Benvenuti sulla piattaforma integrata, inclusiva e collaborativa per gli Open Data del Patrimonio Culturale della Regione Campania, che abbia come obiettivo quello di raccogliere e rendere facilmente fruibile il patrimonio Open Data che viene fornito dalle istituzioni (locali, regionali, nazionali e internazionali) insieme al patrimonio che può essere generato dalle stesse comunità locali di riferimento sul territorio (associazioni, etc.).

Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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La Grotta di San Michele Arcangelo ad Olevano sul Tusciano

 

 

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Il culto di San Michele Arcangelo è profondamente radicato in Campania: sono molte le chiese, i santuari e le grotte a lui dedicate. Soprattutto queste ultime, sono di origine antica e si ispirano alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia.

Sono quasi tutte di origine naturale, ubicate per lo più in zone montuose e difficilmente raggiungibili: proprio per questo sono poco note e frequentate quasi esclusivamente dai fedeli essendo meta di pellegrinaggio durante la festività dedicata al Santo. Alcune grotte sono anche inserite in itinerari specifici, turismo speleologico, percorsi escursionistici e trekking.

Tra le grotte della Campania spicca per dimensioni ed importanza la Grotta di San Michele di Olevano sul Tusciano: detta anche Grotta dell’Angelo, si trova a 650 metri sul livello del mare, nel piccolo comune omonimo, all’interno del Parco Regionale dei Monti Picentini.

La grotta è facilmente raggiungibile tramite un percorso segnalato che costeggia il torrente Tusciano. Al suo interno troviamo una basilica e numerose cappelle, ampiamente affrescate. E’ proprio questa la particolarità del luogo: la grotta, scavata grazie al millenario lavoro delle acque, non si presenta come una semplice cavità con pareti lisce o affrescate, ma al suo interno è stato costruito un vero e proprio complesso religioso con edifici indipendenti, con architetture ben definite e pareti decorate egregiamente, che impreziosiscono ancor di più la cavità.
Nelle cappelle distinguiamo due cicli pittorici: uno petriano, collegato cioè al culto di san Pietro (alimentato dalla leggenda che il Santo sia passato da queste parti) e l’altro cristologico.

La prima attestazione storica della grotta risale all’819, ma la sua origine è sicuramente anteriore a questa data. Si ipotizza infatti che la grotta sia in origine nata come insediamento monastico di matrice greco-basiliana, come conferma la tipicità dell’architettura e della decorazione delle varie cappelle riconducibile alla cultura bizantina.
La grotta di San Michele già nel IX secolo era meta di numerosi pellegrini che la visitavano di ritorno dalla Terra Santa e persino il Santo Papa Gregorio VII fece tappa alla grotta, sottolineando la grande importanza religiosa e devozionale di questo luogo.

In occasione dei festeggiamenti per il Santo che si tengono l’8 Maggio, ogni anno viene fatta una processione nella quale viene i fedeli e i cittadini trasportano a spalla la statua del santo, percorrendo le tre frazioni del paese e raggiungendo la grotta di San Michele. Con pifferi, tamburi e bandiere, viene rievocata la battaglia di Siponto tra Longobardi e Bizantini, vinta dai Longobardi che elessero San Michele arcangelo guerriero loro protettore.

Nel 1996 il Word Monument Funds, una organizzazione privata non profit che si occupa della salvaguardia del patrimonio artistico nel mondo, ha inserito la Grotta di San Michele, per la sua particolare bellezza e ricchezza, in una speciale classifica dei 100 più importanti monumenti al mondo “a rischio e da salvare”.

 

 

Una storia di dati

Questa è una storia di dati. Di dati aperti. E di una classe di un liceo scientifico. E di un giovane di 20 anni che parte per la Spagna. Ma andiamo con ordine.

Tutto inizia, ai tempi di oggi, con la classe IV F del Liceo Mancini di Avellino, che viene a trovarci, noi di Hetor, per un progetto sugli open data. Tra le attività che proponiamo loro, un gruppo si occupa di un interessante dataset dell’Archivio di Stato, il Casellario Politico Centrale che raccoglie i dati su tutti i sorvegliati per ragioni politiche durante il fascismo.

Il gruppo che lavora sul Casellario Politico dei sorvegliati, ristretto alla Provincia di Avellino, si impegna a fondo nel ripulire i dati e nell’aggiungere informazioni, tra cui la geolocalizzazione dei luoghi menzionati. Creano diverse visualizzazioni, si divertono nel sistema (moderatamente, come è giusto che sia :-)). E, alla fine, noi pubblichiamo il loro dataset, qui in Hetor.

Fin qui, tutto normale. Anche troppo. Una buona pratica di open data, condita con l’entusiasmo di un gruppo di diciassettenni. Se non fosse che, tra le varie attività, esce fuori una visualizzazione interessante, che mostra la ultima residenza nota di ciascuno dei sorvegliati speciali. Eccola.

Si vede da qui come molti dei sorvegliati scappano, chi negli Stati Uniti, chi in Sudamerica, chi in Australia. Notate qualcosa di strano? Provate a zoommare sull’Europa, e si vede qualcosa. Che spicca. Un solo puntino, solitario, sulla Spagna.

fotopartigianoQuesta immagine viene mostrata in vari seminari, è simpatica e mostra in un solo colpo tutta la attività fatta dai ragazzi. Ma questo puntino continua a essere evidente, a stimolare curiosità. Si tratta di Giuseppe Cristino, di Montecalvo Irpino. Nato nel 1918, morto a 23 anni.
Come faceva un rifugiato politico a scegliere la Spagna per fuggire dall’Italia fascista? In quel periodo, in Spagna si combatte una guerra civile, crudele come tutte le guerre, perché fuggire lì?

E qui scatta l’aiuto del “migliore amico del curioso”, Google. Un paio di ricerche, incrociate, per verificare le informazioni. Ed ecco la storia, quella di un ventenne, antifascista, che scappa, prima, a Parigi per poi passare in Spagna per arruolarsi nelle Brigate internazionali che combattevano contro Franco. Di nascosto dei genitori. Combatte, nella Battaglia dell’Ebro, e, insieme ad altri 30.000, viene catturato prigioniero. In un campo di concentramento in Spagna, sfinito dagli stenti, muore, poi, nel 1941 di tifo.

E questo era il senso di questo puntino solitario sulla mappa, quella di un ragazzo di venti anni, che all’età in cui tutti noi, fortunatamente, abbiamo avuto altri pensieri, ha deciso di scappare e andare a combattere. E mi sembra importante che io abbia risposto, stasera, alla chiamata che veniva da quel puntino solitario sulla mappa. E abbia raccontato la sua storia, quella di Giuseppe Cristino, morto a 23 anni in Spagna.

Questa è una storia di dati. Di dati aperti.

Alla scoperta di 5 Fortezze Longobarde in Irpinia

Durante la dominazione longobarda e, ancor di più, in seguito alla divisione del ducato di Benevento dal ducato di Salerno, avvenuta nell’851, si avvertì l’esigenza di rafforzare i confini tra i due territori a scopo difensivo.

Protagonista di questa nuova strutturazione fu l’Irpinia dove l’edificazione di numerose fortificazioni fu favorita anche dalla particolare conformazione montuosa della zona. Nel corso dei secoli, le diverse dominazioni che si sono susseguite ed i vari terremoti, che più volte hanno colpito la provincia di Avellino, hanno contribuito a trasformare l’aspetto originario delle antiche fortezze longobarde in eleganti castelli.

