Top 5 Liquori della Campania

La Campania conta una ricca varietà di liquori che ormai sono entrati a far parte della tradizione enogastronomica della regione.

In questo articolo stileremo un elenco dei più apprezzati e conosciuti.

 

 

Nocillo

La storia del nocillo, o nocino, è legata a racconti suggestivi, dall’alone misterioso.

Una delle tradizioni racconta che il 24 Giugno, in occasione della notte di San Giovanni, le donne con lunghe scale e piccoli panieri di vimini scomparivano nel buio della campagna, per poi riunirsi sotto il noce e la più esperta, a piedi nudi, saliva sulla scala, sceglieva le noci più adatte e più integre e le riponeva delicatamente nel paniere. Una volta raccolte si lasciavano tutta la notte ad assorbire la fresca rugiada e poi si iniziavano a lavorare.

Si parla anche di nocino di streghe perché nella notte del 24 Giugno le streghe di Benevento si riunivano a convegno sotto un noce per compiere i loro riti, in occasione del solstizio d’estate che per il calendario precedente a quello Gregoriano non cadeva il 21 giugno, ma il 24.

Un’altra leggenda trasmessa per lo più oralmente ci dice che per ottenere un ottimo nocillo le noci verdi, non ancora mature, dovevano essere rubate da una ragazza illibata, a piedi nudi la notte di San Giovanni.

Probabilmente anche a causa delle leggende che si è portato dietro nel tempo, l’albero del noce è sempre stato trattato con diffidenza e piantato lontano dagli alberi da frutto.

In realtà questo è il periodo migliore per avere a disposizione noci dal gusto intenso, non ancora mature e quindi ricche di oli essenziali: gli erboristi definiscono infatti questo periodo come “tempo balsamico” in cui la noce si trova nel suo momento migliore con i profumi derivanti dalla maggior presenza di linfa, oli e vitamine.

Dalla preparazione nel mese di Giugno dovranno poi passare 40 giorni prima che il nocillo sia pronto, ma la pazienza verrà ripagata con un ottimo liquore tanto apprezzato nel periodo invernale.

Leggende e tradizioni a parte, questo elisir è entrato nella tradizione culturale e gastronomica della nostra regione ed in particolare nei paesi vesuviani e nella Penisola Sorrentina.

La ricetta viene tramandata di generazione in generazione e, sebbene oggi venga prodotto da alcune distillerie presenti in tutta la Campania, il nocillo resta prevalentemente un liquore a produzione familiare.

Gli ingredienti base sono l’alcool e le noci che, una volta lavate e tagliate in quattro parti vengono messe a macerare insieme ad un nutrito gruppo di spezie, tra cui cannella, chiodi di garofano, noce moscata, limoncino verde piccolo, china e caffè.

Il nocillo è un ottimo digestivo usato dopo i pasti: nei quartieri più antichi di Napoli c’è ancora chi continua a riferirsi a questo liquore definendolo “merecina”, una medicina utilizzata come rimedio per la pesantezza di stomaco.

 

Liquore di finocchietto

Il liquore di finocchietto selvatico viene prodotto nella provincia di Salerno e in tutte le aree interne della regione ed è uno dei liquori più tradizionali tra quelli che si preparano in maniera casalinga in Campania.  Oltre ad essere prodotto per uso domestico, è stato commercializzato con successo da alcuni laboratori artigianali locali.

Cosa occorre per fare il finocchietto in casa?

La ricetta originale prevede l’uso in parti uguali di alcol e acqua: possono utilizzarsi sia ciuffi di finocchietto selvatico freschi sia i semi e zucchero da aggiungere a seconda delle quantità di alcool e acqua che si useranno.

La macerazione, per preparare liquori digestivi fatti in casa, rimane la tecnica più tradizionale e anche la più facile da gestire e viene fatta in contenitori di vetro dalla chiusura ermetica o in contenitori di acciaio che danno la possibilità di chiudersi.

L’infuso, dopo essere stato preparato, deve rimanere un mese imbottigliato per rispettare i tempi di macerazione. Una volta pronto, il liquore al finocchietto selvatico si può conservare per lunghi periodi, addirittura per un intero anno.

Ottimo digestivo da bere molto freddo alla fine di un pasto importante: il finocchio è infatti popolare per le sue proprietà digestive, aiutando ad assimilare i grassi grazie all’azione che i suoi principi attivi esercitano sulla bile.

Dopo un lungo pasto, un bicchierino di liquore di finocchietto può aiutare a digerire meglio!

 

 

Liquore Nanassino

Il nanassino è preparato esclusivamente per uso familiare in provincia di Salerno, prevalentemente nelle zone litorali, nella Costiera Amalfitana e nel Cilento, zona dove c’è abbondanza di coltivazioni spontanee di fichi d’india, frutto dal quale viene prodotto il liquore.

La preparazione del nanassino è legata alla tradizione casalinga: il liquore era prodotto in piccole quantità dalle famiglie benestanti che lo offrivano in occasioni particolari e nelle festività.

Oggi per realizzarlo si segue l’antica ricetta, che prevede l’infusione delle bucce di una decina di fichi maturi, per circa 10 – 15 giorni in alcool a 95 gradi. L’infuso veniva poi filtrato e diluito con dello sciroppo preparato con acqua e zucchero di canna.

Si impiegano i frutti migliori del fico d’india, raccolti maturi tra la fine agosto e l’inizio di settembre.

 

Liquore di mandarino dei Campi Flegrei

Il mandarino è originario della Cina meridionale: nel 1816 fu piantato a Napoli nel Real Orto Botanico e nel Parco di Capodimonte ed in breve si diffuse con successo in tutto il meridione.

Nell’area dei Campi Flegrei, che comprende i comuni di Napoli, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Isole di Procida ed Ischia, l’ambiente ed i terreni vulcanici conferiscono ai frutti caratteristiche organolettiche peculiari. Infatti, tra i prodotti più coltivati in questa zona, spicca il mandarino dei Campi Flegrei: il suo raccolto costituisce una fondamentale componente, assieme a vino ed olio, del reddito agricolo della zona.

Viene utilizzato allo stato fresco ma anche per la realizzazione di marmellate, confetture e di rosoli.

In particolare molto apprezzato è il liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino, private della parte bianca amara, con aggiunta di sciroppo di zucchero.

Alla vista si presenta limpido, con una colorazione tipica giallo – arancio, ed intenso profumo di mandarino.

La regione Campania ha inserito da poco il Mandarino dei Campi Flegrei ed il liquore di Mandarino dei Campi Flegrei, nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania (P.A.T.) con decreto del 17 giugno 2015.

Ad esso è stata dedicata la “Festa del Mandarino dei Campi Flegrei”, con manifestazioni ed eventi organizzati per rivalutare questo agrume un tempo diffuso largamente sul territorio dei Campi Flegrei, che si tiene tra Dicembre e Gennaio, quando i frutti giungono a completa maturazione.

 

 

Liquore al tartufo Nero

Il tartufo era già presente nell’alimentazione dei Sumeri, dei Romani e degli Etruschi.

La leggenda narrava che il tartufo fosse nato da un fulmine scagliato da Giove sotto una quercia, attribuendogli così proprietà afrodisiache.

La patria campana del tartufo è senza dubbio Bagnoli Irpino, dove nel 2008 è stata creata l’associazione dei tartufai dei Monti Picentini per salvaguardare e proteggere questo fungo.

Il tartufo prodotto a Bagnoli è il “Tuber Meserenticum”, meglio conosciuto come “tartufo nero ordinario di Bagnoli”. In Campania se ne producono tra i 1000 ed i 1500 quintali l’anno.

Il suo uso principale è quello di spezia grattata su molteplici pietanze, ma è utilizzato anche per la produzione di liquori ed altri distillati, come il prelibato liquore al tartufo nero.

Il liquore ‘r tartufu è nato appunto a Bagnoli Irpino circa trenta anni fa, ed è un prodotto tipico dell’area tartuficola dell’Alta Valle del fiume Calore, in provincia di Avellino.

Il rosolio viene preparato lasciando macerare i tartufi neri in alcool puro a 90 gradi per circa un mese e aggiungendovi, in seguito, uno sciroppo fatto da acqua e zucchero. Il liquore al tartufo ha un sapore molto forte ed aromatico ed ha una gradazione di 38-40 gradi.

Una menzione speciale va al Limoncello, in tutte le sue varianti, sicuramente il liquore più famoso prodotto nella nostra regione di cui abbiamo già ampiamente discusso nell’articolo sulle bellezze della Costiera Amalfitana.

 

 

Provateli tutti e inviateci i vostri feedback!

I più intraprendenti potrebbero anche cimentarsi nelle ricette originali…e magari inviatene un assaggio al team di Hetor, che vi ringrazierà pubblicamente! 😉

 

Il torrone, che passione, se è campano ancor di più!

Le origini del torrone

Le origini del torrone sono molteplici e contraddittorie e sembra che molti ne rivendichino la paternità.

Secondo alcuni, il torrone avrebbe la stessa provenienza della mandorla, suo principale ingrediente, ossia la Cina. Secondo altri, si pensa piuttosto che le origini siano romane, come testimoniano vari scritti, tra cui il De Re coquinaria di Marco Gavio Apicio, risalente alla fine del I sec. in cui si parla di un dolce a base di albume, miele e mandorle.

