Il teatro di Neapolis

Una meraviglia sotterranea da riscoprire

La Campania è ricca di teatri e anfiteatri antichi, risalenti principalmente all’epoca romana. Molti sono stati recuperati nel corso degli ultimi secoli grazie ad operazioni di scavo specifiche. Tra queste, sicuramente una delle più sorprendenti operazioni è stata quella che ha riguardato la scoperta del Teatro di Neapolis.

 

 

L’edificio ludico è citato da alcuni autori antichi: Svetonio ci riferisce delle rappresentazioni dell’Imperatore Claudio; Seneca ce ne parla all’interno delle sue Epistulae morales ad Luciulium; Tacito, nei suoi Annales, e Svetonio, nel suo De vita Caesarum, ci raccontano di Nerone e delle sue esibizioni canore.

Il teatro di Neapolis, tuttavia, è stato portato alla luce solo alla metà dell’800 grazie allo scavo di una fognatura. Il primo scavo archeologico risale, poi, alla fine dello stesso secolo, mentre il primo piano di recupero avvenne nel 1939.
Tuttavia, solo a partire dalla fine degli anni ‘90 il teatro è stato in parte disvelato, grazie a dei lavori promossi dal Comune e dalla Soprintendenza continuati fino al primo decennio del 2000. Si tratta di un progetto di scavo e valorizzazione del settore occidentale del teatro che ha lo scopo di svelare anche le trasformazioni intervenute nel tessuto urbano fino all’età moderna.

Il teatro si trova nel cuore di Napoli, nella zona compresa tra via Anticaglia, via San Paolo, vico Giganti e vico Cinquesanti.

Esso risale al I secolo e fu, probabilmente, costruito sui resti di un preesistente edificio greco risalente al IV secolo a.C. e posizionato accanto all’Odeon, più piccolo e coperto.
Fu ristrutturato tra il I e il II secolo, periodo a cui risale la maggior parte delle vestigia, e fu abbandonato in seguito ad un’alluvione tra il V e il VI secolo. Nei secoli successivi fu adoperato come necropoli, poi discarica e, infine, è stato ricoperto da vari edifici che, ancora oggi, ne impediscono il recupero completo.

Nonostante la rifunzionalizzazione  della struttura, tale caratteristica ne ha  permesso la riscoperta e la parziale conservazione. Di recente la porzione ipogea  era stata riutilizzata dal proprietario di un basso come cantina. L’accesso agli ambienti sotterranei era stato ricavato tramite una botola situata sotto il letto. Un marchingegno davvero particolare azionava un meccanismo che permetteva la scomparsa del letto che scorreva lungo dei binari, in una nicchia nel muro. La scoperta di frammenti murari in opus latericium portò all’esproprio del basso e alla nuova destinazione d’uso, consentendo agli studiosi e ai visitatori di poter ammirare una parte del teatro.

Il teatro, dalla tipica forma semicircolare, fu realizzato con la tecnica dell’opus mixtum, associata a quella del reticolatum e del latericium. Questo espediente architettonico consente una maggiore resistenza ai terremoti. Per dimensioni, inoltre, si avvicina ai teatri medio-grandi della Campania, capaci di ospitare fino a 5000 spettatori.

Esso presentava tre ingressi, due laterali per gli attori (a ovest e ad est) ed uno a nord per il pubblico. Oggi del teatro si riconoscono i due ambulacri, le scale di accesso alla media e summa cavea, i vomitoria ed una piccola sezione della cavea scoperta. Si conservano, inoltre, i pavimenti dell’ambulacro interno, gli intonaci, i rivestimenti marmorei delle gradinate della cavea, alcuni graffiti e iscrizioni.
All’esterno, invece, in via Anticaglia, è possibile notare due massicce arcate che in epoca romana erano delle sostruzioni, cioè delle strutture di rinforzo all’interno del teatro che, oggi, appaiono inglobate negli edifici esistenti.

Dopo i lavori di scavo e di messa in sicurezza, la Soprintendenza Archeologica e il Comune di Napoli hanno autorizzato la visita, dando la possibilità a numerosi visitatori di fruire della vasta sezione del monumento oggi riportato alla luce. Delle visite al Percorso Ufficiale della Napoli Sotterranea e al Teatro Greco se ne occupa l’Associazione Napoli Sotterranea, che consente ai visitatori di poter ammirare le bellezze del sottosuolo tutti i giorni, dalle 10.00 alle 18.00.

Lavori in corso per il Liceo A.Diaz di San Nicola La Strada

Gli studenti del Liceo “A.Diaz” di San Nicola La Strada stanno lavorando in quattro diverse stanze di co-creazione, ogni gruppo su un argomento specifico.
I temi, aventi tutti come obiettivo la valorizzazione del patrimonio culturale del territorio, sono stati decisi sulle basi dei suggerimenti sia degli studenti all’interno dell’Agorà, sia dei docenti.

La scelta è, dunque, ricaduta sui seguenti argomenti:
– Museo della civiltà contadina – descrivere e schedare i materiali e rendere fruibili le informazioni in formato Open del Museo della Civiltà Contadina di San Nicola La Strada
– Risorse e beni culturali minori – schedatura dei siti e delle cose di interesse di S. Nicola la Strada, per valorizzare il territorio, individuando siti e manufatti di interesse
– Stradario ragionato di San Nicola La Strada – creare uno stradario ragionato del comune di San Nicola la Strada, associando a ciascuna arteria o piazza delle informazioni utili
– Casellario politico giudiziario della provincia di Caserta – ricostruire il tessuto sociale degli osservati politici in provincia di Caserta durante il Regno d’Italia

Le attività sono ancora in corso. Gli studenti stanno raccogliendo informazioni da siti web, libri, articoli e riviste locali al fine di completare i dataset che saranno pubblicati sul sito di Hetor e, successivamente, trasformati in post per il blog.