I 5 castelli da visitare assolutamente, durante un soggiorno in Irpinia, accomunati dalla loro origine longobarda sono:

  • Castello ducale di Bisaccia
  • Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi
  • Castello D’Aquino di Grottaminarda
  • Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi
  • Castello di Gesualdo

Castello ducale di Bisaccia

bisaccia1Storicamente il castello di Bisaccia era un bastione strategicamente importante di controllo, che faceva parte di una linea difensiva che aveva la funzione di proteggere i territori della Puglia occidentale e settentrionale.

Questa linea di difesa, che correva lungo la via Appia e la Via Traiana e di cui facevano parte, oltre alla fortezza di Bisaccia, quella di Sant’Agata di Puglia e quella di Ariano Irpino fu opera del catapano bizantino Basilio Boioanne, che la realizzò nel corso della sua riorganizzazione amministrativa della “Capitanata occidentale”.

Edificato in epoca longobarda, nella seconda metà dell’VIII secolo, fu distrutto dal sisma del 1198. Verso la fine del XIII secolo Federico II di Svevia scelse Bisaccia come residenza di caccia e ne promosse la ricostruzione, trasformandola in tenuta signorile e invitando qui alcuni esponenti della scuola poetica siciliana.

In epoca moderna, infatti, la trasformazione dell’edificio da fortezza a castello fu completata.

Ha ospitato diverse famiglie nobili della zona e numerosi artisti, tra cui Torquato Tasso: a fine 500 il castello di Bisaccia apparteneva a Giovan Battista Manso, amico del celebre poeta che, giunto a Napoli e preso dalla malinconia per le sue condizioni di salute e per le polemiche letterarie religiose sulla Gerusalemme liberata, accettò l’invito dell’amico di accompagnarlo nel suo feudo di Bisaccia.

Gli scavi archeologici condotti all’interno della struttura hanno consentito di recuperare una parte dell’impianto longobardo originario. Oggi il Castello di Bisaccia  è sede del Museo Civico Archeologico.

Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi

A Torella dei Lombardi, situato a 600 metri di altitudine su di uno sperone roccioso dell’alta valle del Fredane, l’abitato si formò intorno al castello edificato in seguito alla Divisio Ducatus della Longobardia minore, proprio sulla linea di confine fra il principato di Salerno e quello di Benevento, nel IX secolo.

A seguito del sisma del 1980, il castello fu ristrutturato: durante i lavori di scavo si ebbe l’occasione di scoprire come la dinamica di riempimenti e stratificazioni murarie aveva per anni preservato la storia del sito, infatti fu possibile delineare le diverse fasi di costruzione, trasformazione e impiego dell’edificio.

  1. Al primo ed al secondo livello vi è il Museo Civico, dove sono custoditi numerosi reperti rinvenuti nel corso dei lavori di restauro (piatti, monete del periodo 1301-1950, oggetti di ceramica, in pietra e terracotta).
  2. Al terzo livello si trova la sezione turistica, l’Associazione Sergio Leone ed alcuni locali destinati ad attività varie, oltre ad una terrazza.
  3. Al quarto livello si trovano gli uffici comunali e la Biblioteca.

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Per diversi secoli il castello appartenne ai Saraceno, fino all’inizio del XVI secolo, quando a seguito della crisi economica e  politica della famiglia, passò ad Alfonso della Rosa che a metà del 1500 lo vendette a Domizio Caracciolo, il primo membro della famiglia proprietaria per ben quattro secoli, che contribuì a trasformare l’antico maniero in  elegante residenza gentilizia.

Grazie ai Caracciolo fu eretto il portale marmoreo d’ingresso e trasformato in giardino pensile uno dei bastioni. Furono inoltre abbelliti gli ambienti interni con numerose opere d’arte.

Assunse la denominazione “Candriano” nel 1889, quando Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, che morì senza figli nel 1920. Castello e titolo passarono al nipote Camillo Ruspoli e nel 1959, morto senza eredi, la struttura fu donata al Comune.

Castello D’Aquino di Grottaminarda

Il castello di Grottaminarda, edificato in epoca longobarda presso l’antico borgo di “Fratta”, in posizione dominante rispetto al vallone sottostante, è stato per molto tempo un importante baluardo difensivo contro i Bizantini.

Di forma trapezoidale, fu ampliato intorno alla prima metà del secolo XII con la costruzione della cinta muraria, di cui si ha notizia già a partire dal 1137.  In questo periodo l’edificio entrò a far parte dei possedimenti della potente famiglia D’Aquino, alla cui casata appartenne dal 1134 al 1531, fino a quando fu sottratto loro da Carlo V. Il castello conservò comunque il nome della famiglia d’Aquino, pur divenendo proprietà di altre nobili famiglie.

Nel XVI secolo, con la diffusione delle armi da fuoco, venne meno il ruolo difensivo del castello, che acquisì la nuova funzione di residenza nobiliare. I vari terremoti che hanno colpito l’area nel corso dei secoli hanno danneggiato la struttura, la quale finì per essere spartita tra diverse famiglie.

Dopo gli eventi sismici del 1694 e del 1732 la struttura fu trasformata in dimora. Tutto il primo piano della fortificazione fu adibito a zona residenziale e fu realizzato un suggestivo giardino pensile. Nonostante queste trasformazioni, sono attualmente visibili alcuni tratti delle mura perimetrali e delle torri costruite in epoca aragonese.

Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi

Non vi sono testimonianze ufficiali che attestino l’esistenza del castello di Sant’Angelo dei Lombardi, che sorge nella parte più alta del comune, prima dell’XI secolo.

È condivisibile l’ipotesi secondo cui la sua costruzione coincida con quella delle vicine fortificazioni di Monticchio, in provincia di Potenza, Torella e Guardia, tutte denominate “dei Lombardi”, sorte per segnare la linea di confine tra il Principato di Benevento e il Principato di Salerno.

Proprietarie del feudo e del castello furono alcune delle più importanti famiglie di Napoli, tra cui i de Gianvilla, i Caracciolo e gli Imperiale, a cui si deve l’attuale nome.

Forse già distrutto nel X secolo, il castello presenta una forma quadrilatera con molti elementi ascrivibili all’epoca normanna, periodo in cui fu dotato anche delle mura di cinta e di un ampio cortile centrale. Della struttura sono particolarmente apprezzabili l’alta torre poligonale e il portale d’ingresso risalente al Cinquecento.

Dal XV al XVIII secolo, il castello subì diversi interventi di restauro per essere adattato a dimora signorile. A quest’epoca risalgono alcuni stemmi e fregi rinascimentali, una balaustra seicentesca e il notevole loggiato risalente al XVII secolo. Nel corso dei lavori di restauro seguiti al sisma del 1980 è stata riportata alla luce una chiesa di epoca normanna, di cui sono visibili l’abside trilobata, l’area presbiteriale, e tre navate divise da archi.

Il Castello fu adibito nel 1862 a tribunale e carcere. Recentemente i locali del Castello, opportunamente ristrutturati, hanno ospitato gli uffici della magistratura e l’archivio notarile. La struttura custodisce al suo interno reperti archeologici bizantini.

