Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

 

 

Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

 

Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

 

La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

 

Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

 

Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

I migliori 5 mercatini in Campania – Natale 2017

La Campania gode di un clima mite e raramente si può osservare il tipico paesaggio innevato caratteristico invernale. Ma ciò non toglie nulla al magico clima natalizio che si diffonde ovunque in questo periodo!
In questo articolo vi consigliamo 5 stupendi mercatini di Natale, a nostro parere tra i migliori della regione.

 

Avellino

Iniziamo dalla provincia di Avellino: l’appuntamento è per l’8 dicembre a Caposele per la tradizionale accensione delle luminarie dell’abete, posizionato nel centro storico del borgo, alto ben 33 metri!

Durante l’evento si terrà anche l’inaugurazione dei mercatini di Natale: visitate le tante bancarelle ricche di prodotti artigianali esclusivi, accompagnati da suggestive armonie di musiche e luci. I mercatini saranno aperti alle ore 16.00 dell’8 dicembre e proseguiranno fino a domenica 10.

Inoltre, tantissimi saranno gli stand di enogastronomia locale: si potranno degustare le Matasse di Caposele, una tipica pasta fatta in casa, prodotta quasi esclusivamente in maniera artigianale, servita con un soffritto di ceci, aglio e peperoni essiccati, lievemente piccante; gli amaretti, biscotti dal sapore caratteristico di nocciole tostate, completamente diverso dall’amaretto commerciale; la Mnestra e pizza, r patan sfruculat, la polenta, la carn cu r paparol, i prodotti del forno, tartufi, formaggi ed insaccati, le castagne, l’olio novello, i vini del territorio ed altre specialità ed eccellenze legate alla tradizione irpina.

Vale la pena conservare un po’ di tempo per un passaggio al Castello longobardo di Caposele: innalzato a difesa del territorio circostante, risalirebbe all’anno 1000, di questo sito oggi restano solo alcuni ruderi.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/284553815378695

 

 

Benevento

Si rinnova, come ogni anno, l’appuntamento con “Cadeaux al Castello”, l’evento natalizio più conosciuto della Campania, arrivato all’ottava edizione.

Il Castello di Limatola, in provincia di Benevento, di epoca normanna, sovrasta l’antico borgo medioevale. Dopo decenni di abbandono l’edificio è stato restaurato nel 2010 ed ospita un albergo e ristorante; oggi il castello è di proprietà della famiglia Sgueglia, che ormai da anni si impegna con successo nell’organizzare uno dei più bei mercatini di Natale della Campania.

I mercatini sono visitabili fino al 10 dicembre con orario continuato, tutti i giorni, dalle 10.00 alle 23.00.

Tra le attrazioni presenti: esibizioni di strada, combattimenti in armatura e rievocazioni di antichi mestieri. Teatrini di marionette, il bosco incantato e soprattutto la Casa di Babbo Natale, per accontentare anche i più piccoli.

Ambienti inondati dalle luci delle luminarie e da musica di ogni genere, dal gospel alla zampogna fino alla melodia natalizia.

Non mancheranno i numerosi stand di ristoro e di gastronomia, con le eccellenze del territorio.

Per saperne di più: www.mercatinodinatale-castellodilimatola.it

 

 

Caserta

Quest’anno la magia del Natale si fermerà anche nel Palazzo Ducale di Parete in provincia di Caserta. Di epoca angioina, il castello, purtroppo poco noto, occupa una vasta area di circa 1056 mq.

Ogni fine settimana fino al 6 gennaio 2018, al suo interno e nell’annesso borgo, si potranno visitare i mercatini di Natale, dalle ore 17.30 alle 22.00, organizzati dalla Pro Loco Parete, con il patrocinio del comune di Parete.

Oltre ai mercatini natalizi, ci saranno tanti eventi legati alla cultura, alla musica, alle festività di Natale e alla promozione gastronomica delle bontà culinarie del territorio: in particolare sarà possibile passeggiare tra gli stand di enogastronomia, con prodotti tipici della tradizione locale.

Accompagna il tutto l’ormai famoso Presepe Vivente che, giunto alla sua ottava edizione, si terrà nei giorni 21 e 26 dicembre 2017.

Da non perdere anche la rappresentazione della Natività realizzata con sculture di sabbia, un’attrazione unica nel suo genere che si terrà dall’8 dicembre al 6 gennaio.

Per i più piccoli, inoltre, sarà possibile visitare la splendida casa di Babbo Natale.

Per saperne di più: www.prolocoparete.it

 

 

Napoli

Anche quest’anno il Castello Mediceo di Ottaviano, alle falde del Vesuvio, in provincia di Napoli, ospiterà i “Mercatini di Natale”.

Il Castello di Ottaviano, risalente circa all’anno 1000, situato nella parte alta del paese, fu posto a difesa del borgo; successivamente fu trasformato in residenza signorile da Bernardetto de’ Medici e dalla moglie Giulia de’ Medici.

Organizzati dalla Pro Loco Ottaviano, i mercatini saranno visitabili dal 2 al 17 Dicembre 2017, tutti i giorni, con orari feriali dalle 18.00 alle 23.00 e festivi dalle 10.00 alle 23.00.

L’evento ha registrato oltre 60 mila presenze l’anno scorso e si è imposto a livello nazionale con la conquista del Premio “Italive 2015″ nella categoria “Mercatini di Natale”, come miglior mercatino d’Italia.

Per l’edizione 2017 dei Mercatini al Castello di Ottaviano c’è un’importante novità: un gemellaggio con la città di Bolzano, nato dopo il conseguimento del premo Italive2015, quando la manifestazione ottavianese è diventata nota a livello nazionale.

La voglia di farsi conoscere in tutta Italia ha spinto l’amministrazione di Ottaviano a creare la collaborazione con i mercatini di Bolzano, considerati i mercatini per antonomasia; lo scopo era quello di realizzare un comune disegno culturale e commerciale improntato ai valori della territorialità, della preservazione degli antichi mestieri e dei prodotti a chilometro zero.

Saranno circa 100 gli espositori presenti al Castello, tra artisti di strada, concerti, cori, rappresentazioni teatrali e spettacoli natalizi che si terranno all’interno delle due aree attrezzate appositamente per gli eventi, mentre l’antica scuderia sarà dedicata interamente agli stand di prodotti enogastronomici.

Inoltre quest’anno i visitatori avranno una bellissima sorpresa: per la prima volta verrà aperto al pubblico il primo piano del palazzo, in parte restaurato, dove potranno ammirare gli antichi saloni e le bellezze nascoste in ogni angolo da scoprire in un percorso più ampio.

Anche quest’anno ci sarà una caratteristica navetta che attraverserà le principali strade del paese, conducendo i visitatori al Castello dove saranno accolti da una suggestiva ambientazione: giochi di luce, luoghi innevati e luminarie artistiche.

Per saperne di più: www.prolocoottaviano.it

 

 

Salerno

Nella splendida cornice del Castello Doria di Angri, in provincia di Salerno, avrà luogo la seconda edizione della manifestazione “Mercatini di Natale Sapori&Piaceri”.

Il castello, di epoca angioina, deve il suo nome ai Doria, famiglia nobile di origini genovesi, che acquisì grandi latifondi nel territorio dell’Agro-Nocerino. Nel 1908 l’amministrazione comunale acquistò il castello per novantamila lire, trasformandolo nella sede del Municipio e carcere mandamentale. Durante la seconda guerra mondiale fu colpito da una ventina di proiettili d’ artiglieria e mortai, mentre il terremoto del 1980 rese il castello inagibile. Dopo quattro anni di restauro, dal 1988, è tornato ad essere la sede del Municipio.

Da giovedì 8 a domenica 10 dicembre, sarà possibile ammirare, presso i vari stand, prodotti dell’artigianato locale, sapientemente realizzati a mano.

Ovviamente non mancheranno espositori di prodotti tipici locali: caldarroste, formaggi e salumi del territorio, ma anche vin brulé, vini locali e tanti dolci tipici campani.

Nel corso dell’evento, le serate saranno allietate da spettacoli itineranti di artisti di strada, gruppi musicali e spettacoli di cabaret.

Inoltre il 10 Dicembre i visitatori potranno assistere ad uno spettacolo a tema Medioevale del Borgo Concilio, con sbandieratori e abiti d’epoca.

Una chicca: all’interno della Sala Affreschi del Castello Doria sarà presente la “Mostra dei Presepi Artistici Napoletani“.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/699522653586179

 

Questi sono solo alcuni tra i tanti eventi dedicati al Natale in Campania e senza dubbio tra i più apprezzati negli anni, ma ce ne sono tanti altri.
Valgono davvero una visita!

Top 5 Liquori della Campania

La Campania conta una ricca varietà di liquori che ormai sono entrati a far parte della tradizione enogastronomica della regione.

In questo articolo stileremo un elenco dei più apprezzati e conosciuti.

 

 

Nocillo

La storia del nocillo, o nocino, è legata a racconti suggestivi, dall’alone misterioso.

Una delle tradizioni racconta che il 24 Giugno, in occasione della notte di San Giovanni, le donne con lunghe scale e piccoli panieri di vimini scomparivano nel buio della campagna, per poi riunirsi sotto il noce e la più esperta, a piedi nudi, saliva sulla scala, sceglieva le noci più adatte e più integre e le riponeva delicatamente nel paniere. Una volta raccolte si lasciavano tutta la notte ad assorbire la fresca rugiada e poi si iniziavano a lavorare.

