Enoturismo in Campania: i 5 vini rosati da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

In due precedenti articoli vi abbiamo già parlato dei 5 migliori vini rossi e bianchi, con i nostri consigli sugli abbinamenti più gustosi da fare, assaporando a pieno i prodotti tipici del territorio.

Non resta che parlarvi dei 5 rosati più rinomati della regione e delle loro peculiarità.

 

Vesuvio DOC: un vino vulcanico

Il Vesuvio DOC è un vino da pasto prodotto nelle tipologie Bianco, Rosso e Rosato ed è stato riconosciuto DOC nel 1983.

Le uve destinate alla produzione dei vini DOC Vesuvio devono provenire dalla zona di produzione che comprende tutto il territorio amministrativo dei comuni di: Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio, e parte del territorio amministrativo dei comuni di: Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena – Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, tutti in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Vesuvio ha un colore che varia dal rosato più o meno intenso; l’odore è gradevolmente fruttato e il sapore è asciutto e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Vesuvio Rosato si accompagna molto bene ai polipetti alla Luciana con sugo di pomodorini del Vesuvio, alla pizza Margherita, e alle minestre di legumi e patate del territorio, come la patata fresca campana, il pisello cornetto, i fagioli di Villaricca e i fagioli a formella.

 

 

Irpinia: un ottimo DOC tra i DOCG

La provincia di Avellino, accanto ai pregiati DOCG, possiede anche la denominazione Irpinia DOC, istituita con decreto ministeriale il 13 settembre del 2005.

Essa comprende 19 tipologie di vini e autorizza la produzione di vini bianchi, rossi e rosati, anche in tipologia passito, nell’intera provincia di Avellino con la specificazione anche della sottozona Campi Taurasini, che può essere prodotta nei territori comunali di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella, Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca San Mango sul Calore, Torre le Nocelle, Venticano, Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco, Chiusano San Domenico tutti in provincia di Avellino.

Nella versione Rosato, l’Irpinia ha un colore rosa piu’ o meno intenso; l’odore è floreale e fruttato e il sapore è secco e morbido. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

L’Irpinia Rosato può essere accompagnato ai salumi del territorio quali: la soppressata Irpina, il prosciutto Irpino, il prosciutto di Venticano, che ha un sapore più delicato e meno salato, e il fiocco di prosciutto. Inoltre, si abbina molto bene anche ai formaggi locali poco stagionati, come: il caciocavallo irpino di grotta poco stagionato, il caciocchiato poco stagionato, la Juncata e la manteca.

 

 

Campania IGT: il vino della regione

La Indicazione Geografica Tipica Campania, riconosciuta nel 2004, comprende 14 tipologie ed e’ riservata ai vini bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito, rossi e rosati, anche nelle tipologie frizzante, passito, novello e liquoroso.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica Campania comprende l’intero territorio amministrativo della regione.

Nella versione Rosato, il Campania IGT si presenta di un colore rosa più o meno intenso; l’odore è floreale e caratteristico; il sapore risulta secco, equilibrato, a volte amabile. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,50% vol.

Il Campania Rosato si abbina molto bene ad alcuni prodotti regionali, tra cui: il salame Napoli; i carciofi fritti, scegliendo tra le varie tipologie presenti nella regione, ad esempio il carciofo di Montoro, il carciofo di Pietralcina, il carciofo pignatella, il carciofo capuanella; il cardone, un ortaggio simile al carciofo; le alici di menaica e le Cozze del golfo di Napoli e del litorale flegreo.

 

 

Beneventano o Benevento IGT: tutta l’anima del Sannio in un unico vino

La denominazione Beneventano IGT comprende ben 41 tipologie di vino ed ha ottenuto il suo riconoscimento nel 1995.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica «Benevento» o «Beneventano» comprende l’intero territorio amministrativo della provincia di Benevento.

Nella versione Rosato, il Beneventano IGT si presenta con un colore rosa più o meno intenso; l’odore è fruttato e floreale; il sapore secco o abboccato ed equilibrato. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Beneventano Rosato si accompagna piacevolmente agli antipasti e noi, sempre nell’ottica di esaltare ogni singola area territoriale, vi proponiamo le prelibatezze beneventane che meglio si abbinano a questo vino: soppressata del Sannio, prosciutto di Pietraroja, prigiotto; formaggio morbido del Matese, scamosciata. Queste bontà possono essere accompagnate da numerosi prodotti rustici tradizionali, tra cui il ciaolone, i vanti, i taralli di San Lorenzello, lo struppolo e la ‘nfrennula.

 

 

Terre del Volturno: l’IGT che unisce due province

La denominazione vinicola Terre del Volturno ha ottenuto la certificazione IGT nel 1995 ed è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante, bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato , rosato amabile , rosato frizzante.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT Terre del Volturno comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta e l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo, in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Terre del Volturno IGT si presenta dal colore rosa più o meno intenso; il sapore è delicato, fruttato e caratteristico; l’odore è secco, fresco e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

Per gustare pienamente il Terre del Volturno Rosato non si può che accompagnarlo con i prodotti tradizionali del luogo. Vi consigliamo un tagliere con il prosciutto di Rocchetta e una serie di formaggi locali, quali il caprino conciato del Monte Maggiore, la stracciata del Matese e il marzolino di Teano insieme alle noci di Sorrento e alla nocciola riccia di Talanico.

 

Ora che vi abbiamo presentato i migliori Rosati della Campania e i più gustosi abbinamenti con i prodotti tipici, non vi resta che partire per un tour enogastronomico della regione!

Un bicchiere di vino al giorno toglie lo stress di torno! Provare per credere.

Baia di Ieranto: alla scoperta della natura incontaminata

Tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, posto dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri, si trova un luogo immerso nella natura incontaminata che ha ispirato numerose leggende: la Baia di Ieranto.

 

 

Nel 1986 l’intera area è stata donata al FAI dall’azienda Italsider. La zona si estende nell’entroterra per circa 49 ettari e copre circa 5 km di costa. Si possono distinguere due aree: quella rocciosa scoscesa che termina con Punta Campanella, e quella del promontorio che si estende da Montalto fino a Punta Penna, sul mare aperto.

L’origine del nome della Baia di Ieranto o Jeranto si fa risalire a due ipotesi: secondo la prima, il termine deriva dalla parola greca ‘ierax’, che significa falco, una specie tuttora presente in quest’area; la seconda ipotesi fa derivare la parola dal termine greco ‘ieros’, che significa sacro, indicando la Baia come sede del Santuario delle sirene.

Infatti, secondo la leggenda, tra le acque cristalline della Baia di Ieranto si nascondono le sirene che hanno incantato Ulisse durante il viaggio di ritorno verso Itaca. È lo scrittore romano del I secolo d.C. Plinio il Vecchio che indica la Baia come probabile dimora delle sirene e luogo in cui esse incontrarono Ulisse. Secondo la tradizione, queste figure mitologiche abitarono gli isolotti denominati “Li Galli”, da cui si gettarono in mare disperate per non essere riuscite ad attrarre Ulisse.

