Al via il II anno di attività dell’Istituto A.M. Maffucci di Calitri

Il giorno 11 gennaio l’Istituto A.M. Maffucci di Calitri ha iniziato il II anno di attività con il progetto Hetor, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno.

Per gli studenti che partecipano a questa seconda annualità, si sono previste, per la prima fase di attività il raffinamento dei dataset realizzati in precedenza e di creazione di rappresentazioni grafiche (Datalet) sugli stessi.

 

Nella seconda fase, invece, sono previste attività di riutilizzo e diffusione dei dati raccolti precedentemente tabellati.

L’obiettivo del team di Hetor , infatti, è quello di mostrare ai 39 studenti coinvolti le potenzialità dei dati da essi raccolti, attraverso una serie di esercitazioni e progetti da portare avanti durante tutta la durata del progetto.

Gli studenti, che hanno già iniziato le sessioni da remoto e quelle con il supporto fisico del team di Hetor presso l’Università, continueranno il lavoro nei prossimi mesi.

Al via il II anno di attività del Liceo G.B. Vico di Nocera Inferiore

Il Liceo G.B. Vico di Nocera Inferiore ha ripreso le attività di Alternanza Scuola – Lavoro, con il progetto Hetor, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, iniziando, così, il II anno di attività.

Le attività comprendono, dopo una iniziale fase di raffinamento dei dataset realizzati in precedenza, la creazione di rappresentazioni grafiche (Datalet).

Nella seconda fase, invece, sono previste attività di riutilizzo e diffusione dei dati raccolti precedentemente tabellati.

L’obiettivo del team di Hetor , infatti, è quello di mostrare ai 9 studenti coinvolti le potenzialità dei dati da essi raccolti, attraverso una serie di esercitazioni e progetti da portare avanti durante tutta la durata del progetto.

 

Il fine ultimo è la creazione di articoli da pubblicare sul blog di Hetor, immagini e video utili per valorizzare il loro patrimonio locale.

Gli studenti, che hanno già iniziato le sessioni da remoto e quelle con il supporto fisico del team di Hetor presso l’Università, continueranno il lavoro nei prossimi mesi.

Al via il II anno di attività del Liceo A. Diaz di San Nicola La Strada

Il giorno 15 gennaio il liceo A.Diaz di San Nicola La Strada ha iniziato il II anno di attività con il progetto Hetor, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno.

Per gli studenti che partecipano a questa seconda annualità, si sono previste, per la prima fase di attività il raffinamento dei dataset realizzati in precedenza e di creazione di rappresentazioni grafiche (Datalet) sugli stessi.

 

Nella seconda fase, invece, sono previste attività di riutilizzo e diffusione dei dati raccolti precedentemente tabellati.

L’obiettivo del team di Hetor , infatti, è quello di mostrare ai 25 studenti coinvolti le potenzialità dei dati da essi raccolti, attraverso una serie di esercitazioni e progetti da portare avanti durante tutta la durata del progetto.

 

 

Il fine ultimo è la creazione di articoli da pubblicare sul blog di Hetor, immagini e video utili per valorizzare il loro patrimonio locale.

Gli studenti, che hanno già iniziato le sessioni da remoto e quelle con il supporto fisico del team di Hetor presso l’Università, continueranno il lavoro nei prossimi mesi.

Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

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Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

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Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

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La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

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Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

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Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

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Top 5 Agro Nocerino – Sarnese

I 5 prodotti tipici dell’Agro Nocerino – Sarnese

L’agro Nocerino – Sarnese, anche conosciuto come Valle del Sarno, è un’area della Campania situata nella piana del fiume Sarno, a metà strada tra Napoli e Salerno. I comuni che lo compongono ricadono in maggioranza nella provincia salernitana e solo due nella provincia di Napoli.

La zona, che rappresenta uno dei polmoni dell’agricoltura campana, comprende i comuni di Angri, Castel San Giorgio, Corbara, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, San Marzano sul Sarno, San Valentino Torio, Sant’Egidio del Monte Albino, Sarno, Scafati e Siano.

In quest’area si coltivano numerosissimi prodotti tipici certificati, come il carciofo pignatella, la patata novella campana e la percoca gialla di siano ma oggi vi vogliamo parlare dei 5 che, a nostro avviso, rendono questo territorio davvero ricco.

 

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Pomodoro San Marzano D.O.P.

Iniziamo questa top 5 con uno dei prodotti immancabili sulle tavole e nei territori dell’agro: il pomodoro San Marzano D.O.P.
Il pomodoro San Marzano è una varietà di pomodoro riconosciuta come prodotto ortofrutticolo italiano a Denominazione di Origine Protetta a partire dal 1996 ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1236/96.

Il nome proviene dalla città di San Marzano sul Sarno. Secondo le teorie più diffuse, infatti, il primo seme di pomodoro arrivò in Campania nel 1770 come dono del viceré del Perù al re di Napoli e fu piantato nell’area corrispondente all’attuale comune di San Marzano sul Sarno.
In questo territorio il pomodoro trovò una serie di fattori che gli consentirono di attecchire bene, come il clima mediterraneo, il suolo vulcanico ed estremamente fertile.