Si parla anche di nocino di streghe perché nella notte del 24 Giugno le streghe di Benevento si riunivano a convegno sotto un noce per compiere i loro riti, in occasione del solstizio d’estate che per il calendario precedente a quello Gregoriano non cadeva il 21 giugno, ma il 24.

Un’altra leggenda trasmessa per lo più oralmente ci dice che per ottenere un ottimo nocillo le noci verdi, non ancora mature, dovevano essere rubate da una ragazza illibata, a piedi nudi la notte di San Giovanni.

Probabilmente anche a causa delle leggende che si è portato dietro nel tempo, l’albero del noce è sempre stato trattato con diffidenza e piantato lontano dagli alberi da frutto.

In realtà questo è il periodo migliore per avere a disposizione noci dal gusto intenso, non ancora mature e quindi ricche di oli essenziali: gli erboristi definiscono infatti questo periodo come “tempo balsamico” in cui la noce si trova nel suo momento migliore con i profumi derivanti dalla maggior presenza di linfa, oli e vitamine.

Dalla preparazione nel mese di Giugno dovranno poi passare 40 giorni prima che il nocillo sia pronto, ma la pazienza verrà ripagata con un ottimo liquore tanto apprezzato nel periodo invernale.

Leggende e tradizioni a parte, questo elisir è entrato nella tradizione culturale e gastronomica della nostra regione ed in particolare nei paesi vesuviani e nella Penisola Sorrentina.

La ricetta viene tramandata di generazione in generazione e, sebbene oggi venga prodotto da alcune distillerie presenti in tutta la Campania, il nocillo resta prevalentemente un liquore a produzione familiare.

Gli ingredienti base sono l’alcool e le noci che, una volta lavate e tagliate in quattro parti vengono messe a macerare insieme ad un nutrito gruppo di spezie, tra cui cannella, chiodi di garofano, noce moscata, limoncino verde piccolo, china e caffè.

Il nocillo è un ottimo digestivo usato dopo i pasti: nei quartieri più antichi di Napoli c’è ancora chi continua a riferirsi a questo liquore definendolo “merecina”, una medicina utilizzata come rimedio per la pesantezza di stomaco.

 

Liquore di finocchietto

Il liquore di finocchietto selvatico viene prodotto nella provincia di Salerno e in tutte le aree interne della regione ed è uno dei liquori più tradizionali tra quelli che si preparano in maniera casalinga in Campania.  Oltre ad essere prodotto per uso domestico, è stato commercializzato con successo da alcuni laboratori artigianali locali.

Cosa occorre per fare il finocchietto in casa?

La ricetta originale prevede l’uso in parti uguali di alcol e acqua: possono utilizzarsi sia ciuffi di finocchietto selvatico freschi sia i semi e zucchero da aggiungere a seconda delle quantità di alcool e acqua che si useranno.

La macerazione, per preparare liquori digestivi fatti in casa, rimane la tecnica più tradizionale e anche la più facile da gestire e viene fatta in contenitori di vetro dalla chiusura ermetica o in contenitori di acciaio che danno la possibilità di chiudersi.

L’infuso, dopo essere stato preparato, deve rimanere un mese imbottigliato per rispettare i tempi di macerazione. Una volta pronto, il liquore al finocchietto selvatico si può conservare per lunghi periodi, addirittura per un intero anno.

Ottimo digestivo da bere molto freddo alla fine di un pasto importante: il finocchio è infatti popolare per le sue proprietà digestive, aiutando ad assimilare i grassi grazie all’azione che i suoi principi attivi esercitano sulla bile.

Dopo un lungo pasto, un bicchierino di liquore di finocchietto può aiutare a digerire meglio!

 

 

Liquore Nanassino

Il nanassino è preparato esclusivamente per uso familiare in provincia di Salerno, prevalentemente nelle zone litorali, nella Costiera Amalfitana e nel Cilento, zona dove c’è abbondanza di coltivazioni spontanee di fichi d’india, frutto dal quale viene prodotto il liquore.

La preparazione del nanassino è legata alla tradizione casalinga: il liquore era prodotto in piccole quantità dalle famiglie benestanti che lo offrivano in occasioni particolari e nelle festività.

Oggi per realizzarlo si segue l’antica ricetta, che prevede l’infusione delle bucce di una decina di fichi maturi, per circa 10 – 15 giorni in alcool a 95 gradi. L’infuso veniva poi filtrato e diluito con dello sciroppo preparato con acqua e zucchero di canna.

Si impiegano i frutti migliori del fico d’india, raccolti maturi tra la fine agosto e l’inizio di settembre.

 

Liquore di mandarino dei Campi Flegrei

Il mandarino è originario della Cina meridionale: nel 1816 fu piantato a Napoli nel Real Orto Botanico e nel Parco di Capodimonte ed in breve si diffuse con successo in tutto il meridione.

Nell’area dei Campi Flegrei, che comprende i comuni di Napoli, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Isole di Procida ed Ischia, l’ambiente ed i terreni vulcanici conferiscono ai frutti caratteristiche organolettiche peculiari. Infatti, tra i prodotti più coltivati in questa zona, spicca il mandarino dei Campi Flegrei: il suo raccolto costituisce una fondamentale componente, assieme a vino ed olio, del reddito agricolo della zona.

Viene utilizzato allo stato fresco ma anche per la realizzazione di marmellate, confetture e di rosoli.

In particolare molto apprezzato è il liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino, private della parte bianca amara, con aggiunta di sciroppo di zucchero.

Alla vista si presenta limpido, con una colorazione tipica giallo – arancio, ed intenso profumo di mandarino.

La regione Campania ha inserito da poco il Mandarino dei Campi Flegrei ed il liquore di Mandarino dei Campi Flegrei, nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania (P.A.T.) con decreto del 17 giugno 2015.

Ad esso è stata dedicata la “Festa del Mandarino dei Campi Flegrei”, con manifestazioni ed eventi organizzati per rivalutare questo agrume un tempo diffuso largamente sul territorio dei Campi Flegrei, che si tiene tra Dicembre e Gennaio, quando i frutti giungono a completa maturazione.

 

 

Liquore al tartufo Nero

Il tartufo era già presente nell’alimentazione dei Sumeri, dei Romani e degli Etruschi.

La leggenda narrava che il tartufo fosse nato da un fulmine scagliato da Giove sotto una quercia, attribuendogli così proprietà afrodisiache.

La patria campana del tartufo è senza dubbio Bagnoli Irpino, dove nel 2008 è stata creata l’associazione dei tartufai dei Monti Picentini per salvaguardare e proteggere questo fungo.

Il tartufo prodotto a Bagnoli è il “Tuber Meserenticum”, meglio conosciuto come “tartufo nero ordinario di Bagnoli”. In Campania se ne producono tra i 1000 ed i 1500 quintali l’anno.

Il suo uso principale è quello di spezia grattata su molteplici pietanze, ma è utilizzato anche per la produzione di liquori ed altri distillati, come il prelibato liquore al tartufo nero.

Il liquore ‘r tartufu è nato appunto a Bagnoli Irpino circa trenta anni fa, ed è un prodotto tipico dell’area tartuficola dell’Alta Valle del fiume Calore, in provincia di Avellino.

Il rosolio viene preparato lasciando macerare i tartufi neri in alcool puro a 90 gradi per circa un mese e aggiungendovi, in seguito, uno sciroppo fatto da acqua e zucchero. Il liquore al tartufo ha un sapore molto forte ed aromatico ed ha una gradazione di 38-40 gradi.

Una menzione speciale va al Limoncello, in tutte le sue varianti, sicuramente il liquore più famoso prodotto nella nostra regione di cui abbiamo già ampiamente discusso nell’articolo sulle bellezze della Costiera Amalfitana.

 

 

Provateli tutti e inviateci i vostri feedback!

I più intraprendenti potrebbero anche cimentarsi nelle ricette originali…e magari inviatene un assaggio al team di Hetor, che vi ringrazierà pubblicamente! 😉

 

Open Data Challenge: Caccia ai tesori di Nocera

Ieri è stato dato il via alla nuova iniziativa promossa dal Progetto Hetor, Open Data Challenge: Caccia ai tesori di Nocera.

L’evento di apertura si è tenuto alle 17.30 presso la Biblioteca Comunale “R. Pucci” di Nocera Inferiore e si inserisce nell’ambito del Progetto “Open Data Per il Patrimonio Culturale della Campania”, nato dalla collaborazione tra il Progetto Europeo Horizon 2020 ROUTE-TO- PA ed il Distretto ad Alta TecnologiA per i Beni Culturali DATABENC.

 

 

Il soggetto del concorso è il patrimonio culturale della città di Nocera Inferiore.

L’intento è valorizzare il territorio attraverso gli Open Data con la creazione di un insieme di dati accessibili a tutti, che raccontino la città a chi non la conosce e che la facciano riscoprire nei suoi aspetti inediti alla comunità locale.
I dati saranno raccolti sulla Piattaforma Sociale per gli Open Data SPOD, che consente ai cittadini di interagire sui dataset open e di discutere in stanze pubbliche e private.

 

Alla presentazione sono intervenuti l’Assessore alla cultura e politiche giovanili Federica Fortino, il Professore Vittorio Scarano, docente di informatica presso l’Università degli Studi di Salerno e coordinatore del progetto ROUTE-TO-PA, la Dottoressa Giuseppina Salomone, Dirigente medico presso il dipartimento di salute mentale ASL Salerno 1, la Professoressa Teresa De Caprio, Dirigente scolastico presso il Liceo G.B.Vico di Nocera Inferiore.

