell’olivo nell’Ufita è testimoniata  dalle ampie distese di alberi secolari nelle colline arianesi, cuore dell’olivicoltura irpina.

L’olio Colline dell’Ufita DOP deve derivare per non meno del 60% dalla varietà Ravece. Per la restante parte possono concorrere altre varietà locali, quali l’Ogliarola, la Marinese, l’Olivella, la Ruveia, la Vigna della Corte; mentre l’apporto di altre varietà non autoctone, quali il Leccino o il Frantoio, non può superare il 10%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali delle Colline dell’Ufita, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato pregio qualitativo. La raccolta viene effettuata entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vengono molite entro due giorni dalla raccolta.

L’area di produzione dell’olio Colline dell’Ufita DOP coincide con quella di coltivazione della varietà che costituisce il simbolo dello sviluppo dell’olivicoltura di qualità dell’Irpinia e non solo: la Ravece. In particolare, l’area comprende 38 comuni dell’Ufita e della Media Valle del Calore, in provincia di Avellino.

L’olio extravergine di oliva Colline dell’Ufita DOP presenta caratteristiche organolettiche di grande pregio. E’ di colore verde, se giovane, fino a giallo paglierino, di diversa intensità. All’olfatto si rivela fruttato, con piacevoli note erbacee e netti sentori di pomodoro acerbo, percepibili distintamente anche al gusto; all’assaggio è armonico, con intense, ma sempre piacevoli ed equilibrate sensazioni di amaro e piccante, in armonia con l’elevato contenuto in polifenoli.

La notevole presenza di note aromatiche e il suo gusto fruttato intenso fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione irpina, zuppe, bruschette e grigliate di carne.  Per gustare al meglio quest’olio vi consigliamo di provarlo con la zuppa che prende il nome di ‘Cicci di Santa Lucia’ o con il pancotto dei Foresi. Un altro abbinamento gustoso potrebbe essere una fragrante bruschetta fatta con il muffletto di Caposele e una grigliata con il pregiatissimo Vitellone bianco dell’Appennino Centrale.

 

 

TERRE AURUNCHE

L’olio di oliva delle Terre Aurunche è fortemente radicato nel territorio ed è il frutto dell’interazione tra terreno, clima, ambiente e uomo: c’è quasi un rapporto sacro che lega le genti delle terre aurunche e l’olio. 

L’olio extra vergine di oliva Terre Aurunche, secondo il disciplinare di produzione, richiede l’impiego di olive provenienti per almeno il 70% dalla cultivar Sessana. La Sessana è originaria della zona di produzione e il suo nome deriva dalla cittadina di Sessa Aurunca, mentre le cultivar minori previste, quali Corniola, Itrana e Tonacella, sono originarie dei territori confinanti e rappresentano in egual misura un importante patrimonio della biodiversità locale.

La raccolta delle olive deve essere conclusa entro il 31 dicembre di ogni anno e le olive devono essere raccolte manualmente o con l’ausilio di mezzi meccanici. Le olive devono essere molite entro 48 ore dalla raccolta.

Il connubio tra la specificità dei terreni della zona di produzione della DOP Terre Aurunche e la cultivar Sessana rende questo prodotto particolarmente specifico del territorio di produzione, che comprende la parte nord della provincia di Caserta, nella zona attorno al vulcano spento del Roccamonfina, e i territori olivetati di 18 comuni del casertano.

Ed è proprio il territorio, con il suo clima mite e il suo terreno di natura vulcanica, a rendere unico questo olio che è ricco di polifenoli.

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP ha un colore giallo verde e un sapore fruttato con note di amaro e piccante. Si percepiscono sentori di carciofo, accompagnati da buoni toni di amaro e piccante, il tutto bilanciato da sentori di mandorle anche dolci. 

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP si sposa con tutta la cucina mediterranea e tipica casertana, in particolare con piatti di verdure sia crude che cotte, pesce di mare, pasta; ottimo come condimento e nella preparazione dei sughi. Si consiglia di provarlo con i carciofi capuanella arrostiti. Un’idea di preparazione per esaltare questo olio e i prodotti che offre il territorio potrebbe anche essere un sugo preparato con la cipolla alifana e accompagnato da una manciata di caso maturo del matese.

 

Per provare questi pregiatissimi oli non vi resta che andare direttamente dai produttori, seguendo le nostre mappe!

 

 

Enoturismo in Campania: i 5 vini bianchi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Non solo cibo, insomma! Oltre ad essere nota per i suoi prodotti della gastronomia, la Campania annovera nella sua produzione alcuni dei migliori vini del nostro Paese.
In un articolo precedente abbiamo già descritto i 5 migliori vini rossi della regione da provare assolutamente (ecco il link per l’articolo completo). Oggi, dunque,ci concentreremo sui vini bianchi e, in particolare, sui 5 che costituiscono, senz’ombra di dubbio, il fiore all’occhiello del nostro amato territorio.