Questo prodotto si presenta come una bacca di forma cilindrica allungata non uniforme, di colore rosso molto acceso; la polpa è compatta e non contiene molti semi, mentre la buccia è molto sottile e facilmente staccabile.

Esso è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che lo rendono particolarmente adatto non solo per l’utilizzo a crudo ma anche per gli usi dell’industria di trasformazione agroalimentare, nell’ambito della quale viene usato per preparare pelati e conserve alimentari.
Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro San Marzano possiede proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

Il Consorzio del Pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino Sarnese ha proposto nel 2017, con l’aiuto di alcuni deputati, il riconoscimento del pomodoro D.O.P. e dei siti di relativa produzione quali patrimonio culturale nazionale.

Nonostante la produzione principale ricada nella Valle del Sarno, tra i paesi produttori ci sono anche alcuni comuni della provincia di Napoli, come Striano, Poggiomarino e Pompei, e un comune della provincia di Avellino, Montoro.

Cipollotto Nocerino D.O.P.

Altro prodotto D.O.P. dell’Agro Nocerino – Sarnese, riconosciuto nel 2008, è il Cipollotto Nocerino. Di recente è stato costituito anche il relativo Consorzio di Tutela.

La zona di produzione del Cipollotto Nocerino D.O.P. è concentrata in 21 comuni: Angri, Castel San Giorgio, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, Sarno, San Marzano sul Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, San Valentino Torio, Scafati, Siano, in provincia di Salerno. Boscoreale, Castellammare di Stabia, Gragnano, Poggiomarino, Pompei, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Striano e Terzigno nella città metropolitana di Napoli.

Esso viene prodotto nel territorio della Valle del Sarno da circa 2000 anni. Le prime testimonianze riguardano la Pompei antica: cipolle bianche e piccole, pressoché identiche a quelle riferibili al cipollotto Nocerino, sono raffigurate nei dipinti del Larario del Sarno, la cappella dove erano custoditi i Lari gli Dei protettori della Casa. All’interno del dipinto troviamo la raffigurazione del fiume Sarno, mitizzato con sembianze umane, il quale protegge la produzione dei cipollotti che vengono trasportati con una barca sulle sue acque fino alla città di Pompei. Anche a Pompei, infatti, come in Egitto e in Grecia, la cipolla era considerata una identità sacra, grazie ai suoi effetti benefici e curativi.

E’ chiaro che l’Agro Nocerino – Sarnese, per la sua origine vulcanica e l’elevata fertilità, fosse un territorio ideale per la produzione del cipollotto, che viene coltivato e commercializzato tutto l’anno.

Le sue caratteristiche sono la taglia medio – piccola, il bulbo di forma cilindrica, schiacciata ai poli, colore bianco delle tuniche interne ed esterne, colore verde intenso delle foglie, e il sapore dolce, che lo rende particolarmente indicato al consumo fresco. Inoltre, esso ha importantissime proprietà terapeutiche; è diuretico, depurativo, tonificante, ipoglicemizzante, ipotensore.

Per questi motivi il cipollotto è molto richiesto sui mercati nazionali ed internazionali, gustato quasi sempre fresco accanto ad insalate verdi o pomodori, ma anche ingrediente per primi piatti o per insaporire le portate.

Tra le antiche ricette, oggi divenute tipiche regionali, quella della Terrina Lucreziana (Patellam Lucretianam) che Lucrezio Caro citava nel suo De Rerum Natura.

 

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Arancia di Pagani

L’arancia di Pagani, chiamata Portualle ‘e Pagani in dialetto, è un tipo di arancia bionda coltivata nell’agro Nocerino-Sarnese e in particolare nei comuni di Pagani e S. Egidio di Monte Albino.

La sua coltivazione risale, con tutta probabilità, alla Cina anche se venne importata in Europa dai portoghesi nel XVI secolo e nel territorio della Valle del Sarno solo nel XIX. Documenti storici, infatti, attestano che in questa zona furono impiantati i primi aranceti specializzati nel 1845 con prevalenza di varietà di arancio biondo comune.

Della sua importazione ad opera dei mercanti portoghesi resta traccia anche nel suo nome in dialetto portualle, la cui etimologia accomuna il dialetto napoletano ad altre lingue, come il turco ed il greco, e dialetti, come il calabrese o il siciliano.

Le motivazioni sono da ricercare nella particolare predisposizione dei terreni, di origine vulcanica o alluvionale, sia nel clima particolarmente favorevole.

Ciò che distingue l’arancia di Pagani dalle altre varietà locali è la sua maturazione nella tarda primavera. Il colore della sua buccia va dall’arancio brillante ad un giallo tendente all’ocra.

La parte commestibile è costituita dal frutto che si consuma fresco oppure trasformato. Viene comunemente usato per fare spremute, marmellate, dolci, gelati, sorbetti, liquori, ecc. La buccia viene spesso tritata e usata come aroma in vari piatti; candita è ottima e viene utilizzata come ingrediente per numerosi dolci tradizionali specialmente del Sud Italia.

