L’Oasi protetta di Persano

Nel cuore della Riserva naturale Foce Sele – Tanagro si trova l’Oasi WWF di Persano, dichiarata zona umida di importanza Internazionale dalla Convenzione di Ramsar.

L’area è situata nei Comuni di Serre e Campagna (SA) ed ha un’estensione di 110 ettari, 70 dei quali occupati dal bacino idrico. L’Oasi, infatti, è stata istituita nel 1981 intorno ad un lago artificiale formatosi in seguito allo sbarramento del fiume Sele.

La presenza della diga, ultimata nel 1934, e del bacino artificiale hanno contribuito ad un’evoluzione dei sistemi naturali, attivando una serie di fenomeni quali esondazioni di piccola portata, formazione di specchi d’acqua secondari ed ambienti di notevole interesse naturalistico.

Il Consorzio di Bonifica Destra Sele che gestisce la diga, nel 1980 ha affidato al WWF il compito della gestione naturalistica dell’area.

L’Oasi e la confinante Tenuta Militare di Persano formano una grande isola verde le cui caratteristiche naturali si sono mantenute pressoché inalterate.

Gli insediamenti più antichi nella zona sono stati ritrovati nelle zone interne collinari e sembrano risalire alla media età del bronzo.

Ai tempi dei Romani, l’area già aveva una certa importanza, testimoniata dalla presenza del santuario di Hera Argiva; mentre in epoca coloniale fu teatro dei passi più significativi della storia di Posidonia-Paestum.

L’evoluzione del paesaggio della pianura alluvionale del Sele ha seguito per secoli le dinamiche del fiume, restando una zona pressoché invariata dal punto di vista vegetale e faunistico, fino alla fine del XIX secolo.

Infatti, nel ‘700, tale ricchezza vegetale e l’abbondanza di animali indussero i Borboni a eleggere Persano “sito reale”: l’area, dunque, divenne un territorio riservato alla caccia del re.

A partire dal 1885, con la bonifica della palude costiera, si sono avviate una serie di trasformazioni proseguite fino agli anni ’30. L’area di Persano, insieme a poche altre, è sfuggita alla trasformazione generalizzata del XX secolo, preservando i boschi umidi planiziali che ospitano una fauna particolarmente ricca di specie, anche rare come la lontra.

 

 

L’area è conosciuta soprattutto per la presenza di questo animale, che costituisce il simbolo dell’Oasi e motivo principale della sua istituzione. Il bacino del Sele, infatti, è uno degli ultimi rifugi per la lontra, il mammifero terrestre più raro d’Italia e ad alto rischio di estinzione, che merita adeguate azioni di conservazione.

Tuttavia, la lontra non è l’unico animale che è possibile incontrare nell’area. L’Oasi, essendo un’area umida, costituisce un riparo ed un punto di ristoro per gli uccelli: finora sono state segnalate 184 specie.

Inoltre, all’interno dell’Oasi e nei suoi immediati dintorni si può apprezzare un diversificato mosaico vegetazionale costituito da un gran numero di ambienti erbacei, arborei ed arbustivi che sono alla base della grande biodiversità che caratterizza l’area.

E’ possibile visitare l’area accompagnati dalla guida, raggiungendo il Sentiero Natura all’interno del territorio protetto, lungo il quale vengono accompagnati i visitatori in base alle loro esigenze e conoscenze naturalistiche.

I periodi piu’ interessanti per le osservazioni sono l’autunno, quando si raggiunge la massima concentrazione di uccelli acquatici svernanti, e la primavera, quando il paesaggio si colora con le fioriture dei prati.

 

 

Dal 1 Marzo, è possibile visitare l’Oasi secondo alcuni giorni e orari prestabiliti. In particolare:

  • per i gruppi organizzati e le scuole, è possibile fare delle visite guidate su prenotazione, tutti i giorni in orario da concordare. La visita dura circa due ore e mezza.
  • per il pubblico, è possibile effettuare le visite guidate tutti i giorni su prenotazione, dalle 10.00 alle 15.00 nel periodo invernale (ottobre-maggio) e dalle 9.00 alle 17.00 nel il periodo estivo (giugno-settembre).

Per fotografi e birdwatcher sono previsti ingressi eccezionali, in alcuni periodi, da concordare con la direzione.

Per maggiori informazioni, potete visitare la pagina Facebook dedicata all’Oasi.

 

 

Alla scoperta del Castello dei Conti di Acerra

Il complesso monumentale del Castello dei conti di Acerra sorge ai margini del centro storico, nell’omonima piazza. Più precisamente, esso si trova sull’estremità nord del quadrilatero dell’antico impianto urbanistico di origine romana, appena fuori dalle mura.

