Benvenuti sulla piattaforma integrata, inclusiva e collaborativa per gli Open Data del Patrimonio Culturale della Regione Campania, che abbia come obiettivo quello di raccogliere e rendere facilmente fruibile il patrimonio Open Data che viene fornito dalle istituzioni (locali, regionali, nazionali e internazionali) insieme al patrimonio che può essere generato dalle stesse comunità locali di riferimento sul territorio (associazioni, etc.).

Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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L’Anfiteatro Laterizio di Nola

Storia dell’anfiteatro romano più antico dell’agro nolano

Una delle storie più importanti della tradizione cattolica riguarda la città di Nola e il suo Santo Patrono, Felice.

Secondo la tradizione agiografica, il vescovo di Nola Felice, per aver fatto professione di fede cristiana, fu condotto nel 95 d.C. all’interno dell’anfiteatro per ordine di Marciano, preside della regione, affinché fosse divorato dalle fiere. Nonostante gli sforzi dei carcerieri il santo fu salvo, in quanto le belve, ammansite dalla sua presenza, si rifiutarono di attaccarlo.

Protagonista della storia, dunque, accanto al Vescovo di Nola, troviamo uno dei monumenti più importanti dell’agro nolano: l’anfiteatro.

L’anfiteatro di Nola si trova nella zona nord – occidentale della città, alle spalle delle mura tardo repubblicane in opera quasi reticolata.

 

Il monumento, conosciuto anche come Anfiteatro Laterizio, risale al I secolo a.C., come testimoniano le prime fonti scritte risalenti al XV secolo. Queste consistono in una serie di pergamene aragonesi che mostrano alcune rappresentazioni iconografiche della struttura.

Di poco successiva a queste è quella di G. Moceto posta a corredo da A. Leone al De Nola, in cui si mostra il monumento ancora visibile fino all’attacco della summa cavea. Già nell’800, invece, non se ne vedevano che pochi resti.

Le strutture presentano varie fasi di costruzione. Sappiamo che l’anfiteatro fu realizzato nel I secolo a.C. ma, grazie alle fonti e agli studi in loco, sappiamo che ebbe almeno due ristrutturazioni: la prima nel corso del I secolo d.C., quando una parte delle strutture fu restaurata in opera reticolata con cubilia di piccolo modulo e allineamento obliquo continuo, e il corridoio principale subì il rifacimento del pavimento e della volta; la seconda avvenne tra il II e il III secolo e riguardò principalmente il rifacimento in lastre di calcare del corridoio posto sull’asse maggiore e la costruzione di un edificio addossato al muro esterno dell’anfiteatro.

Le vicende che hanno, invece, interessato l’anfiteatro nolano dopo il suo abbandono non ci sono note. Non sappiamo, infatti, se le attività cessarono subito dopo l’editto del 404 d.C., con cui Onorio abolì gli spettacoli gladiatorii, oppure se, come accadde per Capua, ci volle un po’ di tempo prima che i giochi venissero definitivamente cancellati. Non sappiamo neanche se, durante le guerre altomedievali l’anfiteatro fu utilizzato come piazzaforte militare.

 

Ciò che sappiamo è che l’anfiteatro fu abbandonato fino ad essere completamente interrato. Nel V secolo fu utilizzato per lo scarico di rifiuti e come cava di materiale da costruzione, asportando quasi tutte le gradinate e gran parte della decorazione di marmo, lasciandovi la decorazione del parapetto. E’ probabile che l’eruzione e la successiva alluvione che invasero l’anfiteatro abbiano sorpreso i Nolani intenti ancora all’opera di spoliazione del resti dell’edificio, prima che avessero il tempo di portare via le lastre di marmo. Infatti, sono stati rinvenuti anche sei pilastrini di calcare che, si suppone, fossero addossati alla struttura poiché il retro non era rifinito.

L’opera di spoliazione proseguì anche in età medievale, quando furono scavate numerose fosse per recuperare elementi dell’edificio da riutilizzare, fino al crollo della volta che determinò l’abbandono totale dell’ambiente.

 

Solo alla fine del ‘900, tra il 1985 e il 1993, sono state intraprese alcune campagne di scavo che hanno portato alla luce tre dei corridoi di accesso al monumento e alcuni elementi delle murature del circuito esterno, recanti ancora il rivestimento di intonaco. Altri scavi furono poi effettuati nel 1997, facendo riscoprire circa ¼ dell’intera struttura dell’edificio.

Sullo scheletro dell’anfiteatro scoperto furono creati con terreno di riporto dei terrapieni, sui cui poggiavano le gradinate della cavea. Del circuito esterno furono poi scavati due fornici completamente e due parzialmente, mentre della cavea è stato indagato solo il primo setto a nord del corridoio centrale.

Grazie a queste azioni di scavo, oggi sappiamo che l’Anfiteatro Laterizio aveva dimensione di 138 metri sull’asse maggiore e 108 metri sull’asse maggiore e che poteva ospitare circa 20.000 spettatori.

Tuttavia, molto altro si potrebbe scoprire dell’edificio, con azioni di scavo mirate. Per questo motivo qualche tempo fa, è partita una azione di Crowdfunding sul sito buonacausa.org, ad opera di Archeoclub Italia APS, al fine di ridare vita all’Anfiteatro.

La valorizzazione ed il recupero del monumento, uno dei pochi edifici romani ancora abbastanza integro di Nola, consentirà di fissare un altro punto di riferimento per un itinerario turistico – culturale della parte nord – orientale della provincia di Napoli, e contribuirà al recupero sociale e culturale di tale area.