L’arancia di Pagani viene, inoltre, utilizzata anche per le sue numerose proprietà benefiche: è ricca di vitamine e sali minerali, è antiossidante ed utile in casi di disturbi intestinali e per il sistema immunitario. Inoltre il contenuto in zuccheri, rispetto ad altri frutti è relativamente basso, quindi può essere consumata con una certa tranquillità anche da persone sofferenti di diabete.

Finocchio di Sarno

Nei terreni dell’agro Nocerino – Sarnese, particolarmente fertili, si coltiva anche un altro prodotto che prende il nome proprio da questo territorio: il finocchio di Sarno.

Questo P.A.T., dalle pregevoli caratteristiche organolettiche, che derivano proprio dalla zona di produzione, è caratterizzato dal grumolo rotondo, di media pezzatura, con guaine molto spesse e carnose, interamente bianche.

E’ una varietà eccellente per quanto riguarda la produttività, la qualità e l’uniformità del prodotto, quasi privo di scarto. Si distingue per la consistenza lenta a montare, molto tollerante e resistente alle basse temperature. La sua semina avviene durante il mese di luglio mentre la raccolta tra novembre e dicembre.

Questo finocchio, di grande qualità, risulta essere molto apprezzato sul mercato, sia per il consumo a crudo che per essere brasato, lessato o gratinato, portando a tavola un contorno sostanzioso e ricco di sapore.

Si distingue dagli altri tipi di finocchio per l’utilizzo dei suoi semi, oltre che per la riproduzione, nel campo della farmacopea e della distilleria, mentre le stesse foglie vengono utilizzate per aromatizzare in cucina.

 

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Peperoncini Friarielli Noceresi

L’ultimo prodotto di cui vi parliamo in questa rubrica è il Peperoncino Friariello Nocerese.

È un peperone con frutti di forma corno-conica, con l’estremità schiacciata e plurilobata, si consuma di colore verde (frutto immaturo). Ha una pianta erbacea annuale, con fusto eretto e ramificazioni dicotomiche più o meno numerose; le foglie sono alterne, il colore verde più o meno intenso, lisce e glabre, di forma cordata. I fiori, bianchi, sono solitari e raggruppati. Il frutto è una bacca di dimensioni commerciali variabili tra i 6-12 cm di lunghezza e di larghezza.

Coltivato tra aprile e ottobre, e raccolto a mano, il Peperoncino Friariello Nocerese si distingue per il sapore dolce e l’aroma intenso.

Secondo la tradizione, questo peperone. è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo, in seguito al suo secondo viaggio in America nel 1493. A seguito dell’opera di selezione da parte degli agricoltori furono probabilmente selezionati solo i peperoni privi di piccantezza, da cui deriva l’ecotipo “friariello Nocerese”.

Esso è consumato sia fresco che trasformato ma, generalmente, fritto in padella con olio e aglio.

Il nome di questo P.A.T., tuttavia, può trarre in inganno. In Campania, infatti, il nome friariello (con la “i”) indica le infiorescenze appena sviluppate dalla Cima di Rapa mentre il termine Friarello (senza “i”) indica i peperoni verdi di fiume, famiglia cui appartiene questo prodotto dell’agro Nocerino – Sarnese.

A questo punto i prodotti dell’Agro Nocerino – Sarnese non hanno più segreti per voi. Non vi resta che trovarli e assaggiarli!

 

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Al via le attività dell’ISIS Ferraris – Buccini di Marcianise

L’Isis Ferraris – Buccini ha aderito al progetto Hetor in occasione dello svolgimento delle attività di “Alternanza scuola – lavoro”,  in collaborazione con il Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Salerno.

Il primo incontro si è tenuto il 26 ottobre presso la sede dell’istituto, durante il quale, il Prof. Scarano ha presentato lo strumento che dovranno utilizzare durante questo percorso formativo, la Piattaforma Sociale per gli Open Data SPOD.

Gli studenti hanno effettuato già l’accesso alla piattaforma, iniziando a scrivere nella sezione Agorà, dibattendo sulle tematiche da affrontare durante questo percorso, che riguarderanno il territorio di Marcianise e dei comuni limitrofi.

Stanza pubblica di Agorà riguardante la scelta dei temi da affrontare

Il secondo incontro si è tenuto presso l’Università degli Studi di Salerno il 28 novembre, durante il quale gli studenti hanno partecipato ad una esercitazione sulla piattaforma al fine di apprenderne l’utilizzo e le sue funzioni, concentrandosi, in particolare, sulla realizzazione di raffigurazioni grafiche (Datalet) dei dataset disponibili.

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Durante lo stesso incontro gli studenti, in collaborazione con il team di Hetor e con i loro docenti hanno deciso le tematiche da trattare.

Sono state quindi create 4 Stanze di CoCreazione all’interno della piattaforma SPOD sui 4 argomenti scelti:

  • Storia dei Carri allegorici di Marcianise e dei comuni limitrofi
  • Censimento delle pizzerie della Campania
  • Chiese parrocchiali delle Diocesi di Caserta e Capua
  • Censimento dei birrifici in Campania.