Attività in corso del Liceo Linguistico e Classico di Nocera Inferiore

Sono terminate le ore di attività previste presso la sede del Liceo classico e linguistico Gian Battista Vico di Nocera Inferiore.

Durante i primi incontri si sono decisi gli argomenti da trattare, considerando anche le possibilità di riutilizzo dei dati:
– Itinerari culturali di Nocera
– Archeologia industriale: Le fabbriche dismesse di Nocera
– Museo del Liceo classico Gian Battista Vico

Le motivazioni alla scelta sono state le seguenti:
– Creare uno stradario ragionato della città
– Recuperare la memoria storica dei vecchi insediamenti industriali
– Creare un catalogo completo e open degli oggetti presenti all’interno dell’Istituto

Nelle 20 ore trascorse, gli studenti hanno lavorato divisi per gruppi.
Il primo e il secondo gruppo hanno reperito materiale bibliografico sul quale basare le loro ricerche, oltre alla consultazione dei dati presenti sul sito dell’Archivio Centrale di Stato.

Il terzo gruppo, invece, avendo carenza di bibliografia da cui attingere informazioni (il catalogo degli oggetti era incompleto), ha lavorato alla creazione di un nuovo catalogo degli oggetti musealizzati della scuola, provvedendo a fornire dettagliate descrizioni dei reperti e un nuovo numero inventariale.
Grazie all’autorizzazione della Preside, gli studenti hanno avuto la possibilità di entrare in contatto diretto con i reperti, estraendoli dalle vetrine, analizzandoli accuratamente e fotografandoli.

Avendo a disposizione altre 30 ore, i ragazzi termineranno in autonomia il lavoro iniziato insieme a scuola, guidati e monitorati all’occorrenza dai Tutor che li hanno seguiti finora.

I 5 piatti tipici di Pasqua da non perdere

Ad ogni festa le sue pietanze!

Si, è proprio così, ogni festa ha la sua tradizione culinaria. In Campania, oltre alle classiche uova di cioccolata e alla colomba, la Pasqua si festeggia consumando i dolci e le torte salate tipiche del periodo e della tradizione, che seguono un rituale e una attenta preparazione già a partire dai giorni che precedono la festa. Oltre ad essere una festa cristiana, Pasqua, infatti, è anche un’occasione di intimità familiare e buon cibo che si sposa alla perfezione con la tradizione culinaria Campana.

Ovviamente le specialità sono tante, ma in questa sede vi presentiamo 5 delle specialità campane tipiche del periodo pasquale che non si possono assolutamente perdere.

Casatiello

Il casatiello salato, un vero caposaldo della cucina napoletana, è una tipica torta rustica pasquale. La sua forma e la sua decorazione, infatti, sono ricche di simboli religiosi: le uova racchiuse in una croce di pasta ricordano la Passione di Cristo; la forma ad anello indica continuità, così come la Pasqua è raccordo tra nascita e morte.

Il suo nome deriva dal latino “caseus” o dal dialettale “caso” che significa formaggio, uno dei suoi principali ingredienti.
Infatti, anche se, come tutte le ricette legate saldamente alla tradizione, il casatiello assume delle piccole varianti in ogni famiglia, ci sono degli ingredienti che al suo interno non possono proprio mancare.

Ingredienti:

– 1 kg di farina
– 2 cubetti di lievito di birra
– 100 g di strutto
– Sale, pepe
– 400 g di formaggi misti (pecorino, provolone piccante, grana, ecc)
– 400 g di salame napoletano
– 4 uova

Preparazione:

Sciogliete il lievito in acqua tiepida, unite la farina e iniziate l’impasto, unite poi lo strutto, il sale e il pepe, poi coprite il composto e fate riposare qualche ora, finché non sarà raddoppiato il volume. Stendete il composto sulla spianatoia (lasciandone un po’ da parte per la fase finale) ricavando un ovale, spennellatelo con poco strutto, distribuitevi i formaggi misti e il salame. Arrotolate l’impasto partendo dalla parte lunga, chiudetelo a anello infilando un’estremità nell’altra e disponetelo in uno stampo a ciambella, unto di strutto. Spennellate il casatiello con l’uovo sbattuto, poi con le mani ricavate quattro fossette e incastratevi 4 uova sode. Con la pasta tenuta da parte ricavate delle strisce e fissatele a x sulle uova. Fate lievitare ancora il casatiello, diverse ore, anche un giorno intero (in questo caso al fresco) e cuocetelo in forno già caldo a 180° per circa 60′.

Casatiello dolce

Il casatiello dolce è uno dei dolci tipici del periodo pasquale, soprattutto delle zone costiere e dell’area napoletana che, tuttavia, sta pian piano scomparendo.
Rispetto al casatiello salato, infatti, ha una preparazione molto più lunga ed elaborata, una lievitazione che può durare giorni, grazie all’utilizzo del “criscito” che in dialetto napoletano non è altro che il lievito madre. Per i più pazienti, ecco la ricetta.