 

Top 5 Liquori della Campania

La Campania conta una ricca varietà di liquori che ormai sono entrati a far parte della tradizione enogastronomica della regione.

In questo articolo stileremo un elenco dei più apprezzati e conosciuti.

 

 

Nocillo

La storia del nocillo, o nocino, è legata a racconti suggestivi, dall’alone misterioso.

Una delle tradizioni racconta che il 24 Giugno, in occasione della notte di San Giovanni, le donne con lunghe scale e piccoli panieri di vimini scomparivano nel buio della campagna, per poi riunirsi sotto il noce e la più esperta, a piedi nudi, saliva sulla scala, sceglieva le noci più adatte e più integre e le riponeva delicatamente nel paniere. Una volta raccolte si lasciavano tutta la notte ad assorbire la fresca rugiada e poi si iniziavano a lavorare.

Si parla anche di nocino di streghe perché nella notte del 24 Giugno le streghe di Benevento si riunivano a convegno sotto un noce per compiere i loro riti, in occasione del solstizio d’estate che per il calendario precedente a quello Gregoriano non cadeva il 21 giugno, ma il 24.

Un’altra leggenda trasmessa per lo più oralmente ci dice che per ottenere un ottimo nocillo le noci verdi, non ancora mature, dovevano essere rubate da una ragazza illibata, a piedi nudi la notte di San Giovanni.

Probabilmente anche a causa delle leggende che si è portato dietro nel tempo, l’albero del noce è sempre stato trattato con diffidenza e piantato lontano dagli alberi da frutto.

In realtà questo è il periodo migliore per avere a disposizione noci dal gusto intenso, non ancora mature e quindi ricche di oli essenziali: gli erboristi definiscono infatti questo periodo come “tempo balsamico” in cui la noce si trova nel suo momento migliore con i profumi derivanti dalla maggior presenza di linfa, oli e vitamine.

Dalla preparazione nel mese di Giugno dovranno poi passare 40 giorni prima che il nocillo sia pronto, ma la pazienza verrà ripagata con un ottimo liquore tanto apprezzato nel periodo invernale.

Leggende e tradizioni a parte, questo elisir è entrato nella tradizione culturale e gastronomica della nostra regione ed in particolare nei paesi vesuviani e nella Penisola Sorrentina.

La ricetta viene tramandata di generazione in generazione e, sebbene oggi venga prodotto da alcune distillerie presenti in tutta la Campania, il nocillo resta prevalentemente un liquore a produzione familiare.

Gli ingredienti base sono l’alcool e le noci che, una volta lavate e tagliate in quattro parti vengono messe a macerare insieme ad un nutrito gruppo di spezie, tra cui cannella, chiodi di garofano, noce moscata, limoncino verde piccolo, china e caffè.

Il nocillo è un ottimo digestivo usato dopo i pasti: nei quartieri più antichi di Napoli c’è ancora chi continua a riferirsi a questo liquore definendolo “merecina”, una medicina utilizzata come rimedio per la pesantezza di stomaco.

 

Liquore di finocchietto

Il liquore di finocchietto selvatico viene prodotto nella provincia di Salerno e in tutte le aree interne della regione ed è uno dei liquori più tradizionali tra quelli che si preparano in maniera casalinga in Campania.  Oltre ad essere prodotto per uso domestico, è stato commercializzato con successo da alcuni laboratori artigianali locali.

Cosa occorre per fare il finocchietto in casa?

La ricetta originale prevede l’uso in parti uguali di alcol e acqua: possono utilizzarsi sia ciuffi di finocchietto selvatico freschi sia i semi e zucchero da aggiungere a seconda delle quantità di alcool e acqua che si useranno.

La macerazione, per preparare liquori digestivi fatti in casa, rimane la tecnica più tradizionale e anche la più facile da gestire e viene fatta in contenitori di vetro dalla chiusura ermetica o in contenitori di acciaio che danno la possibilità di chiudersi.

L’infuso, dopo essere stato preparato, deve rimanere un mese imbottigliato per rispettare i tempi di macerazione. Una volta pronto, il liquore al finocchietto selvatico si può conservare per lunghi periodi, addirittura per un intero anno.

Ottimo digestivo da bere molto freddo alla fine di un pasto importante: il finocchio è infatti popolare per le sue proprietà digestive, aiutando ad assimilare i grassi grazie all’azione che i suoi principi attivi esercitano sulla bile.

Dopo un lungo pasto, un bicchierino di liquore di finocchietto può aiutare a digerire meglio!

 

 

Liquore Nanassino

Il nanassino è preparato esclusivamente per uso familiare in provincia di Salerno, prevalentemente nelle zone litorali, nella Costiera Amalfitana e nel Cilento, zona dove c’è abbondanza di coltivazioni spontanee di fichi d’india, frutto dal quale viene prodotto il liquore.

La preparazione del nanassino è legata alla tradizione casalinga: il liquore era prodotto in piccole quantità dalle famiglie benestanti che lo offrivano in occasioni particolari e nelle festività.

Oggi per realizzarlo si segue l’antica ricetta, che prevede l’infusione delle bucce di una decina di fichi maturi, per circa 10 – 15 giorni in alcool a 95 gradi. L’infuso veniva poi filtrato e diluito con dello sciroppo preparato con acqua e zucchero di canna.

Si impiegano i frutti migliori del fico d’india, raccolti maturi tra la fine agosto e l’inizio di settembre.

 

Liquore di mandarino dei Campi Flegrei

Il mandarino è originario della Cina meridionale: nel 1816 fu piantato a Napoli nel Real Orto Botanico e nel Parco di Capodimonte ed in breve si diffuse con successo in tutto il meridione.