Castello di Gesualdo

castello_di_gesualdo_ottobre2012Infine il Castello di Gesualdo. Ubicato in posizione elevata e di grande valore strategico sulla sponda settentrionale del Fredane, venne fatto costruire dai Longobardi e divenne una delle massime fortezze dell’Irpinia.

Ai piedi del maniero si formò progressivamente l’abitato, di cui si ha notizia per la prima volta in un documento del 1078, quando ne era signore Guglielmo di Gesualdo.

Ed è proprio al principe Carlo Gesualdo che è legata la fama del castello. Il principe, oltre ad essere un esponente della musica madrigalistica del Cinquecento, è passato alla storia anche per aver assassinato la sua prima moglie, Maria d’Avalos, dopo averla colta in flagrante adulterio con Fabrizio Carafa, duca d’Andria.

Fu sempre Gesualdo a trasformare il castello in una raffinata dimora signorile, aggiungendo all’originaria struttura nuove stanze, le cucine, numerose gallerie d’arte, giardini e fontane. Nonostante i danni subiti in seguito al saccheggio del 1799 da parte dell’esercito francese, l’impianto rinascimentale del castello risulta ancora visibile.

Enoturismo in Campania: i 5 vini rossi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può anche contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Che provengano da vitigni posti in zone collinari o in prossimità della costa, le uve della regione danno vita a produzioni vinicole d’eccellenza che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire una volta giunti sul territorio.

La tradizione enologica della Campania ha radici molto antiche, basti pensare alla predilezione degli antichi romani per la produzione vinicola di Terra di Lavoro.

L’intera regione è interessata dalla produzione vinicola ma, come emerso da questo studio, le zone maggiormente attive nella realizzazione del vino sono le province di Avellino e Benevento. Da non trascurare, però, le altre aree produttrici, dalla zona alle pendici del Vesuvio alle realtà delle province di Salerno e Caserta.

I vini della Campania sono classificati in base al sistema di qualità nazionale, ed ecco che ritroviamo vini certificati come D.O.C.G., I.G.T., D.O.C., I.G.P., come emerge dal campione analizzato.

Protagoniste assolute sono le uve autoctone che, sapientemente combinate, regalano al palato di intenditori e non un’esperienza organolettica di qualità, che può divenire indimenticabile se accompagnata dalle specialità della grande tradizione culinaria della Campania, dove il rapporto tra il gusto e la tavola assume una relazione a dir poco speciale.

Numerose sono le tipologie di vino prodotte, ma se siete amanti di enoturismo e vi capita di passare in Campania non perdete l’occasione di assaggiare i 5 migliori vini rossi prodotti in questa fantastica regione del sud Italia:

  • Aglianico del Taburno – Benevento
  • Taurasi – Avellino
  • Vesuvio Lacryma Christi – Napoli
  • Roccamonfina – Caserta
  • Cilento – Salerno

vino enoturismo campania

 

DEGUSTANDO BENEVENTO: AGLIANICO DEL TABURNO

In questo breve excursus non possiamo non partire dal famosissimo Aglianico del Taburno, dal colore rosso rubino intenso con sfumature granato, e dal sapore asciutto, leggermente tannico, che tende al vellutato con l’invecchiamento.

Prodotto a partire (per almeno l’85%) da uve esclusivamente provenienti da vitigni aglianico, l’Aglianico del Taburno si distingue in tre tipologie: rosso, riserva e rosato.

Il vino prende il nome dal massiccio calcareo montuoso del Taburno Camposauro che si trova ad ovest di Benevento. L’Aglianico del Taburno Rosso, che dal 2011 è certificato come D.O.C.G. (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), è un vino che si presta ad accompagnare primi asciutti, carni bianche cotte al forno, agnello e formaggi di media stagionatura.

Restando sempre sul territorio, si consiglia di degustare l’Aglianico del Taburno con il Pecorino di Laticauda a media stagionatura che presenta un sapore aromatico e leggermente piccante.

IL ROSSO INTENSO DI AVELLINO: TAURASI

Il Taurasi è un vino che si presenta con un colore rubino intenso che varia a seconda dell’invecchiamento. Partendo da note granate il nettare può apparire sempre più chiaro fino ad acquisire riflessi aranciati. Il profumo caratteristico, gradevole ed intenso, è accompagnato da un sapore asciutto e armonico e da un retrogusto pronunciato.

Proveniente da uve autoctone aglianico, il vino viene sottoposto ad invecchiamento per almeno tre anni, di cui almeno uno in botti di legno. Nel caso in cui questo periodo si prolunghi ad almeno quattro anni, con 18 mesi in botti, si parlerebbe di Taurasi “Riserva”.

Il Taurasi deve il suo nome al borgo Taurasia che i soldati romani conquistarono a spese degli Irpini nell’80 d.C.

Certificato D.O.C.G. nel 1993, il Taurasi è un vino che si sposa perfettamente con sapori forti e intensi, come primi e secondi a base di carni rosse, arrosti, selvaggina e formaggi a pasta dura e stagionati.

Per degustare al meglio i sapori del territorio si consiglia di abbinare al Taurasi un tagliere di salumi e formaggi prodotti in loco, come il prosciutto di Venticano, la soppressata Irpina, il pecorino Bagnolese accompagnati da una manciata di “taraddi” con finocchio.

IL MEGLIO DEL VESUVIO: LACRYMA CHRISTI

Tra i vini più prodotti nei territori del capoluogo campano, il Vesuvio D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata) trova la sua massima espressione nella tipologia Lacryma Christi. Al calice prevale un rosso rubino intenso, dal profumo gradevolmente vinoso e dal gusto asciutto e armonico.

Questo vino rosso è prodotto con almeno il 50% di uve provenienti dal vitigno piedirosso, localmente detto “per ‘e palummo” a causa del suo graspo che ricorda una zampetta di piccione. Nonostante sia ben noto nella sua variante dal colore Rosso, il Lacryma Christi è prodotto in provincia di Napoli in diverse tipologie tra cui bianco, bianco spumante, bianco liquoroso e rosato.

La particolarità del nome deriva da una leggenda che narra della visita di Gesù sul Monte Somma. Si dice che il Messia rimase talmente incantato dalla bellezza del luogo che si commosse e pianse lacrime “divine”. Sul terreno bagnato dalle sue lacrime furono piantati dei tralci che, una volta germogliati, portarono alla luce le viti da cui fu ricavato il Lacryma Christi.

Con Denominazione di Origine Controllata dal 1993, il Lacryma Christi è un vino corposo e robusto che si adatta bene a primi piatti saporiti con sughi di carne, arrosti e formaggi piccanti.

In questi casi non si può che consigliare un ottimo calice di Lacryma Christi accompagnato da un abbondante piatto di pasta, preferibilmente di Gragnano, condita con il tradizionale ragù napoletano.

UN ROSSO “VULCANICO”: ROCCAMONFINA

Prodotto tipico della provincia di Caserta, il Roccamonfina è un vino dall’Indicazione Geografica Tipica (I.G.T.) che nella sua tipologia rosso si presenta dal colore rosso acceso tendente al granata, con profumi caratteristici e fruttati e un sapore tipico e asciutto.

Vinificato con buona parte delle uve a bacca nera presenti sul territorio, tra cui gli immancabili aglianico e piedirosso, il Roccamonfina può comunque avere diverse sfaccettature che, a seconda delle uve utilizzate, variano dal colore (rosso, bianco, rosato) alla categoria (amabile, frizzante, passito).