Ingredienti:

• 1 kg di farina
• 10 uova
• 550 g di zucchero semolato
• 400 g di lievito madre
• 8 g di lievito di birra
• 10 g di sale
• 300 g di sugna (strutto)
• 250 ml di latte intero
• mezzo bicchierino di liquore Strega
• 1 limone buccia grattugiata
• 1 arancia buccia grattugiata
• 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
• 1 fialetta di fior d’arancio
• cedro candito a pezzi
Per la decorazione
• 1 albume
• 250 g di zucchero a velo
• 2 cucchiaini di succo di limone
• confettini morbidi colorati

Procedimento:

In una grande terrina sbattete le uova con lo zucchero. In una ciotola a parte, sciogliete bene il criscito ed il lievito con il latte appena tiepido fino ad eliminare tutti i grumi; aggiungetelo al composto di uova e mescolate bene. Unite al composto di uova anche la farina, il sale, la sugna, la vaniglia, il liquore, il fior d’arancio e le bucce grattugiate di limone e arancia; lavorate l’impasto a lungo in modo vigoroso per circa 1 ora se impastate a mano oppure per circa 35 minuti con l’impastatrice. L’impasto è pronto quando inizia a “sbuffare”, si creano delle bolle d’aria e diventa più elastico. A questo punto aggiungete il cedro candito tagliato a piccoli pezzetti e mescolate giusto per amalgamarlo.

Fate riposare l’impasto nella terrina coperta per circa 2 ore. Dividete l’impasto i 2 stampi troncoconici alti e dal diametro di 24 cm (dovete riempire lo stampo di ⅓ della sua capienza); coprite con pellicola alimentare a fate lievitare in luogo lontano da correnti d’aria ben coperto. Infornate in forno caldo statico a 190° per circa 60 minuti. Quando è freddo procedete alla decorazione.

Preparazione della ghiaccia reale: In una ciotola mescolate lo zucchero a velo con l’albume e 2 cucchiai di succo di limone filtrato, sbattete bene con le fruste fino ad avere una glassa lucida. Decorate il casatiello con la ghiaccia e cospargetelo di confettini colorati.

Puccellato dolce e salato

Il puccellato è un altro prodotto tipico del periodo pasquale della provincia di Benevento e, in particolare, del comune di Fragneto l’Abate, luogo in cui è stato inventato.
E’ un prodotto molto antico, risalente almeno al Medioevo, dato che viene menzionato in alcuni documenti del XII secolo come pagamento per i fitti che gli inquilini dovevano ai padroni.

Il suo nome deriva dalla trasformazione fonetica e gastronomica del “buccellato”, l’antico pane che in epoca tardo romana veniva dato ai militari, a sua volta derivante da “buccello” che significa “boccone”.
Il puccellato esiste sia nella versione dolce che in quella salata, che si differenziano per l’utilizzo di alcuni ingredienti ma che sono identiche nella lavorazione.

Ingredienti per il puccellato dolce:

– 12 uova
– 1 kg di farina
– Zucchero
– Burro
– Vaniglia
– Liquore
– Cedro
– Uva passa

Ingredienti per il puccellato salato:

– 1 Kg di farina
– 200 g di sugna
– 1 cucchiaino di zucchero
– 12 uova fresche
– 30 g di lievito
– Sale, pepe

Procedimento:

La base è un impasto di 5 uova con la farina che, nella versione dolce, va mischiato con abbondante zucchero e burro e poi aromatizzato con vaniglia, liquore, cedro e uva passa, mentre in quella salata, prevede l’aggiunta di sugna, pepe grosso ed appena un cucchiaino di zucchero. Man mano che si impasta, vanno aggiunte altre 7 uova ed il lievito e poi si deve lasciare a riposo per oltre 2 ore prima di dare alla massa la forma di una panella, che deve lievitare a lungo prima di essere infornata.

Tasca

La Tasca, al contrario del puccellato, è tipico di tutta l’area campana, anche se maggiormente della zona di Padula e del Vallo di Diano. A seconda della zona di produzione, assume nomi diversi: Tasca è in uso soprattutto in provincia di Salerno; pizza chiena è utilizzato nell’avellinese; canascione nel napoletano e nel casertano.

Nonostante i vari nomi e le piccole differenze nella realizzazione tra le varie zone di produzione, la Tasca è a tutti gli effetti una sorta di pizza o di pasta di pane ripiena. La sua ricetta, molto antica, ci arriva da una tradizione assolutamente orale, poiché la tasca viene preparata ancora oggi esclusivamente in casa, nel periodo pasquale. La tradizione vuole che venisse mangiata il Sabato Santo e che in famiglia se ne preparassero varie e di molteplici dimensioni, anche delle “tasche” in formato piccolo, per i bambini.

Ingredienti:

– Farina
– Uova
– Strutto
– Sale
– lievito
– Formaggi vari
– Salumi

Procedimento:

Preparare l’impasto della pizza piena disponendo la farina a fontana con all’interno l’acqua e il lievito. Quando l’acqua sarà stata assorbita dalla farina, trasferite l’impasto sulla spianatoia quindi aggiungere il sale e lo strutto un po’ per volta. Impastare a lungo l’impasto fino ad ottenere un panetto elastico ed omogeneo. Mettete l’impasto a lievitare in un posto al caldo e lontano da correnti per un paio d’ore. Nel frattempo preparate il ripieno, in un’ampia ciotola sbattete le uova con il sale, il pepe e i formaggi.