Nell’area dei Campi Flegrei, che comprende i comuni di Napoli, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Isole di Procida ed Ischia, l’ambiente ed i terreni vulcanici conferiscono ai frutti caratteristiche organolettiche peculiari. Infatti, tra i prodotti più coltivati in questa zona, spicca il mandarino dei Campi Flegrei: il suo raccolto costituisce una fondamentale componente, assieme a vino ed olio, del reddito agricolo della zona.

Viene utilizzato allo stato fresco ma anche per la realizzazione di marmellate, confetture e di rosoli.

In particolare molto apprezzato è il liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino, private della parte bianca amara, con aggiunta di sciroppo di zucchero.

Alla vista si presenta limpido, con una colorazione tipica giallo – arancio, ed intenso profumo di mandarino.

La regione Campania ha inserito da poco il Mandarino dei Campi Flegrei ed il liquore di Mandarino dei Campi Flegrei, nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania (P.A.T.) con decreto del 17 giugno 2015.

Ad esso è stata dedicata la “Festa del Mandarino dei Campi Flegrei”, con manifestazioni ed eventi organizzati per rivalutare questo agrume un tempo diffuso largamente sul territorio dei Campi Flegrei, che si tiene tra Dicembre e Gennaio, quando i frutti giungono a completa maturazione.

 

 

Liquore al tartufo Nero

Il tartufo era già presente nell’alimentazione dei Sumeri, dei Romani e degli Etruschi.

La leggenda narrava che il tartufo fosse nato da un fulmine scagliato da Giove sotto una quercia, attribuendogli così proprietà afrodisiache.

La patria campana del tartufo è senza dubbio Bagnoli Irpino, dove nel 2008 è stata creata l’associazione dei tartufai dei Monti Picentini per salvaguardare e proteggere questo fungo.

Il tartufo prodotto a Bagnoli è il “Tuber Meserenticum”, meglio conosciuto come “tartufo nero ordinario di Bagnoli”. In Campania se ne producono tra i 1000 ed i 1500 quintali l’anno.

Il suo uso principale è quello di spezia grattata su molteplici pietanze, ma è utilizzato anche per la produzione di liquori ed altri distillati, come il prelibato liquore al tartufo nero.

Il liquore ‘r tartufu è nato appunto a Bagnoli Irpino circa trenta anni fa, ed è un prodotto tipico dell’area tartuficola dell’Alta Valle del fiume Calore, in provincia di Avellino.

Il rosolio viene preparato lasciando macerare i tartufi neri in alcool puro a 90 gradi per circa un mese e aggiungendovi, in seguito, uno sciroppo fatto da acqua e zucchero. Il liquore al tartufo ha un sapore molto forte ed aromatico ed ha una gradazione di 38-40 gradi.

Una menzione speciale va al Limoncello, in tutte le sue varianti, sicuramente il liquore più famoso prodotto nella nostra regione di cui abbiamo già ampiamente discusso nell’articolo sulle bellezze della Costiera Amalfitana.

 

 

Provateli tutti e inviateci i vostri feedback!

I più intraprendenti potrebbero anche cimentarsi nelle ricette originali…e magari inviatene un assaggio al team di Hetor, che vi ringrazierà pubblicamente! 😉

 

Open Data Challenge: Nocera Treasure Hunt

Some days ago a new exciting initiative started, in collaboration with the Hetor Project: Open Data Challenge: Nocera Treasure Hunt.

The opening event has been held in the Municipal Library of Nocera Inferiore and it is part of the “Open Data for the Campania Region Cultural Heritage” project, organized by EU H2020 ROUTE-TO-PA Project within the DATABENC Technological district (High Technology Consortium for Cultural Heritage). 

The main objective concerns the Cultural Heritage of Nocera Inferiore, one of the greatest city situated in the province of Salerno, in the south of Italy.

The aim of the hunt is the promotion of the territory via the use of Open Data, co-creating a series of data freely accessible by anyone, which are able to tell a story about the city, revealing some new aspects that even local communities and native citizens didn’t know before!

Data will be collected on the Social Platform for Open Data SPOD, which allows interactions among citizens concerning the open datasets, discussing in private and public rooms.

The event hosted the Council member for Youth Culture and Politics Federica Fortino, Doctor Giuseppina Salomone, Medical director of Mental Health Department in Salerno, Professor Teresa De Caprio, School Head of G.B. Vico High School in Nocera Inferiore and the Professor Vittorio Scarano, from the IT Department – University of Salerno and ROUTE-TO-PA project coordinator.

Furthermore, numerous local associations and citizens have actively participated to the debate.

Discussion has been moderated by Ms Nicla Iacovino, the Municipal Library director.

If you like being challenged, visit our Facebook page or contact us to our email address: hetor@routetopa.eu.

Furthermore, we would like to remember you that SPOD is freely accessible to anyone.

Join us!

 

Open Data Challenge: Caccia ai tesori di Nocera

Ieri è stato dato il via alla nuova iniziativa promossa dal Progetto Hetor, Open Data Challenge: Caccia ai tesori di Nocera.

L’evento di apertura si è tenuto alle 17.30 presso la Biblioteca Comunale “R. Pucci” di Nocera Inferiore e si inserisce nell’ambito del Progetto “Open Data Per il Patrimonio Culturale della Campania”, nato dalla collaborazione tra il Progetto Europeo Horizon 2020 ROUTE-TO- PA ed il Distretto ad Alta TecnologiA per i Beni Culturali DATABENC.

 

 

Il soggetto del concorso è il patrimonio culturale della città di Nocera Inferiore.