Tuttavia, l’ipotesi più accreditata vuole che il torrone abbia origini arabe. A supporto di questa tesi vi sarebbe il De medicinis et cibis semplicibus, un trattato dell’XI secolo scritto da un medico arabo, in cui è citato il turun. Gli Arabi portarono questo dolce lungo le coste del Mediterraneo in particolare in Spagna e in Italia. Ma le prime attestazioni certe della versione spagnola del torrone risalgono al XV secolo, quando a Benevento era già più che conosciuto.

 

 

‘Cupeta’ o torrone?

Infatti, la “cupedia”, o “cupeta”, è considerata come l’antenato del torrone di Benevento ed era già conosciuta al tempo dei Romani: secondo alcuni scritti di Tito Livio, la sua paternità è addirittura attribuita ai Sanniti; mentre il poeta latino Marco Valerio Marziale, tra i 5 prodotti rappresentativi di Benevento nel I secolo cita anche la “cupedia”. Il termine deriva dalla parola latina cupida che significa “desiderata”.

La classica cupeta è composta da miele, albume d’uovo, mandorle o nocciole, amalgamati tra loro e cotti a bagnomaria e viene prodotta dai cosiddetti “cupetari, i venditori ambulanti di torrone, famosi e apprezzati in tutto il mondo per la loro rinomata capacità artigianale di produrre innumerevoli tipologie di torrone, ancora oggi vanto per la Campania, venduto durante le fiere di paese e le feste patronali.

Il termine “torrone”, invece, deriverebbe dal latino “torreo”, che significa “abbrustolire”, con riferimento alla tostatura delle nocciole e delle mandorle, e non è altro che una versione più raffinata della cupeta, ricoperto da naspro o da grana di zucchero.

Il torrone si diffonde nel XVII secolo in tre varianti:

  • con copertura al cioccolato, limone o caffè;
  • arricchito con confetti cannellini;
  • con una composizione di zucchero liquefatto, pinoli e frutta sciroppata.

Nel XIX secolo nascono altre tipologie, tra cui quello “della Regina”, destinato alla golosità di Ferdinando I di Borbone. Il torrone, così, diviene un dolce sempre più richiesto fino ad arrivare agli inizi del ‘900 ad un forte incremento della produzione e alla costituzione di un vero e proprio Consorzio delle Fabbriche Riunite del Torrone di Benevento.

 

Il torrone in Campania

In Campania, la produzione del torrone è molto diffusa ma vi sono due province, in particolare, dove è possibile gustare delle eccellenti varietà di questo prodotto, rinomate a livello nazionale ed internazionale.

 

 

Benevento

A Benevento, è da sempre diffusissima la produzione del torrone, attività che si è poi estesa a tutta la provincia. Se parliamo di “Torrone di Benevento“, oggi ci riferiamo a diverse varietà: quello bianco con mandorle, il torrone cupedia bianco con nocciole, quello bianco morbido con mandorle; ma una delle varianti più rinomate nasce nel 1891 a San Marco dei Cavoti, il “croccantino”, costituito da zucchero, mandorle e nocciole tritate e ricoperto da cioccolato fondente.

Il Torroncino croccantino deve il suo successo, oltre che alla qualità, anche alla pezzatura; infatti ogni torroncino pesa circa 15 gr. ed è incartato singolarmente e, quindi, si presta ad essere gustato facilmente in ogni occasione.

Questi torroni di gusti diversi condividono alcune qualità caratterizzanti: sono molto asciutti, dolci e friabili e hanno il pregio di utilizzare e valorizzare alcune produzioni locali minori, come ad esempio il miele, rappresentando, perciò, anche un importante fattore di permanenza sul territorio.

Avellino

In Irpinia, a partire dagli inizi del Novecento, “ ‘a Cupeta” ha deliziato i palati dei tanti pellegrini che raggiungevano a piedi il Santuario di Montevergine.

Questa tradizione, con il trascorrere del tempo, si è consolidata nella cultura dolciaria dell’area di Ospedaletto d’Alpinolo. Lungo il percorso, conosciuto come la “Juta a Montevergine”, affrontato dai pellegrini, erano presenti dei laboratori artigianali dove era possibile assaggiare, tra le tante bontà dolciarie, il torrone.

Sempre tra i torroni della tradizione locale sono da annoverare lo “spantorrone di Grotta”, tipico pan torrone molto friabile al taglio, e il “torrone di castagne” della zona di Montella, Bagnoli e Cassano Irpino, arricchito dalla farcitura a base di castagne.

 

Ricetta originale

La ricetta originaria del torrone prevede come ingredienti di base: miele, bianco d’uovo, nocciole e mandorle sapientemente miscelati.

Il procedimento avviene utilizzando la torroniera, dove miele e zucchero vengono riscaldati fino a 80°C e, mentre la torroniera viene fatta girare a marcia veloce, si aggiunge l’albume d’uovo sciolto in acqua, preparato il giorno precedente. L’ultima fase avviene con la torroniera alla velocità minima e vede l’aggiunta di zucchero a velo spolverato, vaniglia, nocciole e mandorle, opportunamente preriscaldate, perché abbiano la stessa temperatura dell’impasto; il tutto viene prodotto in grosse lastre che vengono poi spaccate in pezzi per essere vendute.

Ad oggi, la produzione è davvero molto varia e ampia tra coperture, farciture, formati, nelle varianti di torroni morbidi, duri e pantorroni.

Infatti, per la produzione del torrone in Campania vengono utilizzati una serie di prodotti certificati che rendono questo dolce ancora più pregiato, come la nocciola di Giffoni e la castagna di Montella, entrambe IGP.

 

Alcune curiosità legate al torrone

A Nola (Na), in occasione della Festa di San Felice c’è una particolare tradizione conosciuta come “il tutero e l’ombrello”, una consuetudine che riconosce come specialità gastronomica della festa un particolare tipo di torrone, duro e dalla forma allungata, il “tutero”, che in abbinamento all’ombrello rappresenta simbolico omaggio di prosperità e protezione da parte dell’uomo alla sua donna. Una delle più sentite tradizioni di Nola, tuttora perpetrata in molte famiglie del posto e nei paesi limitrofi.

Un’altra curiosità riguarda il 2 Novembre, una festa che i più giovani conoscono come Halloween ma che in Italia rientra nelle antiche tradizioni popolari come il “Giorno dei morti”. Nel periodo che va dal 31 ottobre al 4 novembre, in Campania si usa preparare il “torrone dei morti”, che è diverso soprattutto nella consistenza, dal torrone classico duro e caramellato.

I dolci dei morti simboleggiano i doni che i defunti portano dal cielo e allo stesso tempo un’offerta che i vivi donano a queste anime per il loro viaggio. Viene visto come un modo per esorcizzare e addolcire la paura dell’ignoto e della morte.

Il torrone dei morti è morbido e soprattutto a base di cioccolato. Alcuni chiamano questi piccoli torroni “morticielli”, probabilmente perché la loro forma ricorda quella di una cassa da morto, ma vengono anche chiamati “muolli” parola che ne ricorda la consistenza.

La ricetta classica del torrone dei morti è la seguente:

Ingredienti per un torrone:

100 g di cioccolato fondente per la copertura
250 g di cioccolato bianco
250 g di crema di nocciole spalmabile
150 g di nocciole intere pelate
Preparazione:

Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente e versatelo nello stampo che utilizzerete per il torrone. Spennellate le pareti con abbondante cioccolato fuso e riponete lo stampo in freezer per 10 minuti. Ripetete questa operazione fino ad esaurimento del cioccolato per rafforzare la copertura. Sciogliete il cioccolato bianco a bagnomaria, e unite la crema di nocciole e le nocciole. Amalgamate bene e versate tutto il composto nello stampo. Fate raffreddare in frigo per qualche ora. Staccate delicatamente il torrone dallo stampo e capovolgetelo su un piatto; infine, tagliate a fette e servite.

Ora non vi resta che dilettarvi in cucina scegliendo tra la versione originale del torrone o approfittare del periodo e preparare il tradizionale “torrone dei morti”.

Autunno in Campania: 5 castagne da non perdere

L’autunno è ormai giunto e con lui sono arrivati tanti prodotti tipici di questa stagione.

In Campania, ci sono più di 40 prodotti della tradizione autunnale che deliziano il nostro palato e ci riscaldano durante i primi freddi.

 

Tra questi, si contano ben 15 tipi diversi di castagna, una bontà presente in tutta la regione.

 

 

In un articolo precedente vi avevamo già parlato della famosa castagna di Montella e del marrone di Roccadaspide, entrambi IGP, e in un altro articolo sulla Costiera Amalfitana vi abbiamo raccontato del gustoso marrone di Scala.

Oggi, il nostro post sarà dedicato a 5 prodotti, proponendovi una castagna per provincia!

Caserta: castagna Ufarella o Vofarella

La castagna detta Ufarella o Vofarella si trova nell’area dei monti Trebulani, nei comuni di Pontelatone, Formicola, Liberi, Roccaromana, e in particolare nell’area denominata “Campole”.

Secondo alcune fonti, questa varietà di castagna potrebbe essere una delle tipologie pregiate che Plinio il Giovane indica, con il nome di Tereiana, in uno dei suoi scritti .

All’esterno si presenta con una buccia lucida marroncina e con evidenti striature più chiare, e la forma è tipicamente piatta su un lato e convessa sull’altro. All’interno, il sapore è dolce, anche da cruda, e si presta molto bene alla preparazione di dolci e farinate.

Tuttavia, oltre che per prodotti di pasticceria, viene anche utilizzata per minestre, con fagioli e porcini, e per condire le tagliatelle. Un piatto tipico locale è costituito dalla zuppa di “allesse” che prende questo nome dalle foglie di alloro con cui vengono lessate le castagne.