Aggiungete ora salumi e formaggi tagliati a dadini e mescolate il tutto. Dividete la pasta in 2 parti e stendete ogni panetto in un disco di 3 mm di spessore. Foderate con un primo disco di pasta una teglia da 24 cm in cui avrete steso un po’ di strutto e versateci il ripieno di uova formaggi e salumi. Chiudete con un’altra sfoglia e sigillate bene i bordi tutto intorno alla pizza. Ungete la superficie della pizza con altro strutto, quindi infornate a 170° per 50 minuti.

Pastiera

Dulcis in fundo la pastiera, il dolce caposaldo della pasqua campana, risalente almeno al 1600. Viene menzionata, infatti, già da Giambattista Basile, in “La Gatta Cenerentola”, tra le delizie più buone presenti nel banchetto finale.
Come ogni dolce regionale che si rispetti, anche la pastiera conosce diverse varianti e accorgimenti. Noi qui vi suggeriamo la versione più classica.

Ingredienti Pasta Frolla:

– 3 uova
– 500 g di farina
– 200 g di zucchero
– 200 g di strutto o burro

Ingredienti per la farcia:

– 700 g di ricotta di pecora
– 400 g di grano cotto
– 600 g di zucchero
– 1 limone
– 50 g di cedro candito
– 50 di arancia candita
– 50 g di zucca candita
– 100 g di latte
– 30 g di burro
– 5 uova intere
– 2 tuorli
– 1 bustina di vanillina
– 1 fiala di fiori d’arancio

Procedimento:

Per la pasta frolla, disponete su un tavolo la farina e lo zucchero a fontana con al centro il burro ammorbidito, i 3 tuorli d’uovo e la buccia grattugiata di mezzo limone. Amalgamate il tutto lavorando la pasta fino a che non diventa uniforme.

Versate in una casseruola il grano cotto, il latte, il burro e la scorza grattugiata di 1 limone; lasciate cuocere per 10 minuti mescolando spesso finché diventi crema. Frullate a parte la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere più 2 tuorli, una bustina di vaniglia e un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio (alcune varianti prevedono l’uso dei millefiori). Lavorate il tutto fino a rendere l’impasto molto sottile. Aggiungete una grattata di buccia di un limone e i canditi tagliati a dadi. Amalgamate il tutto con il grano.

Prendete la pasta frolla e distendete l’impasto allo spessore di circa 1/2 cm con il mattarello e rivestite la teglia (c.a. 30 cm. di diametro) precedentemente imburrata, ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce. Versate il composto di ricotta nella teglia, livellatelo, ripiegate verso l’interno i bordi della pasta e decorate con strisce formando una grata che pennellerete con un tuorlo sbattuto.
Infornate a 180 gradi per un’ora e mezzo finché la pastiera non avrà preso un colore ambrato; lasciate raffreddare e, prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.

Ecco i 5 prodotti tipici che non possono mai mancare sulle tavole campane nelle giornate pasquali. Ora che avete tutte le ricette, non vi resta che provarli tutti!
Buona Pasqua!

Al via le attività di alternanza scuola – lavoro del Liceo Scientifico Statale A. Diaz

Anche il liceo “A. Diaz” di San Nicola la Strada inizia oggi la collaborazione con il progetto Hetor in occasione delle attività formative previste dal progetto di “Alternanza scuola – lavoro”, che coinvolge 27 studenti, promosse dal distretto Databenc in collaborazione con il Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Salerno.

Durante la prima lezione, tenuta dal Prof. Vittorio Scarano, gli studenti hanno appreso, come usare la piattaforma sociale SPOD, cosa sono gli Open Data e le attività di cui si occupa il progetto Hetor.

In questa prima fase gli studenti hanno avuto modo di provare la piattaforma in via pratica: sono state create quattro stanze nella sezione Agorà, ognuna trattante un diverso argomento, nelle quali i ragazzi, divisi in quattro gruppi, hanno dovuto portare a termine dei compiti che gli erano stati assegnati, attraverso la creazione di datalet specifiche.

Nella seconda fase è stato richiesto agli studenti di lavorare a delle tematiche simili tra loro all’interno di diverse stanze di co-creazione, mantenendo gli stessi gruppi della fase precedente, al fine di completarlo nel tempo stabilito, pubblicarlo e creare datalet con i dati raccolti.

In corso le attività di Alternanza scuola – lavoro del Liceo A.M. Maffucci

Il 31 marzo si è tenuto il secondo incontro previsto dalle attività di “Alternanza scuola – lavoro” con gli studenti del Liceo “A.M. Maffucci”, presso la sede del loro Istituto a Calitri. Gli studenti sono stati seguiti dai loro docenti e dai tutor assegnati al progetto, il Dott. Santangelo Gianluca e le Dottoresse Ambrosino Maria Anna, Annunziata Vanja e Luciano Carmela.

Gli studenti sono stati divisi in 9 gruppi, ognuno con la propria stanza di Co – creazione afferente un argomento diverso.

Gli argomenti, aventi tutti come obiettivo la valorizzazione del patrimonio culturale del territorio, sono stati decisi sulle basi dei suggerimenti sia degli studenti all’interno dell’Agorà, sia dei docenti.