L’intento è valorizzare il territorio attraverso gli Open Data con la creazione di un insieme di dati accessibili a tutti, che raccontino la città a chi non la conosce e che la facciano riscoprire nei suoi aspetti inediti alla comunità locale.
I dati saranno raccolti sulla Piattaforma Sociale per gli Open Data SPOD, che consente ai cittadini di interagire sui dataset open e di discutere in stanze pubbliche e private.

 

Alla presentazione sono intervenuti l’Assessore alla cultura e politiche giovanili Federica Fortino, il Professore Vittorio Scarano, docente di informatica presso l’Università degli Studi di Salerno e coordinatore del progetto ROUTE-TO-PA, la Dottoressa Giuseppina Salomone, Dirigente medico presso il dipartimento di salute mentale ASL Salerno 1, la Professoressa Teresa De Caprio, Dirigente scolastico presso il Liceo G.B.Vico di Nocera Inferiore.

Hanno partecipato attivamente all’incontro anche numerose associazioni locali, tra cui Ridiamo vita al Castello e Giovani d’Oggi, oltre che numerosi cittadini entusiasti dell’iniziativa e soprattutto dediti a far riscoprire il loro territorio e le loro tradizioni.

Ha moderato la discussione la Dott.ssa Nicla Iacovino, direttrice della Biblioteca comunale.

Per chi volesse partecipare alla Challenge o semplicemente volesse informazioni più approfondite, può visitare la pagina Facebook del progetto oppure scrivere al team di Hetor alla mail hetor@routetopa.eu. 

Inoltre ricordiamo che la piattaforma SPOD è gratuita e l’accesso è libero a tutti.

Partecipate numerosi: fantastici premi vi aspettano!

 

Il torrone, che passione, se è campano ancor di più!

Le origini del torrone

Le origini del torrone sono molteplici e contraddittorie e sembra che molti ne rivendichino la paternità.

Secondo alcuni, il torrone avrebbe la stessa provenienza della mandorla, suo principale ingrediente, ossia la Cina. Secondo altri, si pensa piuttosto che le origini siano romane, come testimoniano vari scritti, tra cui il De Re coquinaria di Marco Gavio Apicio, risalente alla fine del I sec. in cui si parla di un dolce a base di albume, miele e mandorle.

Tuttavia, l’ipotesi più accreditata vuole che il torrone abbia origini arabe. A supporto di questa tesi vi sarebbe il De medicinis et cibis semplicibus, un trattato dell’XI secolo scritto da un medico arabo, in cui è citato il turun. Gli Arabi portarono questo dolce lungo le coste del Mediterraneo in particolare in Spagna e in Italia. Ma le prime attestazioni certe della versione spagnola del torrone risalgono al XV secolo, quando a Benevento era già più che conosciuto.

 

 

‘Cupeta’ o torrone?

Infatti, la “cupedia”, o “cupeta”, è considerata come l’antenato del torrone di Benevento ed era già conosciuta al tempo dei Romani: secondo alcuni scritti di Tito Livio, la sua paternità è addirittura attribuita ai Sanniti; mentre il poeta latino Marco Valerio Marziale, tra i 5 prodotti rappresentativi di Benevento nel I secolo cita anche la “cupedia”. Il termine deriva dalla parola latina cupida che significa “desiderata”.

La classica cupeta è composta da miele, albume d’uovo, mandorle o nocciole, amalgamati tra loro e cotti a bagnomaria e viene prodotta dai cosiddetti “cupetari, i venditori ambulanti di torrone, famosi e apprezzati in tutto il mondo per la loro rinomata capacità artigianale di produrre innumerevoli tipologie di torrone, ancora oggi vanto per la Campania, venduto durante le fiere di paese e le feste patronali.

Il termine “torrone”, invece, deriverebbe dal latino “torreo”, che significa “abbrustolire”, con riferimento alla tostatura delle nocciole e delle mandorle, e non è altro che una versione più raffinata della cupeta, ricoperto da naspro o da grana di zucchero.

Il torrone si diffonde nel XVII secolo in tre varianti:

  • con copertura al cioccolato, limone o caffè;
  • arricchito con confetti cannellini;
  • con una composizione di zucchero liquefatto, pinoli e frutta sciroppata.

Nel XIX secolo nascono altre tipologie, tra cui quello “della Regina”, destinato alla golosità di Ferdinando I di Borbone. Il torrone, così, diviene un dolce sempre più richiesto fino ad arrivare agli inizi del ‘900 ad un forte incremento della produzione e alla costituzione di un vero e proprio Consorzio delle Fabbriche Riunite del Torrone di Benevento.

 

Il torrone in Campania

In Campania, la produzione del torrone è molto diffusa ma vi sono due province, in particolare, dove è possibile gustare delle eccellenti varietà di questo prodotto, rinomate a livello nazionale ed internazionale.

 

 

Benevento

A Benevento, è da sempre diffusissima la produzione del torrone, attività che si è poi estesa a tutta la provincia. Se parliamo di “Torrone di Benevento“, oggi ci riferiamo a diverse varietà: quello bianco con mandorle, il torrone cupedia bianco con nocciole, quello bianco morbido con mandorle; ma una delle varianti più rinomate nasce nel 1891 a San Marco dei Cavoti, il “croccantino”, costituito da zucchero, mandorle e nocciole tritate e ricoperto da cioccolato fondente.

Il Torroncino croccantino deve il suo successo, oltre che alla qualità, anche alla pezzatura; infatti ogni torroncino pesa circa 15 gr. ed è incartato singolarmente e, quindi, si presta ad essere gustato facilmente in ogni occasione.