Napoli: castagna del Monte Faito

La Castagna del Monte Faito, conosciuta anche con il nome di castagna di Cepparico o marroncino del Faito, costituisce una produzione tipica di tutta la zona del Monte Faito e comprende la parte alta dei comuni di Castellammare, Pimonte e Lettere.

All’esterno, il riccio è di grandi dimensioni e di colore chiaro. All’interno sono presenti due/tre frutti marroni tendenti al rossiccio, con striature evidenti, ripieni di una polpa bianca dal sapore dolce.

Le castagne del Monte Faito, oltre ad essere consumate fresche, rappresentano un ingrediente essenziale di numerose ricette della pasticceria tradizionale locale.

Benevento: castagna jonna di Civitella Licinio

Questa tipologia si trova tipicamente nella frazione di Civitella Licinio, nel comune di Cusano Mutri.

La castagna jonna deve questo nome alle sue peculiarità: all’esterno presenta una buccia di colore marrone chiaro con striature poco evidenti e da qui il termine “jonna” che in dialetto significa “bionda”, di colore giallo.

In passato, queste castagne venivano conservate all’interno dei ricci stessi, in apposite fosse realizzate nei castagneti, che prendevano il nome di “ricciaie”, e poi ricoperte con strati di felci e di terreno. Questo procedimento permetteva di conservare le castagne per molti mesi.

Una delle principali caratteristiche della castagna jonna è la facilità con cui il frutto viene pelato e proprio per questo viene largamente utilizzato per la produzione dei gustosi marrons glacés.

Salerno: castagna di Acerno

Nel comune di Acerno e nei territori circostanti, in particolare nei comuni di Montecorvino Rovella e Campagna, viene prodotta una tipologia di castagna che localmente viene chiamata “nzerta” o “enzerta”, ma più diffusamente è conosciuta come “castagna di Acerno“.

In queste zone vi è la presenza massiccia di alberi di castagno secolari. Infatti, l’area interessata dalla coltivazione di castagno è molto vasta, contando circa 1000 ettari.

All’esterno, il guscio è di colore marrone brillante con la presenza di striature più scure. Il riccio contiene, generalmente, due castagne dalla polpa di colore bianco, croccante e soda. Il sapore è dolce.

La castagna di Acerno è molto apprezzata perché, oltre alle sue eccellenti caratteristiche organolettiche, si conserva facilmente senza deteriorarsi. Infatti, i suoi frutti sono commercializzati freschi per tutto l’inverno.

Avellino: castagna di Trevico

Questa tipologia di castagna si trova tipicamente nella zona del comune di Trevico, in cui vi sono interi boschi dominati dalla presenza di castagni.

All’esterno, si presenta di forma tondeggiante, piatta o emisferica a seconda della posizione assunta all’interno del riccio, e il colore è marrone lucente. All’interno, la pasta è di colore bianco.

La caratteristica peculiare della castagna di Trevico è il bassissimo contenuto di sodio, che la rende molto apprezzata da tutti coloro che non possono assumere tale elemento in dosi eccessive.

Dal punto di vista organolettico, il sapore è quello tipico del frutto e proprio per questo si adatta a qualsiasi preparazione: lessata, arrostita, utilizzata come farina per la preparazione di dolci, o come primo piatto insieme alla pasta e ai fagioli.

Dopo averli conosciuti, se volete andare personalmente alla ricerca di questi frutti prelibati, ecco la mappa che vi mostra dove trovarli!

La castagna in passato ha rappresentato l’alimento essenziale per il sostentamento della popolazione e proprio per questo è stato spesso definito il “pane dei poveri”, poiché era l’unico alimento a disposizione di interi nuclei familiari. Nelle case di molti contadini era facile reperire anche oggetti realizzati con le castagne che potevano essere conservati fino al periodo natalizio.

Forse è proprio per questo, o per la grande varietà e presenza delle castagne, che in Campania, oltre al frutto consumato in vari modi, si trovano molti prodotti tipici preparati con le castagne, come liquori, torrone e miele.

 

Per gustare tutte le varie tipologie di castagna, ecco alcune delle feste che si terranno durante il mese di ottobre:

42 Sagra della castagna di Serino 14/15 ottobre

31 Sagra della castagna Ufarella 14/15 – 21/22 ottobre

33 Sagra della castagna Civitella Licinio 20/22 ottobre

Per essere sempre aggiornati sugli eventi relativi alle castagne e altri prodotti autunnali, seguiteci sulla nostra pagina Facebook 

 

 

 

 

 

Top 6 Prodotti dell’area Vesuviana

I Prodotti Agroalimentari Tradizionali da non perdere!

L’area Vesuviana e, più in generale, il territorio della provincia di Napoli, è nota in tutto il mondo per la produzione di diversi prodotti tipici, dalla pizza alla sfogliatella, dalla pastiera al babà. Meno diffusi, invece, sono altri prodotti di origine vesuviana, altrettanto buoni e degni di nota. Essi sono tantissimi ma in questo excursus abbiamo scelto di elencarne i 6 che, a nostro avviso, rendono il territorio della provincia di Napoli degno di essere conosciuto.

 

Tra il Pomodoro Giallo del Vesuvio e il Pomodorino del Piennolo

Il pomodoro è un ortaggio molto diffuso in Italia, sebbene esso sia originario di un’area del continente americano compresa tra il Messico e il Perù. Venne importato, infatti, in Europa e, in particolare in Spagna, da Hernàn Cortès nel XVI secolo; solo successivamente l’ortaggio approdò in Italia, dove trovò condizioni favorevoli nella zona meridionale del Paese.

Un secolo dopo, quando ormai la coltivazione aveva raggiunto una buona diffusione, le bacche cominciarono a cambiare colore, passando dal giallo intenso al rosso. Il pomodoro, infatti, non è sempre stato rosso. A dircelo è il nome stesso, che deriva da ‘pomo d’oro’, a indicare la tinta dorata del frutto di piante, all’epoca sconosciute, che venivano usate solo come ornamento.
Il colore dorato originario, ormai, oggi caratterizza soltanto pochissime varietà, tra cui quella del Pomodorino giallo che cresce alle falde del Vesuvio.

Il Pomodorino giallo del Vesuvio, appartenente alla varietà Giagiù, è piccolo e di forma ovale, presenta caratteristici solchi longitudinali (chiamati coste) e un pizzo mediamente lungo. Ha un gusto molto sapido e allo stesso tempo morbido e delicato, caratterizzato da una totale assenza di acidità. Esso è ricco di beta-carotene, di sostanze dall’elevato potere antiossidante capaci di neutralizzare i radicali liberi, e di vitamina A,C e B. Proprio per la sua assenza di acidità, a differenza del pomodoro classico, il Pomodorino giallo del Vesuvio, oltre ad essere consumato al naturale, è largamente usato nelle ricette a base di pesce e frutti di mare, per preparare salse e vellutate.

La coltivazione dei Pomodorini Gialli viene effettuata ancora oggi con tecniche rigorosamente manuali su pali di sostegno che tengono il frutto separato dalla terra. Il periodo di coltivazione è compreso tra i mesi di aprile e di settembre. La stagione del raccolto comincia a partire dalla fine di luglio e prosegue fino alla metà di settembre.

Queste caratteristiche hanno permesso al pomodorino giallo del Vesuvio di essere inserito dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT).

Il Pomodorino del Piennolo è, invece, D.O.P. dal 2009, ai sensi del Reg. CE n. 510/06, ed ha il proprio Consorzio di Tutela. Esso è uno dei prodotti più antichi dell’agricoltura campana, tanto da essere perfino rappresentato all’interno del tradizionale presepe napoletano. Questa D.O.P. raggruppa numerose cultivar e biotipi locali, le cui denominazioni sono quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, tra cui Fiaschella, Lampadina, Patanara, Principe Borghese e Re Umberto.

Sebbene il grande numero di varietà, esse hanno tutte caratteristiche in comune, quali la consistenza della buccia (dal colore rosso scuro) e della polpa, la forza di attaccatura al peduncolo, l’alta concentrazione di zuccheri e acidi, e la forma allungata, lievemente a pera o a cuore. Questa deriva anche dal metodo di raccolta: i pomodorini del piennolo sono tradizionalmente raccolti a grappolo e appesi sui balconi, prendendo, così, il nome di piennolo (pendolo) o spongillo (per il pizzo che presentano alla loro estremità), consentendo così l’ottimale conservazione del prodotto.

Questo sistema consente, da un lato, una lenta maturazione, dall’altro una lunga conservazione, con la conseguente possibilità di consumare il prodotto al naturale fino alla primavera seguente.
Per questi motivi il Pomodorino del Piennolo viene apprezzato sia allo stato fresco sia nelle conserve in vetro, secondo un’antica ricetta locale, denominata a pacchetelle.

Il suo sapore intenso e vivace, inoltre, insieme alla sua versatilità, lo rendono molto apprezzato e utilizzato nella cucina campana: accanto ai tradizionali spaghetti alle vongole, viene utilizzato in numerosi altri piatti, tra cui una variante della prelibata pizza napoletana.

Tali caratteristiche sono profondamente legate ai fattori climatici tipici dell’area geografica di coltivazione, dove i suoli, di origine vulcanica, sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del complesso vulcanico Somma-Vesuvio. In particolare, la zona di produzione prevista dal disciplinare del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P.” comprende l’intero territorio di numerosi comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase e Nola.