La scelta è, dunque, ricaduta sui seguenti temi:
– Chiese e monumenti di Calitri – un dataset sui luoghi di culto e sui luoghi d’arte
– Storia locale di Bisaccia – un censimento di articoli pubblicati su una rivista locale risalente agli inizi del XIX secolo
– Casali di Calitri – un censimento dei casali del territorio di Calitri e dei paesi limitrofi
– Arti e mestieri antichi – un censimento degli oggetti conservati all’interno del Museo Etnografico Beniamino Tartaglia
– Arti e mestieri antichi 2 – un censimento delle professioni antiche locali illustrate all’interno del Museo Etnografico Beniamino Tartaglia
– Tradizioni locali di Calitri – un dataset sulle tradizioni di Calitri e del territorio limitrofo
– Aziende agricole – un censimento delle aziende agricole locali (suddiviso in 3 gruppi e per località)

Le attività sono ancora in corso. Gli studenti stanno raccogliendo informazioni da siti web, libri, articoli e riviste locali al fine di completare i dataset che saranno pubblicati sul sito di Hetor e, successivamente, trasformati in post per il blog.

Enoturismo in Campania: i 5 vini bianchi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Non solo cibo, insomma! Oltre ad essere nota per i suoi prodotti della gastronomia, la Campania annovera nella sua produzione alcuni dei migliori vini del nostro Paese.
In un articolo precedente abbiamo già descritto i 5 migliori vini rossi della regione da provare assolutamente (ecco il link per l’articolo completo). Oggi, dunque,ci concentreremo sui vini bianchi e, in particolare, sui 5 che costituiscono, senz’ombra di dubbio, il fiore all’occhiello del nostro amato territorio.

Greco di Tufo – Il vino più antico

Il Greco di Tufo è uno dei vini bianchi più rinomati della regione Campania ed è, sicuramente, uno dei più antichi. Il vitigno, infatti, fu portato nella provincia di Avellino dai Pelasgi della Tessaglia nel I secolo a.C. e oggi si produce, principalmente, in 8 comuni della provincia: Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il vino in questione, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Greco, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2011 e precedentemente, dal 1970, della certificazione DOC.
Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole, fine, caratteristico e intenso.

Grazie al suo sapore secco e armonico si abbina particolarmente bene a tutti i piatti a base di pesce e frutti di mare, risotti ai funghi porcini e formaggi non stagionati e molli. In particolare si consiglia di assaggiarlo con la Juncata, tipica del territorio, prodotta e commercializzata nello stesso giorno; va consumata freschissima per apprezzare la particolare consistenza tenera e il sapore dolce e delicato.

Fiano – La Vitis Apicia cara ai greci

Quando si parla dei vini migliori della Campania, non ci si può dimenticare del Fiano, anch’esso prodotto nella provincia di Avellino e molto antico. Furono i greci, infatti, a portare in Italia l’originario vitigno del Fiano, la “vitis Apicia” o “Apinia”, il cui nome deriva dalla caratteristica, propria di quest’uva dal dolce profumo, di attirare sciami di api nelle vigne. Da Apina derivò “Apiana” e in seguito “Afiana”, e quindi “Fiano”.

Oggi si produce principalmente nei comuni di Lapio, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpina, Parolise, San Potito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, Sant’Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Monteforte Irpino, Ospedaletto d’Alpinolo, Montefalcione, Santa Lucia di Serino e San Michele di Serino.

Il Fiano, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Fiano, a cui si può aggiungere il Greco, la Coda di Volpe o il Trebbiano, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2003 (modificata nel 2011) e precedentemente, dal 1978, della certificazione DOC.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole e intenso. Grazie al suo sapore fresco ed armonico si abbina bene a primi piatti a base di pesce, crostacei, scampi, polpo, pesce al forno, carni bianche e formaggi a media stagionatura. In particolare, si consigliano il caciocchiato, formaggio semiduro a pasta filata con stagionatura media, e il caciocavallo del Matese (Casu re pecora) fresco o semistagionato, entrambi tipici del territorio.

Falanghina del Sannio – Il vino fruttato tipico del Beneventano

La Falanghina del Sannio è un vino DOC che si presenta anche con le denominazioni di Sannio Falanghina Passito e Sannio Falanghina spumante. Il suo nome deriva, probabilmente, dall’uso dei pali detti “falange” che sin dall’antichità venivano utilizzati per sostenere le viti.

La sua produzione riguarda l’intero territorio del beneventano, ma distingue quattro zone tipiche: Solopaca, Guardia Sanframondi, Taburno e Sant’Agata dei Goti.

La Falanghina del Sannio DOC, la cui certificazione arriva nel 2011, per essere considerata tale deve essere prodotta da vitigni Falanghina per almeno l’85%. Ad esso possono concorrere altri vitigni a bacca bianca non aromatici della provincia di Benevento, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 15%.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, la falanghina del sannio ha un odore caratteristico abbastanza fruttato. Grazie al suo sapore secco, fresco, lievemente acidulo, a volte vivace si consiglia in accompagnamento a formaggi cremosi, come il formaggio morbido del matese, prodotto principalmente nelle aree montane del matese beneventano. Le varianti passito e spumante, invece, si abbinano perfettamente alla piccola pasticceria secca. In particolare, si consiglia di gustarli insieme al torrone di Benevento e il torrone croccantino di San Marco dei Cavoti, entrambi tipici del territorio.