 

 

 

Secondo gli storici, l’area è stata abitata fin dalle ultime fasi del Paleolitico. La presenza romana nella zona è testimoniata dai numerosi resti murari ritrovati, risalenti all’età imperiale (27 a.C. – 476 d.C.). Secondo lo storico Strabone (I secolo), in questo luogo furono costruiti due templi, uno dedicato alle Sirene e uno, voluto da Ulisse, dedicato ad Atena.

Gli scavi hanno portato alla luce una serie di ritrovamenti: due fornaci che servivano per la produzione della calce, i resti di una costruzione del II secolo nei pressi di Punta Capitello e molte ceramiche da cucina risalenti al I e II secolo.

Nel corso dei secoli il territorio ha subito varie modifiche apportate dall’uomo. Le tracce di architettura rurale testimoniano la vocazione agricola del territorio, con la presenza di numerosi terrazzamenti per la coltivazione dell’ulivo. Ancora oggi, infatti, è possibile ammirare le antiche macchine utilizzate per la spremitura delle olive, presenti in una grande fattoria conservata nella Baia.

A partire dall’inizio del XX secolo si sviluppa l’attività estrattiva e nel 1918 la Cava di Ieranto viene acquistata dall’Ilva, una società di produzione e trasformazione dell’acciaio, che realizza un complesso impianto produttivo per l’estrazione della pietra calcarea. Nel 1954 l’impianto viene dismesso e per anni resta abbandonato fino al 1986, quando l’azienda decide di donare al FAI l’intera area.

 

 

Oltre alle sirene, esistono altre storie legate alla Baia di Ieranto, tra cui la leggenda che riguarda l’origine del nome di Punta Campanella. La storia narra di una banda di pirati che, durante il saccheggio alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, nella penisola Sorrentina, presero una campana di bronzo. Giunti a Punta Campanella, una delle navi pirata fu bloccata da una forza misteriosa. Nel tentativo di scappare, i pirati iniziarono a gettare il bottino in mare ma solo quando fu gettata anche la campana si levò un vento fortissimo che consentì ai pirati di ripartire. Alcuni sostengono che ancora oggi è possibile sentire il rintocco di questa campana sott’acqua, il giorno della festa del Santo.

La Baia non è solo un luogo di leggende ma anche di particolari fenomeni naturali. Infatti, La Grotta Salara, detta anche delle Sirene o della Campanella, presenta uno scoglio al suo ingresso. Accostandosi ad esso, ad ogni onda è possibile sentire il suono di un lieve respiro. Il fenomeno è probabilmente dovuto ad una serie di cavità comunicanti fra loro, che consentono all’aria di passare ed evolversi in questa musica.

Oggi, venerdì 30 giugno, e domani, sabato 1 luglio, sono gli ultimi due giorni per poter approfittare dell’apertura serale straordinaria della Baia, un evento organizzato dal FAI per la promozione di alcuni importanti siti nazionali. Durante l’evento sarà possibile fare delle escursioni in barca e praticare alcune attività come lo snorkeling. Tutto il programma delle Sere FAI d’estate è consultabile sul sito ufficiale dell’evento.

 

 

La Regina di Napoli: la Pizza

Pizza: un nome una certezza!

La pizza costituisce una bontà culinaria universalmente conosciuta e associata alla città di Napoli.

 

Tuttavia, la pizza non nasce in territorio partenopeo ma ha origini antichissime e le ipotesi riguardanti la sua provenienza geografica e l’etimologia del suo nome sono numerose e ancora oggi molto incerte.
Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e in un contratto di locazione datato 31 gennaio 1201 a Sulmona ed in seguito in quello di altre città italiane.

L’unica cosa certa è che a Napoli questo piatto ha raggiunto la sua massima espressione di eccellenza, diventando un vero e proprio simbolo della città.

Infatti, la vera pizza napoletana ha caratteristiche uniche e inimitabili e il suo arrivo a Napoli si fa risalire al 1600 circa, quando si decise di rendere più appetibile e saporita la tradizionale schiacciata di pane: pasta per pane cotta nel forno a legna, condita con aglio, strutto e sale grosso, oppure, nella versione più ricca, con caciocavallo e basilico.

Nonostante oggi esistano molteplici condimenti differenti, quella che individuiamo come la pizza napoletana verace ed artigianale è certamente nata dopo il ‘700, quando i colonizzatori spagnoli importarono il pomodoro dal Perù. Infatti, questo ingrediente costituisce il condimento fondamentale per la preparazione della vera pizza.

Tuttavia, l’approvazione ufficiale della pizza arriva solo nel 1889, in occasione della visita a Napoli dei sovrani d’Italia Re Umberto I e la Regina Margherita. La storia ci racconta che Raffaele Esposito, considerato il miglior pizzaiolo dell’epoca, realizzò per i sovrani tre pizze: la cosiddetta pizza alla “Mastunicòla” (strutto, formaggio e basilico), la pizza alla “Marinara” (pomodoro, aglio, olio e origano) e la pizza “pomodoro e mozzarella” (pomodoro, mozzarella e basilico), i cui colori richiamavano volutamente il tricolore italiano (rosso, bianco e verde).

La sovrana apprezzò talmente tanto quest’ultima versione da inviare una lettera di elogi e ringraziamenti al pizzaiolo. Per tale motivo e per contraccambiare, Esposito diede il nome della Regina alla sua creazione, che da allora si chiama “Pizza Margherita”.

 

Certamente, oltre alla genuinità degli ingredienti del condimento, come ad esempio l’olio certificato prodotto nella regione, è fondamentale anche quella degli ingredienti dell’impasto.

INGREDIENTI E PREPARAZIONE DELLA VERA PIZZA NAPOLETANA:

  • acqua
  • lievito di birra fresco
  • sale marino

La genuinità degli ingredienti da sola non garantisce il successo della pizza: l’impasto va lavorato accuratamente e poi lasciato lievitare una prima volta. Alla formatura e allo staglio segue una seconda lievitazione, che precede un’ulteriore fase di lavorazione, durante la quale la pizza viene spianata e condita e, infine, cotta nel forno a legna.

Quella della preparazione della pizza verace è considerata una vera e propria arte, della quale, al di là delle origini geografiche, la città di Napoli si è guadagnata la paternità.

Infatti, dal 4 febbraio 2010, la pizza napoletana è stata ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita (STG) dalla Comunità Europea. Nel 2011 è stata presentata dall’Italia come candidata al riconoscimento UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.

Oggi che la pizza è così diffusa, c’è il rischio che si perda la genuinità e l’unicità di tale prodotto. Proprio per questo, è stata istituita l’Accademia della Vera Pizza Napoletana, che tutela la pizza originale, le sue regole antiche e la sua genuinità. Questo a beneficio sia dei consumatori che possono consumare un prodotto autentico e certificato e sia per i pizzaioli che possono far emergere chiaramente la propria professionalità con un’associazione che opera in tutto il mondo per tutelare uno dei prodotti più consumati e conosciuti, la pizza.