Nato sulle zone collinari poste ai piedi del vulcano spento Roccamonfina, questo vino è tipico dei territori limitrofi. Pieno e corposo al palato, può essere abbinato a piatti di carne alla brace e formaggi stagionati.

Caserta offre una consistente varietà di formaggi stagionati che si accompagnano perfettamente al Roccamonfina: il Caciocavallo del Matese, che nella versione secca si presenta con una crosta ruvida di colore bruno e al primo taglio potrebbe lacrimare; il Caprino conciato del Monte Maggiore, stagionato in vasi di terracotta, presenta un colore giallo-bruno in superficie; il Caso Maturo del Matese, a pasta compatta e friabile con un sapore molto deciso e tendenzialmente piccante; il “Caso Peruto”, di sapore e odore estremamente penetrante e intenso.

IL “CILENTO” E I SUOI SAPORI

Il Cilento rosso, che deve il suo nome al territorio campano a cui fa riferimento, è un vino D.O.C. dal colore rosso rubino, dal profumo caratteristico e dal sapore delicato e asciutto.

Viene vinificato su una base di aglianico a cui può essere aggiunto piedirosso e/o primitivo, ma non per questo sono meno importanti e gustose le sue varianti in bianco e rosato.

Istituzione sul territorio salernitano, questo viene prodotto su praticamente tutta l’estensione del capoluogo, dalla A di Agropoli alla V di Vibonati.

Corposo e sincero, è consigliabile consumare  il Cilento rosso a temperatura ambiente accompagnandolo con arrosti e grigliate di carne rossa o con piatti di selvaggina. Da provare anche abbinato ai gustosi salumi cilentani: la soppressata di Gioi e la salsiccia del Cilento.

Ma non finisce qui! Questi sono solo cinque tra i vini rossi presenti nella regione e, agli appassionati di enoturismo e non solo, noi non possiamo che consigliare di assaggiarli tutti 😉

I 5 teatri più antichi della Campania

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I teatri e gli anfiteatri sono una delle più importanti testimonianze storico-architettoniche lasciateci dalle antiche popolazioni che per secoli si sono succedute in Campania: sanniti, greci, romani tra le più rilevanti.

Ad oggi, sono circa 30 quelli scoperti e riportati alla luce, riconducibili ad un arco temporale che va dal IV secolo a.C. al II d.C.

Ma quali sono i più antichi di tutti? Scopriamoli insieme con la Top 5 dei teatri più antichi della Campania.

Il teatro più antico della Campania si trova nell’antica città di Elea (Hyele, dal nome della sorgente posta alle spalle del promontorio) città fondata dai greci nel VI secolo a.C. sui fianchi di un promontorio situato tra Punta Licosa e Palinuro. I resti di questa antica città si trovano, oggi, nel territorio di Ascea Marina, all’interno del Parco Archeologico di Elea – Velia e conservano ancora numerose strutture antiche, tra le quali si ricordano un tempio, un edificio religioso e un teatro.

Il Teatro di Velia, in particolare, risale al IV secolo a.C. e fu costruito sui resti di un tempio più antico di cui sono sconosciute la datazione e la divinità a cui era dedicato. Fu ritrovato in seguito agli scavi iniziati nel 1921, ad opera di Amedeo Maiuri, che hanno riportato alla luce gran parte dell’antica città, permettendo la quasi completa ricostruzione della pianta.

Oggi il sito è quasi completamente visibile e in un discreto stato di conservazione e, al suo interno, ancora oggi, si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, una rassegna sull’espressione tragica e comica del teatro antico.

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Teatro di Velia

R…Estate in Teatro, invece, è la rassegna teatrale che si organizza all’interno del secondo teatro più antico della Campania, quello di Nocera Superiore.

Il teatro venne edificato nel II secolo a.C. e rappresenta il più grandioso esempio, sia per dimensioni (96 m di diametro) che per posizione scenografica, tra quelli documentati in Campania.

Fu costruito in epoca sannita addossato alle mura cittadine posto frontalmente rispetto alla porta che ancora oggi conserva il nome di Portaromana. Sono tuttora evidenti i segni della parte più antica, realizzata con grandi blocchi rettangolari, tipici dell’epoca, sebbene il teatro venne completamente restaurato in età augustea, utilizzando l’opus latericium per le strutture portanti e l’opus incertum per i tramezzi.

Fu restaurato nuovamente in seguito al terremoto del 62 e all’eruzione del Vesuvio, ma abbandonato già a partire dal IV secolo, lentamente spoliato dei suoi elementi più preziosi e quindi progressivamente interrato nel corso del Medioevo. In questo periodo, le concavità delle mura costruite per l’ampliamento furono considerate delle carceri dove i prigionieri venivano calati dall’alto.

Oggi il sito, individuato e portato alla luce tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta nella zona tra Pareti e Pucciano, è quasi completamente visibile anche se in uno scarso stato di conservazione.

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Teatro di Nocera Superiore

Il teatro – santuario di Sarno sorge sui luoghi di alcuni insediamenti preistorici risalenti al IV secolo a.C., presso la località Foce. A seguito di alcuni indagini, si è rinvenuto casualmente nel 1965 un notevole quantitativo di reperti e con essi resti di antiche strutture, tra cui lo stesso teatro ellenistico-romano risalente al II secolo a.C..

Questo teatro faceva parte di un complesso più grande, probabilmente composto anche da un santuario votivo dedicato alla dea dell’Abbondanza. L’ipotesi è supportata dalle statuette ritrovate in loco che denotano una cultura legata alla mitologia greca e poi romana in funzione della proliferazione dei raccolti, connesso presumibilmente con le sorgenti del Sarno, e della protezione delle donne partorienti.

I due siti sono in parte sovrapposti e ulteriori scavi hanno dimostrato l’esistenza di un centro di culto anteriore inquadrabile cronologicamente tra il IV e il III secolo a.C. Ulteriori scavi nella zona hanno portato alla luce anche resti di ville romane ed altri ambienti della stessa epoca.

La struttura del teatro è il risultato di diversi adeguamenti funzionali, apportati nel corso dei secoli sulla preesistente struttura. È realizzato sul pendio della collina, come da consuetudine costruttiva degli edifici scenici di tradizione greca. Esso colpisce soprattutto per l’alternanza cromatica dei materiali di cui è costituito: il calcare di Sarno, alternato al tufo grigio dei sedili dell’ima cavea.

Attualmente del teatro è visibile la cavea, la scena, i due ingressi e la prima fila riservata alle autorità o sacerdoti, con lo schienale e con sostegni laterali che rappresentano una figura alata.

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Teatro – santuario di Sarno

Il teatro di Pompei, anche detto Teatro Grande, è situato nel sito archeologico di Pompei – Scavi, assieme al teatro Piccolo (Odeon) e all’anfiteatro.

Fu edificato in età sannitica ma completamente rifatto nel II secolo a.C. ed in seguito più volte restaurato, anche in occasione della costruzione del suo corrispettivo minore, l’Odeon.

Anch’esso, come da prassi, è stato edificato sulle pendici di una collina, sfruttando la naturale inclinazione del terreno per la costruzione della cavea, che poteva accogliere circa cinquemila spettatori. Ha una forma a ferro di cavallo, distinguendosi dal modello tradizionale romano ad emiciclo, e fu realizzato interamente in opus incertum.