Il nucleo centrale, dalla particolare pianta semicircolare, infatti, sorge sui resti di un teatro romano, come testimoniamo strutture murarie dell’epoca in opus reticulatum e opus listatum, e alcuni reperti (come cocci e parti di colonne) rinvenuti all’interno nel corso di alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni eseguiti negli anni ’80. La costruzione di un edificio difensivo sui resti del teatro romano avvenne, molto probabilmente, ad opera dei Longobardi come testimonia un documento dell’anno 826 d.C. “…In quest’anno Acerra appartenne di bel nuovo ai Longobardi, i quali vi avevano edificato un Castello”.

Il Castello fu distrutto poco dopo dagli stessi longobardi, fino a farne perdere qualsiasi traccia per diversi secoli. Le prime notizie, infatti, arrivano solo nel XII secolo, quando Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, spedisce dal castello di Acerra un decreto all’arcivescovo Cesario di Salerno.

 

Nel XV secolo viene ristrutturato e, poco dopo, durante il conflitto tra la contea di Acerra e il Regno di Napoli, il castello viene danneggiato. Un documento del 1481 ci descrive il Castello che risultava essere già allora molto simile a come appare oggi, probabilmente restaurato dal Conte Origlia poco prima del 1412 e successivamente all’assalto di Alfonso D’aragona.

Bisogna aspettare, poi, il XVIII secolo per un ulteriore abbellimento della struttura. Nello specifico, fu in occasione del matrimonio di Maria Giuseppa de Cardenas, ultima contessa di Acerra, ed il generale Francesco Pignatelli che si procedette alla ristrutturazione del pavimento (decorato con gli stemmi delle famiglie). Nello stesso periodo venne realizzato il ponte fisso (che sostituì quello mobile) poggiato su due archi in murature, le sale ad est e ad ovest, e il relativo ingresso coperto prima dell’androne.

Nel 1806, in seguito all’abolizione della feudalità, il castello divenne proprietà privata dei Cardenas, diventando così abitazione e mantenendo questo stato fino al 1920, quando il Castello venne acquistato dal Comune che lo utilizzò come sede amministrativa fino ai primi anni ’90.

Alla struttura, parzialmente circondata dall’antico fossato, vi si accede tramite un ponte fisso a due piloni, realizzato alla fine del ‘700; subito dopo vi è la porta di ingresso, l’unico varco nella murazione che circonda l’edificio.

L’ingresso, coperto da volte a botte (che presentano ancora tracce di affresco), permette l’accesso ad un primo spazio aperto: sul lato destro c’è una scala che porta al camminamento sulle mura; a sinistra una sala con due pilastri centrali, coperta da volte a vela.

A destra dell’androne domina un’imponente torre semicircolare che si configura come il mastio del complesso: in alto si possono notare le feritoie dalle quali si calavano le sentinelle in caso di attacco.
Da qui si accede alla scala che porta ai piani superiori: al secondo piano, in particolare, si trova il salone utilizzato come Sala Consiliare, in cui è esposto uno stemma che era precedentemente affisso sul portale d’ingresso.

 

Dall’androne si accede anche al cortile interno, delimitato a nord da un muro a forma semicircolare. Tale particolare trova spiegazione dal fatto che il Castello fu costruito sui resti di un antico teatro romano del I secolo, di cui è ancora visibile parte della scena nei sotterranei dell’ala est.
L’affascinante scoperta, svoltasi sotto l’egida della dottoressa Giampaola nel 1982, ha portato alla luce numerosi reperti ed elementi che decoravano la scena.

Tuttavia gli scavi non hanno riportato in luce la cavea e l’orchestra che dovrebbero svilupparsi, con buona probabilità, sotto il cortile e il giardino. Di recente, i soci dell’Archeoclub si sono prodigati nella ripulitura da materiali cartacei ed altro della zona archeologica, rendendo quindi possibile la visita agli scavi.

Oggi esso ospita importanti istituzioni culturali quali la Biblioteca Comunale, la Civica Scuola di Musica ed il Museo Civico articolato in tre sezioni: Archeologica, del Folklore e della Civiltà Contadina, della Maschera di Pulcinella.
Secondo la tradizione, riportata da un testo del ‘500, e un famoso dipinto attribuito a Ludovico Carracci, la città ha dato i natali alla maschera di Pulcinella, motivo per il quale all’interno del castello è stato inaugurato nel 1993 il monumento a Pulcinella e il museo a lui dedicato.