La mela d’oro del Vesuvio: l’albicocca vesuviana

L’albicocca è un frutto di origini antichissime, proveniente dalla Cina e introdotto in Italia dai Romani. La sua presenza nel territorio campano è documentata già nel I secolo d.C. negli scritti di Plinio il Vecchio, anche se le prime testimonianze certe sono molto successive.

Fu lo scienziato napoletano Gian Battista Della Porta, infatti, nel 1583, a dividere le albicocche, nel suo scritto Suae Villae Pomarium, in due grandi gruppi: le Bericocche, dalla forma tonda, la polpa molle e bianca aderente al nocciolo, e le Chrisomele (dal greco chrisomelos ovvero mele d’oro), con la polpa non aderente al nocciolo, molto colorate e più pregiate. E’ da questo secondo termine che deriva quello di Crisommole, il nome in dialetto napoletano con cui è conosciuto questo frutto.

Con questo termine si indica un insieme di oltre quaranta diversi biotipi, tra cui i più diffusi sono la Ceccona, la Palummela e la Pellecchiella, tutti prodotti nel territorio vesuviano. Quest’area, infatti, risulta particolarmente fertile, grazie alla natura vulcanica dei suoi terreni, ricca di minerali e potassio, elemento noto per la sua influenza sulla qualità organolettica dei frutti e vegetali in genere, e che, in questo caso, contribuisce a conferire alle albicocche vesuviane un sapore gradevole e caratteristico.

A caratterizzare e distinguere una varietà dall’altra sono le dimensioni, l’intensità del profumo, la levigatezza della buccia ed il sapore. Tuttavia ci sono delle caratteristiche comuni quali la polpa gialla zuccherina, il profumo intenso ed il colore giallo aranciato della buccia, cui si sovrappone il rosso sfumato o punteggiato.

Le peculiarità della crisommola, insieme alla sua maturazione medio – precoce (la raccolta è effettuata già a partire dalla metà del mese di giugno), la rendono perfetta sia per il consumo diretto, sia per l’utilizzo nell’industria di trasformazione e, in particolare, per la produzione di confetture, succhi, nettari, sciroppi e canditi.
Per queste ragioni l’Albicocca Vesuviana, già prodotto P.A.T., è in corsa per ottenere la registrazione al marchio I.G.P. presso l’Unione europea con Protezione Transitoria Nazionale.

 

L’Uva Catalana del Monte Somma

L’uva catalanesca, conosciuta anche come Catalana, è arrivata, come suggerisce il nome, dalla Spagna ben 600 anni fa. Essa fu importata qui dalla Catalogna, da Alfonso I d’Aragona nel XV secolo, e impiantata sulle pendici del Monte Somma, tra Somma Vesuviana e Terzigno.
Da allora la zona del Monte Somma è stata eletta quale ambiente ideale da quest’uva che, grazie ai terreni vulcanici vesuviani, ha assunto caratteristiche decisamente originali. Ancora oggi, infatti, quest’uva si coltiva soprattutto a Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e Terzigno.

Per molti anni questa P.A.T. è stata catalogata come uva da tavola e, pertanto, non era consentito vinificarla e commercializzarla come uva da vino, nonostante, nel XVII secolo, i contadini la usavassero proprio per produrre il vino: ne sono testimonianza, ancora oggi, la presenza di enormi torchi vinari delle masserie della zona, ricavati da tronchi di mastodontici alberi di quercia, da cui assunsero la denominazione dialettale di cercole.

Sebbene l’elevato tasso zuccherino la renda ancora oggi adatta alla vinificazione, l’iter per far assumere alla Catalanesca il rango di uva da vino è iniziato solo negli anni ‘90, con gli studi condotti da Luigi Moio e Michele Manzo, che la dichiararono “un’uva con tutte le attitudini ad essere vinificata”. Nel 2006 è stata ufficialmente inserita nell’elenco delle uve da vino e dal 2001 la Catalanesca del Monte Somma, prodotta con uve dei territori di San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno, è I.G.P..

Si raccoglie tra ottobre e novembre ma può permanere sulla pianta fino alla fine dell’anno: un tempo vi era la consuetudine di lasciare sulla pianta i grappoli più belli, eliminando via via gli acini guasti, così da favorirne il mantenimento fino al periodo natalizio.

La foglia di quest’uva è trilobata è di media grandezza, con piccioli corti. Il grappolo è spargolo, allungato, cilindro-conico, mentre le bacche sono rotondeggianti dal colore dorato, una polpa dolce e croccante e ricca di vinaccioli.

Le Fuscelle di Sant’Anastasia

La ricotta di fuscella è una ricotta di vacca prodotta in Campania e, in particolare, nel comune di Sant’Anastasia (in provincia di Napoli) e nei territori limitrofi, riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale.

La denominazione deriva dal nome del cestello forato di forma tronco conica, tradizionalmente fatto di vimini intrecciati, nel quale viene trasportata e venduta: la fuscella, appunto.
Questo tipo di ricotta si ottiene dalla lavorazione del siero che si libera dalla cagliata: il siero viene riscaldato ad una temperatura ottimale, ottenendo una massa fioccosa morbida e bianca. Viene quindi estratta e raccolta ancora calda e messa a sgrondare in cestelli di plastica o di giunco intrecciato, detti appunto fuscelle, da cui il nome del prodotto.

Ne deriva una ricotta dal colore bianco porcellana fino ad un paglierino chiarissimo, a seconda del tipo di latte impiegato; ha una consistenza morbida e cremosa e una struttura più pastosa e vellutata della normale ricotta. Il sapore fresco e dolce rende questo prodotto non solo adatto alla preparazione di dolci tradizionali ma anche all’alimentazione dei bambini soprattutto durante la fase dello svezzamento, grazie alla elevata presenza di vitamine e calcio.

 

Il Pane “cafone” di San Sebastiano al Vesuvio

Il pane di San Sebastiano, conosciuto anche con il nome di “pane cafone”, prende il nome dalla città di San Sebastiano al Vesuvio, dove è nato e dove ancora oggi viene prodotto secondo la tradizione. In questo paese, ai confini con Torre del Greco e a pochi chilometri da Napoli, quella della panificazione non è solo un’attività ma una vera e propria cultura.

Le sue origini risalgono al XVIII secolo quando, negli antichi conventi, erano già presenti i forni. In particolare si ricorda il convento in Via Monaco Aiello, dove i frati che vi abitavano, fornivano il pane per la casa reale dei Borbone.

Nel corso del XIX secolo, invece, questo P.A.T. divenne il pane del popolo, grazie alla sua capacità di lunga conservazione: ancora oggi è conosciuto anche con il nome di “pane otto giorni”. Il suo segreto è nella lievitazione, che avviene in maniera naturale con il criscito (lievito madre): acqua, farina di grano tenero e parte dell’impasto delle precedenti infornate, lasciato a fermentare per oltre dieci ore. Alcuni fornai usano lo stesso lievito madre da più di sessant’anni, rinnovando ogni giorno l’impasto con farina e sale.

Anche il forno è fondamentale per la buona riuscita di questo pane. Esso deve essere a camera unica e realizzato con pietre speciali, quelle di Sorrento, che mantengono il calore e trattengono i profumi.

Il pane viene realizzato in diverse forme, come i palatoni, dalla forma allungata, le cocchie e i panelli circolari, ma hanno tutti le stesse peculiarità: crosta sottile e dura, mollica morbida e sapore caratteristico.

Potremmo parlare ancora molto dei prodotti agroalimentari tradizionali dell’area vesuviana, soffermandoci, ad esempio, sulla pizza di scarole, la pera carmosina e le varietà di susina come la pappacona, pazza, scarrafona e turcona. Ma invece di parlarne ancora, perché non andare ad assaggiarle? Potreste iniziare proprio da San Sebastiano al Vesuvio che in questi giorni (20-23 settembre) celebra la sua specialità con la prima edizione di HapPANEss, una serie di incontri dedicati al Pane sansebastianese.

 

50 Top Pizza 2017: le migliori pizzerie d’Italia

Vi avevamo già raccontato la storia della pizza e le sue origini in un precedente articolo.

Oggi, invece, vi diciamo dove trovare le 50 migliori pizzerie di tutta Italia, secondo una classifica divulgata a Castel dell’ Ovo in occasione della presentazione della guida online “50 Top Pizza”, a cura di Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Una classifica stilata con “cento ispettori che in forma anonima hanno valutato la qualità del cibo, la carta dei vini e delle birre, la ricerca in cucina e la piacevolezza dello spazio”.

 

 

Il team di Hetor, al fine di completare il lavoro sui prodotti tipici campani e i relativi produttori, è partito da questa classifica ampliandola e arricchendola di informazioni aggiuntive, come la geolocalizzazione e il sito internet di ogni locale, per avere un quadro completo e open delle pizzerie migliori d’Italia.

Come si può osservare dalla datalet, la maggior parte delle pizzerie della top 50 si trovano in Campania, precisamente a Napoli e Caserta.

 

In realtà, si può gustare la ‘vera pizza napoletana’ anche nelle altre regioni d’Italia, a patto che vengano rispettati gli standard qualitativi richiesti dal marchio della pizza S.T.G.

 

In occasione della presentazione della guida “50 Top Pizza”, sono stati assegnati 15 ulteriori riconoscimenti, tra cui “miglior comunicazione web“, “valorizzazione del Made in Italy“, “miglior carta dei vini/birre” e il tanto ambito premio per la “pizza dell’anno“.

 

 

Sebbene la maggior parte dei locali siano prevalentemente ristoranti e pizzerie, in molti altri è possibile gustare anche altri piatti, bevande e specialità culinarie.