Ora che conoscete la storia della vera pizza napoletana, non vi resta che assaggiarla, scegliendo tra i numerosi produttori presenti in tutta la Campania!

 

Valutazione intermedia dei lavori del Liceo A. Diaz di San Nicola La Strada

 

Oggi, i ragazzi del Liceo A. Diaz di San Nicola La Strada hanno presentato il lavoro svolto durante la prima fase progettuale.

Nelle prime 3 ore, gli studenti hanno continuato a completare i dataset, ospitati in uno dei laboratori del Dipartimento di Informatica dell’ateneo. Nel pomeriggio, ciascuno dei 4 gruppi ha discusso l’avanzamento del proprio lavoro:

GRUPPO 1.

I ragazzi del primo gruppo hanno presentato il dataset che raccoglie gli oggetti presenti nel Museo della civiltà contadina di San Nicola La Strada. Il dataset risulta molto corposo ma non ancora completato;

GRUPPO 2.

Il dataset sulle risorse minori presenti sul territorio è risultato meno corposo dunque si è deciso di focalizzare l’attenzione sull’arricchimento dei campi così da valorizzare maggiormente ciascuna risorsa;

GRUPPO 3.

Gli studenti hanno presentato i dati raccolti nel dataset dello Stradario ragionato della città, evidenziando la necessità di aggiungere ulteriori campi per poter rendere il lavoro ancora più dettagliato;

GRUPPO 4.

L’ultimo gruppo ha presentato il dataset sul Casellario politico giudiziario della provincia di Caserta e con i dati raccolti è stato già possibile individuare una serie di informazioni sugli spostamenti dei perseguitati politici in epoca fascista.

Tale step intermedio si è rivelato di grande utilità, poiché sono stati individuati i punti di forza e di debolezza dei dataset al fine di migliorare e completare al meglio il lavoro per poter valorizzare al più possibile il territorio.

Avendo a disposizione altre 20 ore, i ragazzi termineranno in autonomia il lavoro iniziato insieme a scuola, guidati e monitorati da remoto dai Tutor che li hanno seguiti finora.

La creazione collaborativa di Open Data per la riscoperta del patrimonio culturale nocerino

Stamattina nell’Aula Magna del liceo G.B. Vico di Nocera sono stati presentati i progetti degli studenti delle classi del Linguistico e del Classico, impegnati nelle attività di alternanza scuola – lavoro in collaborazione con il progetto Hetor.

I ragazzi si sono occupati della realizzazione di dataset Open sulle risorse culturali di Nocera Inferiore e del territorio dell’agro nocerino.

I progetti dei 9 studenti coinvolti sono:

  • Il museo Open: la valorizzazione del patrimonio del Liceo G.B. Vico – a cura di Marco Covelli, Ilenia D’antuono, Serena di Carluccio, Maria Nunzia Sciacca, Concetta Telese.
  • Itinerari culturali di Nocera Inferiore – a cura di Sergio Claudini, Emilia Mura
  • Itinerari culturali di Nocera Inferiore – Percorso contemporaneo: le fabbriche dismesse – a cura di Aniello Fasanino, Anna Vittoria Fattore

Il primo progetto è stato dedicato alla creazione di un dataset con lo scopo di promuovere e valorizzare i beni interni alla stessa scuola. Infatti, i ragazzi si sono dedicati alla creazione di un Museo Open d’istituto, catalogando gli oggetti presenti all’interno di alcune aree della struttura: alcuni provenienti dal laboratorio scientifico, come gli animali impagliati, altri provenienti dal laboratorio di chimica, come gli animali in formalina e in materiale bioplastico, oltre a scheletri ed ossari. Inoltre sono state censite anche le lapidi commemorative presenti nell’atrio della scuola, il busto di Gian Battista Vico e alcuni dipinti. Il tutto corredato da un catalogo fotografico realizzato anch’esso dagli stessi ragazzi.

 

 

Il secondo progetto, Itinerari culturali, aveva come obiettivo la riscoperta del territorio nocerino attraverso la schedatura dei siti di interesse storico – culturale al fine di valorizzare e promuovere il loro paese natio. Inoltre i ragazzi hanno ampliato le loro ricerche anche ai paesi limitrofi, dividendo il dataset sia per località che per periodo storico di appartenenza, analizzando l’evoluzione di questi luoghi nel corso dei secoli.

 

Infine, l’ultimo progetto, partendo dagli Itinerari culturali, si è concentrato sullo studio dell’archeologia industriale, ponendo particolare attenzione alle industrie presenti tutt’ora o in passato nel territorio dell’agro nocerino, analizzandone, nello specifico, i singoli marchi di fabbrica.  L’intento era quello di fornire alle nuove generazioni una visione della città di Nocera Inferiore evidenziandone il passato industriale, analizzando il paesaggio urbano dagli anni ’20 in poi, al fine di ricostruire l’identità culturale del paese.

 

Sono inoltre intervenuti il Dirigente Scolastico Teresa De Caprio, il Prof. Vittorio Scarano e il Sindaco di Nocera Inferiore Manlio Torquato, elogiando il lavoro degli studenti e ammirandone la voglia e la passione profusa nel recuperare la memoria e le tradizioni del territorio.

 

Gli studenti del Liceo G.B. Vico con il Prof. Vittorio Scarano

 

Presentazioni degli studenti del Liceo G.B. Vico
Interventi del Dirigente scolastico Teresa De Caprio, del Prof. Vittorio Scarano e del Sindaco Manlio Torquato

Le infinite risorse del Cilento

Il patrimonio culturale del Cilento presentato a Bruxelles

Hetor sarà presente all’evento “Il patrimonio culturale della Regione Campania” che si terrà il 30 maggio a Bruxelles, organizzato dall’Istituto di cultura Bruxelles. Saranno esposti alcuni progetti di interesse nazionale ed internazionale, presentati grazie a supporti che è possibile utilizzare nel campo delle nuove tecnologie e dell’informazione.

In questa prospettiva, verrà sviluppato un focus su un’area meno conosciuta che ha intrapreso, grazie all’integrazione delle risorse dei Fondi Strutturali, una percorso originale di sviluppo, coerente con gli elementi fortemente caratterizzanti questo territorio e con le sfide della globalizzazione. Trattasi di un territorio molto esteso, che comprende gran parte del territorio a Sud di Napoli, e che rappresenta un esempio di un concreto laboratorio di innovazione istituzionale che comprende anche il buon uso dei contributi comunitari. Si tratta del Cilento, identificato dal Parco Nazionale, che ha ricevuto dall’UNESCO ben quattro riconoscimenti mondiali come Patrimonio dell’Umanità – Paesaggio culturale, che comprende (il Parco, Paestum, Elea Velia e la Certosa di Padula), Riserva della Biosfera, GeoParco UNESCO e capitale mondiale della Dieta Mediterranea, con 12 Bandiere blu lungo 100 Km di costa e due aree marine protette di prestigio internazionale che hanno portato ad sistema economico produttivo che si caratterizza per la presenza di una impresa agricola molto orientata al bio, integrata alla risorsa mare ed organizzata nel primo Biodistretto d’Italia. La strategia intrapresa è volta a integrare i vari progetti nella logica della programmazione comunitaria e a superare i particolarismi storici che caratterizzano questi territori nei quali insistono molti comuni di piccole dimensioni in un contesto ricchissimo di PATRIMONIO culturale e naturale che fanno di questa area una zona unica in Campania e nel mondo.