 

San Michele Arcangelo al Monte Faito

Il santuario di San Michele Arcangelo a Faito è un santuario rupestre ubicato a Vico Equense, in provincia di Napoli, appunto sul Monte Faito.

Sicuramente tra le più belle chiese della costiera, dal santuario si gode di uno spettacolare panorama che parte da Capri ed arriva fino a Napoli ed oltre, scorgendo in lontananza anche la provincia di Caserta.

 

 

Le origini del santuario sono antichissime: si dice sia stato costruito nei pressi del luogo dove, verso la fine del VI secolo, si raccolsero in meditazione e preghiera i Santi Catello e Antonino.

E infatti la nascita di questo luogo di culto è legata proprio alle figure di questi due Santi: Sant’Antonino, scappato dall’abbazia di Montecassino a seguito del saccheggio da parte dei longobardi, verso la fine del VI secolo arrivò a Stabia, dove il vescovo del tempo Catello gli affidò la diocesi, per ritirarsi alla vita contemplativa sul monte Faito.

Poco dopo, lo raggiunse lì anche Antonino, sia per desiderio di meditazione e per dedicarsi alla vita contemplativa, sia per avvicinarsi a buona parte della popolazione della zona, che, a causa delle incursioni longobarde, aveva deciso di rifugiarsi sulle pendici della montagna.

Una notte, San Michele arcangelo apparve in sogno ai due Santi, ordinando loro la costruzione di una cappella in suo onore che fu costruita in pochissimo tempo, sulla cima più alta dei monti Lattari, ossia Monte Sant’Angelo.

Grazie anche all’aiuto del Pontefice, la chiesa fu migliorata, divenendo meta di numerosi pellegrinaggi e ricevendo nel 1392 il titolo di abbazia.

 

 

Sicuramente contribuì ad aumentare la fama e la notorietà del luogo il miracolo della sudorazione della manna dalla statua di San Michele, presentatosi per la prima volta nel 1558: la storia racconta che, durante l’invasione dei turchi a Sorrento, nel 1558, un gruppo di fuggitivi, riusciti a scampare al saccheggio e alla prigionia, si rifugiò sul Monte Faito per chiedere l’aiuto del santo, il quale fece sgorgare dalla statua gocce di sudore ed il giorno dopo la città fu liberata dagli invasori.

L’evento miracoloso si ripeté spesso negli anni successivi, rendendo questo luogo di culto vera e propria meta di pellegrinaggio per fedeli e devoti.

Ma gli eventi miracolosi non si conclusero qui.

Più in là negli anni, in occasione della festività di San Catello, il 19 Gennaio, il sacerdote Giuseppe Cerchia si recò in visita presso l’abbazia trovando davanti a sé un sorprendente spettacolo: il prato intorno alla chiesa era ricoperto di tulipani, fiore inconsueto sia per l’altezza che per la stagione. I fiori furono raccolti e mostrati alla popolazione, visti come segno divino della presenza del Santo.

Con il passar degli anni il santuario fu distrutto e ricostruito più volte, sia a causa di eventi naturali che a causa di saccheggi da parte dei briganti, finché vi cessò ogni forma di pellegrinaggio e cadde in rovina: la statua di San Michele, pesantemente vandalizzata e deturpata, fu recuperata e portata nella cattedrale di Castellammare di Stabia, dov’è custodita ancora oggi.

Bisognerà aspettare il XX secolo per vedere nuovamente avviati i lavori di costruzione del nuovo santuario, anche se in un luogo diverso da quello dov’era ubicata la vecchia abazia. La nuova chiesa fu consacrata il 24 settembre 1950, dopo una lunga interruzione dovuta allo scoppio della seconda guerra mondiale: tutti i mattoni che servirono per la costruzione furono portati dai devoti a piedi come dono a San Michele.

 

 

Oggi il santuario rappresenta ancora un fondamentale luogo d’incontro per la popolazione del posto, tant’è che vi si recano a piedi in pellegrinaggio: la salita richiede due ore tra andata e ritorno, non presenta particolari difficoltà se non alcuni tratti di terreno ripido e roccioso.

Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

 

 

Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

 

Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

 

La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

 

Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

 

Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

Top 5 Agro Nocerino – Sarnese

I 5 prodotti tipici dell’Agro Nocerino – Sarnese

L’agro Nocerino – Sarnese, anche conosciuto come Valle del Sarno, è un’area della Campania situata nella piana del fiume Sarno, a metà strada tra Napoli e Salerno. I comuni che lo compongono ricadono in maggioranza nella provincia salernitana e solo due nella provincia di Napoli.