Hanno partecipato attivamente all’incontro anche numerose associazioni locali, tra cui Ridiamo vita al Castello e Giovani d’Oggi, oltre che numerosi cittadini entusiasti dell’iniziativa e soprattutto dediti a far riscoprire il loro territorio e le loro tradizioni.

Ha moderato la discussione la Dott.ssa Nicla Iacovino, direttrice della Biblioteca comunale.

Per chi volesse partecipare alla Challenge o semplicemente volesse informazioni più approfondite, può visitare la pagina Facebook del progetto oppure scrivere al team di Hetor alla mail hetor@routetopa.eu. 

Inoltre ricordiamo che la piattaforma SPOD è gratuita e l’accesso è libero a tutti.

Partecipate numerosi: fantastici premi vi aspettano!

 

Alla scoperta dell’Oasi WWF Valle della Caccia

L’ Oasi Valle della Caccia, gestita dal WWF, è stata istituita dal Comune di Senerchia il 15 luglio 1992 ed inaugurata il 23 maggio del 1993, per poi essere riconosciuta Sito di Interesse Comunitario (SIC IT8050052) e Zona di Protezione Speciale (ZPS IT8040021).

L’area si estende per circa 450 ettari del territorio comunale e rientra nel Parco regionale dei Monti Picentini che costituisce con i suoi 63.000 ettari il più grande dei parchi regionali della Campania e uno dei più importanti bacini idrici del Mezzogiorno.

 

 

 

Nonostante il nome, è un luogo protetto tra i più affascinanti e selvaggi dei Monti Picentini.

Per raggiungere l’Oasi bisogna risalire il sentiero che parte dal borgo antico di Senerchia e costeggia le rive del torrente Acquabianca, dal caratteristico colore bianco, come anticipa il nome,  dato dalla natura calcarea dell’area.

Il sentiero è totalmente immerso nella natura, dove si potrà passeggiare circondati da una fitta vegetazione composta da betulle, faggi, frassini, querce, leccete e piante rare come l’Erica Terminalis ed il Pino nero.

Il percorso è lungo poco meno di un chilometro e si giunge alla cascata finale in circa quaranta minuti, godendosi lo scenario e le varie pause. Vi sono una settantina di metri di dislivello, dai 480 m circa della partenza ai 550 m  circa finali.

 

 

 

 

Il percorso è completamente privo di difficoltà, adatto a tutti e molto ben attrezzato.  Tra le bellezze che si possono ammirare durante il cammino sono degne di nota la “Grotta del Muschio” e la più recente “Grotta Profunnata”.

Arrivando alla “Grotta del Muschio” si viene catapultati in un’atmosfera magica e suggestiva osservando i mille rivoli d’acqua che, cadendo dalle pareti rocciose, danno vita a strati di muschio e creano suggestivi giochi di luce e colori.

Dal 2015 è stato aggiunto un altro affascinante sentiero, quello della “Grotta Profunnata”, progettato su un’antica mulattiera, posto circa a metà del percorso in direzione della meta finale, dotato anche di un’area di sosta per rifocillarsi e godersi la natura circostante con un bel picnic.

Attraversando un piccolo ponte di legno si giunge direttamente al cospetto della magnifica cascata, la meta finale dell’escursione, che, con un potente salto di trenta metri, cade sul pendio del monte. Qui si può sostare e concedersi un attimo di riposo mentre si contempla il bellissimo scenario circostante.

 

 

L’Oasi Valle delle Caccia di Senerchia è un luogo perfetto per rilassarsi, meditare e recuperare il contatto diretto con la forza e la purezza della natura.

In Campania il WWF è riuscito a proteggere dalla speculazione edilizia e dalla caccia oltre 3900 ettari di natura. La prima è stata l’Oasi di Persano nata nel 1981 e l’ultima è l’Oasi di Campolattaro istituita nel 2003.

Il miglior modo per scoprire le Oasi è quello di vistarle, come fanno già migliaia di persone ogni anno.

E tu cosa aspetti?

Il WWF ti accompagnerà nella scoperta della natura.

San Michele Arcangelo a Sala Consilina: città in festa

San Michele è senza dubbio uno dei Santi più venerati d’Italia. Solo la Campania conta più di 30 chiese rupestri dedicate al suo culto.

In occasione della ricorrenza di oggi vi raccontiamo della nascita del culto legato all’Arcangelo Michele e di una delle feste a lui dedicata, quella di San Michele Ri Sittiémbri A Sala Consilina.

 

 

 

 

San Michele: un Santo venerato dall’antichità

Il culto micaelico in Campania si ispira sostanzialmente alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia, nella grotta sul Monte Gargano tra il V e il VI secolo. Così quel luogo divenne il principale santuario micaelico della cristianità: vi si recavano i pellegrini, i monaci e i crociati del Medioevo.

La successiva diffusione di questo culto fu favorita dai Longobardi. Questi l’8 Maggio del 663 sconfissero i Saraceni sulle coste del Gargano ed attribuirono la loro vittoria all’intervento dell’Arcangelo che divenne così il loro Santo nazionale, diventando uno dei santi più venerati di tutta l’Italia Meridionale.

 

 

 

Ogni santuario di San Michele Arcangelo in Campania ha una sua storia legata a miti e leggende di scontri e combattimenti: principe dei cieli e fiero condottiero delle schiere angeliche, San Michele Arcangelo è rappresentato quasi sempre con la sua fedele e robusta spada e rappresenta una presenza luminosa sulla Terra che guida gli uomini durante i momenti di maggiore difficoltà.

In passato due erano le feste liturgiche in onore dell’Arcangelo Michele: il 29 Settembre, celebrata inizialmente solo a Roma, come ricordo della dedicazione di un’antica Basilica eretta in suo onore sulla via Salaria, e l’8 Maggio, anniversario della prima apparizione al Vescovo di Siponto al Gargano.

A partire dall’XI secolo, queste due ricorrenze particolari del Santuario si diffusero in tutta l’Europa.

 

 

 

 

 

 

28, 29 e 30 Settembre: San Michele Ri Sittiémbri a Sala Consilina

La grotta di San Michele, situata sul fianco della montagna che collega Sala Consilina a Padula, è la cappella rupestre con annesso romitorio da sempre luogo di culto e meta di pellegrinaggio per la gente del luogo.  All’interno è custodita l’immagine del Santo, probabilmente della fine del ‘500. Dell’antico romitorio è rimasto ben poco, per lo più spezzoni delle mura perimetrali.

Con gli ampliamenti effettuati nel Settecento il complesso religioso ha assunto l’aspetto attuale, con l’inconfondibile colore rosso pompeiano, affinché si potesse vedere anche dal paese.

Leggenda vuole che la grotta di Sant’Angelo sia tuttora abitata da un enorme serpente, che si nasconderebbe nelle viscere più riposte del monte e, di quando in quando, si mostrerebbe per spaventare e tener lontani i visitatori, assalendo altresì le bestie che vi cerchino ricovero.

Nel paese di Sala Consilina, in provincia di Salerno, il culto di San Michele è estremamente sentito.  Diversi sono i rituali e le tradizioni che si susseguono fino a Settembre, quando si svolgono i festeggiamenti che coinvolgono l’intera cittadina.

Le celebrazioni iniziano nove giorni prima, in cui tradizionalmente i fedeli si recano a piedi al santuario alle sei del mattino, per la novena.

La sera del 28 Settembre inizia la processione: preceduta da una fiaccolata, la “Barca” di San Michele viene portata da un corteo che attraversa il paese e viene fatta una sosta davanti a ogni immagine di San Michele che incontra lungo il tragitto. I più devoti, al termine della processione, si recano al Santuario, dove resteranno in veglia tutta la notte.

Il mattino successivo la statua del Santo viene portata di nuovo in processione, fino a raggiungere l’edicola votiva di “San Michelicchio”, un’icona rivestita di tutti gli ex voto d’oro, posta all’ingresso del paese.

La processione poi riparte, accompagnata da invocazioni all’Arcangelo Michele, fermandosi davanti alla casa di chiunque debba fare un’offerta o un voto, fino a raggiungere i vari “jardínu o uórtu ri Sandu Michèli”, dei giardini di rami d’edera e di vite, fiori di campo e di montagna, uva e ortaggi, presso i quali viene calata la statua del Santo.

Infine nello spiazzo adiacente alla chiesa di Sant’Eustachio si svolgerà il tradizionale “Volo dell’Angelo”: un fanciullo è fatto “volare”, lungo una fune, a circa otto metri dal suolo, sino al simulacro di San Michele, mentre rivolge al Santo le solite invocazioni e presenta le rituali offerte.

La processione riprende e termina nella piazza principale, dove è celebrata all’aperto la solenne liturgia eucaristica con la presenza del Vescovo della Diocesi, al termine della quale si assiste ai fuochi d’artificio che annunciano l’entrata di San Michele nella chiesa dell’Annunziata.

 

 

 

 

 

 

La devozione all’Arcangelo Michele, così come l’abbiamo vista espressa in questo paese, è uno dei principali momenti di raccolta per la comunità di Sala Consilina.

In questi giorni vediamo tutta la cittadinanza riunirsi per celebrare il loro Santo patrono, in un momento unico di raccolta che diventa opportunità di incontro, non solo di preghiera ma di crescita culturale e di educazione delle nuove generazioni.

Estate in Costiera Amalfitana

Ecco la terza ed ultima parte dell’itinerario creato ad hoc per i lettori di Hetor tra le bellezze della Costiera Amalfitana.