 

 

Visitando il Cilento è possibile scoprirne la storia, la civiltà e la cultura, ma anche la cucina tipica, che utilizza sempre prodotti del territorio che sono preparati con le ricette tradizionali di una volta, una cucina sana e di qualità nel rispetto della biodiversità e stagionalità.

Il Cilento è una terra dai mille volti che conserva i resti della civiltà greca, i ricordi classici, le rocche feudali e le torri costiere. Splendidi paesaggi naturalistici ricchi di ulivi e colline verdeggianti da un lato, dall’altro la costa con le sue insenature e ampie spiagge dorate con le limpide acque azzurre del mare.

Eppure il Cilento è ricco di tanti gioielli altrettanto preziosi, anche se meno famosi, che meritano di essere scoperti.

 

Castelli e Torri del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese del film “Benvenuti al Sud” che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il sistema difensivo di epoca vicereale della costa cilentana conta circa 70 torri, alcune ancora in buono stato di conservazione, tra le quali:

Torre Oliva o dell’Olivo, situata a San Giovanni a Piro;
Torre Petrosa, a Vibonati;
Torre Mezzatorre o Cala delle Acque, situata a San Mauro Cilento.

 

 

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate.

Il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo è stato importante come luogo di culto, ma anche come centro di attività economiche, palestra di educazione per i contadini che appresero tecniche nuove per l’agricoltura.

L’importanza del complesso monastico risiede nel fatto che esso, prima del 1063, anno della morte dell’ultimo egumeno, era un monastero di rito greco, la cui esistenza è ricordata in un documento risalente all’anno 963. I ruderi del complesso si trovano presso l’odierno abitato di Perdifumo, alle pendici del colle Sant’Arcangelo. La cappella fu aperta al culto fino al 1792, quando il luogo di culto fu abbandonato e trasformato in casa colonica.

A Caselle in Pittari si trovano la grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo.

Si tratta di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele: gli ingressi delle due grotte si aprono in uno spiazzo raggiungibile tramite un comodo sentiero che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto del Santo, presentando al loro interno altari con raffigurazioni dell’arcangelo. Le grotte sono caratterizzate da intensi fenomeni di concrezionamento (stalattiti e stalagmiti), che spesso creano passaggi molto angusti ma al contempo danno vita ad ambienti da favola, davvero evocativi e incantevoli.

 

 

Nel patrimonio delle chiese rupestri cilentano troviamo un vasto assortimento di chiese rupestri, monasteri, santuari, grotte, che soddisfano i bisogni della popolazione locale, sparpagliata su un territorio molto vasto e quindi accompagnano, nella loro collocazione, la formazione degli assetti del territorio.

Tra le altre troviamo anche:
• il Santuario rupestre di Santa Maria di Pietrasanta a San Giovanni a Piro
• la Grotta di San Biagio a Camerota
• la Grotta della Madonna a Celle di Bulgheria

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio offre. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum, costituisce uno dei fiori all’occhiello della regione e accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati in una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: tra tutti, i celebri tempi dorici, in ottimo stato di conservazione, ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Quest’ultimo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di tale genere di edifici. Costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

 

Partendo dai formaggi:

  • il Formaggio caprino del Cilento
  • la Manteca del Cilento
  • la Mozzarella nella mortella
  • la Cacioricotta caprina del Cilento

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Sicuramente non può mancare di essere annoverato tra i prodotti tipici cilentani il Carciofo di Paestum I.G.P..

Le radici della sua coltivazione vengono fatte risalire al tempo dei Borboni, il cui ufficio statistico già nel 1811 segnalava la presenza di carciofi nella zona. Le prime coltivazioni specializzate di carciofo sono state realizzate da agricoltori del Napoletano che impiantarono loro ecotipi proprio nelle zone adiacenti ai famosi Templi di Paestum. Ma la vera e propria diffusione del carciofo nell’area cilentana risale agli anni ’30, a seguito delle opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportate dalla riforma fondiaria.

L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine sono i principali requisiti qualitativi e peculiari che conferiscono al Carciofo di Paestum la certificazione I.G.P., caratteristiche che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori. Difatti è uno degli ingredienti fondamentali della dieta mediterranea: molto apprezzato in cucina, viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in tutta l’area cilentana; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le Alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

L’ olio Cilento D.O.P. è ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

 

 

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Paestum”

Il  “Cilento” è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

 

 

Il “Paestum” I.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

 

 

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, che produce Cilento e Paestum
  • “San Giovanni”, che produce Paestum
  • “Donna Clara”, che produce Cilento e Paestum
  • “De Conciliis”, che produce Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum
  • “Cobellis”, che produce Paestum
  • “Luigi Maffini”, che produce Cilento e Paestum
  • “Verrone Viticoltori”, che produce Cilento e Paestum
  • “Carmine Botti”, che produce Cilento
  • “Raffaele Marino”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

 

 

Il Cilento è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.

 

Conclusione dell’esperienza di alternanza scuola-lavoro

Il Liceo G.B. Vico di Nocera Inferiore presenta i suoi lavori all’Università degli Studi di Salerno.

Con oggi si concludono le attività dei ragazzi della scuola G.B. Vico di Nocera Inferiore.
Ospitati dal Dipartimento di Informatica, i ragazzi hanno presentato i risultati del lavoro realizzato all’interno del progetto di alternanza scuola-lavoro, discutendo anche di possibili sviluppi futuri.

 

 

 

L’obiettivo condiviso e perseguito dai ragazzi nella creazione dei dataset è stato quello di valorizzare il patrimonio culturale e territoriale di Nocera Inferiore e non solo.
L’entusiasmo degli alunni dimostrato nei confronti delle attività svolte testimoniano il valore del progetto Hetor e l’importanza della collaborazione e della condivisione della conoscenza.

Ma lasciamo la parola agli stessi protagonisti:

Il lavoro che abbiamo compiuto su SPOD ci ha fatto vivere una interessante esperienza. Questa piattaforma infatti ci ha permesso di lavorare anche da casa mantenendo sempre stretti i contatti con i nostri tutor che ci hanno seguito dall’inizio alla fine. Inoltre tutti quanti noi abbiamo apprezzato la brillante efficacia del binomio informatica – arte, metaforicamente presente e passato, che ha messo in risalto le nostre radici e quelle della nostra città. Sono rimasto felicemente sorpreso da questa esperienza, anche perché SPOD rappresenta un mezzo semplice e veloce da utilizzare per riscoprire e valorizzare il nostro territorio.