Le attività sono ancora in corso. Gli studenti stanno raccogliendo informazioni da siti web, libri, articoli e riviste locali al fine di completare i dataset che saranno pubblicati sul sito di Hetor e, successivamente, trasformati in post per il blog.

 

L’Anfiteatro Laterizio di Nola

Storia dell’anfiteatro romano più antico dell’agro nolano

Una delle storie più importanti della tradizione cattolica riguarda la città di Nola e il suo Santo Patrono, Felice.

Secondo la tradizione agiografica, il vescovo di Nola Felice, per aver fatto professione di fede cristiana, fu condotto nel 95 d.C. all’interno dell’anfiteatro per ordine di Marciano, preside della regione, affinché fosse divorato dalle fiere. Nonostante gli sforzi dei carcerieri il santo fu salvo, in quanto le belve, ammansite dalla sua presenza, si rifiutarono di attaccarlo.

Protagonista della storia, dunque, accanto al Vescovo di Nola, troviamo uno dei monumenti più importanti dell’agro nolano: l’anfiteatro.

L’anfiteatro di Nola si trova nella zona nord – occidentale della città, alle spalle delle mura tardo repubblicane in opera quasi reticolata.

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Il monumento, conosciuto anche come Anfiteatro Laterizio, risale al I secolo a.C., come testimoniano le prime fonti scritte risalenti al XV secolo. Queste consistono in una serie di pergamene aragonesi che mostrano alcune rappresentazioni iconografiche della struttura.

Di poco successiva a queste è quella di G. Moceto posta a corredo da A. Leone al De Nola, in cui si mostra il monumento ancora visibile fino all’attacco della summa cavea. Già nell’800, invece, non se ne vedevano che pochi resti.

Le strutture presentano varie fasi di costruzione. Sappiamo che l’anfiteatro fu realizzato nel I secolo a.C. ma, grazie alle fonti e agli studi in loco, sappiamo che ebbe almeno due ristrutturazioni: la prima nel corso del I secolo d.C., quando una parte delle strutture fu restaurata in opera reticolata con cubilia di piccolo modulo e allineamento obliquo continuo, e il corridoio principale subì il rifacimento del pavimento e della volta; la seconda avvenne tra il II e il III secolo e riguardò principalmente il rifacimento in lastre di calcare del corridoio posto sull’asse maggiore e la costruzione di un edificio addossato al muro esterno dell’anfiteatro.

Le vicende che hanno, invece, interessato l’anfiteatro nolano dopo il suo abbandono non ci sono note. Non sappiamo, infatti, se le attività cessarono subito dopo l’editto del 404 d.C., con cui Onorio abolì gli spettacoli gladiatorii, oppure se, come accadde per Capua, ci volle un po’ di tempo prima che i giochi venissero definitivamente cancellati. Non sappiamo neanche se, durante le guerre altomedievali l’anfiteatro fu utilizzato come piazzaforte militare.

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Ciò che sappiamo è che l’anfiteatro fu abbandonato fino ad essere completamente interrato. Nel V secolo fu utilizzato per lo scarico di rifiuti e come cava di materiale da costruzione, asportando quasi tutte le gradinate e gran parte della decorazione di marmo, lasciandovi la decorazione del parapetto. E’ probabile che l’eruzione e la successiva alluvione che invasero l’anfiteatro abbiano sorpreso i Nolani intenti ancora all’opera di spoliazione del resti dell’edificio, prima che avessero il tempo di portare via le lastre di marmo. Infatti, sono stati rinvenuti anche sei pilastrini di calcare che, si suppone, fossero addossati alla struttura poiché il retro non era rifinito.

L’opera di spoliazione proseguì anche in età medievale, quando furono scavate numerose fosse per recuperare elementi dell’edificio da riutilizzare, fino al crollo della volta che determinò l’abbandono totale dell’ambiente.

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Solo alla fine del ‘900, tra il 1985 e il 1993, sono state intraprese alcune campagne di scavo che hanno portato alla luce tre dei corridoi di accesso al monumento e alcuni elementi delle murature del circuito esterno, recanti ancora il rivestimento di intonaco. Altri scavi furono poi effettuati nel 1997, facendo riscoprire circa ¼ dell’intera struttura dell’edificio.

Sullo scheletro dell’anfiteatro scoperto furono creati con terreno di riporto dei terrapieni, sui cui poggiavano le gradinate della cavea. Del circuito esterno furono poi scavati due fornici completamente e due parzialmente, mentre della cavea è stato indagato solo il primo setto a nord del corridoio centrale.

Grazie a queste azioni di scavo, oggi sappiamo che l’Anfiteatro Laterizio aveva dimensione di 138 metri sull’asse maggiore e 108 metri sull’asse maggiore e che poteva ospitare circa 20.000 spettatori.

Tuttavia, molto altro si potrebbe scoprire dell’edificio, con azioni di scavo mirate. Per questo motivo qualche tempo fa, è partita una azione di Crowdfunding sul sito buonacausa.org, ad opera di Archeoclub Italia APS, al fine di ridare vita all’Anfiteatro.