Amalfi: tra mito e realtà

La mitologia vuole che questa città traesse il nome da una ninfa, Amalfi appunto, amata da Ercole. Il loro, però, era un amore destinato a essere passionale ma breve: la ninfa morì improvvisamente e l’eroe, profondamente afflitto dalla tragedia e con il cuore a pezzi, decise che la sua amata dovesse avere una sepoltura che potesse ricordarla nel tempo.

Ercole voleva seppellire l’amata in una terra che fosse degna di ospitare cotanta bellezza per cui si mise alla ricerca del posto perfetto, riuscendo a individuarlo in una terra dalle coste frastagliate in cui mare e cielo si sposavano all’orizzonte: si imbatté così in un piccolo villaggio la cui natura rigogliosa e il cui paesaggio incantato lo conquistarono al punto che decise di adornarlo con quegli alberi dai frutti pastosi, profumati e squillanti di sole che aveva rubato al Giardino delle Esperidi e che regalarono al luogo un profumo caratteristico. In questo villaggio, Ercole decise di dire addio alla sua adorata Amalfi, affidandone i resti alla cittadina costiera che battezzò con il nome dell’amata.

E quei frutti pastosi con cui l’eroe adornò il villaggio, oggi sono noti come i limoni di Amalfi, diventati la gioia e l’orgoglio dei suoi abitanti.

La storia invece tramanda che Amalfi fu inizialmente fondata, lungo la costa e con la denominazione di Melphes, da alcuni romani diretti verso Costantinopoli. Questi ultimi decisero, dopo poco, di trasferirsi in un tratto più riparato della costiera salernitana costituendo il primo nucleo della novella città soprannominata Amelphes. Data la posizione geografica, fin da subito gli amalfitani furono inclini a sviluppare un commercio marittimo, tanto da farla diventare la prima Repubblica Marinara.

Tra le maggiori testimonianze della sua grandezza, vi furono le Tavole Amalfitane, un codice che raccoglieva norme di diritto marittimo che restò attuale per tutta la durata del Medioevo.
Negli anni ’60, quelli del boom economico e della dolce vita romana che, in estate, viveva tra Capri ed Amalfi, registi, artisti d’ogni genere ed avventurieri sono passati per la costiera, da questo splendido connubio di arte e natura sono nati amori appassionati ed opere d’arte.

Senza dubbio il prodotto per eccellenza, indiscusso protagonista della produzione Amalfitana e dell’intera Costiera, è il Limone Costa d’Amalfi I.G.P.. Questo frutto presenta caratteristiche esclusive, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti.

Il Limone Costa d’Amalfi I.G.P. è un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate e rinomate: è caratterizzato da una forma ellittica allungata, la buccia è di medio spessore, di colore giallo particolarmente chiaro, con un aroma e un profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni (carattere ritenuto di pregio per la produzione del liquore di limoni). La polpa è succosa e moderatamente acida, con scarsa presenza di semi. E’ inoltre un limone di dimensioni medio-grosse (almeno 100 grammi per frutto).

I limoni della Costa d’Amalfi sono utilizzati anche per produrre ottimi liquori tra i quali spicca il limoncello, senza dubbio quello più famoso, considerato “l’oro giallo” della Costa d’Amalfi.
La produzione, da parte di diverse aziende che negli anni si sono specializzati nel loro prodotto, avviene mediante l’utilizzo di soli limoni locali.

Il limoncello è semplice da preparare e non richiede l’aggiunta di coloranti, additivi o conservanti: ciò garantisce di poter assaporare il gusto unico del prodotto. La buccia dell’agrume coltivato in Costa d’Amalfi è ricca di oli essenziali e viene utilizzata per la produzione del liquore stesso, con l’aggiunta di alcool, acqua e zucchero: la semplicità e la cura con cui viene prodotto accentua l’originalità e la purezza, proprio come tanto tempo fa. Imitatissimo nel mondo, il limoncello è un prodotto che racconta la storia della Costiera ed è prodotto ancor oggi da tante massaie che, in casa, sono solite prepararlo ancora avvalendosi di antichi segreti e ricette di un tempo.

Una variante del classico limoncello è la crema di limone, ottenuta mischiando liquore di limone, latte, zucchero e panna. Ma anche il liquore di cioccolato al Limoncello, ottenuto arricchendo il sapore del classico limoncello con il cioccolato.

Oltre ai liquori, dai limoni Costa D’Amalfi nascono anche ottimi dolci, uno tra tutti è la Delizia al limone. Oggi è uno dei dolci più diffusi in Campania ma con il suo sapore delicato e fresco ha conquistato il palato di tutti gli italiani. La Delizia, certificata P.A.T. di fama internazionale, ha un’origine recente: fu ideata dal pasticciere sorrentino Carmine Marzuillo nel 1978. Dalla sua prima esecuzione se ne iniziò la diffusione in tutto il territorio: il sapore delicato e fresco conferito alle cupolette di pan di Spagna dalla crema al limone rende le delizie perfette da gustare durante la stagione estiva. Con la loro texture soffice e leggera, le delizie al limone conquistano anche i palati più esigenti.

Dopo aver gustato le bontà della cucina amalfitana, è tempo di dedicarsi alla cultura, magari esplorando le numerose torri di avvistamento presenti sul litorale amalfitano:

Torre Capo di Vettica, torre di avvistamento che sorge per l’appunto nella località Capo di Vettica, un promontorio proteso verso il mare, sovrastato da alte montagne sulle quali è situato l’antico Convento di Santa Rosa. Ristrutturata nel Novecento, per lungo tempo, è stata di proprietà del produttore cinematografico Carlo Ponti che la regalò come dono di fidanzamento alla moglie Sophia Loren.

Torre Bellosguardo, chiamata anche torre Revigliano o Revellino. Nella località di Vagliendola, all’estremità occidentale delle mura medievali di Amalfi, si trovava il Rivellino, un prolungamento del sistema difensivo contro gli attacchi provenienti dal mare. Su questa antica opera muraria, fu costruita in epoca vicereale, la Torre di Bellosguardo: poiché la precedente costruzione era inutilizzabile se ne programmò la ricostruzione.

Torre Capo d’Atrani, in origine detta Torre di Capo San Francesco per la presenza dell’ex convento presente ad Amalfi. Permetteva di comunicare visivamente col nucleo urbano di Amalfi e con la torre di Vettica. La torre appare all’estremità meridionale del Monte Aureo, ad est del centro urbano di Amalfi. La Torre del Capo d’Atrani fu una delle prime ad essere recuperata e riutilizzata in epoca vicereale.

Torre di Pogerola, torre di avvistamento costruita direttamente su roccia. La si può vedere percorrendo la via Sopramare fino al limite estremo del Monte Falconcello. Dalla Torre si dominava l’intera zona di Amalfi e si controllavano gli accessi alla città. Rappresentata in molti disegni dei secoli scorsi, è ancora oggi, insieme alla Torre dello Ziro, connotativa del profilo superiore del paesaggio amalfitano.

Inoltre è presente in località Tovere di Amalfi la Chiesa rupestre della Santissima Trinità. La Chiesa della Santissima Trinità, della quale si hanno notizie in un documento del 1138, faceva capo ad un antico insediamento rupestre della costiera amalfitana, un complesso molto ampio di grotte basiliane. A differenza di altri complessi simili, anche al di fuori della costa d’Amalfi, sono quasi del tutto assenti decorazioni pittoriche, fatte salve delle tracce di colore rosso sulla parte inferiore di due absidi. Sia all’esterno della chiesa rupestre che all’interno di altri ipogei è stata rilevata la presenza di alcune casse in muratura: forse tombe o, più semplicemente, vasche per la raccolta dell’acqua piovana ad uso degli eremiti.

 

 

Conca Dei Marini: il luogo in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare

Conca dei Marini, piccolo paese che dai suoi tre chilometri di costa, dal mare si erge fino a quattrocento metri di altitudine, in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Anticamente il nome di questo paese era Cossa dei Tirreni: fu colonia romana dando notevole contributo nella seconda guerra punica.

Da sempre i suoi abitanti hanno eccelso nell’arte marinara e la sua marina mercantile era di tale spessore che addirittura si parlava di un attitudine innata per la marineria degli abitanti del luogo: infatti questo piccolo centro commerciale aveva contatti e scambi con paesi dell’intero bacino mediterraneo incrementando enormemente la fama della Repubblica Amalfitana cui faceva corpo.

La storia di Conca dei Marini non può essere differente da quella di Amalfi, con la quale ha condiviso lo splendore del periodo della Repubblica Marinara, ma anche il declino ed il successivo ritorno alla celebrità.

Dopo un lungo periodo di oblio, il paese conobbe un periodo prospero sotto il dominio degli svevi e degli angioini poiché si poteva disporre delle proprie risorse, oltre a quelle marine, anche in parte dagli appezzamenti di terreno posti in collina ed agli scambi commerciali a cui Conca si era sempre affidata.

Non si può parlare di Conca dei Marini senza citare alcune delizie gastronomiche che caratterizzano la sua tradizione, prima tra tutte la famosa Sfogliatella Santa Rosa.

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’ sempe na delizia, na bontà!

 

Circa 400 anni fa una monaca del convento di clausura di Santa Rosa a Conca dei Marini aggiunse a un po’ di pasta, rimasta dalla preparazione del pane, zucchero, latte, frutta secca, semola e amarene sciroppate inventando per caso un dolce squisito che ancora oggi è uno dei simboli del paese. (Per la storia completa: www.sfogliatella.it/storia.htm)

Non si può non affogare in un mare di dolcezza addentando una sfogliatella di Santa Rosa!