La zona, che rappresenta uno dei polmoni dell’agricoltura campana, comprende i comuni di Angri, Castel San Giorgio, Corbara, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, San Marzano sul Sarno, San Valentino Torio, Sant’Egidio del Monte Albino, Sarno, Scafati e Siano.

In quest’area si coltivano numerosissimi prodotti tipici certificati, come il carciofo pignatella, la patata novella campana e la percoca gialla di siano ma oggi vi vogliamo parlare dei 5 che, a nostro avviso, rendono questo territorio davvero ricco.

 

Pomodoro San Marzano D.O.P.

Iniziamo questa top 5 con uno dei prodotti immancabili sulle tavole e nei territori dell’agro: il pomodoro San Marzano D.O.P.
Il pomodoro San Marzano è una varietà di pomodoro riconosciuta come prodotto ortofrutticolo italiano a Denominazione di Origine Protetta a partire dal 1996 ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1236/96.

Il nome proviene dalla città di San Marzano sul Sarno. Secondo le teorie più diffuse, infatti, il primo seme di pomodoro arrivò in Campania nel 1770 come dono del viceré del Perù al re di Napoli e fu piantato nell’area corrispondente all’attuale comune di San Marzano sul Sarno.
In questo territorio il pomodoro trovò una serie di fattori che gli consentirono di attecchire bene, come il clima mediterraneo, il suolo vulcanico ed estremamente fertile.

Questo prodotto si presenta come una bacca di forma cilindrica allungata non uniforme, di colore rosso molto acceso; la polpa è compatta e non contiene molti semi, mentre la buccia è molto sottile e facilmente staccabile.

Esso è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che lo rendono particolarmente adatto non solo per l’utilizzo a crudo ma anche per gli usi dell’industria di trasformazione agroalimentare, nell’ambito della quale viene usato per preparare pelati e conserve alimentari.
Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro San Marzano possiede proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

Il Consorzio del Pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino Sarnese ha proposto nel 2017, con l’aiuto di alcuni deputati, il riconoscimento del pomodoro D.O.P. e dei siti di relativa produzione quali patrimonio culturale nazionale.

Nonostante la produzione principale ricada nella Valle del Sarno, tra i paesi produttori ci sono anche alcuni comuni della provincia di Napoli, come Striano, Poggiomarino e Pompei, e un comune della provincia di Avellino, Montoro.

Cipollotto Nocerino D.O.P.

Altro prodotto D.O.P. dell’Agro Nocerino – Sarnese, riconosciuto nel 2008, è il Cipollotto Nocerino. Di recente è stato costituito anche il relativo Consorzio di Tutela.

La zona di produzione del Cipollotto Nocerino D.O.P. è concentrata in 21 comuni: Angri, Castel San Giorgio, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, Sarno, San Marzano sul Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, San Valentino Torio, Scafati, Siano, in provincia di Salerno. Boscoreale, Castellammare di Stabia, Gragnano, Poggiomarino, Pompei, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Striano e Terzigno nella città metropolitana di Napoli.

Esso viene prodotto nel territorio della Valle del Sarno da circa 2000 anni. Le prime testimonianze riguardano la Pompei antica: cipolle bianche e piccole, pressoché identiche a quelle riferibili al cipollotto Nocerino, sono raffigurate nei dipinti del Larario del Sarno, la cappella dove erano custoditi i Lari gli Dei protettori della Casa. All’interno del dipinto troviamo la raffigurazione del fiume Sarno, mitizzato con sembianze umane, il quale protegge la produzione dei cipollotti che vengono trasportati con una barca sulle sue acque fino alla città di Pompei. Anche a Pompei, infatti, come in Egitto e in Grecia, la cipolla era considerata una identità sacra, grazie ai suoi effetti benefici e curativi.

E’ chiaro che l’Agro Nocerino – Sarnese, per la sua origine vulcanica e l’elevata fertilità, fosse un territorio ideale per la produzione del cipollotto, che viene coltivato e commercializzato tutto l’anno.

Le sue caratteristiche sono la taglia medio – piccola, il bulbo di forma cilindrica, schiacciata ai poli, colore bianco delle tuniche interne ed esterne, colore verde intenso delle foglie, e il sapore dolce, che lo rende particolarmente indicato al consumo fresco. Inoltre, esso ha importantissime proprietà terapeutiche; è diuretico, depurativo, tonificante, ipoglicemizzante, ipotensore.

Per questi motivi il cipollotto è molto richiesto sui mercati nazionali ed internazionali, gustato quasi sempre fresco accanto ad insalate verdi o pomodori, ma anche ingrediente per primi piatti o per insaporire le portate.