Sergio Claudini, Liceo Classico G.B. Vico classe 3AC

 

La mia esperienza di alternanza scuola lavoro è stata, per diverse ragioni, davvero molto positiva ed interessante. Ho potuto valorizzare gli oggetti presenti nelle vetrine del liceo G.B. Vico, ormai dimenticati da molti. Ho imparato a creare inventari, prima cartacei e poi in formato digitale, attraverso la creazione di dataset. Ho conosciuto nuove piattaforme come, ad esempio, SPOD. Spero di continuare con questo percorso di alternanza per poter maggiormente valorizzare, non solo a livello regionale ma anche internazionale, i beni che custodiamo all’interno del liceo, utilizzando SPOD e Hetor come mezzo di diffusione.

Maria Nunzia Sciacca, Liceo Linguistico G.B. Vico classe 3EL

 

La mia esperienza di alternanza è stata molto positiva. La ragione principale è stata la presenza di un ottimo gruppo di persone e compagni che hanno reso questa esperienza maggiormente piacevole. Grazie a questo progetto ho imparato a creare dataset, datalet e a valorizzare il mio istituto. 

Serena Di Carluccio,  Liceo Linguistico G.B. Vico 3EL

 

Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di acquisire informazioni e di conoscere appieno i luoghi che frequento tutti i giorni. Sono cresciuta tanto, responsabilizzandomi ed instaurando un rapporto con i miei compagni ed i miei tutor.

Emilia Mura, Liceo Linguistico G.B. Vico 3EL

 

Avellino: un viaggio tra cultura, tradizioni ed enogastronomia

Avellino è una terra ricca di cultura, tradizioni ed enogastronomia. In questo percorso che attraversa il cuore della provincia, scopriremo insieme tutte le bellezze che questo patrimonio territoriale ci offre.

Zaini in spalla, si parte!

PRIMA TAPPA: MIRABELLA ECLANO

Il nostro viaggio parte da Aeclanum, oggi Mirabella Eclano, uno dei centri sanniti più importanti dell’Irpinia, posizionato tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita. Ciò che resta dell’antica città si trova all’interno del Parco archeologico di Mirabella Eclano.

Tra i resti dell’antica città troviamo il complesso termale, dove sono ancora visibili il Calidarium, il Tepidarium, ed il Frigidarium, risalenti al II secolo d.C. La struttura si compone due livelli: il primo, che ospita ambienti destinati esclusivamente ai bagni; il secondo, dove venivano praticate altre attività come massaggi, musica ecc.

Il Macellum è l’antica piazza in cui veniva svolto il mercato alimentare di cui è visibile solo la costruzione centrale a pianta circolare. E’ possibile visitare anche i resti delle mura e alcune botteghe e abitazioni.

La Basilica paleocristiana risale all’età tardo-antica ed è articolata in tre navate con un pavimento a mosaico, al cui interno è presente una fonte battesimale. Ad un livello inferiore rispetto all’edificio religioso si conservano i resti di una domus di età imperiale romana, con un ambiente adibito a magazzino.

Un altro rinvenimento è costituito dalla Necropoli eneolitica, rinvenuta in località Madonna delle Grazie, lungo la strada Mirabella-Taurasi. Il reperto è di proprietà privata ma vi è la possibilità di visitarlo chiedendo il permesso in loco.

Dopo la visita al parco archeologico, non si può lasciare la città prima di aver visitato i Musei civici che raccontano storia e tradizioni locali.

Il Museo civico dell’arte sacra ospita oggetti e opere d’arte legati alla vita religiosa della Parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il percorso museale è allestito nei locali della chiesa medioevale dell’ex Confraternita del SS. Rosario. Tra i numerosi oggetti, si conservano importanti paramenti sacri del ‘700 ed argenti, tra i quali il busto-reliquiario di San Prisco; un prezioso Exultet o Rotolo di Quintodecimo, che si trova nella biblioteca storica; sette pergamene di scrittura beneventana dei secoli X-XI.

Il Museo civico dei misteri di cartapesta è situato in quelle che un tempo costituivano le scuderie del convento francescano e si snoda lungo un percorso che accompagna il visitatore lungo le tappe della Passione di Cristo. I gruppi scultorei sono realizzati in cartapesta e sono opera dell’artista eclanese Antonio Russo che nel 1875 li donò alla città. All’interno del museo è possibile apprendere i principali metodi di lavorazione della cartapesta grazie a supporti didattici audio-visivi e alla presenza di una sala multimediale.

Il Museo civico del carro è allestito al primo piano dello stesso complesso monumentale di San Francesco, sede del Municipio di Mirabella Eclano. Il museo espone alcune parti originali dei sette registri che compongono il “Carro di Mirabella Eclano”, un obelisco alto 25 metri, interamente rivestito di pannelli in paglia intrecciata, frutto del lavoro di abili artigiani. Il trasporto del Carro avviene ogni anno nel giorno consacrato alla Madonna Addolorata. All’interno del Museo è anche presente una mostra permanente di fotografie che illustrano la storia del Carro sin dal suo primo progetto datato 1869, percorrendo le fasi salienti della sua costruzione fino al momento più significativo della “tirata”.

SECONDA TAPPA: TAURASI

Il viaggio prosegue verso Taurasi, a circa 6 km da Mirabella Eclano. Il territorio è noto soprattutto per la produzione del vino Taurasi, degustato e apprezzato in tutto il mondo. Infatti, numerosi sono i produttori presenti nella zona e dopo le fatiche del viaggio un bicchiere di vino sarebbe l’ideale! Infatti, è anche possibile visitare le cantine e degustare il vino insieme ai prodotti tipici della zona.

Ma attenzione a non esagerare… Perché oltre alle cantine, il tour prevede anche una tappa al Museo archeologico di Taurasi. Il museo raccoglie testimonianze archeologiche del più antico popolamento del territorio di Taurasi e di Mirabella Eclano nella media valle del Calore, riportate alla luce durante gli scavi realizzati intorno alla metà degli anni ’90, in contrada S. Martino.

L’area ha restituito le più significative manifestazioni dell’ Eneolitico in Campania. Sono state individuate numerose capanne, risalenti a 4500-4000 anni fa circa, diverse per forma e dimensione, provviste di un muro perimetrale in pietra a secco che doveva sorreggere l’intera struttura lignea, non più conservata. All’interno sono stati rinvenuti vasi di ceramica e strumenti litici, esposti in mostra, insieme a numerosi cinerari.

TERZA TAPPA: CASTELVETERE E MONTEMARANO

Il viaggio alla scoperta di Avellino continua verso Castelvetere, a circa 16 km da Taurasi. Questo luogo prende il suo nome proprio dalla presenza di un castello, situato alle pendici del Monte Tuoro. Il castello ha subito diverse modifiche e rimaneggiamenti nel corso del tempo che ne hanno alterato profondamente l’aspetto originario.