Anche quest’anno nel paese natale della Sfogliatella Santa Rosa si rinnova la sfida tra le eccellenze della pasticceria nazionale con la VI edizione del Concorso Gastronomico Nazionale “SantarosaConcaFestival”, da quest’anno Santarosa Pastry Cup, affermata realtà nel panorama enogastronomico nazionale e tappa ambita da pasticceri e barman professionisti di tutta Italia, che si terrà il 1 Agosto proprio a Conca dei Marini.

 

Conca dei Marini è meno nota e conosciuta rispetto agli altri paesi della Costiera ma riesce a rispondere alle stesse esigenze di bellezza e di natura delle altre.

Un tempo Conca dei Marini, che sorge a fianco del fiordo di Furore, era solo un borgo di pescatori, oggi vive anche di turismo senza perdere il proprio fascino raccolto.

Una conca naturale protesa verso il mare, un paese incantato con poche centinaia di abitanti che vivono nelle case sulla spiaggia o in quelle bianche aggrappate alla scogliera, le quali si sviluppano nella baia dominata dalla Torre Saracena, detta anche Torre del Capo di Conca: è un’antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca.

Il Capo di Conca è uno dei punti fondamentali per le comunicazioni visive della costiera amalfitana, una singolare sporgenza rocciosa ricoperta da macchia mediterranea che si protende verso il mare.  Il 19 aprile 1279 la torre di Capo di Conca è citata tra le cinque torri del golfo di Salerno a pianta circolare. Fu ripristinata e voluta più grande in epoca vicereale, dal viceré di Napoli Pedro de Toledo. Trasformata in pianta quadrata, dal momento che la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio, e posta a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi.  Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale.

La torre fu destinata a questo uso fino al 1949, finché fu restaurata dall’amministrazione comunale che ne è proprietaria. L’Amministrazione comunale, per preservare questa sua peculiarità ma allo stesso tempo desiderando un’adeguata e consona destinazione d’uso, ha deciso di renderla disponibile per eventi e manifestazioni culturali in genere, con una particolare attenzione alle celebrazioni di matrimoni civili per coppie di italiani o di stranieri.

 

 

Furore: l’emozione del fiordo che penetra nella roccia con uno strapiombo a picco sul mare

Il fiordo di Furore, un ristretto specchio d’acqua posto allo sbocco di un vallone a strapiombo sul mare, è stato denominato il “paese che non c’è” dal momento che in realtà non ha una conformazione di borgo abitato ma piuttosto case sparse aggrappate alla roccia.

A Furore ci si arriva dalla strada che si snoda tra Amalfi e Positano, all’improvviso compare la cascata di olivi e vigne che sembra volersi tuffare nel blu del Fiordo.

Deve la sua fortuna alla conformazione geologica e all’inattaccabilità del proprio territorio, sempre inespugnabile, soprattutto all’epoca dei Saraceni quando i suoi pochi abitanti sopravvivevano grazie alla pastorizia e all’allevamento.

Le prime notizie storiche definiscono Furore come un semplice casale della Regia città di Amalfi che esce dall’anonimato grazie al catasto Carolino del 1752 che restituisce l’immagine di una piccola comunità costiera con pochissimi terreni coltivabili e scarsamente abitata.

Il fiordo di Furore ospita anche un borgo marinaro e un porto naturale nel quale, nell’antichità, si svolsero le più importanti attività industriali come le cartiere o i mulini alimentati dal ruscello Schiatro che scendeva dai Monti Lattari.

Per raggiungere la piccola spiaggia che si incunea tra le rocce si devono scendere i 200 gradini di una scalinata che parte dalla statale. Sulla spiaggia ai piedi dello strapiombo ci sono alcuni “monazzeni”, antiche case di pescatori restaurate negli ultimi anni. Qui Roberto Rossellini girò il secondo episodio del film “Amore”, con Anna Magnani. Durante le riprese tra i due scoppiò una breve e tormentata storia d’amore.

Il fiordo di Furore offre uno scenario paesaggistico straordinario e dal caratteristico ponte sospeso a 30 metri di altezza e sul quale ogni anno si svolge una tappa del MarMeeting, un Campionato Mondiale di Tuffi dalle Grandi Altezze.

Tra i siti di maggior interesse storico, architettonico e naturalistico, segnaliamo:

La Grotta di Santa Barbara, situata poco lontano dal centro abitato. Fu costruita in una cavità naturale in un momento non ben precisabile, ma probabilmente risalente all’Alto Medioevo, di cui ormai ne restano solo ruderi. La struttura è a tre navate, absidata, con chiari interventi strutturali nel XIX secolo. La grotta sottostante la chiesa contiene resti di pitture non più leggibili, ma forse dovette costituire il primo insediamento cultuale. Attualmente il sito non è raggiungibile da Furore ma solo da Agerola, attraverso un sentiero poco agevole, oggi prevalentemente percorso da escursionisti.

La Torre di Santo Stefano, che si trova tra Capo di Conca e Marina di Praia. Essendo la foce del primo corso d’acqua, controllato dalla Torre di Praiano, alla Torre di santo Stefano toccava controllare e sbarrare l’approdo ai corsari, in corrispondenza del secondo. Si tratterebbe dunque di una torre di sbarramento, perché in quel punto non era necessaria né una torre di avvistamento e né una guardiola, in quanto erano in comunicazione visiva le due torri limitrofe di Praiano e di Capo di Conca. Oggi osserviamo solo i ruderi.

In questa sono prodotti anche ottimi vini, tra cui spiccano quelli dall’Azienda Vinicola Marisa Cuomo, fondata nel 1980 da Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo.

L’uva che cresce aggrappata alla roccia di Furore è esposta all’azione del sole e del mare della Costa d’Amalfi. Inoltre, al fascino della natura, si aggiunge la suggestiva cantina scavata nella roccia dove vengono conservati i vini. La produzione in cui spicca la Cantina Marisa Cuomo è il vino Costa D’amalfi D.O.C., anche nelle denominazioni Furore e Ravello.

L’azienda è stata insignita da numerosi premi tra cui quello assegnato dall’Associazione Italiana Sommelier nel 2006, in particolare al vino Fiorduva, del riconoscimento “Tre Bicchieri” della guida I Vini d’Italia di Gambero Rosso, per il Furore Rosso Riserva e per il Fiorduva, e diversi riconoscimenti oltreoceano. Questo rende il marchio famoso in tutto il mondo.

 

 

Praiano: il tramonto più romantico della Costiera

Le origini di Praiano, dal latino Pelagium, mare aperto, si fanno risalire all’epoca dei romani, ma il centro si consolida in epoca medievale sulla scia delle gloriose imprese di Amalfi.

Un tempo i praianesi erano celebri come corallari e usavano portare un orecchino al lobo sinistro secondo la tradizione saracena: infatti la pesca del corallo è stata una delle attività praticate dai praianesi fino alla fine del 1800.  Per la sua bellezza serena e suggestiva Praiano divenne la residenza estiva dei Dogi, quando faceva parte dell’area di influenza della Repubblica di Amalfi.

Oltre al dedalo di viuzze, scalinatelle e case in colori pastello, una delle caratteristiche di Praiano sono le edicole votive decorate in maiolica e presenti ovunque nel borgo, a testimoniare come le famiglie le costruissero per chiedere la protezione divina e ribadire la proprietà di quella zona.

Anticamente l’abitato era molto vicino al mare ma a causa di molte calamità naturali, come maremoti, pestilenze e aggressioni a causa delle incursioni dei saraceni, il nucleo abitativo fu spostato più in alto per ragioni di sicurezza e la nostra costa fu fortificata prima con torri di avvistamento durante il periodo angioino e poi con torri di difesa durante il periodo vicereale:

Torre Assiola, detta la Sciola. Sorge su una sporgenza della scogliera protesa verso il mare, tra la marina di Praia e il Capo di Praiano. La località è citata per la prima volta in un documento del 1202 con il nome di Sciola, mentre della torre si hanno notizie già in un documento del 1270, costruita per volere di Carlo I d’Angiò. In origine essa doveva avere un’altezza maggiore e subì adattamenti in epoca vicereale. L’eccessiva altezza della torre è, dagli studiosi, ricondotta al fatto che originariamente essa serviva a controllare solo la baia sottostante dove si raccoglieva il corallo e che solo in epoca vicereale divenne torre di guardia.

Torre Grado di Vettica, torre di avvistamento che si trova nella località di Rèzzola. La tipologia della torre ricorda quelle già esistenti in epoca angioina, modificata poi in seguito in epoca vicereale con aggiunte, quali troniere e un corpo di fabbrica sul lato monte. Dalla piazza della torre lo sguardo può spaziare verso ovest, lungo la costa di Positano e le sue torri, fino alle isole de Li Galli, e verso est, in direzione di capo Sottile, dove si trovano i resti della Torricella.

Torre la Torricella, torre di avvistamento di epoca vicereale. Situata sul Capo Sottile, a sud di Rèzzola, che è uno dei punti strategici più significativi della costa: dalla cima si domina verso est, la costa di Praiano fino al Capo di Conca, verso ovest tutta la costa di Positano. L’importanza del sito dal punto di vista del controllo determinò nel corso dei secoli la realizzazione di postazioni di vedetta. All’epoca del piano vicereale di difesa costiera, alcune strutture erano già esistenti su Capo Sottile, tanto da spingere a programmare non una torre ma un muro. Oggi sono visibili i resti del fortilizio.