Questi torroni di gusti diversi condividono alcune qualità caratterizzanti: sono molto asciutti, dolci e friabili e hanno il pregio di utilizzare e valorizzare alcune produzioni locali minori, come ad esempio il miele, rappresentando, perciò, anche un importante fattore di permanenza sul territorio.

Avellino

In Irpinia, a partire dagli inizi del Novecento, “ ‘a Cupeta” ha deliziato i palati dei tanti pellegrini che raggiungevano a piedi il Santuario di Montevergine.

Questa tradizione, con il trascorrere del tempo, si è consolidata nella cultura dolciaria dell’area di Ospedaletto d’Alpinolo. Lungo il percorso, conosciuto come la “Juta a Montevergine”, affrontato dai pellegrini, erano presenti dei laboratori artigianali dove era possibile assaggiare, tra le tante bontà dolciarie, il torrone.

Sempre tra i torroni della tradizione locale sono da annoverare lo “spantorrone di Grotta”, tipico pan torrone molto friabile al taglio, e il “torrone di castagne” della zona di Montella, Bagnoli e Cassano Irpino, arricchito dalla farcitura a base di castagne.

 

Ricetta originale

La ricetta originaria del torrone prevede come ingredienti di base: miele, bianco d’uovo, nocciole e mandorle sapientemente miscelati.

Il procedimento avviene utilizzando la torroniera, dove miele e zucchero vengono riscaldati fino a 80°C e, mentre la torroniera viene fatta girare a marcia veloce, si aggiunge l’albume d’uovo sciolto in acqua, preparato il giorno precedente. L’ultima fase avviene con la torroniera alla velocità minima e vede l’aggiunta di zucchero a velo spolverato, vaniglia, nocciole e mandorle, opportunamente preriscaldate, perché abbiano la stessa temperatura dell’impasto; il tutto viene prodotto in grosse lastre che vengono poi spaccate in pezzi per essere vendute.

Ad oggi, la produzione è davvero molto varia e ampia tra coperture, farciture, formati, nelle varianti di torroni morbidi, duri e pantorroni.

Infatti, per la produzione del torrone in Campania vengono utilizzati una serie di prodotti certificati che rendono questo dolce ancora più pregiato, come la nocciola di Giffoni e la castagna di Montella, entrambe IGP.

 

Alcune curiosità legate al torrone

A Nola (Na), in occasione della Festa di San Felice c’è una particolare tradizione conosciuta come “il tutero e l’ombrello”, una consuetudine che riconosce come specialità gastronomica della festa un particolare tipo di torrone, duro e dalla forma allungata, il “tutero”, che in abbinamento all’ombrello rappresenta simbolico omaggio di prosperità e protezione da parte dell’uomo alla sua donna. Una delle più sentite tradizioni di Nola, tuttora perpetrata in molte famiglie del posto e nei paesi limitrofi.

Un’altra curiosità riguarda il 2 Novembre, una festa che i più giovani conoscono come Halloween ma che in Italia rientra nelle antiche tradizioni popolari come il “Giorno dei morti”. Nel periodo che va dal 31 ottobre al 4 novembre, in Campania si usa preparare il “torrone dei morti”, che è diverso soprattutto nella consistenza, dal torrone classico duro e caramellato.

I dolci dei morti simboleggiano i doni che i defunti portano dal cielo e allo stesso tempo un’offerta che i vivi donano a queste anime per il loro viaggio. Viene visto come un modo per esorcizzare e addolcire la paura dell’ignoto e della morte.

Il torrone dei morti è morbido e soprattutto a base di cioccolato. Alcuni chiamano questi piccoli torroni “morticielli”, probabilmente perché la loro forma ricorda quella di una cassa da morto, ma vengono anche chiamati “muolli” parola che ne ricorda la consistenza.

La ricetta classica del torrone dei morti è la seguente:

Ingredienti per un torrone:

100 g di cioccolato fondente per la copertura
250 g di cioccolato bianco
250 g di crema di nocciole spalmabile
150 g di nocciole intere pelate
Preparazione:

Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente e versatelo nello stampo che utilizzerete per il torrone. Spennellate le pareti con abbondante cioccolato fuso e riponete lo stampo in freezer per 10 minuti. Ripetete questa operazione fino ad esaurimento del cioccolato per rafforzare la copertura. Sciogliete il cioccolato bianco a bagnomaria, e unite la crema di nocciole e le nocciole. Amalgamate bene e versate tutto il composto nello stampo. Fate raffreddare in frigo per qualche ora. Staccate delicatamente il torrone dallo stampo e capovolgetelo su un piatto; infine, tagliate a fette e servite.

Ora non vi resta che dilettarvi in cucina scegliendo tra la versione originale del torrone o approfittare del periodo e preparare il tradizionale “torrone dei morti”.

“Mancini” High School: A successful story

Some days ago, 20 students of the Mancini High School in Avellino presented their results concerning the collaboration with Hetor Project.

This has been a great opportunity for students to discover the Open Data world through the recovery of the historical and collective memory about their local Cultural Heritage.

All the activities have been realized using the social platform SPOD. In this way, students had also the opportunity to acquire new skills managing data in tabular format and creating visualizations from datasets.

 

 

The students co-created four datasets, divided in small groups:

  • Central Political Registry for the province of Avellino;
  • Trademarks of Industry, Trade and Crafts in the province of Avellino;
  • Irpinia Museum, section “Mefite”;
  • Irpinia Museum, section “Epigraphs.

They also presented their articles published on the Hetor website, in which they analysed data collected in a preliminary work phase.