Costa D’Amalfi bianco – Il DOC dalle 6 tipologie

Il vino Costa d’Amalfi è un vino DOC tipico della provincia di Salerno che si presenta con con 6 tipologie: bianco, bianco passito, bianco spumante, rosso, rosso passito, rosato. La denominazione può essere accompagnata dall’indicazione di una delle sottozone Ravello, Tramonti o Furore a condizione che i vini così designati provengano dalle rispettive zone di produzione e rispondano ai particolari requisiti previsti dalla disciplinare che, dal 1995, identifica il vino come DOC.

Sicuramente, uno dei più apprezzati della regione, è il Costa d’Amalfi bianco DOC, la cui produzione è consentita nella provincia di Salerno, con uve che provengono da vitigni Falanghina (40% – 60%) e Biancolella.

Dal colore giallo paglierino, il vino ha un odore delicato e gradevole. Il suo sapore asciutto e aromatico si sposa bene accompagnato ai frutti di mare e ai primi a base di pesce. In particolare, si consiglia di assaggiarlo con alcuni prodotti tipici del territorio: le alici di Menaica e gli spaghetti con colatura di alici di Cetara.

Aversa Asprinio – L’angioino prodotto tra Napoli e Caserta

L’Aversa Asprinio è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Caserta e Napoli e, nello specifico, nei comuni di Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Dugenta, Villa di Briano e Villa Literno, Giugliano in Campania, Qualiano e Sant’Antimo.

Le notizie che riguardano le origini di questo vino sono varie. Alcuni ritengono abbia origine etrusche, altri ritengono abbia origine greche o addirittura lo datano all’epoca angioina, quando il cantiniere di corte di Roberto d’Angiò, individuò nei declivi vicino Aversa il suolo ideale per impiantare le viti che assicurassero alla corte angioina una riserva ricca di spumanti.

La sua certificazione DOC arriva nel 1993 e riguarda tutti i vini prodotti con almeno l’85% di uve derivanti da vitigno Asprinio bianco.

Il vino, dal colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdi, ha un odore intenso, fruttato e caratteristico. Il suo sapore secco e fresco si sposa bene con piatti a base di verdure, come quelli con carciofi capuanella, insalate di mare, frutti di mare; particolarmente indicato, poi, per accompagnare la mozzarella di Aversa e il prosciutto di Rocchetta, tipici del territorio.

 

Ovviamente, questi sono solo alcuni dei numerosi vini bianchi che si possono trovare nella nostra amata regione. Ora che sapete anche dove trovarli, perché non assaggiarli tutti?

Al via le attività di Alternanza Scuola – Lavoro del Liceo A.M. Maffucci di Calitri

Anche gli studenti del Liceo A.M. Maffucci di Calitri hanno iniziato le attività relative al progetto “Alternanza scuola – lavoro”, promosse dal distretto Databenc in collaborazione con il Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Salerno.

Il primo incontro si è tenuto oggi 20 marzo presso l’Università degli Studi di Salerno; durante la lezione, tenuta dal Prof. Vittorio Scarano, gli studenti hanno appreso, come usare la piattaforma sociale SPOD, cosa sono gli Open Data e le attività di cui si occupa il progetto Hetor.

Dopo una prima fase di spiegazioni, gli studenti hanno avuto modo di provare la piattaforma in via pratica, discutendo nella sezione Agorà, creando datalet.

Al termine della giornata hanno potuto constatare quanto il mondo degli Open Data legati ai beni culturali sia vasto, e dal confronto tra di loro avvenuto nella stanza di Agorà verranno estrapolati gli argomenti da trattare nelle ore di attività successive.

L’anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere

Gli anfiteatri e teatri in Campania sono più di 30 e tutti ne conoscono i più famosi: i teatri e l’anfiteatro di Pompei, l’anfiteatro di Nocera Superiore, gli anfiteatri di Pozzuoli o l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere. Ma quanti ne conoscono davvero la storia? Basta considerare uno solo di questi siti per rendersi conto che, spesso, non ne si conosce nulla, neanche il valore storico – artistico che questi possiede.

L’esempio più calzante è costituito dall’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, meglio conosciuto come l’anfiteatro Campano o Capuano, e identificato come la sede della prima scuola di gladiatori. Si dice, infatti, che fu proprio da qui che il gladiatore Spartaco guidò nel 73 a.C. la rivolta che per due anni bloccò la città di Roma.

L’anfiteatro fu realizzato tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo, in sostituzione dell’arena meno capiente risalente all’età graccana. L’anfiteatro, con le sue dimensioni di 165 m sull’asse maggiore e 135 m su quello minore, è il secondo in ordine di grandezza tra questo tipo di monumenti in Italia dopo il Colosseo, per il quale servì da modello, classificandosi, così, come il primo anfiteatro del mondo romano.
Della sua costruzione tra quegli anni ne veniamo a conoscenza grazie ad una iscrizione (conservata al Museo provinciale Campano) dedicata ad Antonino Pio, nella quale si citano i lavori di restauro del colonnato e i nuovi arredi scultorei fatti eseguire dall’imperatore Adriano.