Tra le antiche ricette, oggi divenute tipiche regionali, quella della Terrina Lucreziana (Patellam Lucretianam) che Lucrezio Caro citava nel suo De Rerum Natura.

 

Arancia di Pagani

L’arancia di Pagani, chiamata Portualle ‘e Pagani in dialetto, è un tipo di arancia bionda coltivata nell’agro Nocerino-Sarnese e in particolare nei comuni di Pagani e S. Egidio di Monte Albino.

La sua coltivazione risale, con tutta probabilità, alla Cina anche se venne importata in Europa dai portoghesi nel XVI secolo e nel territorio della Valle del Sarno solo nel XIX. Documenti storici, infatti, attestano che in questa zona furono impiantati i primi aranceti specializzati nel 1845 con prevalenza di varietà di arancio biondo comune.

Della sua importazione ad opera dei mercanti portoghesi resta traccia anche nel suo nome in dialetto portualle, la cui etimologia accomuna il dialetto napoletano ad altre lingue, come il turco ed il greco, e dialetti, come il calabrese o il siciliano.

Le motivazioni sono da ricercare nella particolare predisposizione dei terreni, di origine vulcanica o alluvionale, sia nel clima particolarmente favorevole.

Ciò che distingue l’arancia di Pagani dalle altre varietà locali è la sua maturazione nella tarda primavera. Il colore della sua buccia va dall’arancio brillante ad un giallo tendente all’ocra.

La parte commestibile è costituita dal frutto che si consuma fresco oppure trasformato. Viene comunemente usato per fare spremute, marmellate, dolci, gelati, sorbetti, liquori, ecc. La buccia viene spesso tritata e usata come aroma in vari piatti; candita è ottima e viene utilizzata come ingrediente per numerosi dolci tradizionali specialmente del Sud Italia.

L’arancia di Pagani viene, inoltre, utilizzata anche per le sue numerose proprietà benefiche: è ricca di vitamine e sali minerali, è antiossidante ed utile in casi di disturbi intestinali e per il sistema immunitario. Inoltre il contenuto in zuccheri, rispetto ad altri frutti è relativamente basso, quindi può essere consumata con una certa tranquillità anche da persone sofferenti di diabete.

Finocchio di Sarno

Nei terreni dell’agro Nocerino – Sarnese, particolarmente fertili, si coltiva anche un altro prodotto che prende il nome proprio da questo territorio: il finocchio di Sarno.

Questo P.A.T., dalle pregevoli caratteristiche organolettiche, che derivano proprio dalla zona di produzione, è caratterizzato dal grumolo rotondo, di media pezzatura, con guaine molto spesse e carnose, interamente bianche.

E’ una varietà eccellente per quanto riguarda la produttività, la qualità e l’uniformità del prodotto, quasi privo di scarto. Si distingue per la consistenza lenta a montare, molto tollerante e resistente alle basse temperature. La sua semina avviene durante il mese di luglio mentre la raccolta tra novembre e dicembre.

Questo finocchio, di grande qualità, risulta essere molto apprezzato sul mercato, sia per il consumo a crudo che per essere brasato, lessato o gratinato, portando a tavola un contorno sostanzioso e ricco di sapore.

Si distingue dagli altri tipi di finocchio per l’utilizzo dei suoi semi, oltre che per la riproduzione, nel campo della farmacopea e della distilleria, mentre le stesse foglie vengono utilizzate per aromatizzare in cucina.

 

Peperoncini Friarielli Noceresi

L’ultimo prodotto di cui vi parliamo in questa rubrica è il Peperoncino Friariello Nocerese.

È un peperone con frutti di forma corno-conica, con l’estremità schiacciata e plurilobata, si consuma di colore verde (frutto immaturo). Ha una pianta erbacea annuale, con fusto eretto e ramificazioni dicotomiche più o meno numerose; le foglie sono alterne, il colore verde più o meno intenso, lisce e glabre, di forma cordata. I fiori, bianchi, sono solitari e raggruppati. Il frutto è una bacca di dimensioni commerciali variabili tra i 6-12 cm di lunghezza e di larghezza.

Coltivato tra aprile e ottobre, e raccolto a mano, il Peperoncino Friariello Nocerese si distingue per il sapore dolce e l’aroma intenso.

Secondo la tradizione, questo peperone. è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo, in seguito al suo secondo viaggio in America nel 1493. A seguito dell’opera di selezione da parte degli agricoltori furono probabilmente selezionati solo i peperoni privi di piccantezza, da cui deriva l’ecotipo “friariello Nocerese”.