Le rappresentazioni che accoglieva abbracciavano i generi più disparati, dalla tragedia alla commedia, dal mimo alla fabula atellana.

Il teatro fu interamente sepolto, con il resto della città a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ed esplorato a seguito delle indagini archeologiche volute dalla dinastia borbonica.

Oggi il Teatro Grande è completamente visitabile ed accoglie spesso manifestazioni e concerti, come il Festival Classico Pompeiano, rassegna di musica e prosa, ideata dall’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno Turismo di Pompei, in collaborazione con l’Assessorato per il Turismo e i Beni Culturali della Regione Campania e con la Soprintendenza Archeologica di Pompei.

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Teatro Grande di Pompei

Il teatro di Pietravairano è uno spettacolare teatro-tempio di epoca romana tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.), uno dei più belli e rari esempi di impianti di questo tipo accertati in Sud Italia. Si trova sulla sommità di Monte San Nicola, a quota 409m s.l.m., nella frazione Sant’Eremo del comune di Pietravairano (Caserta).

Fu scoperto casualmente nel 2001 dal professore Nicolino Lombardi, appassionato di volo che, sorvolando la cresta del Monte San Nicola, notò alcune strutture parzialmente interrate che disegnavano la caratteristica forma semicircolare di un teatro. Fu così identificata nel sito la presenza di un monumentale e scenografico impianto santuariale, costituito da un tempio e da un teatro disposti in asse su differenti livelli, entro un’area estesa poco meno di 3000 metri quadrati.

Unico nel suo genere per la posizione in altura, il santuario è inserito in uno scenario naturale di grande bellezza e valore paesaggistico: la terrazza del tempio si affaccia su un panorama che spazia da Venafro e Presenzano a nord, fino a Mondragone a ovest, da Alife e al Monte Taburno a sud, sino al Massiccio del Matese a est.

È proprio la particolare posizione a lasciar intendere che per i romani il tempio doveva essere simbolo di potere e di identità collettiva da mostrare ai popoli della zona. In tale posizione strategica, infatti, il santuario poteva essere ammirato da tutti: Pentri, Sanniti, Sidicini e tutti coloro che transitavano sulle strade verso il Lazio, la Puglia e il Molise.

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Teatro – santuario di Pietravairano

Non è certo che l’intero complesso archeologico sia frutto di un progetto unitario, ma la tecnica edilizia impiegata per la realizzazione di tutto l’impianto è l’opus incertum, tecnica diffusasi a partire dal II secolo a.C., realizzata con blocchi di calcare di varie dimensioni, legati da malta.

Secondo gli storici il tempio era un’area di culto fortificata dedicata alla dea Mefitis (in epoca sannitica) e a Giunone in epoca dello splendore dell’impero romano. Un centro dove oltre a venerare la dea si svolgevano attività culturali e politiche delle popolazioni sannitiche che occupavano l’area. In età romana, il tempio fu completamente trasformato con la costruzione di un ampio teatro, scavato direttamente nella roccia, nel quale andavano in scena diversi spettacoli.

Negli ultimi anni il teatro-tempio è stato oggetto di numerose campagne di scavo e dagli inizi del 2015 è sottoposto ad un consistente intervento di consolidamento e restauro, finalizzato a garantirne la conservazione per le generazioni future ed una migliore fruizione ai turisti.

La valorizzazione del patrimonio culturale di Pietravairano è, infatti, uno degli obiettivi prioritari dell’attuale amministrazione comunale e, non a caso, numerosi sono gli eventi culturali che interessano il sito (convegni,seminari,visite guidate ecc.), pensati per la diffusione della conoscenza del patrimonio locale.

PARCO NAZIONALE DEL CILENTO E VALLO DI DIANO: ITINERARIO TRA SAPERI E SAPORI

cilento

Castelli del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese di un film che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre anche crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

Alle pendici meridionali del colle Civita, vicino Padula, è situato l’eremo di San Michele alle Grottelle. Poco si sa sulle sue origini ma si è certi che questa cavità venisse già utilizzata per praticare culti ctonii, in particolare vi si venerava il dio Attis.

Il culto del Santo invece vi si diffuse in età Costantiniana, quando la fede cristiana poté esprimersi liberamente. La chiesa è costituita da un’articolata cavità rocciosa che scende a strapiombo sul fianco del colle; un cancello immette in uno spazio terrazzato, dove a sinistra sulla roccia sono cospicui i resti di affreschi databili alla fine del sec. XIV, raffiguranti la Vergine col Bambino e alcuni Santi. Entrando nella grotta vera e propria, sulla sinistra è la tomba marmorea dell’abate Bernardino Brancaccio, datata 1538.

Una statua di San Michele è collocata sull’altare mentre dietro di esso c’è un ciclo pittorico dedicato a Santiago de Compostela, ospitato in una ben conservata edicola votiva, incastonata in una rientranza della grotta.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate come:

  • la Grotta dell’Angelo di Sant’Angelo a Fasanella
  • il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo
  • la Grotta di Sant’Angelo a Montesano sulla Marcellana
  • la Grotta di Santa Croce ad Ottati

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio ha da offrire. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum e alla Certosa di Padula, costituiscono uno dei fiori all’occhiello della regione e accolgono ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati In una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Parco del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: su tutti celebri tempi dorici in eccezionale stato di conservazione ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Questo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di questo genere di edifici; costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento e il Vallo di Diano non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

Partendo dai formaggi:

  • la mozzarella di bufala campana D.O.P., rinomata in tutto il mondo, prodotta nella zona della Piana del Sele
  • la Cacioricotta caprina del Cilento
  • il Caciocavallo Podolico, formaggio stagionato che prende il nome dalle vacche podoliche

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in ben 68 comuni dell’area del Parco del Cilento e Vallo di Diano; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio Cilento D.O.P. comprende 62 comuni, tutti inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. E’ ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Colli di Salerno”
  • “Paestum”

Il primo, il “Cilento“, è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

Il secondo vino, i “Colli di Salerno“, esiste dal 2004 e ha ricevuto la certificazione I.G.T. (Indicazione geografica tipica) nel 2011. I vini di questo tipo vengono prodotti a partire da numerosi vitigni, tra i quali ritroviamo l’Aglianico, il Barbera, il Cabernet sauvignon, la Falanghina, il Moscato bianco, il Primitivo e il Sangiovese, distinguendosi, di conseguenza, in “Colli di Salerno” bianco, rosso e rosato.

Il terzo vino, infine, è il “PaestumI.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino, come i precedenti, viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, produttrice di Cilento D.O.C. e Paestum I.G.T.
  • “Donna Clara” produttrice di Cilento e Paestum
  • “Casa di Baal” produttrice di Colli di Salerno e Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

Per saperne di più…

La valorizzazione e promozione dell’area del Cilento e Vallo di Diano viene supportata e incentivata dalle PRO LOCO. Tra le associazioni più attive vi è sicuramente SviluppAgropoli che collabora, insieme al comune, alla realizzazione del festival Settembre culturale al Castello. La manifestazione si svolge all’interno delle mura del Castello angioino-aragonese di Agropoli per tutto il mese di settembre e vede la presenza di numerose personalità di spicco del mondo letterario e altri scrittori emergenti.