Il tramonto a Praiano è giudicato tra i più romantici della Costiera. Un primato suggestivo che racconta il fascino di questo pittoresco paese di pescatori, tra Positano e Conca dei Marini, che ha saputo mantenere il proprio carattere intatto senza farsi travolgere dal turismo di massa.

 

 

 

Positano: la conchiglia della Costiera

Perla della Costiera Amalfitana, Positano appare quasi come una conchiglia: un gruppo di case dai colori pastello aggrappate alla parete scoscesa delle ultime estremità dei Monti Lattari, che si specchiano in un mare limpido dai colori grigio-argento delle spiagge di ciottoli, circondate dal profumo intenso dei limoneti.

Il panorama spazia fino a Punta Licosa e Capri e, ad appena tre miglia di distanza dalla costa, al largo spuntano dal mare i tre isolotti de Li Galli che furono detti le Sirenuse per le leggende che li volevano come rifugio delle sirene incantatrici.

Non si hanno notizie certe sui primi abitanti della zona: c’è chi ipotizza un primitivo insediamento Osco o Piceno. Tuttavia, come spesso accade, dove non può la storia arriva la leggenda che, in questo caso, narra di un amore profondo tra il dio del mare Nettuno e la ninfa Pasitea.

Positano fu frequentata in epoca romana come luogo di villeggiatura, come è testimoniato dalla villa scoperta alla fine del XIX secolo e da qualche anno oggetto di un intenso scavo Successivamente seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e subì, come gli altri paesi costieri, le continue scorrerie dei pirati.

Positano nacque come centro di pescatori e così si è conservato fino alla metà del secolo scorso quando al posto degli ombrelloni sulla spiaggia c’erano solo le barche di coloro che vivevano della pesca.

Già dopo la Prima Guerra Mondiale fu eletta da numerosi artisti e letterati russi e tedeschi come loro dimora, potendo qui beneficiare di un’atmosfera di calma e serenità. Ma fu nel secondo dopoguerra che Positano divenne meta ambita dal jet-set internazionale: pittori, letterati, artisti, attori e registi da ogni angolo del mondo venivano qui ad assaporare il piacere autentico di una vita semplice e genuina.

Tra i siti di maggior interesse, menzioniamo le numerose torri presenti a guardia della costa:

Torre Li Galli, torre di epoca angioina situata sull’isola Rotonda De li Galli. Della torre oggi si è persa ogni traccia, ma è menzionata nella richiesta che Pasquale Celentano di Positano, nel 1343, presentò alla regina Giovanna per completare l’opera difensiva sulle Isole de Li Galli, essendo all’epoca già presente la Torre sul Gallo Lungo.

Torre dell’Isola Lunga De Li Galli, Situata sull’isola del Gallo Lungo, la maggiore delle tre isole denominate De Li Galli o Sirenuse, distanti circa mezz’ora di navigazione da Positano. La torre di sbarramento di quest’isola permetteva di avvistare in anticipo l’arrivo dei corsari: infatti dalla parte più alta dell’isola, dove è situata la torre, si nota l’importanza strategica che essa rivestiva, per il controllo delle comunicazioni marittime tra i Golfi di Salerno e di Napoli. La sua prima costruzione fu eretta con autorizzazione dei reali angioini da Pasquale Celentano di Positano, a sue spese, per ottenere la castellania e per difendere il tratto di mare delle isole e antistante Positano. Quest’ultimo, completata la costruzione della torre, propose alla regina Giovanna di ampliare il sistema difensivo delle isole con l’innalzamento intorno al Gallo Lungo di un muraglione, di cui i lavori rimasero incompiuti per la sopraggiunta morte del Celentano. Le isole De Li Galli, vennero acquistate nel 1922 dal coreografo russo Leonide Massine, il quale negli anni rese abitabile l’isola Longa e vi costruì la sua dimora.

Torre del Castelluccio, situata sull’isola dei Briganti, detta anche di Sant’Antonio o di San Pietro, è la seconda per grandezza delle tre isole dell’arcipelago de Li Galli. Pasquale Celentano di Positano fa richiesta alla regina Giovanna I di completare le linea difensiva sulle altre isole de Li Galli, con la costruzione di due torri, sulle isole Rotonda e dei Briganti. Osservando i resti della torre si è ipotizzato che quest’ultima potesse appartenere al periodo aragonese. Quando nel 1922, quando le isole furono acquistate dal coreografo russo Leonide Massine, iniziò un progressivo ammodernamento.

Torre del Fornillo, detta anche Clavel, è un torre di sbarramento di epoca vicereale situata sulla spiaggia di Fornillo. Sorge su uno sperone roccioso a picco sul mare all’estremità occidentale dell’omonima spiaggia di Positano. Fu realizzata a seguito degli editti vicereali nel Cinquecento, e diversamente dalle altre, con ha una pianta pentagonale a causa dell’area limitata prescelta. Dalla torre era possibile avvistare in anticipo l’arrivo dei pirati e impedirne l’approdo sulla spiaggia. Nel 1909 viene venduta al professore svizzero Gilbert Clavel, il quale inizia una serie di lavori di ristrutturazione, tuttavia senza un progetto ben definito, ma piuttosto seguendo l’istinto del momento: la sua idea era quella di realizzare una struttura rivoluzionaria, svincolata dalle regole classiche dell’architettura.

Torre Trasita, in origine chiamata Trasino perché situata tra due seni o spiagge, controllava i tratti di mare davanti alle spiagge del Fornillo e Grande. Completamente trasformata per poter essere adattata ad abitazione privata, questa torre di sbarramento mostra elementi di matrice angioina. La prima notizia riguardante i lavori della torre risalgono al 1567. Quando la torre fu disarmata, nel 1758, il cannone di cui era armata fu trasportato a Napoli dal comandante del corpo di Artiglieria, Gennaro Russo, insieme ai due cannoni della torre del Fornillo, per essere fusi. Nel 1817 la torre fu messa in vendita per la prima volta per poi essere inserita, nel 1866, nell’elenco di quelle che dovevano essere dismesse dall’uso militare. Alla metà del Novecento, sui resti dell’antica torre, nacque una nuova costruzione, ridisegnata sulle linee architettoniche di quelle delle altre torri angioine presenti lungo la costa amalfitana.

Torre Sponda, torre di avvistamento detta anche Torre di Positano o di Mezzo. E’ da considerarsi una delle più interessanti per l’integrità con la quale ci è pervenuta e per le trasformazioni subite in epoca vicereale. Realizzata in muratura, si mostra nella tipica forma angioina, ma nel XVI secolo, la struttura viene adattata al piano vicereale, che intendeva potenziare il sistema di difesa attraverso l’utilizzo di archibugi e piccoli pezzi di artiglieria. Viene così demolita metà della volta dell’ultimo livello e costruita una piazza scoperta sul fronte mare. La torre oggi è di proprietà dei conti Gaetani dell’Aquila d’Aragona Pattinson ed ovviamente ha subito dei lavori di manutenzione, al fine di renderla più adatta all’uso abitativo.

Torre di Renzo, torre di sbarramento che si trova nella località di Arienzo, a metà strada tra Positano ed il Capo di Vettica. La torre serviva a sbarrare l’approdo dei corsari sulla spiaggia, dove sorge il mulino, in modo da evitare che questi si approvvigionassero dell’acqua. Oggi della torre sono rimasti solo dei resti visibili sulle rocce che affiorano dal mare.

 

 

La Costiera Amalfitana rappresenta un esempio di paesaggio mediterraneo eccezionale con uno scenario di grandissimo valore culturale e naturale dovuto alle sue caratteristiche spettacolari e alla sua evoluzione storica. Un ambiente unico e tutelato, tanto è vero che è iscritto alla Lista del Patrimonio Mondiale Unesco dal 1997.

Sperando che il nostro viaggio in questo splendido territorio vi sia piaciuto, chiudiamo con una citazione di Giovanni Boccaccio estratta dal Decamerone:

“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri.”

 

 

Hetor vi augura buone vacanze e arrivederci a Settembre!

50 Top Pizza 2017: le migliori pizzerie d’Italia

Vi avevamo già raccontato la storia della pizza e le sue origini in un precedente articolo.

Oggi, invece, vi diciamo dove trovare le 50 migliori pizzerie di tutta Italia, secondo una classifica divulgata a Castel dell’ Ovo in occasione della presentazione della guida online “50 Top Pizza”, a cura di Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Una classifica stilata con “cento ispettori che in forma anonima hanno valutato la qualità del cibo, la carta dei vini e delle birre, la ricerca in cucina e la piacevolezza dello spazio”.

 

 

Il team di Hetor, al fine di completare il lavoro sui prodotti tipici campani e i relativi produttori, è partito da questa classifica ampliandola e arricchendola di informazioni aggiuntive, come la geolocalizzazione e il sito internet di ogni locale, per avere un quadro completo e open delle pizzerie migliori d’Italia.

Come si può osservare dalla datalet, la maggior parte delle pizzerie della top 50 si trovano in Campania, precisamente a Napoli e Caserta.

 

In realtà, si può gustare la ‘vera pizza napoletana’ anche nelle altre regioni d’Italia, a patto che vengano rispettati gli standard qualitativi richiesti dal marchio della pizza S.T.G.

 

In occasione della presentazione della guida “50 Top Pizza”, sono stati assegnati 15 ulteriori riconoscimenti, tra cui “miglior comunicazione web“, “valorizzazione del Made in Italy“, “miglior carta dei vini/birre” e il tanto ambito premio per la “pizza dell’anno“.