The success of this experience can be demonstrated by the student’s conclusions:

“We achieved the goal of the Hetor project, which is also ours: transform a series of data without a precise meaning in a story to be told, that can be shared and understandable by everybody, in order to promote our local resources. This is the right way to connect technologies with the Cultural Heritage”

 

Furthermore, at the event, the school hosted Dott.ssa Elena Gaudio, a high official from the Ministry of Education, Prof.ssa Clementina Cantillo, from the University of Salerno and dott. Felice Russillo Board of Directors of DATABENC, who have actively participated during the day, praising the students’ works.

Il teatro romano di Benevento

La città di Benevento si trova nell’entroterra appenninico della Campania, circondata da vetuste colline. Chiamata prima Maleventum, poi Beneventum ed infine Benevento, essa è stata una città sannitica, romana, longobarda ed anche pontificia. Vanta, infatti, un notevole patrimonio storico – artistico e importanti beni archeologici.

Tra questi spicca sicuramente il Teatro romano, uno dei più antichi della Campania e uno dei meglio conservati.

Esso fu costruito nel II secolo sotto l’imperatore Adriano nelle vicinanze del cardo maximus e inaugurato nel 126. Un’iscrizione rivenuta sul pulpitum ricorda la carica di curator affidata ad Adriano per la costruzione dell’edificio. Un’altra base onoraria rinvenuta agli inizi del ‘900, invece, ha fatto supporre restauri databili tra il 198 e il 210 ad opera di Caracalla, erede di Settimio Severo.

Il teatro fu costruito in opera cementizia con paramenti in blocchi di pietra calcarea e in laterizio, ed ha delle dimensioni abbastanza notevoli: ha un diametro di circa 98 metri e una capienza originaria di circa 15.000 persone.

 

La cavea, a pianta semicircolare, presentava 25 arcate articolate su tre ordini (tuscanico, ionico e corinzio), delle quali rimangono oggi quelle del primo e parte di quelle del secondo. Le arcate della cavea, con ampia cornice rifinita, presentavano come chiavi di volta rilievi configurati, rappresentati da busti nell’ordine inferiore e, molto probabilmente, da maschere negli ordini superiori.
Sotto di essa si trovano i corridoi e le scale d’accesso ai due ambulacri paralleli che fanno da cassa armonica.

Si accede, così, alle gradinate e alla frons scenae, un tempo rivestite da lastre marmoree policrome e stucchi che ancora oggi sono, in parte, conservati. La scena presenta resti di tre porte monumentali, alle terminazioni della cavea, che davano accesso all’orchestra; ai suoi lati vi sono i resti dei parodoi, in particolare la sala a destra conserva il pavimento in mosaico e le pareti marmoree policrome. Alle spalle della scena, molto ampia, si trovano i resti di tre scalinate che portavano ad un livello inferiore, probabilmente utilizzato come accesso per gli artisti.

L’accesso degli spettatori, invece, avveniva tramite il viale principale d’ingresso, decorato con fastosi mascheroni (che richiamavano quelli utilizzati dagli attori), reimpiegati in edifici del centro storico, dove sono ancora visibili.

Il teatro fu abbandonato in epoca longobarda, parzialmente interrato e utilizzato come fondazione per abitazioni. Inoltre nel XVIII secolo su quanto restava del teatro venne costruita la Chiesa di Santa Maria della Verità.

Il teatro, così, si ritrovò sepolto e coperto da abitazioni fino al 1890, quando l’archeologo Almerico Memomartini ne auspicò il recupero. I lavori iniziarono solo a partire dal 1923 e si dovettero interrompere nel 1930 a seguito del forte terremoto che colpì questa zona. Ripresi nel 1934 con l’esproprio dei fabbricati si bloccarono di nuovo durante la seconda guerra mondiale. Solo negli anni ’50 il teatro venne definitivamente ultimato e consegnato alla Soprintendenza che lo aprì al pubblico nel 1957.

 

 

Nonostante si sia persa una buona parte del rivestimento marmoreo, il teatro romano di Benevento è oggi totalmente agibile (in parte accessibile anche ai disabili) e gode di una perfetta acustica, tanto che ancora oggi viene utilizzato per la sua funzione originaria: dilettare gli spettatori con opere e rappresentazioni.

In ogni caso, l’ingresso al teatro è possibile tutti i giorni dalle 9.00 fino ad un’ora prima del tramonto al costo di 2,00 €.
Un prezzo piccolo per una grande esperienza.

 

Alla scoperta dell’Oasi WWF Valle della Caccia

L’ Oasi Valle della Caccia, gestita dal WWF, è stata istituita dal Comune di Senerchia il 15 luglio 1992 ed inaugurata il 23 maggio del 1993, per poi essere riconosciuta Sito di Interesse Comunitario (SIC IT8050052) e Zona di Protezione Speciale (ZPS IT8040021).

L’area si estende per circa 450 ettari del territorio comunale e rientra nel Parco regionale dei Monti Picentini che costituisce con i suoi 63.000 ettari il più grande dei parchi regionali della Campania e uno dei più importanti bacini idrici del Mezzogiorno.

 

 

 

Nonostante il nome, è un luogo protetto tra i più affascinanti e selvaggi dei Monti Picentini.

Per raggiungere l’Oasi bisogna risalire il sentiero che parte dal borgo antico di Senerchia e costeggia le rive del torrente Acquabianca, dal caratteristico colore bianco, come anticipa il nome,  dato dalla natura calcarea dell’area.

Il sentiero è totalmente immerso nella natura, dove si potrà passeggiare circondati da una fitta vegetazione composta da betulle, faggi, frassini, querce, leccete e piante rare come l’Erica Terminalis ed il Pino nero.