La valorizzazione ed il recupero del monumento, uno dei pochi edifici romani ancora abbastanza integro di Nola, consentirà di fissare un altro punto di riferimento per un itinerario turistico – culturale della parte nord – orientale della provincia di Napoli, e contribuirà al recupero sociale e culturale di tale area.

 

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Il teatro romano di Benevento

La città di Benevento si trova nell’entroterra appenninico della Campania, circondata da vetuste colline. Chiamata prima Maleventum, poi Beneventum ed infine Benevento, essa è stata una città sannitica, romana, longobarda ed anche pontificia. Vanta, infatti, un notevole patrimonio storico – artistico e importanti beni archeologici.

Tra questi spicca sicuramente il Teatro romano, uno dei più antichi della Campania e uno dei meglio conservati.

Esso fu costruito nel II secolo sotto l’imperatore Adriano nelle vicinanze del cardo maximus e inaugurato nel 126. Un’iscrizione rivenuta sul pulpitum ricorda la carica di curator affidata ad Adriano per la costruzione dell’edificio. Un’altra base onoraria rinvenuta agli inizi del ‘900, invece, ha fatto supporre restauri databili tra il 198 e il 210 ad opera di Caracalla, erede di Settimio Severo.

Il teatro fu costruito in opera cementizia con paramenti in blocchi di pietra calcarea e in laterizio, ed ha delle dimensioni abbastanza notevoli: ha un diametro di circa 98 metri e una capienza originaria di circa 15.000 persone.

 

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La cavea, a pianta semicircolare, presentava 25 arcate articolate su tre ordini (tuscanico, ionico e corinzio), delle quali rimangono oggi quelle del primo e parte di quelle del secondo. Le arcate della cavea, con ampia cornice rifinita, presentavano come chiavi di volta rilievi configurati, rappresentati da busti nell’ordine inferiore e, molto probabilmente, da maschere negli ordini superiori.
Sotto di essa si trovano i corridoi e le scale d’accesso ai due ambulacri paralleli che fanno da cassa armonica.

Si accede, così, alle gradinate e alla frons scenae, un tempo rivestite da lastre marmoree policrome e stucchi che ancora oggi sono, in parte, conservati. La scena presenta resti di tre porte monumentali, alle terminazioni della cavea, che davano accesso all’orchestra; ai suoi lati vi sono i resti dei parodoi, in particolare la sala a destra conserva il pavimento in mosaico e le pareti marmoree policrome. Alle spalle della scena, molto ampia, si trovano i resti di tre scalinate che portavano ad un livello inferiore, probabilmente utilizzato come accesso per gli artisti.

L’accesso degli spettatori, invece, avveniva tramite il viale principale d’ingresso, decorato con fastosi mascheroni (che richiamavano quelli utilizzati dagli attori), reimpiegati in edifici del centro storico, dove sono ancora visibili.

Il teatro fu abbandonato in epoca longobarda, parzialmente interrato e utilizzato come fondazione per abitazioni. Inoltre nel XVIII secolo su quanto restava del teatro venne costruita la Chiesa di Santa Maria della Verità.

Il teatro, così, si ritrovò sepolto e coperto da abitazioni fino al 1890, quando l’archeologo Almerico Memomartini ne auspicò il recupero. I lavori iniziarono solo a partire dal 1923 e si dovettero interrompere nel 1930 a seguito del forte terremoto che colpì questa zona. Ripresi nel 1934 con l’esproprio dei fabbricati si bloccarono di nuovo durante la seconda guerra mondiale. Solo negli anni ’50 il teatro venne definitivamente ultimato e consegnato alla Soprintendenza che lo aprì al pubblico nel 1957.

 

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Nonostante si sia persa una buona parte del rivestimento marmoreo, il teatro romano di Benevento è oggi totalmente agibile (in parte accessibile anche ai disabili) e gode di una perfetta acustica, tanto che ancora oggi viene utilizzato per la sua funzione originaria: dilettare gli spettatori con opere e rappresentazioni.

In ogni caso, l’ingresso al teatro è possibile tutti i giorni dalle 9.00 fino ad un’ora prima del tramonto al costo di 2,00 €.
Un prezzo piccolo per una grande esperienza.

 

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Alla scoperta del Castello di Matinale

Il Castello di Matinale, anche conosciuto con il nome di Castello di Rudovaco, sorge sul Mons Cancelli, l’elevazione che domina l’entrata della Valle di Suessola, sita nel comune di San Felice a Cancello e, più precisamente, nella frazione di Cancello Scalo.

 

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Secondo la tradizione, la fortezza risalirebbe al IX secolo ad opera di un certo Rudovaco, da cui il nome con cui è conosciuto. Tuttavia, non esistono fonti scritte che dimostrino questa teoria.

I primi documenti riguardanti il castello, infatti, risalgono ad una serie di carte risalenti alla fine del Duecento. All’interno si legge che, fino al 1298, la fortezza, denominata “di Matinale”, era appartenuta a Margherita di Svevia, figlia naturale di Federico II, che l’aveva ricevuta in dote in occasione del matrimonio con Tommaso II d’Aquino. Secondo questo documento, dunque, il castello sarebbe stato fondato in un momento di poco successivo al matrimonio, celebrato prima del settembre 1247.