Il borgo di Castelvetere è stato recuperato e trasformato e oggi fa parte di un complesso turistico. Per i viaggiatori che desiderano fare una sosta e godere delle bellezze del luogo, è possibile soggiornare negli alloggi presenti all’interno dell’albergo diffuso e accedere ad alcune parti del castello, inglobate all’interno degli edifici.

A soli 4 km si trova Montemarano, dove è possibile visitare due Musei legati alla storia locale.

Il Museo dei parati sacri costituisce la testimonianza viva di un’antica civiltà con la sua collezione di preziosi tessuti italiani, realizzati per buona parte in Italia Meridionale, tra il XVI e l’inizio del XX. Esso rappresenta il cuore di una delle collezioni più importanti di Parati Sacri per la qualità, la varietà e l’antichità degli oggetti custoditi ed esposti.

Il Museo etnomusicale “Celestino Coscia e Antonio Bocchino” ospita numerose raccolte fotografiche, materiale discografico, visivo, libri e documenti vari che testimoniano l’importanza della etnomusicologia locale, e pannelli espositivi che raccontano la storia e le tradizioni locali. All’interno della struttura sono presenti anche strumenti musicali tradizionali, che esaltano una delle più radicate tradizioni folckloristiche di Montemarano, il Carnevale.

Per i viaggiatori che desiderano rilassarsi e godere a pieno le bellezze del territorio, è possibile sostare in una delle numerose cantine che si trovano lungo tutto il tragitto, consultabili sulla mappa.

QUARTA TAPPA: MONTELLA

La prossima tappa si trova a circa 15 km, e precisamente a Montella. In questo comune in provincia di Avellino si trova il Convento di San Francesco a Folloni, riconosciuto come monumento nazionale. Sembra che il Convento fu fondato dallo stesso San Francesco d’Assisi, di passaggio verso il santuario di San Michele sul Gargano, nel gennaio 1222.

L’odierno complesso architettonico è frutto di un rinnovato intervento edilizio della metà del Settecento, reso necessario in seguito al terremoto del 1732. Nella chiesa settecentesca si trovano alcune opere di grande pregio, tra cui gli stucchi di Francesco Conforto e il pavimento maiolicato datato 1750. Inoltre, vi è anche il sarcofago di Diego I Cavaniglia, conte di Montella, ad opera di Jacopo della Pila, e la lastra sepolcrale della contessa Margherita Orsini, moglie del conte.

Nel Museo annesso al convento di San Francesco sono conservati notevoli beni artistici custoditi nei secoli, tra cui i paramenti sacri in broccato di seta del XVI secolo, di grande valore storico e artistico. La collezione comprende anche arredi, ceramiche, argenti, stoffe, stampe che vanno dal XV al XIX secolo, nonché numerose reliquie. Dal 2011 è esposta la giornea del conte Diego I Cavaniglia, morto nel 1481. Rinvenuta nel 2004 e sottoposta a lungo restauro, costituisce l’unico esempio di questo indumento ancora esistente al mondo. Al museo è annessa anche la Biblioteca che conserva circa 20.000 volumi editi dai primi del Cinquecento fino a tutto il Settecento.

Prima di lasciare questo luogo e raggiungere l’ultima tappa del nostro itinerario, è d’obbligo assaggiare la pregiata castagna di Montella I.G.P., prodotto tipico del territorio dalle caratteristiche uniche.

QUINTA TAPPA: BAGNOLI IRPINO

Spostandosi di soli 5 km si raggiunge Bagnoli Irpino, dove potremo concludere il nostro viaggio in maniera del tutto avventurosa, salendo a circa 910 m di altezza dove si trova la Grotta di San Pantaleone, in una posizione panoramica mozzafiato.

All’interno della grotta si trova un’antica cappella-eremo rupestre, meta di venerazione e pellegrinaggio da parte della gente locale che si spingeva lungo l’antico tratturo con il capo cinto da una corona di spine a simboleggiare il martirio subito dal Santo. La tradizione è stata portata avanti fino alla metà dello scorso secolo, quando il luogo è caduto in totale stato di abbandono. 

Fortunatamente, oggi è in corso un’impegnativa opera di recupero, consolidamento e restauro conservativo della struttura, ivi compresi l’installazione di un cancelletto d’ingresso ed il ripristino della passerella che ne agevola l’accesso. 

L’avventura sembrerebbe giunta al termine… Ma la tradizione campana vuole che non si possa concludere un viaggio senza aver fatto prima uno “spuntino”. E Bagnoli Irpino costituisce proprio il luogo ideale, poiché ci offre una serie di prodotti tipici davvero gustosi, tra cui il pregiatissimo Tartufo nero, ottimo come condimento per spaghetti, penne aglio e olio, frittata e, addirittura, per la pizza o come piatto principale della rinomata insalata di tartufo “alla bagnolese”.

Dal latte della pecora bagnolese, nutrita esclusivamente con pascoli naturali in piccoli allevamenti lontani dai grandi insediamenti urbani si ricava il “casu’r pecora” il cosiddetto “Pecorino bagnolese” che, a seconda della stagionatura, può essere mangiato dopo qualche giorno a fette o arrostito; dopo 2-3 mesi come pietanza da tavolo, con frutta o miele; dopo 5-6 mesi come formaggio da grattugia, quando avrà acquisito una certa piccantezza.  

Ora il viaggio può dirsi concluso. Che siate dei viaggiatori desiderosi di avventura, affamati di conoscenza o cultori della buona tavola, questo itinerario nel cuore della provincia di Avellino farà sicuramente al caso vostro!

Buon viaggio!

 

Le eccellenze campane: i 5 oli DOP della Regione

In una società sempre più attenta al benessere e alla salute, la dieta mediterranea viene presa come modello di alimentazione. In questo contesto, il patrimonio enogastronomico campano assume un ruolo centrale, vantando una molteplicità di eccellenze riconosciute in tutto il mondo.

Tra queste, l’olio costituisce uno dei principali elementi di spicco della regione e quando parliamo di prodotti DOP, la qualità è anche certificata oltre che conosciuta.

La grande vocazione olivicola della Campania, che risulta  la quarta regione italiana per quantità di prodotto e la sesta per superficie olivetata, si esprime su tutto il territorio, anche se il primato spetta alla provincia di Salerno.

 

 

CILENTO

La coltivazione dell’olivo è fortemente radicata nelle popolazioni cilentane ed ha origini molto antiche. La tradizione, infatti, vuole che i Focesi portarono dalla Grecia la più antica delle varietà di olive da olio, la Pisciottana, che resiste molto bene ai venti salmastri della zona e all’aridità del terreno e ancora oggi conferisce all’olio Cilento la sua tipicità.

L’olio Cilento DOP si ottiene dalla premitura di olive delle varietà Pisciottana, Rotondella, Ogliarola, Frantoio, Salella e Leccino per almeno l’ 85% ma possono concorrere altre varietà locali presenti nell’area di produzione in misura non superiore al 15%.