 

 

Sebbene la maggior parte dei locali siano prevalentemente ristoranti e pizzerie, in molti altri è possibile gustare anche altri piatti, bevande e specialità culinarie.

 

 

Adesso vi sveliamo in anteprima le prime tre classificate: un podio tutto campano!!!

 

  1. Pepe in grani a Caiazzo (CE);
  2. Gino Sorbillo ai Tribunali a Napoli;
  3. Francesco & Salvatore Salvo a San Giorgio a Cremano (NA).

Ora che ne sapete un po’ di più sui locali presenti in tutta Italia in cui poter gustare la vera pizza napoletana, non vi resta che partire per un gustoso tour estivo!

 

La costiera amalfitana, tra arte cultura e buon cibo

Seconda parte dell’itinerario tra gli scorci più belli della costiera amalfitana

Minori

Minori, l’antica Reghinna Minor (per distinguerla dalla vicina Reghinna Major, l’attuale Maiori), era già ampiamente apprezzata fin dai tempi degli antichi romani, come dimostra il rinvenimento della villa archeologica del I secolo.

Come tutti gli altri paesi della Costiera Amalfitana, seguì le fortune dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e fu sede vescovile dal 987.

Un tempo Minori era ricca di mulini e di questa tradizione è rimasta la vocazione per la pasta, ottenendo il titolo di “Città del gusto”: sin dal XVI secolo, infatti, gli abitanti si dedicarono alla lavorazione della pasta alimentare grazie al grano importato da Salerno. Due tipi di pasta tipica del posto sono:

  • I Fusilli furitani, detti anche ricci o riccioli, sono un tipo di pasta di forma cilindrica avvolta a spirale, di lunghezza compresa tra gli 8 ed i 13 cm. Si ottengono da un impasto di farina di semola di grano duro, acqua ed un pizzico di sale. La produzione del fusillo furitano risulta una tradizione consolidata che ha conservato nel tempo la particolare manualità ottenuta dall’esperienza. E’ un tipo di pasta versatile, di per sé molto saporita, che si sposa bene con i sughi di carne, di pesce e crostacei, anche con la semplice salsa di pomodoro fresco. Oggi i ricci non sono presenti solo sulle tavole delle famiglie che continuano a prepararli secondo l’antica ricetta, ma, sempre prodotti artigianalmente, si possono acquistare nelle botteghe di Minori e nelle zone limitrofe.
  • Gli ‘Ndunderi sono un altro tipo di pasta fatta a mano tipica di Minori. Preparati tradizionalmente per i festeggiamenti in onore di Santa Trofimena, hanno una ricetta antichissima: sembra sia una variante delle palline latine di origine romana, un alimento a base di farina caseata cioè farro e latte cagliato. Furono i pastai di Minori a modificarne la ricetta, gli stessi che, nel ‘700, valicarono i monti lattari per trasferirsi a Gragnano dove impiantarono la moderna industria della pasta. La ricetta attuale prevede un impasto di farina e latte cagliato oppure ricotta, tuorli d’uovo, formaggio di vacca grattugiato, sale, pepe e noce moscata; la lavorazione deve avvenire a mano. Il condimento privilegiato per gli ndunderi è il ragù di carne.

Negli ultimi anni, complice la genuinità dei prodotti agricoli e l’eccezionale inventiva degli artigiani locali, non solo è stata incentivata la produzione di pasta a mano, ma sono stati ideati vari liquori e dolci che, in breve, si sono affermati a livello nazionale.

Una tra le tante specialità che si possono gustare nelle pasticcerie di Minori sono i sospiri al limone: specialità antichissima della costiera Amalfitana, i sospiri sono dei piccoli dolci di forma rotondeggiante formati da due semicerchi di pan di Spagna con al centro la crema. Tradizionalmente i sospiri venivano riempiti con crema pasticcera; oggi, da oltre un ventennio, la crema pasticcera è stata sostituita dalla crema al limone, proprio per la ricchezza di limoni della Costiera Amalfitana.

Una visita a Minori non può considerarsi tale senza una sosta al tempio della dolcezza della Costiera Amalfitana, la pasticceria di Salvatore De Riso, dove, oltre ai tipici sospiri al limone, si potranno gustare tanti altri dolci tipici della tradizione minorese.

 

 

 

 

Ricca di storia, di bellezze architettoniche e di bellezze naturalistiche, sono numerosi i siti di interesse che possono suscitare lo stupore e l’ammirazione dei visitatori, tra cui segnaliamo:

  • La Torre di Minori, torre di sbarramento di epoca vicereale. E’ collocata al centro di una cortina di case ed era inserita nella cinta muraria. Oggi è un’abitazione privata.
  • La Torre Mezzacapo, torre di avvistamento, anch’essa di epoca vicereale, situata in località Torricella, al confine tra i comuni di Maiori e Minori. Detta anche dell’Annunziata per la vicinanza all’omonima grotta, è inglobata nel complesso del Castello detto Miramare o Mezzacapo, dal nome della famiglia che lo fece erigere.
  • La Torre Paradiso, torre di sbarramento di epoca vicereale, faceva parte del complesso sistema difensivo della Costa d’Amalfi. Venne costruita alla fine del XVI secolo e rappresentava, in quell’epoca, la più alta della cittadina. Oggi è inglobata in un complesso assai caratteristico di abitazioni mentre alcuni secoli fa si elevava ancora in posizione isolata.
  • La Grotta dell’Annunziata, è sicuramente uno dei monumenti naturali più conosciuti della città. Prima della costruzione della strada, essa si apriva direttamente sulla spiaggia dove i pescatori stanziavano le loro barche, dominando l’estremità del paesaggio costiero cittadino. Secondo una fantasiosa ipotesi settecentesca, si è aperta nel 1119 a seguito di un terremoto. Al suo interno, poi, nel medioevo era stato edificato un edificio religioso, dedicato alla Santissima Annunziata in Cripta o de Grutta, con funzioni anche di ricovero per malati e viandanti, di cui rimane solo una parete provvista di archi con tracce di affreschi della Madonna del Soccorso. Verso il fondo della grotta, superato un cancello, vi è inoltre uno specchio di acqua dolce che finisce con l’accrescere il pregio naturalistico di questa grotta carsica. Oggi la grotta è privata ed è adibita a parcheggio.

 

 

Ravello

Probabilmente Ravello fu fondata da coloni romani nel VI secolo, spintisi tra quelle zone montuose ritenendole un buon riparo per sfuggire alle distruzioni vandaliche dei barbari. Le prime notizie certe dell’antica Rivellus risalgono però al IX secolo, quando entrò a far parte della Repubblica Marinara di Amalfi. Grazie ai traffici e alle attività commerciali Ravello raggiunse tra il X e il XIII secolo il massimo splendore nel campo economico, commerciale e culturale.

La storia di Ravello, nei suoi aspetti civili, religiosi, economici e turistici, presenta una ricchezza unica che permette al visitatore di cogliere elementi unici. Non è possibile visitare Ravello senza un collegamento alla storia della città, con i suoi periodi di grandezza e con quelli di decadenza, ma sempre con un ruolo importante nell’ambito del territorio amalfitano.

Ecco alcune tra le tante bellezze che si possono visitare a Ravello:

  • Torre dello Scarpariello, detta anche di Capo Focardo o Ficarola. Torre di epoca vicereale, costruita intorno al 1533, presenta ancora l’aspetto originario anche se ha subito numerosi adattamenti e ristrutturazioni ed oggi è adibita ad abitazione privata. Sorge alla località Marmorata su una sporgenza della scogliera prima dell’insenatura di Minori. La torre, in origine prese il nome della località dove sorge, Ficarola, poi divenne inspiegabilmente dello Scarpariello.
  • Castello di Montalto, costruito sullo sperone di roccia tra la vallata di Tramonti ed il territorio di Ravello prendeva il nome di Castrum Montalto o di Trivento ed appare citato già in un documento del 1131. Posto in un punto strategico sia per la visuale sia per il controllo viario, la struttura appare costruita con i materiali presi direttamente sul luogo. È possibile, infatti, notare i tagli visibili nelle rocce che attestano il prelievo della pietra. Il sito è di facile accesso dal punto di vista della viabilità ma occorre conoscere il sentiero che non è indicato e attraversa, inoltre, castagneti privati, perché non è di facile individuazione.
  • Chiesa rupestre di San Michele Arcangelo di Torello, sorge su un piccolo promontorio, in un contesto paesaggistico estremamente particolare. L’edificio è ubicato nel borgo medievale di Torello, in una posizione estremamente strategica. Dalla Chiesa è possibile, infatti, osservare l’abitato della vicina Minori, la frazione costiera di Marmorata e il nucleo centrale di Ravello. Proprio la posizione strategica dell’edificio, lo rende non solo dalla comunità di Ravello e Torello, ma anche dei villeggi vicini. Da fonti documentarie la struttura risulta esistente dal 1297. In occasione della festa di Maria Santissima Addolorata, venerata la terza domenica di settembre, la frazione “prende fuoco” con un incendio figurato rappresentato attraverso un gioco di luci, colori e fuochi artificiali che coinvolge tutto l’abitato, allo scopo di rievocare la cacciata dei Pisani dalla città.
  • Chiesa rupestre di Sant’ Angelo dell’Ospedale, un’antica struttura di sosta per i pellegrini ora del tutto scomparsa che si trova poco distante dal centro storico di Ravello. La chiesa, già attestata in un documento del 1039, occupa una cavità naturale profonda una trentina di metri collegata ad un altro ambiente parallelo tramite un cunicolo. Un’attenta lettura delle fasi edilizie lascia chiaramente prefigurare che la cavità sia stata utilizzata in un primo momento storico come eremo rupestre e, solo successivamente, in coincidenza con l’ampliamento, trasformata in cenobio e luogo di sosta per i pellegrini.