Non si hanno molte notizie successive a questa, il che impedisce di chiarire le vicende che hanno riguardato il castello, fino al XV secolo: nel 1437 il fortilizio fu occupato durante la guerra angioino – aragonese dalle milizie pontificie. Da quel momento il Castrum Cancelli, come fu ribattezzato nel XIII secolo, fu lentamente lasciato in abbandono fino al XIII secolo quando i corpi edilizi che ancora rimanevano in piedi (dopo il crollo di tre dei quattro bracci del cortile) furono ripristinati per essere adibiti a dimora di campagna.

Agli inizi del ‘900, poi, il castello fu donato dalla famiglia d’Aquino al barone Giovanni Barracco e ospitò, durante la seconda guerra mondiale, il comando alleato.
Malgrado tutto ciò, oggi è ancora possibile vedere un quadro esaustivo della rocca voluta dal Conte di Acerra.

 

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Il Castrum Cancelli fu concepito con una pianta regolare sul doppio quadrato disegnato dal cortile interno e dalla cinta alla quale rispondono le 4 torri angolari di forma trapezoidale e una quinta torre (rettilinea e di minori dimensioni) sul lato nord – ovest a protezione di una postierla (una porta secondaria per i camminamenti delle guardie di ronda, usata anche come uscita di emergenza in caso di attacco).

Il portale di accesso principale, invece, si apre sul lato sud – ovest, presso una delle torri, e presenta un doppio archivolto in blocchi di calcare bianco, con il canale di scorrimento per la saracinesca di chiusura e una mostra esterna a bugnato liscio con profilo superiore a punta di lancia.
Palese è, dunque, il richiamo all’architettura imperiale, di cui riprende l’impianto quadrilatero, in una costruzione tardo – sveva assolutamente unitaria.

Oggigiorno, sebbene appartenga ad un privato e non versi in ottime condizioni, il castello è accessibile e visitabile: ci si può arrivare sia a piedi che con mountain bike grazie a dei percorsi facilmente accessibili.

 

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Top 6 Prodotti dell’area Vesuviana

I Prodotti Agroalimentari Tradizionali da non perdere!

L’area Vesuviana e, più in generale, il territorio della provincia di Napoli, è nota in tutto il mondo per la produzione di diversi prodotti tipici, dalla pizza alla sfogliatella, dalla pastiera al babà. Meno diffusi, invece, sono altri prodotti di origine vesuviana, altrettanto buoni e degni di nota. Essi sono tantissimi ma in questo excursus abbiamo scelto di elencarne i 6 che, a nostro avviso, rendono il territorio della provincia di Napoli degno di essere conosciuto.

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Tra il Pomodoro Giallo del Vesuvio e il Pomodorino del Piennolo

Il pomodoro è un ortaggio molto diffuso in Italia, sebbene esso sia originario di un’area del continente americano compresa tra il Messico e il Perù. Venne importato, infatti, in Europa e, in particolare in Spagna, da Hernàn Cortès nel XVI secolo; solo successivamente l’ortaggio approdò in Italia, dove trovò condizioni favorevoli nella zona meridionale del Paese.

Un secolo dopo, quando ormai la coltivazione aveva raggiunto una buona diffusione, le bacche cominciarono a cambiare colore, passando dal giallo intenso al rosso. Il pomodoro, infatti, non è sempre stato rosso. A dircelo è il nome stesso, che deriva da ‘pomo d’oro’, a indicare la tinta dorata del frutto di piante, all’epoca sconosciute, che venivano usate solo come ornamento.
Il colore dorato originario, ormai, oggi caratterizza soltanto pochissime varietà, tra cui quella del Pomodorino giallo che cresce alle falde del Vesuvio.

Il Pomodorino giallo del Vesuvio, appartenente alla varietà Giagiù, è piccolo e di forma ovale, presenta caratteristici solchi longitudinali (chiamati coste) e un pizzo mediamente lungo. Ha un gusto molto sapido e allo stesso tempo morbido e delicato, caratterizzato da una totale assenza di acidità. Esso è ricco di beta-carotene, di sostanze dall’elevato potere antiossidante capaci di neutralizzare i radicali liberi, e di vitamina A,C e B. Proprio per la sua assenza di acidità, a differenza del pomodoro classico, il Pomodorino giallo del Vesuvio, oltre ad essere consumato al naturale, è largamente usato nelle ricette a base di pesce e frutti di mare, per preparare salse e vellutate.

La coltivazione dei Pomodorini Gialli viene effettuata ancora oggi con tecniche rigorosamente manuali su pali di sostegno che tengono il frutto separato dalla terra. Il periodo di coltivazione è compreso tra i mesi di aprile e di settembre. La stagione del raccolto comincia a partire dalla fine di luglio e prosegue fino alla metà di settembre.

Queste caratteristiche hanno permesso al pomodorino giallo del Vesuvio di essere inserito dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT).