Il percorso è lungo poco meno di un chilometro e si giunge alla cascata finale in circa quaranta minuti, godendosi lo scenario e le varie pause. Vi sono una settantina di metri di dislivello, dai 480 m circa della partenza ai 550 m  circa finali.

 

 

 

 

Il percorso è completamente privo di difficoltà, adatto a tutti e molto ben attrezzato.  Tra le bellezze che si possono ammirare durante il cammino sono degne di nota la “Grotta del Muschio” e la più recente “Grotta Profunnata”.

Arrivando alla “Grotta del Muschio” si viene catapultati in un’atmosfera magica e suggestiva osservando i mille rivoli d’acqua che, cadendo dalle pareti rocciose, danno vita a strati di muschio e creano suggestivi giochi di luce e colori.

Dal 2015 è stato aggiunto un altro affascinante sentiero, quello della “Grotta Profunnata”, progettato su un’antica mulattiera, posto circa a metà del percorso in direzione della meta finale, dotato anche di un’area di sosta per rifocillarsi e godersi la natura circostante con un bel picnic.

Attraversando un piccolo ponte di legno si giunge direttamente al cospetto della magnifica cascata, la meta finale dell’escursione, che, con un potente salto di trenta metri, cade sul pendio del monte. Qui si può sostare e concedersi un attimo di riposo mentre si contempla il bellissimo scenario circostante.

 

 

L’Oasi Valle delle Caccia di Senerchia è un luogo perfetto per rilassarsi, meditare e recuperare il contatto diretto con la forza e la purezza della natura.

In Campania il WWF è riuscito a proteggere dalla speculazione edilizia e dalla caccia oltre 3900 ettari di natura. La prima è stata l’Oasi di Persano nata nel 1981 e l’ultima è l’Oasi di Campolattaro istituita nel 2003.

Il miglior modo per scoprire le Oasi è quello di vistarle, come fanno già migliaia di persone ogni anno.

E tu cosa aspetti?

Il WWF ti accompagnerà nella scoperta della natura.

Autunno in Campania: 5 castagne da non perdere

L’autunno è ormai giunto e con lui sono arrivati tanti prodotti tipici di questa stagione.

In Campania, ci sono più di 40 prodotti della tradizione autunnale che deliziano il nostro palato e ci riscaldano durante i primi freddi.

 

Tra questi, si contano ben 15 tipi diversi di castagna, una bontà presente in tutta la regione.

 

 

In un articolo precedente vi avevamo già parlato della famosa castagna di Montella e del marrone di Roccadaspide, entrambi IGP, e in un altro articolo sulla Costiera Amalfitana vi abbiamo raccontato del gustoso marrone di Scala.

Oggi, il nostro post sarà dedicato a 5 prodotti, proponendovi una castagna per provincia!

Caserta: castagna Ufarella o Vofarella

La castagna detta Ufarella o Vofarella si trova nell’area dei monti Trebulani, nei comuni di Pontelatone, Formicola, Liberi, Roccaromana, e in particolare nell’area denominata “Campole”.

Secondo alcune fonti, questa varietà di castagna potrebbe essere una delle tipologie pregiate che Plinio il Giovane indica, con il nome di Tereiana, in uno dei suoi scritti .

All’esterno si presenta con una buccia lucida marroncina e con evidenti striature più chiare, e la forma è tipicamente piatta su un lato e convessa sull’altro. All’interno, il sapore è dolce, anche da cruda, e si presta molto bene alla preparazione di dolci e farinate.

Tuttavia, oltre che per prodotti di pasticceria, viene anche utilizzata per minestre, con fagioli e porcini, e per condire le tagliatelle. Un piatto tipico locale è costituito dalla zuppa di “allesse” che prende questo nome dalle foglie di alloro con cui vengono lessate le castagne.

Napoli: castagna del Monte Faito

La Castagna del Monte Faito, conosciuta anche con il nome di castagna di Cepparico o marroncino del Faito, costituisce una produzione tipica di tutta la zona del Monte Faito e comprende la parte alta dei comuni di Castellammare, Pimonte e Lettere.

All’esterno, il riccio è di grandi dimensioni e di colore chiaro. All’interno sono presenti due/tre frutti marroni tendenti al rossiccio, con striature evidenti, ripieni di una polpa bianca dal sapore dolce.

Le castagne del Monte Faito, oltre ad essere consumate fresche, rappresentano un ingrediente essenziale di numerose ricette della pasticceria tradizionale locale.

Benevento: castagna jonna di Civitella Licinio

Questa tipologia si trova tipicamente nella frazione di Civitella Licinio, nel comune di Cusano Mutri.

La castagna jonna deve questo nome alle sue peculiarità: all’esterno presenta una buccia di colore marrone chiaro con striature poco evidenti e da qui il termine “jonna” che in dialetto significa “bionda”, di colore giallo.

In passato, queste castagne venivano conservate all’interno dei ricci stessi, in apposite fosse realizzate nei castagneti, che prendevano il nome di “ricciaie”, e poi ricoperte con strati di felci e di terreno. Questo procedimento permetteva di conservare le castagne per molti mesi.

Una delle principali caratteristiche della castagna jonna è la facilità con cui il frutto viene pelato e proprio per questo viene largamente utilizzato per la produzione dei gustosi marrons glacés.

Salerno: castagna di Acerno

Nel comune di Acerno e nei territori circostanti, in particolare nei comuni di Montecorvino Rovella e Campagna, viene prodotta una tipologia di castagna che localmente viene chiamata “nzerta” o “enzerta”, ma più diffusamente è conosciuta come “castagna di Acerno“.