Il territorio della Costiera Amalfitana è ricco di coltivazioni a vite, ed è zona di produzione della varietà Costa d’Amalfi, che comprende l’intero territorio collinare da Vietri sul Mare a Positano, anche se l’area più tradizionalmente vocata è quella delle tre sottozone: Furore, Ravello e Tramonti. Qui la vite ha radici antiche, forse riconducibili alla Roma imperiale o ad epoca ancora più remota.
Ravello offre una ineguagliabile combinazione di fattori climatici e del suolo, permettendo la coltivazione di uve pregiate per la produzione di vini D.O.C.

Proprio in questo meraviglioso scenario, troviamo la Casa Vinicola Ettore Sammarco, specializzata nella produzione di vini ad altissima qualità come i rispettivi:

  • Selva delle Monache Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco, Rosato e Rosso.
  • Terre Saracene Costa d’Amalfi D.O.C., Bianco e Rosso. Ultimi nati in casa Sammarco, nel bianco si utilizza l’uva Pepella che è presente solo in piccole aree nel territorio della costiera amalfitana, nel rosso c’è l’abbinamento del Piè di Rosso con lo Sciascinoso entrambi vitigni molto antichi.
  • Vigna Grotta Piana Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco. Fiore all’occhiello della casa, il cui vigneto si trova sulle pendici del Monte Brusara a 500 metri s.l.m. dove la raccolta avviene manualmente.

Oggi questa affascinante cittadina è diventata un importante centro di turismo internazionale.

 

 

 

Scala

Scala è il paese più antico della Costiera Amalfitana. Sebbene non sia stato mai accertato storicamente, la tradizione vuole che il paese sia stato fondato nel IV secolo da alcuni Romani, naufragati nella zona mentre erano in viaggio verso Costantinopoli. Roccaforte del complesso sistema difensivo del territorio amalfitano, seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi.

Pur non rientrando fra le grandi mete turistiche della costiera amalfitana, a rendere affascinante la cittadina di Scala sono proprio la sua pace e la sua quiete, così come la splendida cornice delle montagne sopra Amalfi e la sua posizione di fronte a Ravello, separata da una magnifica vallata. E così mentre la vicina Ravello attira la maggior parte dei turisti, la città di Scala ha comunque molto da offrire ai suoi visitatori, soprattutto a coloro che sono interessati a esplorare, a fare escursioni a piedi e a sperimentare la vita quotidiana nella costiera amalfitana.

La città si sviluppa in modo frastagliato lungo la montagna ed è suddivisa in numerose frazioni, o borghi, tra cui Scala Centro, Minuta, Pontone, Campidoglio, San Pietro e Santa Caterina. Ogni piccolo borgo è caratterizzato dalla sua atmosfera unica ed è sviluppato attorno a una chiesa.

La Grotta del Salvatore, ad esempio, si trova nella piccola frazione di Pontone. Si tratta di un insediamento rupestre dedicato a Cristo Salvatore, di cui la maggior parte delle strutture che lo componevano è stata distrutta dal tempo e dall’incuria. Quel che sopravvive delle antiche strutture si trova nella zona più interna della cavità naturale ed è costituito da un pezzo dell’arco di ingresso e dai resti di un affresco sulla parete di fondo che raffigura una Madonna annunziante ed un probabile trittico di Santi. Altri resti di una pittura mostrano parti di un trono e di una piccola testa che lasciano prefigurare una Madonna in trono con Bambino, mentre sulle pareti superstiti di un’abside è ancora possibile leggere l’iconografia del Salvatore, rappresentato frontalmente.

Tra gli altri siti di maggiore interesse suggeriamo la Torre dello Ziro, anch’essa nella frazione di Pontone, dalla forma cilindrica, situata sullo sperone del monte di Pontone tra Amalfi e Atrani. Un’antica torre di avvistamento a picco sul mare, che ha tutti gli elementi delle opere difensive di epoca angioina. Le prime notizie su questa torre risalgono al 1151, quando viene ancora chiamata Rocca di San Felice, mentre a partire dal 1292 diventa Turris Cziri.

A questa struttura è legata una storia molto conosciuta tra la gente del luogo: la Torre infatti non è semplicemente una delle tante torri costruite per difendersi dalle incursioni dei Saraceni ma fu teatro di uno dei più sanguinosi episodi della storia di Amalfi. Si racconta che qui, nei primi anni del 1500, fu rinchiusa, insieme ai suoi figli, Giovanna D’Aragona, detta “la Pazza”. La sua colpa era di aver stretto una relazione col maggiordomo di corte dopo essere rimasta vedova di Alfonso Piccolomini, duca di Amalfi, uomo dissoluto e corrotto al quale era andata in sposa a soli 12 anni. La relazione all’epoca creò grande scandalo cosicché i fratelli decisero di imprigionare Giovanna e i suoi figli, ancora bambini, nella torre dove furono da loro stessi trucidati. Non stupisce quindi che le leggende popolari considerino la Torre come un luogo popolato da fantasmi e da cui stare alla larga.

Il comune di Scala è rinomato anche per la coltivazione di una particolare varietà di castagno a cui dà il nome, il Marrone di Scala. I frutti, benché chiamati marroni, sono più propriamente castagne, poiché a differenza dei marroni non sono molto grandi e sono schiacciate da un lato. La polpa è bianca e la buccia è sottile con l’episperma poco approfondito. Vengono utilizzati dai laboratori artigianali per produzioni dolciarie o venduti sul mercato del fresco, soprattutto in costiera Amalfitana e nella città di Salerno.

La maggior parte dei turisti visita Ravello per le sue viste incredibile, ma solo pochi sanno che il segreto sta nell’individuare i panorami migliori dal borgo di Scala. Ed è proprio dalla cima di Scala che la vista panoramica regala un’immagine unica della Costiera e del Golfo di Salerno in tutto il suo splendore.

 

 

Atrani

Atrani, considerata uno dei borghi più belli d’Italia, è una tappa irrinunciabile per chi visita la Costiera Amalfitana. Situata tra il mare e l’alta scogliera, si colloca su uno stretto lembo di terra. Infatti il suo fascino è proprio questo: visitare Atrani vuol dire perdersi nel più piccolo paese d’Italia per estensione, un antico borgo costruito in appena 0,9 Kmq.

Sulle origini di Atrani non ci sono pervenute notizie storicamente certe: la prima attestazione dell’esistenza del borgo si ha in una lettera del 596 inviata da Papa Gregorio Magno al vescovo Pimenio, ma la sua storia si è sempre intrecciata con quella di Amalfi.

Cosa vedere nella piccola e deliziosa Atrani?

  • Torre di Atrani, detta anche Torre della Maddalena o Revellino di Atrani. Si tratta di una torre di sbarramento costruita in epoca vicereale su una parte della preesistente struttura angioina del Castrum Leonis. Sugli altri resti del castello fu edificata la chiesa della Maddalena.
  • Grotta dei Santi, posta poco più in alto delle vecchia pedonale che congiunge Atrani con Amalfi. In mancanza di notizie storiche è stata messa in relazione, dagli studiosi, con il monastero dei SS. Cirico e Giuditta, fondato in grotta alla fine del X secolo in un punto imprecisato del territorio atranese. La cavità non presenta strutture murarie ma ed è particolarmente caratterizzata da affreschi che rappresentano un interessante impianto iconografico, vagamente bizantineggiante e di difficile datazione, con la raffigurazione di vari Santi, da cui la denominazione. Grazie a rapporti stilistici con altri gruppi simili presenti in Campania (Olevano sul Tusciano, Grotta di S. Biagio a Castellammare di Stabia), questi dipinti vengono datati alla fine del X secolo e si ricollegano alla decorazione simile, anche se più evoluta, del complesso di S. Maria De’ Olearia.
  • Grotta di San Michele, situata nella parte orientale dell’abitato di Atrani, alle pendici del Colle Civita, a circa 105 m di quota. La chiesa di San Michele Arcangelo, chiamata anche di San Michele fuori le Mura proprio perché situata all’esterno dell’antica cinta muraria, in prossimità della porta nord, è stata realizzata tra l’XI ed il XII secolo ricavandola da una cavità naturale del monte Civita. Una rampa di scale, alla cui sommità è posto il campanile, consente l’accesso alla chiesa caratterizzata dalle pareti inclinate della roccia e per lo più occupate da tombe. La chiesa infatti, fino al 1927, era adibita a cimitero ed era già stato un luogo di sepoltura collettiva in occasione della pestilenza del 1656.

Atrani, borgo gemello di Amalfi, ha legato la sua storia ad essa. E’ il centro costiero che ha conservato al meglio l’antica struttura tipicamente medievale, una cascata di case inframmezzate da “scalinatelle”, strade coperte, piccoli giardini.

Atrani fu una folgorazione per l’artista olandese Escher che arrivò in Costiera nel 1923 e la considerò una delle mete preferite del suo periodo italiano. Escher fu catturato dai giochi di luce e ombra dei suoi vicoli, un’atmosfera densa di magia che ritrasse in numerose opere.

 

 

 

A presto con la terza e ultima parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

 

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!