La struttura a pianta ellittica presentava in origine i quattro ordini canonici di spalti in marmo (ima, media e summa cavea, attico) a cui si accedeva tramite scale interne ed esterne, impostati su altrettanti livelli di gallerie, e che potevano contenere circa 50.000 persone; si apriva in facciata con ottanta arcate tutte della stessa ampiezza, se si escludono quelle in corrispondenza dei quattro punti cardinali, dove si trovavano gli ingressi principali. A decorazione della facciata, poi, erano posizionati numerosi busti a rilievo di divinità, tra i quali Giove, Giunone, Diana, Apollo e altri. Di questi, pochi si conservano ancora in loco, alcuni sono stati spostati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e alcuni al Museo Provinciale Campano: tutti gli altri furono riutilizzati come materiali di spoglio. Al di sotto dell’anfiteatro si sviluppavano i sotterranei, comunicanti tra di loro tramite corridoi e gli ambienti di servizio, che venivano utilizzati per i macchinari e gli apparati scenici.

L’anfiteatro campano subì numerose modifiche nel corso del tempo, anche in seguito alla distruzione causata dai Vandali nel V secolo ma continuò a mantenere le sue funzioni fino al IX secolo, quando fu trasformato in una fortezza. In seguito, a partire dal periodo della dominazione sveva, l’anfiteatro divenne cava di estrazione di materiali lapidei, riutilizzati nella costruzione degli edifici della città.

A partire dal 1800 si iniziarono i lavori di scavo e di recupero del sito, ma fu solo tra gli anni 20 e 30 del ‘900 che fu liberato dalla terra che lo ostruiva e fu restituito alla vista di chi voleva ammirarlo, attraverso una campagna di valorizzazione che va dagli scavi nel piazzale antistante alla costruzione di un bookshop e una caffetteria, fino all’inserimento del sito all’interno del circuito della rassegna teatrale Teatri di Pietra.

Ancora oggi, l’anfiteatro costituisce uno dei siti più visitati in Campania, grazie non solo alla sua importanza storica ma anche grazie allo stato di conservazione in cui si trova: esso è uno degli anfiteatri meglio conservati della Campania.

 

I 5 teatri più antichi della Campania

I teatri e gli anfiteatri sono una delle più importanti testimonianze storico-architettoniche lasciateci dalle antiche popolazioni che per secoli si sono succedute in Campania: sanniti, greci, romani tra le più rilevanti.

Ad oggi, sono circa 30 quelli scoperti e riportati alla luce, riconducibili ad un arco temporale che va dal IV secolo a.C. al II d.C.

Ma quali sono i più antichi di tutti? Scopriamoli insieme con la Top 5 dei teatri più antichi della Campania.

Teatro di Velia

Il teatro più antico della Campania si trova nell’antica città di Elea (Hyele, dal nome della sorgente posta alle spalle del promontorio) città fondata dai greci nel VI secolo a.C. sui fianchi di un promontorio situato tra Punta Licosa e Palinuro. I resti di questa antica città si trovano, oggi, nel territorio di Ascea Marina, all’interno del Parco Archeologico di Elea – Velia e conservano ancora numerose strutture antiche, tra le quali si ricordano un tempio, un edificio religioso e un teatro.

Il Teatro di Velia, in particolare, risale al IV secolo a.C. e fu costruito sui resti di un tempio più antico di cui sono sconosciute la datazione e la divinità a cui era dedicato. Fu ritrovato in seguito agli scavi iniziati nel 1921, ad opera di Amedeo Maiuri, che hanno riportato alla luce gran parte dell’antica città, permettendo la quasi completa ricostruzione della pianta.

Oggi il sito è quasi completamente visibile e in un discreto stato di conservazione e, al suo interno, ancora oggi, si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, una rassegna sull’espressione tragica e comica del teatro antico.

Teatro di Nocera Superiore

R…Estate in Teatro, invece, è la rassegna teatrale che si organizza all’interno del secondo teatro più antico della Campania, quello di Nocera Superiore.

Il teatro venne edificato nel II secolo a.C. e rappresenta il più grandioso esempio, sia per dimensioni (96 m di diametro) che per posizione scenografica, tra quelli documentati in Campania.

Fu costruito in epoca sannita addossato alle mura cittadine posto frontalmente rispetto alla porta che ancora oggi conserva il nome di Portaromana. Sono tuttora evidenti i segni della parte più antica, realizzata con grandi blocchi rettangolari, tipici dell’epoca, sebbene il teatro venne completamente restaurato in età augustea, utilizzando l’opus latericium per le strutture portanti e l’opus incertum per i tramezzi.

Fu restaurato nuovamente in seguito al terremoto del 62 e all’eruzione del Vesuvio, ma abbandonato già a partire dal IV secolo, lentamente spoliato dei suoi elementi più preziosi e quindi progressivamente interrato nel corso del Medioevo. In questo periodo, le concavità delle mura costruite per l’ampliamento furono considerate delle carceri dove i prigionieri venivano calati dall’alto.

Oggi il sito, individuato e portato alla luce tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta nella zona tra Pareti e Pucciano, è quasi completamente visibile anche se in uno scarso stato di conservazione.

 

 

Teatro – santuario di Sarno

Il teatro – santuario di Sarno sorge sui luoghi di alcuni insediamenti preistorici risalenti al IV secolo a.C., presso la località Foce. A seguito di alcuni indagini, si è rinvenuto casualmente nel 1965 un notevole quantitativo di reperti e con essi resti di antiche strutture, tra cui lo stesso teatro ellenistico-romano risalente al II secolo a.C..

Questo teatro faceva parte di un complesso più grande, probabilmente composto anche da un santuario votivo dedicato alla dea dell’Abbondanza. L’ipotesi è supportata dalle statuette ritrovate in loco che denotano una cultura legata alla mitologia greca e poi romana in funzione della proliferazione dei raccolti, connesso presumibilmente con le sorgenti del Sarno, e della protezione delle donne partorienti.