Esso è consumato sia fresco che trasformato ma, generalmente, fritto in padella con olio e aglio.

Il nome di questo P.A.T., tuttavia, può trarre in inganno. In Campania, infatti, il nome friariello (con la “i”) indica le infiorescenze appena sviluppate dalla Cima di Rapa mentre il termine Friarello (senza “i”) indica i peperoni verdi di fiume, famiglia cui appartiene questo prodotto dell’agro Nocerino – Sarnese.

A questo punto i prodotti dell’Agro Nocerino – Sarnese non hanno più segreti per voi. Non vi resta che trovarli e assaggiarli!

 

Natale in Campania: le specialità della tradizione da non perdere

Il Natale è alle porte e il panettone dietro l’angolo… E se vi dicessi che in Campania ci sono oltre 20 specialità natalizie da poter gustare?! Non vi viene voglia di assaggiarle tutte?!

In effetti, la Campania è rinomata in tutto il mondo per i suoi prodotti tipici, e le ricette per la loro preparazione costituiscono un tesoro inestimabile della tradizione locale.

 

Struffoli

Tra le specialità natalizie più conosciute e diffuse nell’intera regione troviamo sicuramente gli struffoli, un dolce antichissimo portato a Napoli dai Greci al momento della fondazione di Partenope. Infatti, l’origine del nome deriva molto probabilmente dal termine greco strongulus che vuol dire “arrotondato”, palese richiamo alla loro forma.

Secondo l’antichissima ricetta, gli INGREDIENTI sono:

  • farina
  • uova
  • burro
  • latte
  • limone grattugiato
  • sale
  • vaniglia o vanillina

PROCEDIMENTO:

L’impasto viene lavorato a lungo per poi essere tagliato in pezzetti piccoli che vengono modellati a forma di palline che vanno fritte in olio e poi miscelate al miele e, infine, guarnite con pezzetti di frutta candita e confetti colorati. Che bontà!

 

Roccocò

Un altro dolce della tradizione, immancabile sulle tavole delle famiglie campane nel periodo natalizio, è sicuramente il roccocò.

In questo caso, l’etimologia della parola roccocò rimanda a “roccia artificiale” e si riferisce alla sua particolare consistenza. Si tratta, infatti, di un biscotto secco e molto duro, dall’aspetto quasi marmoreo, di forma circolare, prodotto in tutta la regione.

La ricetta originale prevede i seguenti INGREDIENTI:

  • farina
  • zucchero
  • mandorle (tritate e intere)
  • pepe bianco
  • chiodi di garofano
  • scorze di agrumi canditi
  • buccia grattuggiata di arancio
  • estratto di cannella
  • una goccia di ammoniaca

PROCEDIMENTO:

Per ottenere il roccocò tradizionale, la pasta va lavorata su un piano ampio su cui va disposta la farina “a fontana” al cui centro vanno aggiunti tutti gli ingredienti e, infine, le mandorle precedentemente tostate e tritate, insieme alle altre lasciate intere. La base va lavorata a lungo, aggiungendo continuamente acqua fino ad ottenere una consistenza abbastanza dura da non attaccarsi al piano di lavoro. La pasta ottenuta va divisa in piccoli pezzi che vanno chiusi a ciambella, spennellati con l’uovo e infornati per circa 10 minuti fino a che non raggiungono la tipica colorazione bruna.

 

Mustaccioli

In Campania non è Natale senza i mustaccioli! Questi dolci di antichissima tradizione, citati in numerose opere letterarie e teatrali campane, hanno una forma romboidale e, secondo alcuni, il loro nome deriva proprio dalla loro somiglianza ai “mustacchi”, i baffi folti e lunghi che portavano i nobili in passato. Secondo altre fonti, invece, il termine deriverebbe dalla parola “mosto”, un ingrediente usato nelle antiche ricette contadine per addolcire questi biscotti.

I mustaccioli possono avere diversa consistenza, a seconda delle varianti locali, e la ricetta originale prevede i seguenti INGREDIENTI:

  • miele
  • farina
  • acqua
  • lievito
  • cacao
  • miscela di spezie (cannella, chiodi di garofano, noce moscata, cardamomo)

PROCEDIMENTO:

Per ottenere degli ottimi mustaccioli, dopo la lavorazione degli ingredienti, la pasta va lasciata riposare e poi cotta in forno. Alla fine, i dolci vengono ricoperti di glassa al cioccolato o, nelle varianti nate negli ultimi anni, di glassa al cioccolato bianco o una glassa di zucchero e canditi.