 

 

Adesso vi sveliamo in anteprima le prime tre classificate: un podio tutto campano!!!

 

  1. Pepe in grani a Caiazzo (CE);
  2. Gino Sorbillo ai Tribunali a Napoli;
  3. Francesco & Salvatore Salvo a San Giorgio a Cremano (NA).

Ora che ne sapete un po’ di più sui locali presenti in tutta Italia in cui poter gustare la vera pizza napoletana, non vi resta che partire per un gustoso tour estivo!

 

Enoturismo in Campania: i 5 vini rosati da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

In due precedenti articoli vi abbiamo già parlato dei 5 migliori vini rossi e bianchi, con i nostri consigli sugli abbinamenti più gustosi da fare, assaporando a pieno i prodotti tipici del territorio.

Non resta che parlarvi dei 5 rosati più rinomati della regione e delle loro peculiarità.

 

Vesuvio DOC: un vino vulcanico

Il Vesuvio DOC è un vino da pasto prodotto nelle tipologie Bianco, Rosso e Rosato ed è stato riconosciuto DOC nel 1983.

Le uve destinate alla produzione dei vini DOC Vesuvio devono provenire dalla zona di produzione che comprende tutto il territorio amministrativo dei comuni di: Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio, e parte del territorio amministrativo dei comuni di: Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena – Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, tutti in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Vesuvio ha un colore che varia dal rosato più o meno intenso; l’odore è gradevolmente fruttato e il sapore è asciutto e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Vesuvio Rosato si accompagna molto bene ai polipetti alla Luciana con sugo di pomodorini del Vesuvio, alla pizza Margherita, e alle minestre di legumi e patate del territorio, come la patata fresca campana, il pisello cornetto, i fagioli di Villaricca e i fagioli a formella.

 

 

Irpinia: un ottimo DOC tra i DOCG

La provincia di Avellino, accanto ai pregiati DOCG, possiede anche la denominazione Irpinia DOC, istituita con decreto ministeriale il 13 settembre del 2005.

Essa comprende 19 tipologie di vini e autorizza la produzione di vini bianchi, rossi e rosati, anche in tipologia passito, nell’intera provincia di Avellino con la specificazione anche della sottozona Campi Taurasini, che può essere prodotta nei territori comunali di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella, Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca San Mango sul Calore, Torre le Nocelle, Venticano, Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco, Chiusano San Domenico tutti in provincia di Avellino.

Nella versione Rosato, l’Irpinia ha un colore rosa piu’ o meno intenso; l’odore è floreale e fruttato e il sapore è secco e morbido. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

L’Irpinia Rosato può essere accompagnato ai salumi del territorio quali: la soppressata Irpina, il prosciutto Irpino, il prosciutto di Venticano, che ha un sapore più delicato e meno salato, e il fiocco di prosciutto. Inoltre, si abbina molto bene anche ai formaggi locali poco stagionati, come: il caciocavallo irpino di grotta poco stagionato, il caciocchiato poco stagionato, la Juncata e la manteca.

 

 

Campania IGT: il vino della regione

La Indicazione Geografica Tipica Campania, riconosciuta nel 2004, comprende 14 tipologie ed e’ riservata ai vini bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito, rossi e rosati, anche nelle tipologie frizzante, passito, novello e liquoroso.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica Campania comprende l’intero territorio amministrativo della regione.

Nella versione Rosato, il Campania IGT si presenta di un colore rosa più o meno intenso; l’odore è floreale e caratteristico; il sapore risulta secco, equilibrato, a volte amabile. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,50% vol.

Il Campania Rosato si abbina molto bene ad alcuni prodotti regionali, tra cui: il salame Napoli; i carciofi fritti, scegliendo tra le varie tipologie presenti nella regione, ad esempio il carciofo di Montoro, il carciofo di Pietralcina, il carciofo pignatella, il carciofo capuanella; il cardone, un ortaggio simile al carciofo; le alici di menaica e le Cozze del golfo di Napoli e del litorale flegreo.

 

 

Beneventano o Benevento IGT: tutta l’anima del Sannio in un unico vino

La denominazione Beneventano IGT comprende ben 41 tipologie di vino ed ha ottenuto il suo riconoscimento nel 1995.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica «Benevento» o «Beneventano» comprende l’intero territorio amministrativo della provincia di Benevento.

Nella versione Rosato, il Beneventano IGT si presenta con un colore rosa più o meno intenso; l’odore è fruttato e floreale; il sapore secco o abboccato ed equilibrato. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Beneventano Rosato si accompagna piacevolmente agli antipasti e noi, sempre nell’ottica di esaltare ogni singola area territoriale, vi proponiamo le prelibatezze beneventane che meglio si abbinano a questo vino: soppressata del Sannio, prosciutto di Pietraroja, prigiotto; formaggio morbido del Matese, scamosciata. Queste bontà possono essere accompagnate da numerosi prodotti rustici tradizionali, tra cui il ciaolone, i vanti, i taralli di San Lorenzello, lo struppolo e la ‘nfrennula.

 

 

Terre del Volturno: l’IGT che unisce due province

La denominazione vinicola Terre del Volturno ha ottenuto la certificazione IGT nel 1995 ed è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante, bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato , rosato amabile , rosato frizzante.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT Terre del Volturno comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta e l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo, in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Terre del Volturno IGT si presenta dal colore rosa più o meno intenso; il sapore è delicato, fruttato e caratteristico; l’odore è secco, fresco e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

Per gustare pienamente il Terre del Volturno Rosato non si può che accompagnarlo con i prodotti tradizionali del luogo. Vi consigliamo un tagliere con il prosciutto di Rocchetta e una serie di formaggi locali, quali il caprino conciato del Monte Maggiore, la stracciata del Matese e il marzolino di Teano insieme alle noci di Sorrento e alla nocciola riccia di Talanico.

 

Ora che vi abbiamo presentato i migliori Rosati della Campania e i più gustosi abbinamenti con i prodotti tipici, non vi resta che partire per un tour enogastronomico della regione!

Un bicchiere di vino al giorno toglie lo stress di torno! Provare per credere.

Itinerari Gastronomici in Campania: i prodotti I.G.P.

9 Prodotti I.G.P. che rendono la Campania famosa in tutto il mondo

Il mondo dei prodotti tipici campani è molto più vasto di quanto immaginiamo, e non si limita solo ai prodotti come la pizza e la mozzarella di bufala, a cui spesso lo riduciamo. La Campania, infatti, può vantare una delle tradizioni culinarie più antiche, oltre che ricche, dell’interno panorama gastronomico mondiale e, con i suoi quasi 500 prodotti tipici detiene il primato in Italia insieme alla regione Toscana.

Il territorio della regione, infatti, abbonda sia di prodotti trasformati che di materie prime agricole di pregio che sono stati suddivisi in 4 denominazioni: P.A.T., S.T.G., D.O.P. e I.G.P..

In questo articolo vogliamo concentrarci su questi ultimi che, insieme ai prodotti D.O.P. e alla pizza, rendono la Campania famosa in tutto il mondo. I prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, infatti, contribuiscono in larga parte a rendere l’Italia uno dei primi Paesi europei con il maggior numero di prodotti D.O.P. e I.G.P..

 

 

La Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) è un marchio di tutela giuridica attribuito dall’Unione Europea solo ai prodotti di pregio, ottenuti in zone fortemente vocate dalle quali prendono il nome e traggono le loro caratteristiche. Per poter utilizzare il marchio I.G.P. è necessario sottoporre il processo produttivo ad una serie di rigorosi controlli che ne certifichino la conformità al Disciplinare di Produzione.

In Campania, i prodotti che hanno ricevuto questa certificazione sono 9: Nocciola di Giffoni, Marrone di Roccadaspide, Castagna di Montella, Carciofo di Paestum, Limone Costa D’Amalfi, Limone di Sorrento, Melannurca Campana, Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, Pasta di Gragnano.

 

 

Nocciola di Giffoni

La produzione di nocciole è uno dei settori italiani di eccellenza e riguarda, in particolare, il Lazio (al primo posto nella produzione italiana), il Piemonte, la Campania e la Sicilia. La Campania si posiziona al secondo posto in questo panorama, con una produzione costituita per il 90% proprio dalla Tonda di Giffoni, definita la Regina Mondiale delle Nocciole.

Grazie alla sua forma perfettamente rotondeggiante, la polpa bianca e consistente, il suo sapore aromatico e la pellicola facilmente staccabile, questa I.G.P. si presta bene alla tostatura ma anche alla calibratura e alla pelatura: è quindi molto richiesta sia per il consumo diretto sia a livello industriale, specialmente nell’industria dolciaria, grazie anche ai suoi valori nutritivi.

La coltivazione di questa nocciola in Campania è molto antica. Numerose testimonianze provengono dalla letteratura latina, già a partire dal III secolo a.C., e da diversi reperti archeologici: sono stati rinvenuti dei resti carbonizzati di questa nocciola che, oggi, sono esposti al Museo Nazionale di Napoli.

La diffusione di questa coltura, partita proprio dalla Campania, è iniziata già nel XVII secolo, quando il suo commercio iniziava ad avere una vera e propria rilevanza economica. Nel ‘900, poi, questo prodotto ha registrato una fortissima espansione colturale, proprio in relazione alla forte richiesta da parte dell’industria dolciaria.

L’area di produzione della Nocciola di Giffoni I.G.P. è concentrata nel salernitano, soprattutto nella valle dell’Irno e nella zona dei Monti Picentini dove sono ubicati i 12 comuni interessati: Acerno, Baronissi, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Fisciano, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte. E’ proprio in queste aree, infatti, che il territorio di origine vulcanica offre le migliori condizioni di fertilità e, in generale, le proprietà qualitative che costituiscono le caratteristiche della Tonda.