Greco di Tufo – Il vino più antico

Il Greco di Tufo è uno dei vini bianchi più rinomati della regione Campania ed è, sicuramente, uno dei più antichi. Il vitigno, infatti, fu portato nella provincia di Avellino dai Pelasgi della Tessaglia nel I secolo a.C. e oggi si produce, principalmente, in 8 comuni della provincia: Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il vino in questione, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Greco, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2011 e precedentemente, dal 1970, della certificazione DOC.
Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole, fine, caratteristico e intenso.

Grazie al suo sapore secco e armonico si abbina particolarmente bene a tutti i piatti a base di pesce e frutti di mare, risotti ai funghi porcini e formaggi non stagionati e molli. In particolare si consiglia di assaggiarlo con la Juncata, tipica del territorio, prodotta e commercializzata nello stesso giorno; va consumata freschissima per apprezzare la particolare consistenza tenera e il sapore dolce e delicato.

Fiano – La Vitis Apicia cara ai greci

Quando si parla dei vini migliori della Campania, non ci si può dimenticare del Fiano, anch’esso prodotto nella provincia di Avellino e molto antico. Furono i greci, infatti, a portare in Italia l’originario vitigno del Fiano, la “vitis Apicia” o “Apinia”, il cui nome deriva dalla caratteristica, propria di quest’uva dal dolce profumo, di attirare sciami di api nelle vigne. Da Apina derivò “Apiana” e in seguito “Afiana”, e quindi “Fiano”.

Oggi si produce principalmente nei comuni di Lapio, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpina, Parolise, San Potito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, Sant’Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Monteforte Irpino, Ospedaletto d’Alpinolo, Montefalcione, Santa Lucia di Serino e San Michele di Serino.

Il Fiano, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Fiano, a cui si può aggiungere il Greco, la Coda di Volpe o il Trebbiano, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2003 (modificata nel 2011) e precedentemente, dal 1978, della certificazione DOC.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole e intenso. Grazie al suo sapore fresco ed armonico si abbina bene a primi piatti a base di pesce, crostacei, scampi, polpo, pesce al forno, carni bianche e formaggi a media stagionatura. In particolare, si consigliano il caciocchiato, formaggio semiduro a pasta filata con stagionatura media, e il caciocavallo del Matese (Casu re pecora) fresco o semistagionato, entrambi tipici del territorio.

Falanghina del Sannio – Il vino fruttato tipico del Beneventano

La Falanghina del Sannio è un vino DOC che si presenta anche con le denominazioni di Sannio Falanghina Passito e Sannio Falanghina spumante. Il suo nome deriva, probabilmente, dall’uso dei pali detti “falange” che sin dall’antichità venivano utilizzati per sostenere le viti.

La sua produzione riguarda l’intero territorio del beneventano, ma distingue quattro zone tipiche: Solopaca, Guardia Sanframondi, Taburno e Sant’Agata dei Goti.

La Falanghina del Sannio DOC, la cui certificazione arriva nel 2011, per essere considerata tale deve essere prodotta da vitigni Falanghina per almeno l’85%. Ad esso possono concorrere altri vitigni a bacca bianca non aromatici della provincia di Benevento, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 15%.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, la falanghina del sannio ha un odore caratteristico abbastanza fruttato. Grazie al suo sapore secco, fresco, lievemente acidulo, a volte vivace si consiglia in accompagnamento a formaggi cremosi, come il formaggio morbido del matese, prodotto principalmente nelle aree montane del matese beneventano. Le varianti passito e spumante, invece, si abbinano perfettamente alla piccola pasticceria secca. In particolare, si consiglia di gustarli insieme al torrone di Benevento e il torrone croccantino di San Marco dei Cavoti, entrambi tipici del territorio.

Costa D’Amalfi bianco – Il DOC dalle 6 tipologie

Il vino Costa d’Amalfi è un vino DOC tipico della provincia di Salerno che si presenta con con 6 tipologie: bianco, bianco passito, bianco spumante, rosso, rosso passito, rosato. La denominazione può essere accompagnata dall’indicazione di una delle sottozone Ravello, Tramonti o Furore a condizione che i vini così designati provengano dalle rispettive zone di produzione e rispondano ai particolari requisiti previsti dalla disciplinare che, dal 1995, identifica il vino come DOC.

Sicuramente, uno dei più apprezzati della regione, è il Costa d’Amalfi bianco DOC, la cui produzione è consentita nella provincia di Salerno, con uve che provengono da vitigni Falanghina (40% – 60%) e Biancolella.

Dal colore giallo paglierino, il vino ha un odore delicato e gradevole. Il suo sapore asciutto e aromatico si sposa bene accompagnato ai frutti di mare e ai primi a base di pesce. In particolare, si consiglia di assaggiarlo con alcuni prodotti tipici del territorio: le alici di Menaica e gli spaghetti con colatura di alici di Cetara.

Aversa Asprinio – L’angioino prodotto tra Napoli e Caserta

L’Aversa Asprinio è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Caserta e Napoli e, nello specifico, nei comuni di Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Dugenta, Villa di Briano e Villa Literno, Giugliano in Campania, Qualiano e Sant’Antimo.