Questi sono solo alcuni dei prodotti della tradizione campana che si possono acquistare in tutti i laboratori artigianali durante il periodo natalizio.

Infatti, in pochi sanno che oltre a queste bontà, esistono molte altre prelibatezze preparate appositamente durante le feste natalizie che costituiscono piatti della tradizione di tutta la regione, come:

  • Calzoncelli
  • Susamielli
  • Divino amore

Altri sono prodotti solo in alcune province, ad esempio:

  • Castagna infornata – Avellino
  • Panesillo di Ponte – Benevento
  • Pizza figliata – Caserta
  • Cartellate con mosto – Napoli
  • Pasticella di Acerno – Salerno

 

Se siete curiosi e desiderate gustare queste e molte altre specialità, non vi resta che fare un salto in Campania per Natale!
Sarete accolti calorosamente e di sicuro non andrete via a stomaco vuoto!

Inviateci ricette, foto o, ancor meglio, qualche dolcino natalizio.

Buone feste dal team di Hetor!

I migliori 5 mercatini in Campania – Natale 2017

La Campania gode di un clima mite e raramente si può osservare il tipico paesaggio innevato caratteristico invernale. Ma ciò non toglie nulla al magico clima natalizio che si diffonde ovunque in questo periodo!
In questo articolo vi consigliamo 5 stupendi mercatini di Natale, a nostro parere tra i migliori della regione.

 

Avellino

Iniziamo dalla provincia di Avellino: l’appuntamento è per l’8 dicembre a Caposele per la tradizionale accensione delle luminarie dell’abete, posizionato nel centro storico del borgo, alto ben 33 metri!

Durante l’evento si terrà anche l’inaugurazione dei mercatini di Natale: visitate le tante bancarelle ricche di prodotti artigianali esclusivi, accompagnati da suggestive armonie di musiche e luci. I mercatini saranno aperti alle ore 16.00 dell’8 dicembre e proseguiranno fino a domenica 10.

Inoltre, tantissimi saranno gli stand di enogastronomia locale: si potranno degustare le Matasse di Caposele, una tipica pasta fatta in casa, prodotta quasi esclusivamente in maniera artigianale, servita con un soffritto di ceci, aglio e peperoni essiccati, lievemente piccante; gli amaretti, biscotti dal sapore caratteristico di nocciole tostate, completamente diverso dall’amaretto commerciale; la Mnestra e pizza, r patan sfruculat, la polenta, la carn cu r paparol, i prodotti del forno, tartufi, formaggi ed insaccati, le castagne, l’olio novello, i vini del territorio ed altre specialità ed eccellenze legate alla tradizione irpina.

Vale la pena conservare un po’ di tempo per un passaggio al Castello longobardo di Caposele: innalzato a difesa del territorio circostante, risalirebbe all’anno 1000, di questo sito oggi restano solo alcuni ruderi.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/284553815378695

 

 

Benevento

Si rinnova, come ogni anno, l’appuntamento con “Cadeaux al Castello”, l’evento natalizio più conosciuto della Campania, arrivato all’ottava edizione.

Il Castello di Limatola, in provincia di Benevento, di epoca normanna, sovrasta l’antico borgo medioevale. Dopo decenni di abbandono l’edificio è stato restaurato nel 2010 ed ospita un albergo e ristorante; oggi il castello è di proprietà della famiglia Sgueglia, che ormai da anni si impegna con successo nell’organizzare uno dei più bei mercatini di Natale della Campania.

I mercatini sono visitabili fino al 10 dicembre con orario continuato, tutti i giorni, dalle 10.00 alle 23.00.

Tra le attrazioni presenti: esibizioni di strada, combattimenti in armatura e rievocazioni di antichi mestieri. Teatrini di marionette, il bosco incantato e soprattutto la Casa di Babbo Natale, per accontentare anche i più piccoli.

Ambienti inondati dalle luci delle luminarie e da musica di ogni genere, dal gospel alla zampogna fino alla melodia natalizia.

Non mancheranno i numerosi stand di ristoro e di gastronomia, con le eccellenze del territorio.

Per saperne di più: www.mercatinodinatale-castellodilimatola.it

 

 

Caserta

Quest’anno la magia del Natale si fermerà anche nel Palazzo Ducale di Parete in provincia di Caserta. Di epoca angioina, il castello, purtroppo poco noto, occupa una vasta area di circa 1056 mq.

Ogni fine settimana fino al 6 gennaio 2018, al suo interno e nell’annesso borgo, si potranno visitare i mercatini di Natale, dalle ore 17.30 alle 22.00, organizzati dalla Pro Loco Parete, con il patrocinio del comune di Parete.