Tutte queste caratteristiche non hanno tardato a far conferire alla Nocciola di Giffoni la sua certificazione I.G.P. nel 1997, riconosciuta con Regolamento (CE) n. 2325/97 successivamente modificato con Regolamento (CE) 1257/2006.

Della sua promozione, valorizzazione e tutela, insieme alle attività di vigilanza sul corretto uso della denominazione, se ne occupa il Consorzio di Tutela Nocciola di Giffoni I.G.P., incaricato dal MiPAAF con D.M. n. 10300 del 31/05/2011.

Marrone di Roccadaspide

Sempre della provincia di Salerno è tipico il Marrone di Roccadaspide, il cui nome deriva dall’ecotipo da cui proviene. Esso fa parte del gruppo genetico di castagne presenti nel territorio Campano riferibili alla cultivar madre del “Marrone di Avellino”.

Le caratteristiche distintive del Marrone di Roccadaspide sono rappresentate da una pezzatura media dei frutti, di forma prevalentemente semisferica, dalla buccia sottile di color castano bruno con sfumature rossastre che è facilmente distaccabile. Ha un notevole contenuto zuccherino che lo rende molto gradito per il consumo allo stato fresco ma anche per l’utilizzo nella produzione di marron glacés, marmellate, castagne al rum, puree e deliziosi dolci tipici della tradizione.
Per le sue caratteristiche è tra le poche varietà di castagne campane a potersi definire botanicamente e merceologicamente di tipo “marrone”.

Questo I.G.P. è considerato, insieme alla Castagna di Montella e a quella di Serino, tra le migliori castagne prodotte in Campania; ciò non solo per la qualità intrinseca della varietà, ma anche per il terreno e il clima favorevole che contribuiscono ad esaltare il livello qualitativo del prodotto.

La sua produzione, come per le altre castagne della Campania, è molto antica e risale già all’XII secolo. Ne danno testimonianza i preziosi manoscritti conservati nell’archivio della Badia di Cava che documentano l’esistenza di questi castagneti già nel 1183-84. La diffusione significativa del Marrone di Roccadaspide deve molto anche ai Monaci Basiliani e Benedettini, come confermano alcuni ritrovamenti archeologici a Moio della Civitella e a Gioi Cilento.

Ma la vera svolta della castanicoltura cilentana avvenne quando, a partire dal secolo scorso, le produzioni dell’area, date le loro caratteristiche pregiate e i miglioramenti delle tecniche di coltivazione, si sono progressivamente affermate sui mercati internazionali. Negli anni ’40, poi, fu effettuata una massiccia azione di innesto che estese la zona di produzione di questo pregiato prodotto anche fuori da Roccadaspide.

La zona di produzione di questo prodotto è, oggi, localizzata nella provincia di Salerno ed in particolare nell’areale che comprende gli Alburni, il Calore salernitano e una parte del Cilento, coincidente in larga misura con il territorio del Parco del Cilento e Vallo di Diano, e comprendente circa 70 Comuni.

Nei primi anni 2000, su iniziativa della comunità locale e della cooperativa “Il Marrone”, il prodotto ha ottenuto un riconoscimento e una tutela formati da parte delle istituzioni; nel 2008, questo ha portato al riconoscimento ufficiale come I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 284/2008).

Castagna di Montella

Come già accennato prima, insieme al Marrone di Roccadaspide si posiziona ai primi posti nella produzione di castagne in Campania anche la Castagna di Montella. Sicuramente le motivazioni sono da ricercare, oltre che nella qualità intrinseca della varietà, anche nella composizione dei terreni in cui si produce, nel clima favorevole e nelle competenze acquisite dai castanicoltori.

Il frutto ha ricevuto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) nel 1987, diventando l’unico caso in Italia di prodotto ortifrutticolo con tale certificazione. Nel 1992, poi, la Commissione UE, con Regolamento CEE N. 2081/92 ha attribuito alla Castagna di Montella il riconoscimento di Indicazione geografica protetta, che si sostituisce al precedente.

Si tratta di castagne prodotte per il 90% dalla varietà Palummina (il cui nome deriva dalla forma del frutto, che ricorda una colomba, palomma in dialetto) e per il restante 10% dalla varietà Verdole. Esse sono solitamente di pezzatura media o medio – piccola, dalla forma rotondeggiante e dalla base piatta, con la sommità pelosa; il seme ha polpa bianca, è croccante ed è di sapore dolce. Queste caratteristiche rendono la Castagna di Montella adatta non solo all’utilizzo allo stato fresco o secco, ma anche a quello nell’industria di trasformazione, per uso marron glacés, marmellate, puree e dolci.

Le sue origini sono molto antiche: secondo alcuni, infatti, l’importazione del castagno dall’Asia Minore risalirebbe al VI – V secolo a.C.. Già in epoca longobarda, poi, se ne intuì l’importanza e fu emanata la prima legge per la tutela del frutto che, evidentemente, era considerato un prodotto prezioso. Basti pensare, infatti, all’importanza che assunse in epoca medievale la farina di castagna, soprattutto negli assedi di città e castelli grazie alla possibilità di lunga conservazione.

La produzione della Castagna di Montella si concentra nell’area del Terminio – Cervialto ed è limitata in particolare ai territori dei comuni di Montella, Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Nusco, Volturara Irpina e Montemarano. Tuttavia, una parte della produzione è giunta anche negli Stati Uniti e in Canada in seguito alle emigrazioni del XIX secolo.

Sicuramente, dunque, la Castagna di Montella è un prodotto di grande importanza nella produzione ortifrutticola nazionale e internazionale; della sua tutela, infatti, se ne occupa la Cooperativa Castagne di Montella, mentre il Consorzio di Tutela è in via di costituzione.

 

Carciofo di Paestum

Protetto dal consorzio di tutela dal 2012, invece, è il Carciofo di Paestum, I.G.P. dal 2004 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 465/2004).

Conosciuto anche con il nome di Tondo di Paestum, questo carciofo è ascrivibile al gruppo genetico dei carciofi di tipo “Romanesco”, ecotipo locale da cui deriva ma da cui si distingue per il carattere di precocità di maturazione, che gli consente di essere presente sul mercato prima di ogni altro carciofo di questo tipo.

Questa caratteristica, insieme all’aspetto rotondeggiante dei capolini, l’assenza di spine e la sua tenerezza, ha consacrato la sua fama tra i consumatori. Notorietà che è, sicuramente, anche frutto dell’accurata e laboriosa tecnica di coltivazione degli operatori agricoli della Piana del Sele, dove si coltiva principalmente, e del clima fresco e piovoso durante il lungo periodo di produzione (febbraio – maggio).

Le qualità intrinseche di questo I.G.P. consentono a questo prodotto di essere molto apprezzato in cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali come la pizza con i carciofini, la crema e il pasticcio ai carciofi, particolarmente graditi ai tanti turisti che visitano la Piana del Sele e in particolare i Templi di Paestum.

Quella del carciofo è diventata, a partire dagli anni ’70, una delle coltivazioni più importanti della Piana del Sele, in provincia di Salerno, e, in particolare, dei comuni di Agropoli, Albanella, Altavilla Silentina, Battipaglia, Bellizzi, Campagna, Capaccio, Cicerale, Eboli, Giungano, Montecorvino Pugliano, Ogliastro Cilento, Pontecagnano Faiano, Serre.

 

Limone Costa D’Amalfi e Limone di Sorrento

Il limone è uno dei frutti più diffusi nei comuni della penisola sorrentino – amalfitana e, in particolare, dei comuni di Maiori, Minori, Amalfi, Sorrento e Massa Lubrense.
Entrambe le coltivazioni sono molto antiche: si ha traccia del Limone Costa D’Amalfi già in epoca medievale, e di quello Sorrentino già nel Rinascimento.

Il limone Costa D’Amalfi fu introdotto dagli Arabi nel corso della loro espansione e delle loro conquiste, in Spagna, in Sicilia e in Campania. Ma la vera diffusione avvenne durante il Medioevo quando si scoprì che le sue proprietà favorivano la guarigione dello scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C, di cui questi agrumi sono notoriamente ricchi.

Il nome della varietà Sfusato Amalfitano, che dà luogo alla Indicazione Geografica Protetta “Limone Costa d’Amalfi”, deriva dalle sue due caratteristiche più importanti: la forma affusolata del frutto (da cui il termine “sfusato”) e la zona in cui si è sviluppato.

E’ un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate (la buccia spessa, la polpa succosa, l’aroma e il profumo intensi, la quasi assenza si semi) che lo rendono particolarmente adatto all’utilizzo in cucina, sia al naturale (nell’insalata, sulle carni, sul pesce) sia come ingrediente. Viene usato, infatti, non solo per il celebre liquore di limoni ma anche per il “caffè al limone”, servito da alcuni bar della zona, e per prodotti quali le delizie, i babà al limoncello, le torte, i profitteroles e altri dolci tipici della tradizione.

L’insieme di queste caratteristiche ha fatto sì che nel 2001 gli venisse conferita la certificazione I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001) e che, solo due anni dopo, venisse costituito il Consorzio di Tutela del Limone Costa D’Amalfi.