Accanto alle attività culturali, la PRO LOCO cerca di attivare un circuito virtuoso di soddisfazione-attrattività-valore, creando un partenariato con gli esercizi commerciali del luogo attraverso la creazione di una card che permette di godere di una serie di agevolazioni con i negozi convenzionati.

L’importanza riposta sul territorio locale passa anche da Perdifumo dove la PRO LOCO, in collaborazione con il comune, organizza due eventi legati alle tradizioni e alla cultura: Perdifumo Porte Aperte e i Mercatini Artigianali. La prima manifestazione prevede una serie di visite guidate dei luoghi storico-culturali del borgo medievale, una mostra fotografica e laboratori di musiche e danze popolari, sempre in linea con la volontà di valorizzare le tradizioni locali. I Mercatini Artigianali danno spazio alle attività di artigianato radicate nel territorio e promuovono al contempo i prodotti tipici con un percorso enogastronomico che attraversa l’intero borgo, creato ad hoc per l’occasione.

Chi dice che la cultura è fruibile solo alla luce del sole? A Padula, infatti, è possibile partecipare all’evento Le serate al Battistero organizzato dalla PRO LOCO, in collaborazione con il comune. Durante l’evento notturno è anche previsto un apericena con salumi e formaggi locali, promuovendo in tal modo non solo l’aspetto culturale ma anche quello gastronomico.

Le identità locali acquistano un più ampio respiro con le Giornate europee del patrimonio: tale manifestazione prevede il pagamento di un biglietto simbolico per l’ingresso alla Certosa dove, tra le altre attività, è previsto un percorso guidato fino all’eremo di San Michele alle Grottelle.

A Padula si ritorna indietro nel tempo in occasione della Festa per Carlo V ospitata nella Certosa di San Lorenzo: i figuranti attraversano il centro storico per raccogliere le uova destinate alla preparazione della famosa “frittata delle mille uova” e si continua con il corteo di accoglienza per l’imperatore. Il tutto sempre accompagnato da un percorso gastronomico ispirato alle prelibatezze tradizionali certosine.

L’area del Cilento e del Vallo di Diano è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.

Accoglienza turistica in Campania

L’accoglienza turistica istituzionale in Campania è data dalla presenza di Enti Provinciali per il Turismo (E.P.T), Aziende Autonome di Cura, Soggiorno e Turismo (A.A.C.S.T o A.A.S.T.) e Pro Loco.

Gli E.P.T. sono cinque, uno per provincia e sono siti nelle città capoluogo.

Le attività svolte sono diverse: promuovere, incrementare e curare il movimento turistico negli ambiti territoriali di propria competenza; programmare e realizzare iniziative di promozione e valorizzazione delle risorse territoriali della provincia sui mercati nazionali ed esteri; raccogliere ed elaborare i dati inerenti i flussi turistici nelle strutture ricettive della provincia per trasmetterli all’ISTAT; istituire e gestire gli Uffici di informazione e di accoglienza turistica; promuovere iniziative dirette alla costruzione, all’attivazione, al miglioramento ed alla gestione di impianti e servizi di prevalente interesse turistico anche con il concorso di altri enti ed organismi interessati; proporre ed elaborare progetti per la qualificazione dell’offerta turistica; esprimere pareri per l’iscrizione e la cancellazione delle Associazioni Pro Loco dall’Albo regionale e sulla classificazione delle strutture ricettive; attivare tutte le azioni finalizzate alla conservazione e alla valorizzazione dei beni del proprio patrimonio immobiliare.

Le A.A.C.S.T sono quindici: otto dislocate sul territorio napoletano che, appunto, prendono il nome di Aziende Autonome di Cura, Soggiorno e Turismo e sette sul territorio salernitano dove, invece, si chiamano Aziende Autonome di Soggiorno e Turismo. In provincia di Napoli, come in provincia di Salerno le Aziende sono site nelle città di maggior affluenza turistica: Ischia, Pozzuoli, Napoli, Pompei, Castellammare di Stabia, Vico Equense, Sorrento e Capri per la provincia napoletana;

Positano, Amalfi, Ravello, Maiori, Cava de’ Tirreni, Salerno e Paestum per la provincia salernitana.

Si può notare come queste siano concentrate nell’area centrale e costiera della Campania, con l’unica eccezione dell’A.A.S.T. di Paestum, leggermente più a Sud . Totalmente sprovviste di tali aziende, invece, sono le province interne di Avellino, Benevento e Caserta.

Scopo della Aziende Autonome di Soggiorno e Turismo è di essere un valido presidio sul territorio per il turista: è possibile richiedere sempre informazioni turistiche e calendario degli eventi delle località più importanti della regione; informazioni pratiche sulle strutture ricettive, sui trasporti e sui collegamenti con stazioni, porti ed aeroporti.

Molto più capillare e articolata risulta la distribuzione delle Pro Loco sul territorio regionale con circa seicento Pro Loco censite. La provincia con il maggior numero di Pro Loco è quella di Salerno, seguita da Caserta, Avellino, Napoli e Benevento .

E’ interessante notare che molte Pro Loco, soprattutto in provincia di Avellino, organizzano bandi di Servizio Civile Nazionale.

Associazioni locali, nate con scopi di promozione e sviluppo del territorio In Italia, attualmente, le Pro Loco sono migliaia e le attività che svolgono sono di carattere turistico, sociale, culturale, ecologico e sportivo. Nella maggioranza dei casi, le Pro Loco nascono per ovviare al bisogno di cittadini ed operatori turistici di avere a disposizione uno strumento valido per tutelare e possibilmente migliorare la qualità della vita nella propria località. Difendere il patrimonio culturale, ambientale e storico del paese e promuoverne la conoscenza diventano così gli scopi principali dei soci che, in questo modo, innescano un meccanismo di potenziamento delle attività legate al turismo.

(in collaborazione con il gruppo di lavoro SNECS e CHIS composto da Marianna Aliberti, Maria Anna Ambrosino, Vanja Annunziata, Giuliano Gambino, Carmela Luciano)

Campania da gustare

La Campania è senza dubbio nota in tutto il mondo per le sue bellezze naturali, per i suoi siti archeologici tra i più visitati e per i panorami mozzafiato. Non mancano, però, coloro che la apprezzano per le sue eccellenze in campo gastronomico, gustose bontà da far leccare i baffi!

La cucina campana è conosciuta e amate ovunque, grazie anche alla diffusione delle materie prime che vengono esportate in ogni dove.

Tanti sono i prodotti che ad oggi hanno ricevuto una certificazione che ne codifica in modo chiaro la qualità. Basti pensare ad una delle regine della tavola: “sua maestà” la mozzarella di bufala. Si tratta di uno dei più noti formaggi a pasta filata italiani ed è senza dubbio anche quello più esportato. Il consumatore, pertanto, diffidi dalle tante imitazioni, la vera mozzarella di bufala campana è solo quella col certificato D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta regolamentato da un rigido disciplinare che prevede l’utilizzo esclusivo di latte di bufala proveniente da alcune zona comprese tra le province di Salerno, Caserta, Napoli e Benevento, il Lazio meridionale e le porzioni più prossime alla Campania di Puglia (Daunia) e Molise (basso Molise). La nascita della mozzarella è strettamente legata all’arrivo delle bufale in Italia. Questi bovini sono attestati nella piana pestana già a partire dalla seconda metà dell’XI secolo così come si apprende da un rogito notarile del 1052 conservato presso l’archivio della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni.   Sembrerebbe, tuttavia, che la produzione di mozzarella debba farsi risalire solo al XV secolo.