Il Pomodorino del Piennolo è, invece, D.O.P. dal 2009, ai sensi del Reg. CE n. 510/06, ed ha il proprio Consorzio di Tutela. Esso è uno dei prodotti più antichi dell’agricoltura campana, tanto da essere perfino rappresentato all’interno del tradizionale presepe napoletano. Questa D.O.P. raggruppa numerose cultivar e biotipi locali, le cui denominazioni sono quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, tra cui Fiaschella, Lampadina, Patanara, Principe Borghese e Re Umberto.

Sebbene il grande numero di varietà, esse hanno tutte caratteristiche in comune, quali la consistenza della buccia (dal colore rosso scuro) e della polpa, la forza di attaccatura al peduncolo, l’alta concentrazione di zuccheri e acidi, e la forma allungata, lievemente a pera o a cuore. Questa deriva anche dal metodo di raccolta: i pomodorini del piennolo sono tradizionalmente raccolti a grappolo e appesi sui balconi, prendendo, così, il nome di piennolo (pendolo) o spongillo (per il pizzo che presentano alla loro estremità), consentendo così l’ottimale conservazione del prodotto.

Questo sistema consente, da un lato, una lenta maturazione, dall’altro una lunga conservazione, con la conseguente possibilità di consumare il prodotto al naturale fino alla primavera seguente.
Per questi motivi il Pomodorino del Piennolo viene apprezzato sia allo stato fresco sia nelle conserve in vetro, secondo un’antica ricetta locale, denominata a pacchetelle.

Il suo sapore intenso e vivace, inoltre, insieme alla sua versatilità, lo rendono molto apprezzato e utilizzato nella cucina campana: accanto ai tradizionali spaghetti alle vongole, viene utilizzato in numerosi altri piatti, tra cui una variante della prelibata pizza napoletana.

Tali caratteristiche sono profondamente legate ai fattori climatici tipici dell’area geografica di coltivazione, dove i suoli, di origine vulcanica, sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del complesso vulcanico Somma-Vesuvio. In particolare, la zona di produzione prevista dal disciplinare del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio D.O.P.” comprende l’intero territorio di numerosi comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase e Nola.

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La mela d’oro del Vesuvio: l’albicocca vesuviana

L’albicocca è un frutto di origini antichissime, proveniente dalla Cina e introdotto in Italia dai Romani. La sua presenza nel territorio campano è documentata già nel I secolo d.C. negli scritti di Plinio il Vecchio, anche se le prime testimonianze certe sono molto successive.

Fu lo scienziato napoletano Gian Battista Della Porta, infatti, nel 1583, a dividere le albicocche, nel suo scritto Suae Villae Pomarium, in due grandi gruppi: le Bericocche, dalla forma tonda, la polpa molle e bianca aderente al nocciolo, e le Chrisomele (dal greco chrisomelos ovvero mele d’oro), con la polpa non aderente al nocciolo, molto colorate e più pregiate. E’ da questo secondo termine che deriva quello di Crisommole, il nome in dialetto napoletano con cui è conosciuto questo frutto.

Con questo termine si indica un insieme di oltre quaranta diversi biotipi, tra cui i più diffusi sono la Ceccona, la Palummela e la Pellecchiella, tutti prodotti nel territorio vesuviano. Quest’area, infatti, risulta particolarmente fertile, grazie alla natura vulcanica dei suoi terreni, ricca di minerali e potassio, elemento noto per la sua influenza sulla qualità organolettica dei frutti e vegetali in genere, e che, in questo caso, contribuisce a conferire alle albicocche vesuviane un sapore gradevole e caratteristico.

A caratterizzare e distinguere una varietà dall’altra sono le dimensioni, l’intensità del profumo, la levigatezza della buccia ed il sapore. Tuttavia ci sono delle caratteristiche comuni quali la polpa gialla zuccherina, il profumo intenso ed il colore giallo aranciato della buccia, cui si sovrappone il rosso sfumato o punteggiato.

Le peculiarità della crisommola, insieme alla sua maturazione medio – precoce (la raccolta è effettuata già a partire dalla metà del mese di giugno), la rendono perfetta sia per il consumo diretto, sia per l’utilizzo nell’industria di trasformazione e, in particolare, per la produzione di confetture, succhi, nettari, sciroppi e canditi.
Per queste ragioni l’Albicocca Vesuviana, già prodotto P.A.T., è in corsa per ottenere la registrazione al marchio I.G.P. presso l’Unione europea con Protezione Transitoria Nazionale.

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L’Uva Catalana del Monte Somma

L’uva catalanesca, conosciuta anche come Catalana, è arrivata, come suggerisce il nome, dalla Spagna ben 600 anni fa. Essa fu importata qui dalla Catalogna, da Alfonso I d’Aragona nel XV secolo, e impiantata sulle pendici del Monte Somma, tra Somma Vesuviana e Terzigno.
Da allora la zona del Monte Somma è stata eletta quale ambiente ideale da quest’uva che, grazie ai terreni vulcanici vesuviani, ha assunto caratteristiche decisamente originali. Ancora oggi, infatti, quest’uva si coltiva soprattutto a Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e Terzigno.