Per quanto riguarda il Limone di Sorrento, invece, la sua diffusione in Campania è documentata già a partire dal 1500 ma antenati dell’attuale ovale sorrentino risalgono già all’epoca dei romani. Negli scavi di Ercolano e Pompei sono stati, infatti, trovati numerosi dipinti che raffigurano limoni molto simili a quelli odierni di Sorrento.
Il prodotto è un ecotipo locale della specie Citrus Limone noto come Limone di Massa o Massese (Cultivar Massese) e, più comunemente, come Ovale di Sorrento.

Il limone di Sorrento è un prodotto che si distingue dagli altri prodotti simili grazie alle sue peculiari caratteristiche: dimensioni medio – grosse, forma ellittica, serbevolezza ed aroma. Le caratteristiche di qualità di questo IGP sono esaltate dalle particolari tecniche di produzione, ancora legate alla coltivazione delle piante sotto le famose pagliarelle, stuoie di paglia che vengono appoggiate a pali di sostegno di legno, solitamente di castagno, a copertura delle chiome degli alberi, al fine di proteggerli soprattutto dal freddo e dal vento e per conseguire anche un ritardo della maturazione dei frutti, che rappresenta uno dei principali elementi di tipicità di questa produzione.
Viene utilizzato anch’esso per numerosi piatti della tradizione, come le delizie, i babà al limoncello e il sorbetto al limone.

L’Ovale di Sorrento ha ricevuto la sua certificazione I.G.P. nel 2000 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 2446/2000) e, come lo sfusato, due anni dopo, nel 2002, è stato costituito il Consorzio di Tutela del Limone di Sorrento, ente preposto alla la valorizzazione, promozione e commercializzazione del prodotto.

Melannurca Campana

Altro prodotto di spicco dell’agricoltura Campana è la Melannurca, una delle varietà italiane di melo più conosciute e più apprezzate in assoluto dai consumatori, tale da essere conosciuta come la “Regina delle mele”.

Sappiamo che essa è presente in Campania da almeno due millenni grazie ad alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare, nella Casa dei Cervi. La prima documentazione risale al I secolo d.C., ovvero al trattato di Plinio il Vecchio Naturalis Historia, in cui viene indicata come Mala Orcula in relazione al limitrofo “Orco”, ovvero il Lago d’Averno, sede degli inferi.

La melannurca presenta due varietà: la Sergente, dal sapore acidulo e la buccia striata di colore giallo-verde; la Caporale, dal sapore dolce e di colore rosso.

Questa I.G.P. è medio – piccola e di forma appiattita – rotondeggiante, ed è conosciuta soprattutto per la sua polpa croccante, compatta e bianca, gradevolmente acidula e succosa, con aroma caratteristico e profumo finissimo. La sua buccia è proprio ciò che costituisce uno dei suoi elementi principali grazie alle sue virtù salutari: altamente nutritiva per l’alto contenuto in vitamine e minerali, ricca di fibre, diuretica, particolarmente adatta ai bambini ed agli anziani, è indicata spesso nelle diete ai malati e in particolare ai diabetici.

Queste caratteristiche sono esaltate dalla pratica di maturazione dei frutti nei melai, i quali sono disposti su file esponendo alla luce la parte meno arrossata, venendo poi periodicamente rigirati ed accuratamente scelti, scartando quelli intaccati o marciti.

Apprezzata, quindi, allo stato naturale, la melannurca viene utilizzata anche per la produzione di succhi, liquori e dolci tradizionali (crostate, sfogliatelle, mele cotte).

Nel marzo 2006 la la denominazione Melannurca Campana è stata riconosciuta quale Indicazione Geografica Protetta (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 417/2006) e nel 2007 ne è stato riconosciuto il Consorzio di tutela Melannurca Campania, costituitosi già nel 2005.

Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale

Il vitellone bianco dell’Appenino Centrale è l’unico prodotto di carne ad Indicazione Geografica Protetta in Campania ed è, ad oggi, l’unico marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dalla Comunità Europea per l’Italia. Si produce nelle aree interne collinari e montane degli Appenini Centrali, dal Tosco-Emiliano fino alla Campania, in cui sono comprese le province di Benevento ed Avellino.

Questa denominazione è riferita alle carni provenienti da bovini, maschi e femmine, esclusivamente di razza Chianina, Marchigiana e Romagnola, di età compresa fra i 12 ed i 24 mesi. Caratteristiche tipiche di questo animale sono la pigmentazione apicale nera, il mantello bianco e la precocità di maturazione.

L’eccellente qualità delle carni, che si presentano magre, sapide e a basso contenuto di colesterolo, si vede nel colore rosso vivo, la grana fine, la consistenza e l’elasticità. Qualità che derivano dalla razza dell’animale e dal regime alimentare durante il periodo dell’ingrassamento, e che la rendono un sinonimo di garanzia e bontà per la salute, grazie anche all’alto tasso di proteine e ferro in essa contenute.

Le razze Chianina, Marchigiana e Romagnola hanno origine in epoca etrusca: in vaste aree dell’Appennino centrale erano allevati, infatti, animali riconducibili alle razze su indicate, contraddistinti dal mantello bianco e dal notevole sviluppo somatico. Tutte e tre derivano dallo stesso ceppo podolico, quello del Bos Taurus Primigenius; in particolare, però, la Marchigiana, che è quella maggiormente diffusa in Campania, discende dall’unione delle altre due razze. Questo incrocio avvenne intorno alla metà dell’800 da parte degli allevatori marchigiani e completato nel secolo scorso.

L’indicazione Geografica Protetta è stata riconosciuta nel 1998 con Regolamento n. 134/98 (pubblicato sulla GUCE n. L 15/98 del 21 gennaio 1998), mentre il riconoscimento al Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale è arrivato solo nel 2004.

 

 

Pasta di Gragnano

Ultimo prodotto I.G.P. campano, ma non meno importante, è la Pasta di Gragnano, uno dei fiori all’occhiello del territorio napoletano e della città di Gragnano. E’ in questa città che la produzione di questa pasta affonda le sue radici. La storia data l’origine della fama di Gragnano come patria della produzione della pasta al 1845, quando il re Ferdinando II di Borbone, durante un pranzo concesse ai pastai gragnanesi il privilegio di fornire la corte di tutte le paste lunghe.

In realtà le sue origini sono di gran lunga più lontane, al tempo dei romani, quando si iniziò a macinare il grano per trasformarlo in farina che serviva per la produzione del pane. Col passare del tempo, poi, la necessità per le classi povere di avere un minimo di scorte alimentari, fece nascere la produzione della pasta secca. Questa pratica si sviluppò molto nel corso degli anni, in particolare nella città di Gragnano, poiché, già nel 1500, ci si rese conto che la sua posizione geografica era particolarmente indicata per la produzione della pasta. Gragnano, infatti, sorge in cima ad una valle, sulla quale sfociano numerose fonti montane la cui acqua sorgiva conferisce alla pasta un sapore unico, mentre il suo clima caldo e ventilato ne favorisce l’essiccazione che, anticamente, avveniva all’aperto.

I primi pastifici nacquero nel XVII secolo e ben presto la città divenne un centro industriale molto rinomato, ricco di aziende che, ancora oggi, seguono le stesse regole di lavorazione di un tempo. L’arte del fare la pasta, infatti, è stata tramandata in questa terra di generazione in generazione e alcune tecniche sono ancora oggi determinanti per l’ottenimento di un prodotto di qualità: l’utilizzo della semola di grano duro e la trafilatura in bronzo. Quest’ultima, in particolare, conferisce alla pasta quella rugosità tipica che le permette di trattenere alla perfezione il condimento.

La pasta di Gragnano, insomma, è il prodotto realizzato all’interno del comune di Gragnano e ottenuto solo dall’impasto della semola di grano duro con l’acqua della falda acquifera locale, con un profumo di grano maturo, un sapore sapido, un gusto deciso e un colore giallo paglierino. Queste sono le caratteristiche che, nel 2013 (con Regolamento (CE) nº 969/2013 della Commissione del 2 ottobre 2013), hanno permesso di ricevere la denominazione I.G.P.

Attualmente a Gragnano sono attive decine di pastifici, otto dei quali sono confluiti nel Consorzio Gragnano Città della Pasta, fondato nel 2003 con l’obiettivo di difendere e rilanciare la tradizione di Gragnano.

Ora che li conoscete un po’ meglio, non vi resta che assaggiarli tutti.

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

La Regina di Napoli: la Pizza

Pizza: un nome una certezza!

La pizza costituisce una bontà culinaria universalmente conosciuta e associata alla città di Napoli.

 

Tuttavia, la pizza non nasce in territorio partenopeo ma ha origini antichissime e le ipotesi riguardanti la sua provenienza geografica e l’etimologia del suo nome sono numerose e ancora oggi molto incerte.
Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e in un contratto di locazione datato 31 gennaio 1201 a Sulmona ed in seguito in quello di altre città italiane.

L’unica cosa certa è che a Napoli questo piatto ha raggiunto la sua massima espressione di eccellenza, diventando un vero e proprio simbolo della città.

Infatti, la vera pizza napoletana ha caratteristiche uniche e inimitabili e il suo arrivo a Napoli si fa risalire al 1600 circa, quando si decise di rendere più appetibile e saporita la tradizionale schiacciata di pane: pasta per pane cotta nel forno a legna, condita con aglio, strutto e sale grosso, oppure, nella versione più ricca, con caciocavallo e basilico.

Nonostante oggi esistano molteplici condimenti differenti, quella che individuiamo come la pizza napoletana verace ed artigianale è certamente nata dopo il ‘700, quando i colonizzatori spagnoli importarono il pomodoro dal Perù. Infatti, questo ingrediente costituisce il condimento fondamentale per la preparazione della vera pizza.