Attualmente le tipologie di mozzarella di bufala campana più conosciute ed apprezzate sono quelle prodotte nella zona della Piana del Sele in provincia di Salerno e ad Aversa in provincia di Caserta.  Tra i formaggi campani certificati col marchio D.O.P. si annoverano, inoltre, anche il Caciocavallo Silano, il Provolone del Monaco e la Ricotta di Bufala.

Chi, poi, tra i buongustai di tutto il mondo consuma pasta, non può che pensare alla Campania. I maccheroni sono un alimento di alto pregio che ha raggiunto l’eccellenza con la pasta di Gragnano, la prima ad aver ottenuto la denominazione I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta). La sua produzione risale già al XVI secolo ed è circoscritta alla piccola cittadina di Gragnano, situata a mezza costa tra Castellammare di Stabia e i Monti Lattari. Il successo dei pastifici gragnanesi è da ricercare nella felice posizione geografica della città che si sviluppa su diversi livelli altimetrici. Gragnano, infatti, gode di un clima umido e temperato frutto dell’influenza benefica del mare del golfo di Napoli e la protezione dei monti Lattari. Il rilancio della pasta di Gragnano è stato possibile grazie al lavoro dei tanti imprenditori che nel corso dagli anni hanno perpetrato la tradizione locale conservando intatti molini e pastifici preservando così anche l’abilità dei maestri pastai, che operano in questo settore da intere generazioni.  La caratteristica peculiare del prodotto è racchiusa nella tecnica con cui viene realizzato. La trafilatura al bronzo, ossia la lavorazione della pasta esclusivamente con strumenti di bronzo, conferisce alla pasta l’aspetto genuino tipico di una produzione casalinga e la distintiva rugosità che ne esalta il gusto e accompagna al meglio i condimenti.

In questo percorso fatto di odori e sapori non poteva mancare il Limoncello uno dei liquori più bevuti. È necessario partire dalla materia prima: Il limone. Va precisato da subito che esistono due produzioni di limoni, entrambe certificate e riconosciute a livello europeo. Il Limone Costa d’Amalfi e il Limone di Sorrento, infatti, sono entrambi certificati I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta). Il primo fa riferimento alla varietà “Sfusato Amalfitano”, caratterizzata dalla forma affusolata del frutto, da cui il termine “sfusato”, ed è coltivato in Costiera Amalfitana. La produzione è circoscritta ai comuni di Amalfi, Cetara, Conca dei Marini, Furore, Maiori, Minori, Positano, Praiano, Ravello, Scala, Tramonti e Vietri sul Mare. Il secondo indica i frutti della “cultivar” di limone “Massese”, conosciuta in letteratura anche come “Limone di Massa” e “Ovale di Sorrento”, presenti esclusivamente nell’area della penisola sorrentina in particolare nei comuni di Massa Lubrense, Meta, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento, Vico Equense, Capri e Anacapri. Da entrambe le tipologie di limoni si ricava il limoncello, che non è certificato a livello europeo ma fa parte dei P.A.T. (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) categoria inclusa in un apposito elenco predisposto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali con la collaborazione delle Regioni. La paternità del Limoncello è pertanto contesa tra queste due località. Molte storie si raccontano sulla sua origine, la più nota racconta che l’invenzione si debba alla signora Maria Antonia Farace in una pensione di Capri agli inizi del ‘900. Oggi il Limoncello è tra i liquori più bevuti ed apprezzati, soprattutto dopo i pasti come digestivo, ed è anch’esso esportato in tutto il mondo. Altri liquori di produzione tipica campana sono il finocchietto, il liquore concerto e la crema di limone, fatta con le basi dello stesso limoncello.

L’elenco dei prodotti appartenenti alla categoria P.A.T., tuttavia, è molto lungo; tra questi ricordiamo alcuni piatti tipici della tradizione napoletana, come la parmigiana di melanzane, i peperoni imbottiti, il ragù, la zuppa di soffritto, i peperoncini friarielli, le papaccelle, il casatiello, oltre ai numerosi prodotti di origine vegetale, agli insaccati (come non citare il salame Napoli) e agli immancabili dolci protagonisti delle tavole campane come il torrone di Benevento, il babà, le chiacchiere, i mustaccioli, la pastiera e la sfogliatella.

A questo punto forse manca qualcosa? Ma certo il piatto che ha conquistato le tavole di tutto il mondo: la pizza! Le parole “Pizza” e “Pizzeria” sono sicuramente i vocaboli italiani più conosciuti all’estero. Questa prelibatezza non rientra in nessuna delle categorie sopracitate poiché le è stata attribuita una certificazione tutta sua: è, infatti, definita S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita). Le origini della Pizza sono antichissime sebbene ancora discusse. Non c’è di certo bisogno di elogiare o descrivere questo tipo di prodotto perché chi è che non ha mai gustato una buona pizza in vita sua? Intanto lo scorso marzo l’Italia ha candidato la pizza come patrimonio dell’umanità.

In generale per preservare e tutelare questi prodotti tipici sono stati creati vari consorzi, attivi anche nella realizzazione di attività di promozione e divulgazione presso i consumatori e gli operatori commerciali, sia attraverso la creazione di siti internet dedicati, sia attraverso campagne pubblicitarie. Tutti hanno come obiettivo principale quello di diffondere i prodotti nati in Campania.

(in collaborazione col gruppo di lavoro CHIS composto da Maria Anna Ambrosino, Giuliano Gambino, Carmela Luciano)

Il culto micaelico in Campania

Il culto micaelico si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo dopo il loro stanziamento in Italia. Questo popolo riservò una particolare venerazione all’arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo riconosciute nel dio germanico Odino.

Nel territorio del ducato di Benevento sorgeva il santuario di San Michele Arcangelo, fondato prima dell’arrivo dei Longobardi, ma da questi adottato come santuario nazionale a partire dalla conquista del Gargano nel VII secolo.

Dall’epicentro garganico il culto micaelico si diffuse nella parte settentrionale del regno (Langobardia Maior) e nella parte meridionale (Langobardia Minor).

Il culto di San Michele Arcangelo è particolarmente radicato in Campania: si contano una novantina tra chiese, monasteri, basiliche, santuari, grotte ed eremi dedicate al culto di Santo. Di questi, settanta sono di origine rupestre (chiese, santuari, grotte e basiliche) e diffusi in zone montuose dal Matese ai Picentini, fino al Cilento.

La provincia di Salerno presenta la più ampia diffusione del culto con circa quaranta attestazioni.

Sicuramente una menzione particolare merita la Grotta di Olevano sul Tusciano, nota anche come Grotta dell’Angelo. La Grotta è una cavità naturale, scavata nella roccia e situata sul versante occidentale del Monte Raione. Comprende una prima cavità che si estende in salita per circa 200 metri ed ospita le strutture di un convento, una Basilica dedicata a S. Michele. L’antro, poi, si suddivide in due rami, uno dei quali conserva un giacimento preistorico. Sin dall’XI secolo la grotta era una meta rilevante degli itinerari religiosi, rappresentando una delle tappe sulla via del ritorno dalla Terra Santa. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza delle copiose sorgenti del fiume Tusciano. La prima attestazione come luogo sacro risale all’819. Le sette cappelle presenti all’interno erano probabilmente destinate ad usi diversi, per quanto tutte insieme costituissero una sorta di via sacra che i pellegrini percorrevano per rendere ossequio al Santo.