Gli olivi secolari e di grande taglia del Cilento impongono sistemi di allevamento tradizionali, che vengono armonizzati alle più moderne tecnologie di lavorazione. Particolare cura viene posta durante le fasi della raccolta, del trasporto e della conservazione delle olive.

Per essere ammesse alla produzione di olio DOP, le olive devono essere raccolte rigorosamente a mano entro il 31 dicembre di ogni anno e la molitura deve essere effettuata entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Cilento comprende 62 comuni, a sud della provincia di Salerno, tutti inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e tutti caratterizzati dalla presenza di olivi secolari, che rappresentano l’elemento dominante del paesaggio.

L’olio, al consumo, appare di colore giallo paglierino con buona vivacità ed intensità. All’esame olfattivo mostra un leggero sentore fruttato, talvolta con note di mela e di foglia verde. Il gusto è tenue e delicato di oliva fresca, fondamentalmente dolce con appena percettibili note vivaci di amaro e piccante. E’ discretamente fluido, con evidenti sentori di pinolo e retrogusto di nocciola e mandorla.

La notevole presenza di note aromatiche fa sì che quest’olio possa essere pienamente gustato su piatti di una certa consistenza o sui primi piatti. Consigliamo quindi di provarlo sulle melanzane a scarpone o come condimento al noto fusillo di Gioi, prodotti tipici del territorio.

 

 

COLLINE SALERNITANE

Il territorio del salernitano ci offre un altro olio di grande prestigio e di antichissime origini, Colline Salernitane, che deriva da varietà autoctone.

L’olio trae la sua tipicità proprio dalla peculiarità del territorio, dotato di connotazioni climatiche, paesaggistiche, storiche e culturali assolutamente originali. Esso si produce in un’area fortemente vocata alla coltivazione dell’olivo, caratterizzata da un patrimonio varietale particolarmente ricco e originale.

L’olio si ottiene dalla premitura di olive quali: Rotondella, Frantoio, Carpellese o Nostrale per almeno il 65%; Ogliarola e Leccino in misura non superiore al 35 %, mentre è ammessa la presenza di altre varietà locali per un massimo del 20%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali dell’area delle Colline Salernitane, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato e noto pregio qualitativo. Le olive destinate alla produzione dell’olio DOP Colline Salernitane devono essere raccolte esclusivamente a mano entro il 31 Dicembre di ogni anno e molite entro e non oltre il secondo giorno dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane comprende 86 comuni della provincia di Salerno, presenti in una vasta area olivetata che comprende: la Costiera Amalfitana, la Valle del Calore, i Picentini, gli Alburni, l’Alto e Medio Sele, le colline del Tanagro e parte del Vallo di Diano.

L’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane presenta, al consumo, un bel colore che va dal verde al giallo paglierino più o meno intenso. All’olfatto mostra un deciso ed ampio sentore fruttato di oliva pulita, con discrete note di foglia verde, di erba e di pomodoro acerbo. Al gusto rivela un sapore deciso e persistente, gradevolmente amaro e piccante, giustamente corposo, con buona ed equilibrata struttura e chiari sentori di carciofo, cardo e vegetali amari. 

La notevole presenza di note aromatiche fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione campana e grigliate di pesce. Vi consigliamo di provarlo con alcuni prodotti tipici della zona come la minestra caggianese e la cuccija, una minestra tipica del Vallo di Diano, oltre che con le numerose varietà di legumi tipici del territorio quali i fagioli dell’occhio, i fagioli di Gorga, i fagioli di Controne e i ceci di Cicerale.

 

 

PENISOLA SORRENTINA

La coltivazione dell’olivo in Penisola Sorrentina risale a tempi antichissimi. Nell’intera zona, infatti, sono stati rinvenuti resti di santuari dedicati a Minerva (considerata già dai Greci e poi dai Romani inventrice delle olive e dell’olio) e molteplici recipienti utilizzati per l’offerta dell’olio.

Le particolari condizioni territoriali, il clima tipicamente mediterraneo e la natura vulcanica del terreno, rendono l’ambiente della Penisola decisamente originale e unico, come unico è l’olio che vi viene prodotto.

L’olio Penisola Sorrentina DOP si ottiene dalla molitura delle olive Ogliarola o Minucciola per non meno del 65%; Rotondella, Frantoio o Leccino in misura non superiore al 35%. E’ ammessa anche la presenza di altre varietà per un massimo del 20% del totale.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali della Penisola sorrentina che assicurano un’elevata qualità all’olio che ne deriva. La raccolta deve essere effettuata a mano entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vanno molite entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Penisola Sorrentina comprende i territori di 13 comuni della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari, nonché l’isola di Capri. 

L’olio extravergine di oliva DOP Penisola Sorrentina presenta, a prima vista, un bel colore giallo paglierino, più o meno intenso, con riflessi verdognoli. All’esame olfattivo rivela notevole armonia aromatica, con un delicato sentore fruttato di oliva e con fini e piacevoli note di erbe aromatiche, soprattutto rosmarino e menta. Il sapore è decisamente dolce con armoniose e lievi note di amaro e piccante. E’ fluido, equilibrato e con piacevoli sfumature speziate. Ha retrogusto di mandorla verde e fresca.

L’amaro ed il piccante, nelle giuste gradazioni, si amalgamano perfettamente garantendo all’olio il giusto equilibrio; gli odori mediterranei del rosmarino si esaltano nell’abbinamento con il pomodoro e i piatti che ad esso si richiamano. Ottimo sulle grigliate di pesce e di verdure. Originale e particolarmente gradevole il suo abbinamento con le insalate di limoni di Sorrento, ma soprattutto con la delizia al limone, dolce tipico di Sorrento.

 

 

COLLINE DELL’UFITA

Gli oli irpini sono il risultato della perfetta armonia tra ambiente, varietà, capacità imprenditoriale e tradizione, che qui è antichissima. Infatti, la presenza dell’olivo nell’avellinese risale all’epoca romana, ma la sua massima diffusione si ebbe in età angioina, per poi svilupparsi in quella aragonese e consolidarsi definitivamente nell’800.

La massiccia presenza dell’olivo nell’Ufita è testimoniata  dalle ampie distese di alberi secolari nelle colline arianesi, cuore dell’olivicoltura irpina.

L’olio Colline dell’Ufita DOP deve derivare per non meno del 60% dalla varietà Ravece. Per la restante parte possono concorrere altre varietà locali, quali l’Ogliarola, la Marinese, l’Olivella, la Ruveia, la Vigna della Corte; mentre l’apporto di altre varietà non autoctone, quali il Leccino o il Frantoio, non può superare il 10%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali delle Colline dell’Ufita, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato pregio qualitativo. La raccolta viene effettuata entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vengono molite entro due giorni dalla raccolta.

L’area di produzione dell’olio Colline dell’Ufita DOP coincide con quella di coltivazione della varietà che costituisce il simbolo dello sviluppo dell’olivicoltura di qualità dell’Irpinia e non solo: la Ravece. In particolare, l’area comprende 38 comuni dell’Ufita e della Media Valle del Calore, in provincia di Avellino.