Tuttavia, l’approvazione ufficiale della pizza arriva solo nel 1889, in occasione della visita a Napoli dei sovrani d’Italia Re Umberto I e la Regina Margherita. La storia ci racconta che Raffaele Esposito, considerato il miglior pizzaiolo dell’epoca, realizzò per i sovrani tre pizze: la cosiddetta pizza alla “Mastunicòla” (strutto, formaggio e basilico), la pizza alla “Marinara” (pomodoro, aglio, olio e origano) e la pizza “pomodoro e mozzarella” (pomodoro, mozzarella e basilico), i cui colori richiamavano volutamente il tricolore italiano (rosso, bianco e verde).

La sovrana apprezzò talmente tanto quest’ultima versione da inviare una lettera di elogi e ringraziamenti al pizzaiolo. Per tale motivo e per contraccambiare, Esposito diede il nome della Regina alla sua creazione, che da allora si chiama “Pizza Margherita”.

 

Certamente, oltre alla genuinità degli ingredienti del condimento, come ad esempio l’olio certificato prodotto nella regione, è fondamentale anche quella degli ingredienti dell’impasto.

INGREDIENTI E PREPARAZIONE DELLA VERA PIZZA NAPOLETANA:

  • acqua
  • lievito di birra fresco
  • sale marino

La genuinità degli ingredienti da sola non garantisce il successo della pizza: l’impasto va lavorato accuratamente e poi lasciato lievitare una prima volta. Alla formatura e allo staglio segue una seconda lievitazione, che precede un’ulteriore fase di lavorazione, durante la quale la pizza viene spianata e condita e, infine, cotta nel forno a legna.

Quella della preparazione della pizza verace è considerata una vera e propria arte, della quale, al di là delle origini geografiche, la città di Napoli si è guadagnata la paternità.

Infatti, dal 4 febbraio 2010, la pizza napoletana è stata ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita (STG) dalla Comunità Europea. Nel 2011 è stata presentata dall’Italia come candidata al riconoscimento UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.

Oggi che la pizza è così diffusa, c’è il rischio che si perda la genuinità e l’unicità di tale prodotto. Proprio per questo, è stata istituita l’Accademia della Vera Pizza Napoletana, che tutela la pizza originale, le sue regole antiche e la sua genuinità. Questo a beneficio sia dei consumatori che possono consumare un prodotto autentico e certificato e sia per i pizzaioli che possono far emergere chiaramente la propria professionalità con un’associazione che opera in tutto il mondo per tutelare uno dei prodotti più consumati e conosciuti, la pizza.

Ora che conoscete la storia della vera pizza napoletana, non vi resta che assaggiarla, scegliendo tra i numerosi produttori presenti in tutta la Campania!

 

Le infinite risorse del Cilento

Il patrimonio culturale del Cilento presentato a Bruxelles

Hetor sarà presente all’evento “Il patrimonio culturale della Regione Campania” che si terrà il 30 maggio a Bruxelles, organizzato dall’Istituto di cultura Bruxelles. Saranno esposti alcuni progetti di interesse nazionale ed internazionale, presentati grazie a supporti che è possibile utilizzare nel campo delle nuove tecnologie e dell’informazione.

In questa prospettiva, verrà sviluppato un focus su un’area meno conosciuta che ha intrapreso, grazie all’integrazione delle risorse dei Fondi Strutturali, una percorso originale di sviluppo, coerente con gli elementi fortemente caratterizzanti questo territorio e con le sfide della globalizzazione. Trattasi di un territorio molto esteso, che comprende gran parte del territorio a Sud di Napoli, e che rappresenta un esempio di un concreto laboratorio di innovazione istituzionale che comprende anche il buon uso dei contributi comunitari. Si tratta del Cilento, identificato dal Parco Nazionale, che ha ricevuto dall’UNESCO ben quattro riconoscimenti mondiali come Patrimonio dell’Umanità – Paesaggio culturale, che comprende (il Parco, Paestum, Elea Velia e la Certosa di Padula), Riserva della Biosfera, GeoParco UNESCO e capitale mondiale della Dieta Mediterranea, con 12 Bandiere blu lungo 100 Km di costa e due aree marine protette di prestigio internazionale che hanno portato ad sistema economico produttivo che si caratterizza per la presenza di una impresa agricola molto orientata al bio, integrata alla risorsa mare ed organizzata nel primo Biodistretto d’Italia. La strategia intrapresa è volta a integrare i vari progetti nella logica della programmazione comunitaria e a superare i particolarismi storici che caratterizzano questi territori nei quali insistono molti comuni di piccole dimensioni in un contesto ricchissimo di PATRIMONIO culturale e naturale che fanno di questa area una zona unica in Campania e nel mondo.

 

 

Visitando il Cilento è possibile scoprirne la storia, la civiltà e la cultura, ma anche la cucina tipica, che utilizza sempre prodotti del territorio che sono preparati con le ricette tradizionali di una volta, una cucina sana e di qualità nel rispetto della biodiversità e stagionalità.

Il Cilento è una terra dai mille volti che conserva i resti della civiltà greca, i ricordi classici, le rocche feudali e le torri costiere. Splendidi paesaggi naturalistici ricchi di ulivi e colline verdeggianti da un lato, dall’altro la costa con le sue insenature e ampie spiagge dorate con le limpide acque azzurre del mare.

Eppure il Cilento è ricco di tanti gioielli altrettanto preziosi, anche se meno famosi, che meritano di essere scoperti.

 

Castelli e Torri del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese del film “Benvenuti al Sud” che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il sistema difensivo di epoca vicereale della costa cilentana conta circa 70 torri, alcune ancora in buono stato di conservazione, tra le quali:

Torre Oliva o dell’Olivo, situata a San Giovanni a Piro;
Torre Petrosa, a Vibonati;
Torre Mezzatorre o Cala delle Acque, situata a San Mauro Cilento.

 

 

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate.

Il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo è stato importante come luogo di culto, ma anche come centro di attività economiche, palestra di educazione per i contadini che appresero tecniche nuove per l’agricoltura.

L’importanza del complesso monastico risiede nel fatto che esso, prima del 1063, anno della morte dell’ultimo egumeno, era un monastero di rito greco, la cui esistenza è ricordata in un documento risalente all’anno 963. I ruderi del complesso si trovano presso l’odierno abitato di Perdifumo, alle pendici del colle Sant’Arcangelo. La cappella fu aperta al culto fino al 1792, quando il luogo di culto fu abbandonato e trasformato in casa colonica.

A Caselle in Pittari si trovano la grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo.

Si tratta di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele: gli ingressi delle due grotte si aprono in uno spiazzo raggiungibile tramite un comodo sentiero che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto del Santo, presentando al loro interno altari con raffigurazioni dell’arcangelo. Le grotte sono caratterizzate da intensi fenomeni di concrezionamento (stalattiti e stalagmiti), che spesso creano passaggi molto angusti ma al contempo danno vita ad ambienti da favola, davvero evocativi e incantevoli.

 

 

Nel patrimonio delle chiese rupestri cilentano troviamo un vasto assortimento di chiese rupestri, monasteri, santuari, grotte, che soddisfano i bisogni della popolazione locale, sparpagliata su un territorio molto vasto e quindi accompagnano, nella loro collocazione, la formazione degli assetti del territorio.

Tra le altre troviamo anche:
• il Santuario rupestre di Santa Maria di Pietrasanta a San Giovanni a Piro
• la Grotta di San Biagio a Camerota
• la Grotta della Madonna a Celle di Bulgheria

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio offre. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum, costituisce uno dei fiori all’occhiello della regione e accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati in una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: tra tutti, i celebri tempi dorici, in ottimo stato di conservazione, ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Quest’ultimo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di tale genere di edifici. Costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

 

Partendo dai formaggi:

  • il Formaggio caprino del Cilento
  • la Manteca del Cilento
  • la Mozzarella nella mortella
  • la Cacioricotta caprina del Cilento

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Sicuramente non può mancare di essere annoverato tra i prodotti tipici cilentani il Carciofo di Paestum I.G.P..

Le radici della sua coltivazione vengono fatte risalire al tempo dei Borboni, il cui ufficio statistico già nel 1811 segnalava la presenza di carciofi nella zona. Le prime coltivazioni specializzate di carciofo sono state realizzate da agricoltori del Napoletano che impiantarono loro ecotipi proprio nelle zone adiacenti ai famosi Templi di Paestum. Ma la vera e propria diffusione del carciofo nell’area cilentana risale agli anni ’30, a seguito delle opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportate dalla riforma fondiaria.

L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine sono i principali requisiti qualitativi e peculiari che conferiscono al Carciofo di Paestum la certificazione I.G.P., caratteristiche che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori. Difatti è uno degli ingredienti fondamentali della dieta mediterranea: molto apprezzato in cucina, viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in tutta l’area cilentana; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le Alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

L’ olio Cilento D.O.P. è ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

 

 

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Paestum”

Il  “Cilento” è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

 

 

Il “Paestum” I.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

 

 

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, che produce Cilento e Paestum
  • “San Giovanni”, che produce Paestum
  • “Donna Clara”, che produce Cilento e Paestum
  • “De Conciliis”, che produce Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum
  • “Cobellis”, che produce Paestum
  • “Luigi Maffini”, che produce Cilento e Paestum
  • “Verrone Viticoltori”, che produce Cilento e Paestum
  • “Carmine Botti”, che produce Cilento
  • “Raffaele Marino”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

 

 

Il Cilento è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.