Per molti anni questa P.A.T. è stata catalogata come uva da tavola e, pertanto, non era consentito vinificarla e commercializzarla come uva da vino, nonostante, nel XVII secolo, i contadini la usavassero proprio per produrre il vino: ne sono testimonianza, ancora oggi, la presenza di enormi torchi vinari delle masserie della zona, ricavati da tronchi di mastodontici alberi di quercia, da cui assunsero la denominazione dialettale di cercole.

Sebbene l’elevato tasso zuccherino la renda ancora oggi adatta alla vinificazione, l’iter per far assumere alla Catalanesca il rango di uva da vino è iniziato solo negli anni ‘90, con gli studi condotti da Luigi Moio e Michele Manzo, che la dichiararono “un’uva con tutte le attitudini ad essere vinificata”. Nel 2006 è stata ufficialmente inserita nell’elenco delle uve da vino e dal 2001 la Catalanesca del Monte Somma, prodotta con uve dei territori di San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno, è I.G.P..

Si raccoglie tra ottobre e novembre ma può permanere sulla pianta fino alla fine dell’anno: un tempo vi era la consuetudine di lasciare sulla pianta i grappoli più belli, eliminando via via gli acini guasti, così da favorirne il mantenimento fino al periodo natalizio.

La foglia di quest’uva è trilobata è di media grandezza, con piccioli corti. Il grappolo è spargolo, allungato, cilindro-conico, mentre le bacche sono rotondeggianti dal colore dorato, una polpa dolce e croccante e ricca di vinaccioli.

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Le Fuscelle di Sant’Anastasia

La ricotta di fuscella è una ricotta di vacca prodotta in Campania e, in particolare, nel comune di Sant’Anastasia (in provincia di Napoli) e nei territori limitrofi, riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale.

La denominazione deriva dal nome del cestello forato di forma tronco conica, tradizionalmente fatto di vimini intrecciati, nel quale viene trasportata e venduta: la fuscella, appunto.
Questo tipo di ricotta si ottiene dalla lavorazione del siero che si libera dalla cagliata: il siero viene riscaldato ad una temperatura ottimale, ottenendo una massa fioccosa morbida e bianca. Viene quindi estratta e raccolta ancora calda e messa a sgrondare in cestelli di plastica o di giunco intrecciato, detti appunto fuscelle, da cui il nome del prodotto.

Ne deriva una ricotta dal colore bianco porcellana fino ad un paglierino chiarissimo, a seconda del tipo di latte impiegato; ha una consistenza morbida e cremosa e una struttura più pastosa e vellutata della normale ricotta. Il sapore fresco e dolce rende questo prodotto non solo adatto alla preparazione di dolci tradizionali ma anche all’alimentazione dei bambini soprattutto durante la fase dello svezzamento, grazie alla elevata presenza di vitamine e calcio.

 

Il Pane “cafone” di San Sebastiano al Vesuvio

Il pane di San Sebastiano, conosciuto anche con il nome di “pane cafone”, prende il nome dalla città di San Sebastiano al Vesuvio, dove è nato e dove ancora oggi viene prodotto secondo la tradizione. In questo paese, ai confini con Torre del Greco e a pochi chilometri da Napoli, quella della panificazione non è solo un’attività ma una vera e propria cultura.

Le sue origini risalgono al XVIII secolo quando, negli antichi conventi, erano già presenti i forni. In particolare si ricorda il convento in Via Monaco Aiello, dove i frati che vi abitavano, fornivano il pane per la casa reale dei Borbone.

Nel corso del XIX secolo, invece, questo P.A.T. divenne il pane del popolo, grazie alla sua capacità di lunga conservazione: ancora oggi è conosciuto anche con il nome di “pane otto giorni”. Il suo segreto è nella lievitazione, che avviene in maniera naturale con il criscito (lievito madre): acqua, farina di grano tenero e parte dell’impasto delle precedenti infornate, lasciato a fermentare per oltre dieci ore. Alcuni fornai usano lo stesso lievito madre da più di sessant’anni, rinnovando ogni giorno l’impasto con farina e sale.

Anche il forno è fondamentale per la buona riuscita di questo pane. Esso deve essere a camera unica e realizzato con pietre speciali, quelle di Sorrento, che mantengono il calore e trattengono i profumi.

Il pane viene realizzato in diverse forme, come i palatoni, dalla forma allungata, le cocchie e i panelli circolari, ma hanno tutti le stesse peculiarità: crosta sottile e dura, mollica morbida e sapore caratteristico.

Potremmo parlare ancora molto dei prodotti agroalimentari tradizionali dell’area vesuviana, soffermandoci, ad esempio, sulla pizza di scarole, la pera carmosina e le varietà di susina come la pappacona, pazza, scarrafona e turcona. Ma invece di parlarne ancora, perché non andare ad assaggiarle? Potreste iniziare proprio da San Sebastiano al Vesuvio che in questi giorni (20-23 settembre) celebra la sua specialità con la prima edizione di HapPANEss, una serie di incontri dedicati al Pane sansebastianese.

 

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