I due siti sono in parte sovrapposti e ulteriori scavi hanno dimostrato l’esistenza di un centro di culto anteriore inquadrabile cronologicamente tra il IV e il III secolo a.C. Ulteriori scavi nella zona hanno portato alla luce anche resti di ville romane ed altri ambienti della stessa epoca.

La struttura del teatro è il risultato di diversi adeguamenti funzionali, apportati nel corso dei secoli sulla preesistente struttura. È realizzato sul pendio della collina, come da consuetudine costruttiva degli edifici scenici di tradizione greca. Esso colpisce soprattutto per l’alternanza cromatica dei materiali di cui è costituito: il calcare di Sarno, alternato al tufo grigio dei sedili dell’ima cavea.

Attualmente del teatro è visibile la cavea, la scena, i due ingressi e la prima fila riservata alle autorità o sacerdoti, con lo schienale e con sostegni laterali che rappresentano una figura alata.

Teatro di Pompei

Il teatro di Pompei, anche detto Teatro Grande, è situato nel sito archeologico di Pompei – Scavi, assieme al teatro Piccolo (Odeon) e all’anfiteatro.

Fu edificato in età sannitica ma completamente rifatto nel II secolo a.C. ed in seguito più volte restaurato, anche in occasione della costruzione del suo corrispettivo minore, l’Odeon.

Anch’esso, come da prassi, è stato edificato sulle pendici di una collina, sfruttando la naturale inclinazione del terreno per la costruzione della cavea, che poteva accogliere circa cinquemila spettatori. Ha una forma a ferro di cavallo, distinguendosi dal modello tradizionale romano ad emiciclo, e fu realizzato interamente in opus incertum.

Le rappresentazioni che accoglieva abbracciavano i generi più disparati, dalla tragedia alla commedia, dal mimo alla fabula atellana.

Il teatro fu interamente sepolto, con il resto della città a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ed esplorato a seguito delle indagini archeologiche volute dalla dinastia borbonica.

Oggi il Teatro Grande è completamente visitabile ed accoglie spesso manifestazioni e concerti, come il Festival Classico Pompeiano, rassegna di musica e prosa, ideata dall’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno Turismo di Pompei, in collaborazione con l’Assessorato per il Turismo e i Beni Culturali della Regione Campania e con la Soprintendenza Archeologica di Pompei.

 

 

Teatro – Santuario di Pietravairano

Il teatro di Pietravairano è uno spettacolare teatro-tempio di epoca romana tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.), uno dei più belli e rari esempi di impianti di questo tipo accertati in Sud Italia. Si trova sulla sommità di Monte San Nicola, a quota 409m s.l.m., nella frazione Sant’Eremo del comune di Pietravairano (Caserta).

Fu scoperto casualmente nel 2001 dal professore Nicolino Lombardi, appassionato di volo che, sorvolando la cresta del Monte San Nicola, notò alcune strutture parzialmente interrate che disegnavano la caratteristica forma semicircolare di un teatro. Fu così identificata nel sito la presenza di un monumentale e scenografico impianto santuariale, costituito da un tempio e da un teatro disposti in asse su differenti livelli, entro un’area estesa poco meno di 3000 metri quadrati.

Unico nel suo genere per la posizione in altura, il santuario è inserito in uno scenario naturale di grande bellezza e valore paesaggistico: la terrazza del tempio si affaccia su un panorama che spazia da Venafro e Presenzano a nord, fino a Mondragone a ovest, da Alife e al Monte Taburno a sud, sino al Massiccio del Matese a est.

È proprio la particolare posizione a lasciar intendere che per i romani il tempio doveva essere simbolo di potere e di identità collettiva da mostrare ai popoli della zona. In tale posizione strategica, infatti, il santuario poteva essere ammirato da tutti: Pentri, Sanniti, Sidicini e tutti coloro che transitavano sulle strade verso il Lazio, la Puglia e il Molise.

Non è certo che l’intero complesso archeologico sia frutto di un progetto unitario, ma la tecnica edilizia impiegata per la realizzazione di tutto l’impianto è l’opus incertum, tecnica diffusasi a partire dal II secolo a.C., realizzata con blocchi di calcare di varie dimensioni, legati da malta.

Secondo gli storici il tempio era un’area di culto fortificata dedicata alla dea Mefitis (in epoca sannitica) e a Giunone in epoca dello splendore dell’impero romano. Un centro dove oltre a venerare la dea si svolgevano attività culturali e politiche delle popolazioni sannitiche che occupavano l’area. In età romana, il tempio fu completamente trasformato con la costruzione di un ampio teatro, scavato direttamente nella roccia, nel quale andavano in scena diversi spettacoli.

Negli ultimi anni il teatro-tempio è stato oggetto di numerose campagne di scavo e dagli inizi del 2015 è sottoposto ad un consistente intervento di consolidamento e restauro, finalizzato a garantirne la conservazione per le generazioni future ed una migliore fruizione ai turisti.

La valorizzazione del patrimonio culturale di Pietravairano è, infatti, uno degli obiettivi prioritari dell’attuale amministrazione comunale e, non a caso, numerosi sono gli eventi culturali che interessano il sito (convegni,seminari,visite guidate ecc.), pensati per la diffusione della conoscenza del patrimonio locale.