La provincia di Avellino presenta una diffusione del culto, esclusivamente, in contesti rupestri. La prima menzione esplicita della Grotta di San Michele o dell’Arcangelo situata nella località Preturo di Montoro, tra i monti Bufoni e Romola, compare in un documento del 995. La grotta è formata da una doppia cavità naturale con due aperture ed una conca per la raccolta dell’acqua che gronda dalle stalattiti. Nella grotta principale, la più antica ed ampia, un affresco riproduce “San Michele che sconfigge il drago”, mentre un altro raffigura la Pietà. Nella cavità secondaria altri affreschi bizantini, forse d’età longobarda, sono dedicati all’Arcangelo Michele, a San Biagio e a San Gregorio.

Nel beneventano le attestazioni sono inferiori rispetto alle altre province, infatti si contano solo otto tra eremi e chiese rupestri. La chiesa rupestre di Faicchio venne adibita al culto dell’Arcangelo intorno all’VIII secolo dai Longobardi. Nel corso del XII secolo furono effettuati dei rifacimenti e fu abbellita da pregevoli affreschi. Venne inaugurata solennemente nel 1172. Posta a 500 metri di altitudine, la grotta ha un’apertura semicircolare posta a sei metri d’altezza. Dopo aver percorso una scala si giunge al primo ambiente adibito a chiesa che presenta delle stalattiti e delle stalagmiti.

Nel territorio napoletano e casertano le attestazioni micaeliche sono circa una ventina. Per quanto riguarda la provincia di Caserta, degno di nota è la Grotta di San Michele, chiesa rupestre situata tra i comuni di Raviscanina e Sant’Angelo d’Alife. All’interno della Grotta erano presenti tracce di pitture rupestri del periodo preistorico. Con i Longobardi, poi, divenne santuario adibito al culto di San Michele Arcangelo. All’entrata della grotta si vede una perforazione nella roccia viva: la leggenda narra che proprio in questo luogo vi fu una lotta tra il Demonio e l’Arcangelo Michele.

Altro sito importante è il santuario rupestre di San Michele sul Monte Faito. La storia del santuario è strettamente legata a quella dei Santi Antonino e Catello. Sant’Antonino, in fuga da Montecassino, trovò riparo a Stabia, dove fu accolto dal vescovo Catello. Una notte San Michele apparve in sogni ai due Santi, ordinando loro la costruzione di una chiesa in suo onore. Così fu edificato sulla cima più alta dei Monti Lattari un primo edificio sacro dedicato a San Michele in legno. Nel 1558 fu descritto per la prima volta il miracolo della sudorazione di manna dalla statua di San Michele: si narra che, durante l’invasione dei turchi a Sorrento, un gruppo di fuggitivi, scampati al saccheggio e alla prigionia, si rifugiò sul Monte Faito per chiedere aiuto al Santo, il quale fece sgorgare dalla statua gocce di sudore. Il giorno dopo la città fu liberata dagli invasori.

(in collaborazione con il gruppo di lavoro SNECS e CHIS composto da Marianna Aliberti, Maria Anna Ambrosino, Vanja Annunziata, Giuliano Gambino, Carmela Luciano)

Anfiteatri e teatri in Campania

Il patrimonio archeologico della Campania è ricco di luoghi suggestivi. Tra di essi anfiteatri e teatri rappresentano strutture che nell’immaginario collettivo si collegano immediatamente al mondo romano. Si tratta di edifici spesso di notevoli dimensioni talvolta rifunzionalizzati come nel caso dell’anfiteatro di Capua (secondo per dimensioni solo al Colosseo e di poco più piccolo) trasformato in fortezza in epoca longobarda. In altre situazioni le strutture furono adoperate come cava per recuperare materiali da costruzione.

Anche se non più visibili, in certe circostanze, possono rivelarsi attraverso la disposizione in superficie dell’abitato. Questo è il caso dell’anfiteatro di Nuceria (Nocera Superiore) oggi indagabile solo attraverso una cantina di un edificio che vi si è sovrapposto. Osservando dall’alto il quartiere che lo ospita balza subito alla vista la particolare conformazione di un tratto stradale condizionato dal vertice dell’ellisse del lato meridionale dell’edificio.  Spesso le costruzioni sono poco leggibili in superficie perché inglobate da manufatti moderni come per il teatro di Napoli oggi circondato da un agglomerato di case. Ad accrescere la popolarità di queste costruzioni un grosso contributo è venuto anche dal successo di alcune pellicole hollywoodiane e dalle attività culturali che ancora oggi vengono svolte nelle costruzioni meglio conservate come per esempio da anni succede con l’arena di Verona.

In ambito campano il teatro grande e l’anfiteatro di Pompei anche quest’estate hanno accolto sugli spalti una ricca platea di spettatori entusiasti, utenti che attraverso la passione per la musica si avvicinano anche ai beni culturali. Lo scorso luglio il pianista e compositore Ludovico Einauidi si è esibito sul palco del teatro grande preceduto qualche giorno prima dai concerti di Elton John e del chitarrista dei Pink Floyd David Gilmour entrambi di scena sull’arena dell’anfiteatro di epoca repubblicana. Un successo scontato, nonostante il costo proibitivo dei biglietti d’ingresso, ma che pone in risalto la possibilità di utilizzare questi monumenti anche in modo diverso.

In linea generale nella nostra regione si contano 15 anfiteatri, 11 teatri e 2 odeon.  Dal punto di vista esteriore gli odeon appaiono simili ai teatri, ma si differenziavano da essi perché coperti e di dimensioni più ridotte. Vi si praticavano esercizi di canto, rappresentazioni musicali, concorsi di poesia e di musica.

La provincia con maggiori attestazioni di anfiteatri è quella di Napoli (n. 5) seguita da Caserta (n. 4), Avellino (n. 2), Benevento (n. 2) e Salerno (n. 2). Anche i teatri sono più numerosi in provincia di Napoli (n. 4) diminuiscono invece progressivamente a Caserta  (n. 3), Salerno (n. 3) e Benevento (n. 1). Gli unici odeon sono presenti in provincia di Napoli (n. 2) e se si guarda alla tradizione letteraria ciò non deve stupire. Gli edifici per spettacolo della Neapolis romana erano molto famosi e la città era considerata la custode della cultura greca e quindi anche del teatro. Tanto è vero che, come racconta Svetonio, Nerone volle debuttare proprio nel teatro della metropoli campana e nonostante un terremoto volle continuare lo spettacolo.

Non tutte le strutture, però, sono accessibili dai diversamente abili: solo un terzo degli anfiteatri è fruibile liberamente. In altri casi (⅓) l’utente non può essere autonomo e necessita di un aiuto esterno o gli è preclusa (⅓) addirittura la visita perché la struttura non è attrezzata. Solo un teatro è predisposto per la visita libera, 8 edifici compresi i due odeon possono accogliere i diversamente abili con l’aiuto di terzi.

(Questo contributo è stato realizzato con la collaborazione di Maria Anna Ambrosino, stagista per il progetto CHIS)