L’olio extravergine di oliva Colline dell’Ufita DOP presenta caratteristiche organolettiche di grande pregio. E’ di colore verde, se giovane, fino a giallo paglierino, di diversa intensità. All’olfatto si rivela fruttato, con piacevoli note erbacee e netti sentori di pomodoro acerbo, percepibili distintamente anche al gusto; all’assaggio è armonico, con intense, ma sempre piacevoli ed equilibrate sensazioni di amaro e piccante, in armonia con l’elevato contenuto in polifenoli.

La notevole presenza di note aromatiche e il suo gusto fruttato intenso fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione irpina, zuppe, bruschette e grigliate di carne.  Per gustare al meglio quest’olio vi consigliamo di provarlo con la zuppa che prende il nome di ‘Cicci di Santa Lucia’ o con il pancotto dei Foresi. Un altro abbinamento gustoso potrebbe essere una fragrante bruschetta fatta con il muffletto di Caposele e una grigliata con il pregiatissimo Vitellone bianco dell’Appennino Centrale.

 

 

TERRE AURUNCHE

L’olio di oliva delle Terre Aurunche è fortemente radicato nel territorio ed è il frutto dell’interazione tra terreno, clima, ambiente e uomo: c’è quasi un rapporto sacro che lega le genti delle terre aurunche e l’olio. 

L’olio extra vergine di oliva Terre Aurunche, secondo il disciplinare di produzione, richiede l’impiego di olive provenienti per almeno il 70% dalla cultivar Sessana. La Sessana è originaria della zona di produzione e il suo nome deriva dalla cittadina di Sessa Aurunca, mentre le cultivar minori previste, quali Corniola, Itrana e Tonacella, sono originarie dei territori confinanti e rappresentano in egual misura un importante patrimonio della biodiversità locale.

La raccolta delle olive deve essere conclusa entro il 31 dicembre di ogni anno e le olive devono essere raccolte manualmente o con l’ausilio di mezzi meccanici. Le olive devono essere molite entro 48 ore dalla raccolta.

Il connubio tra la specificità dei terreni della zona di produzione della DOP Terre Aurunche e la cultivar Sessana rende questo prodotto particolarmente specifico del territorio di produzione, che comprende la parte nord della provincia di Caserta, nella zona attorno al vulcano spento del Roccamonfina, e i territori olivetati di 18 comuni del casertano.

Ed è proprio il territorio, con il suo clima mite e il suo terreno di natura vulcanica, a rendere unico questo olio che è ricco di polifenoli.

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP ha un colore giallo verde e un sapore fruttato con note di amaro e piccante. Si percepiscono sentori di carciofo, accompagnati da buoni toni di amaro e piccante, il tutto bilanciato da sentori di mandorle anche dolci. 

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP si sposa con tutta la cucina mediterranea e tipica casertana, in particolare con piatti di verdure sia crude che cotte, pesce di mare, pasta; ottimo come condimento e nella preparazione dei sughi. Si consiglia di provarlo con i carciofi capuanella arrostiti. Un’idea di preparazione per esaltare questo olio e i prodotti che offre il territorio potrebbe anche essere un sugo preparato con la cipolla alifana e accompagnato da una manciata di caso maturo del matese.

 

Per provare questi pregiatissimi oli non vi resta che andare direttamente dai produttori, seguendo le nostre mappe!

 

 

Carnevale in Campania: le specialità della tradizione da non perdere

Il Carnevale è alle porte e nelle cucine campane si sente già il profumo delle specialità della tradizione… Tra i tanti piatti preparati per questo periodo, vi presentiamo i più gustosi e tradizionali.

 

CHIACCHIERE

Non esiste Carnevale senza chiacchiere! Attenzione, stiamo parlando di quei dolci fritti dalla particolare consistenza tenera e friabile, apprezzati già ai tempi dell’antica Roma.

Ma vi siete mai chiesti perché si chiamano così? A Napoli, la leggenda vuole che la Regina di Savoia mentre stava chiacchierando, chiese al cuoco Raffaele Esposito di preparare qualcosa per allietare lei e i suoi ospiti. Da allora lo chef decise di dare questo nome al suo nuovo piatto.

Impasto semplice e gusto assicurato, ecco la RICETTA:

INGREDIENTI

  • Zucchero
  • Farina
  • Acqua
  • Uova
  • Vino o liquore

PROCEDIMENTO:

Dopo aver mescolato gli ingredienti si crea una pasta che viene tagliata in modo irregolare, creando delle strisce che vengono intrecciate in vario modo. Dopo essere state intrecciate, le chiacchiere vengono fritte e, una volta asciugate attentamente su carta assorbente, vengono spolverate con abbondante zucchero a velo.

Durante il periodo di Carnevale in tutte le case si preparano le chiacchiere, tradizionalmente consumate insieme al sanguinaccio.

 

SANGUINACCIO

Il sanguinaccio è una crema a base di cioccolato e sangue di maiale ed è una delle più antiche ricette della tradizione popolare legata ai festeggiamenti in onore dell’uccisione del maiale, del quale “non si butta via niente”.

La ricetta tradizionale prevede i seguenti INGREDIENTI

  • sangue di maiale
  • zucchero
  • tuorli d’uovo
  • farina
  • latte
  • cioccolato fondente
  • cacao

 

PROCEDIMENTO:

Gli ingredienti vengono amalgamati e cotti in pentola dove bollono per circa 10 minuti. Una volta pronto, il sanguinaccio viene servito freddo e guarnito con canditi di frutta e praline di cioccolato.

Tuttavia, oggi la ricetta viene preparata e venduta esclusivamente nella variante che non prevede l’utilizzo del sangue di maiale per questioni igienico-sanitarie.

 

MIGLIACCIO

Un altro piatto tipico di questo periodo è il migliaccio, un dolce di forma circolare alto circa 3 o 4 cm che si prepara con la farina di granoturco.

Ma quale è l’origine del termine ‘migliaccio’? Anticamente questo e molti altri piatti della tradizione venivano preparati con la farina di miglio brillato che, essendo uno degli ingredienti principali, ha dato il nome alla ricetta.

In tutta Napoli e provincia nel periodo di Carnevale si prepara il migliaccio secondo questa RICETTA:

INGREDIENTI

  • semolino
  • ricotta
  • uova
  • latte
  • zucchero
  • sale
  • cubetti di arancia candita
  • cannella
  • vaniglia
  • aroma di arancio

PROCEDIMENTO:

L’impasto viene creato mescolando tutti gli ingredienti in cottura, all’interno di una pentola di rame o di acciaio. Dopo averlo lasciato sul fuoco per circa un’ora, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno, si sistema in un contenitore circolare e si inforna per circa 60 minuti, fino a che la superficie non avrà assunto un colore biondo dorato.

Dopo aver parlato di tutte queste bontà, non vi è venuta voglia di assaggiarle?! Non vi resta che fare un salto in maschera in Campania per gustare queste e molte altre specialità!

Buon Carnevale da HETOR!