Le notizie che riguardano le origini di questo vino sono varie. Alcuni ritengono abbia origine etrusche, altri ritengono abbia origine greche o addirittura lo datano all’epoca angioina, quando il cantiniere di corte di Roberto d’Angiò, individuò nei declivi vicino Aversa il suolo ideale per impiantare le viti che assicurassero alla corte angioina una riserva ricca di spumanti.

La sua certificazione DOC arriva nel 1993 e riguarda tutti i vini prodotti con almeno l’85% di uve derivanti da vitigno Asprinio bianco.

Il vino, dal colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdi, ha un odore intenso, fruttato e caratteristico. Il suo sapore secco e fresco si sposa bene con piatti a base di verdure, come quelli con carciofi capuanella, insalate di mare, frutti di mare; particolarmente indicato, poi, per accompagnare la mozzarella di Aversa e il prosciutto di Rocchetta, tipici del territorio.

 

Ovviamente, questi sono solo alcuni dei numerosi vini bianchi che si possono trovare nella nostra amata regione. Ora che sapete anche dove trovarli, perché non assaggiarli tutti?

I dolci della tradizione: la Zeppola di San Giuseppe

Bontà da gustare

 

La zeppola è uno dei cardini fondamentali della produzione dolciaria napoletana. Essa si consuma in particolar modo in questo periodo, durante i festeggiamenti di San Giuseppe, da cui prende il nome di Zeppola di San Giuseppe.

Ma la sua origine è antichissima…la storia tramanda che esse fossero preparate già nell’antica Roma, in occasione dei Liberalia, che si tenevano il 17 Marzo, feste in onore delle divinità del vino e del grano quando, per ingraziarsi le divinità, si friggevano frittelle di frumento.

Nella sua versione attuale invece, la zeppola di San Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di San Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia.

Ma è durante la festa di San Giuseppe, il 19 Marzo, che la zeppola la fa da padrone. La si vede in mostra un po’ dappertutto: pasticcerie, friggitorie, panetterie, ne vendono a iosa, anche calde fatte all’istante.

La prima ricetta scritta della zeppola a noi pervenuta è quella che troviamo nel trattatoCucina Teorico-Pratica” del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti e risale al 1837.

La ricetta è scritta in lingua napoletana:

«Miette ncoppa a lo ffuoco na cazzarola co meza carrafa d’acqua fresca, e no bicchiere de vino janco, e quanno vide ch’accomenz’a fa lle campanelle, e sta p’asci a bollere nce mine a poco a poco miezo ruotolo, o duje tierze de sciore fino, votanno sempe co lo lanatiuro; e quanno la pasta se scosta da tuorno a la cazzarola, allora è fatta, e la lieve mettennola ncoppa a lo tavolillo, co na sodonta d’uoglio; quanno è mezza fredda, che la può manià, la mine co lle mmane per farla schianà si pe caso nce fosse quacche pallottola de sciore: ne farraje tanta tortanielli come solo li zeppole e le friarraje, o co l’uoglio, o co la nzogna, che veneno meglio, attiento che la tiella s’avesse da abbruscià; po co no spruoccolo appuntut le pugnarraje pe farle squiglià e farle venì vacante da dinto; l’accuonce dinto a lo piatto co zuccaro, e mele. Pe farle venì chiu tennere farraje la pasta na jurnata primma».

 

La ricetta storica, tramandata dalla tradizione, non si discosta affatto da quella dei giorni nostri:

  • Acqua e farina in quantità uguali (es. 500 gr/ 500 ml)
  • Un pizzico di sale
  • 10 uova
  • 100 gr di burro
  • Sugna e olio quanto basta

Procedimento:

In una casseruola lasciar bollire l’acqua con il burro ed il sale. Quando l’acqua inizierà a bollire e il burro sarà sciolto, levare il recipiente dal fuoco e versare d’un colpo la farina, miscelando bene. Rimettere il recipiente sul fuoco e mescolarlo finché la pasta non si staccherà dalla pentola e si attaccherà al mestolo. Togliere dal fuoco e versare l’impasto su un piano o in una ciotola e lasciar raffreddare. Aggiungere le uova, una per volta, alternando un tuorlo ed un albume, e continuare a lavare finché l’impasto non farà delle bolle. Aggiungere le ultime uova accertandosi che la pasta non sia diventata troppo molle, nel caso non aggiungerne altre.

Utilizzando una siringa da pasticciere, formare della ciambelle con un piccolo buco al centro; le dimensioni posso variare a seconda del gusto personale, ma il diametro consigliato per la vera zeppola è di 10 cm. Riempire una pentola di sugna (oppure olio), mettere le zeppole e far cuocere a fuoco moderato, finché non si gonfieranno.

Spolverizzare con zucchero a velo e farcire con crema pasticcera ed amarene.

Ora non vi resta che provare la ricetta e… mangiarle!!!

Oppure andare a San Giuseppe Vesuviano, un piccolo centro in provincia di Napoli, dove organizzano ogni anno un evento a lei dedicato: la sagra della zeppola. Un’occasione in più per gustarla come da tradizione.