In queste zone vi è la presenza massiccia di alberi di castagno secolari. Infatti, l’area interessata dalla coltivazione di castagno è molto vasta, contando circa 1000 ettari.

All’esterno, il guscio è di colore marrone brillante con la presenza di striature più scure. Il riccio contiene, generalmente, due castagne dalla polpa di colore bianco, croccante e soda. Il sapore è dolce.

La castagna di Acerno è molto apprezzata perché, oltre alle sue eccellenti caratteristiche organolettiche, si conserva facilmente senza deteriorarsi. Infatti, i suoi frutti sono commercializzati freschi per tutto l’inverno.

Avellino: castagna di Trevico

Questa tipologia di castagna si trova tipicamente nella zona del comune di Trevico, in cui vi sono interi boschi dominati dalla presenza di castagni.

All’esterno, si presenta di forma tondeggiante, piatta o emisferica a seconda della posizione assunta all’interno del riccio, e il colore è marrone lucente. All’interno, la pasta è di colore bianco.

La caratteristica peculiare della castagna di Trevico è il bassissimo contenuto di sodio, che la rende molto apprezzata da tutti coloro che non possono assumere tale elemento in dosi eccessive.

Dal punto di vista organolettico, il sapore è quello tipico del frutto e proprio per questo si adatta a qualsiasi preparazione: lessata, arrostita, utilizzata come farina per la preparazione di dolci, o come primo piatto insieme alla pasta e ai fagioli.

Dopo averli conosciuti, se volete andare personalmente alla ricerca di questi frutti prelibati, ecco la mappa che vi mostra dove trovarli!

La castagna in passato ha rappresentato l’alimento essenziale per il sostentamento della popolazione e proprio per questo è stato spesso definito il “pane dei poveri”, poiché era l’unico alimento a disposizione di interi nuclei familiari. Nelle case di molti contadini era facile reperire anche oggetti realizzati con le castagne che potevano essere conservati fino al periodo natalizio.

Forse è proprio per questo, o per la grande varietà e presenza delle castagne, che in Campania, oltre al frutto consumato in vari modi, si trovano molti prodotti tipici preparati con le castagne, come liquori, torrone e miele.

 

Per gustare tutte le varie tipologie di castagna, ecco alcune delle feste che si terranno durante il mese di ottobre:

42 Sagra della castagna di Serino 14/15 ottobre

31 Sagra della castagna Ufarella 14/15 – 21/22 ottobre

33 Sagra della castagna Civitella Licinio 20/22 ottobre

Per essere sempre aggiornati sugli eventi relativi alle castagne e altri prodotti autunnali, seguiteci sulla nostra pagina Facebook 

 

 

 

 

 

Alla scoperta del Castello di Matinale

Il Castello di Matinale, anche conosciuto con il nome di Castello di Rudovaco, sorge sul Mons Cancelli, l’elevazione che domina l’entrata della Valle di Suessola, sita nel comune di San Felice a Cancello e, più precisamente, nella frazione di Cancello Scalo.

 

 

Secondo la tradizione, la fortezza risalirebbe al IX secolo ad opera di un certo Rudovaco, da cui il nome con cui è conosciuto. Tuttavia, non esistono fonti scritte che dimostrino questa teoria.

I primi documenti riguardanti il castello, infatti, risalgono ad una serie di carte risalenti alla fine del Duecento. All’interno si legge che, fino al 1298, la fortezza, denominata “di Matinale”, era appartenuta a Margherita di Svevia, figlia naturale di Federico II, che l’aveva ricevuta in dote in occasione del matrimonio con Tommaso II d’Aquino. Secondo questo documento, dunque, il castello sarebbe stato fondato in un momento di poco successivo al matrimonio, celebrato prima del settembre 1247.

Non si hanno molte notizie successive a questa, il che impedisce di chiarire le vicende che hanno riguardato il castello, fino al XV secolo: nel 1437 il fortilizio fu occupato durante la guerra angioino – aragonese dalle milizie pontificie. Da quel momento il Castrum Cancelli, come fu ribattezzato nel XIII secolo, fu lentamente lasciato in abbandono fino al XIII secolo quando i corpi edilizi che ancora rimanevano in piedi (dopo il crollo di tre dei quattro bracci del cortile) furono ripristinati per essere adibiti a dimora di campagna.

Agli inizi del ‘900, poi, il castello fu donato dalla famiglia d’Aquino al barone Giovanni Barracco e ospitò, durante la seconda guerra mondiale, il comando alleato.
Malgrado tutto ciò, oggi è ancora possibile vedere un quadro esaustivo della rocca voluta dal Conte di Acerra.

 

 

Il Castrum Cancelli fu concepito con una pianta regolare sul doppio quadrato disegnato dal cortile interno e dalla cinta alla quale rispondono le 4 torri angolari di forma trapezoidale e una quinta torre (rettilinea e di minori dimensioni) sul lato nord – ovest a protezione di una postierla (una porta secondaria per i camminamenti delle guardie di ronda, usata anche come uscita di emergenza in caso di attacco).

Il portale di accesso principale, invece, si apre sul lato sud – ovest, presso una delle torri, e presenta un doppio archivolto in blocchi di calcare bianco, con il canale di scorrimento per la saracinesca di chiusura e una mostra esterna a bugnato liscio con profilo superiore a punta di lancia.
Palese è, dunque, il richiamo all’architettura imperiale, di cui riprende l’impianto quadrilatero, in una costruzione tardo – sveva assolutamente unitaria.

Oggigiorno, sebbene appartenga ad un privato e non versi in ottime condizioni, il castello è accessibile e visitabile: ci si può arrivare sia a piedi che con mountain bike grazie a dei percorsi facilmente accessibili.