Oltre ai mercatini natalizi, ci saranno tanti eventi legati alla cultura, alla musica, alle festività di Natale e alla promozione gastronomica delle bontà culinarie del territorio: in particolare sarà possibile passeggiare tra gli stand di enogastronomia, con prodotti tipici della tradizione locale.

Accompagna il tutto l’ormai famoso Presepe Vivente che, giunto alla sua ottava edizione, si terrà nei giorni 21 e 26 dicembre 2017.

Da non perdere anche la rappresentazione della Natività realizzata con sculture di sabbia, un’attrazione unica nel suo genere che si terrà dall’8 dicembre al 6 gennaio.

Per i più piccoli, inoltre, sarà possibile visitare la splendida casa di Babbo Natale.

Per saperne di più: www.prolocoparete.it

 

 

Napoli

Anche quest’anno il Castello Mediceo di Ottaviano, alle falde del Vesuvio, in provincia di Napoli, ospiterà i “Mercatini di Natale”.

Il Castello di Ottaviano, risalente circa all’anno 1000, situato nella parte alta del paese, fu posto a difesa del borgo; successivamente fu trasformato in residenza signorile da Bernardetto de’ Medici e dalla moglie Giulia de’ Medici.

Organizzati dalla Pro Loco Ottaviano, i mercatini saranno visitabili dal 2 al 17 Dicembre 2017, tutti i giorni, con orari feriali dalle 18.00 alle 23.00 e festivi dalle 10.00 alle 23.00.

L’evento ha registrato oltre 60 mila presenze l’anno scorso e si è imposto a livello nazionale con la conquista del Premio “Italive 2015″ nella categoria “Mercatini di Natale”, come miglior mercatino d’Italia.

Per l’edizione 2017 dei Mercatini al Castello di Ottaviano c’è un’importante novità: un gemellaggio con la città di Bolzano, nato dopo il conseguimento del premo Italive2015, quando la manifestazione ottavianese è diventata nota a livello nazionale.

La voglia di farsi conoscere in tutta Italia ha spinto l’amministrazione di Ottaviano a creare la collaborazione con i mercatini di Bolzano, considerati i mercatini per antonomasia; lo scopo era quello di realizzare un comune disegno culturale e commerciale improntato ai valori della territorialità, della preservazione degli antichi mestieri e dei prodotti a chilometro zero.

Saranno circa 100 gli espositori presenti al Castello, tra artisti di strada, concerti, cori, rappresentazioni teatrali e spettacoli natalizi che si terranno all’interno delle due aree attrezzate appositamente per gli eventi, mentre l’antica scuderia sarà dedicata interamente agli stand di prodotti enogastronomici.

Inoltre quest’anno i visitatori avranno una bellissima sorpresa: per la prima volta verrà aperto al pubblico il primo piano del palazzo, in parte restaurato, dove potranno ammirare gli antichi saloni e le bellezze nascoste in ogni angolo da scoprire in un percorso più ampio.

Anche quest’anno ci sarà una caratteristica navetta che attraverserà le principali strade del paese, conducendo i visitatori al Castello dove saranno accolti da una suggestiva ambientazione: giochi di luce, luoghi innevati e luminarie artistiche.

Per saperne di più: www.prolocoottaviano.it

 

 

Salerno

Nella splendida cornice del Castello Doria di Angri, in provincia di Salerno, avrà luogo la seconda edizione della manifestazione “Mercatini di Natale Sapori&Piaceri”.

Il castello, di epoca angioina, deve il suo nome ai Doria, famiglia nobile di origini genovesi, che acquisì grandi latifondi nel territorio dell’Agro-Nocerino. Nel 1908 l’amministrazione comunale acquistò il castello per novantamila lire, trasformandolo nella sede del Municipio e carcere mandamentale. Durante la seconda guerra mondiale fu colpito da una ventina di proiettili d’ artiglieria e mortai, mentre il terremoto del 1980 rese il castello inagibile. Dopo quattro anni di restauro, dal 1988, è tornato ad essere la sede del Municipio.

Da giovedì 8 a domenica 10 dicembre, sarà possibile ammirare, presso i vari stand, prodotti dell’artigianato locale, sapientemente realizzati a mano.

Ovviamente non mancheranno espositori di prodotti tipici locali: caldarroste, formaggi e salumi del territorio, ma anche vin brulé, vini locali e tanti dolci tipici campani.

Nel corso dell’evento, le serate saranno allietate da spettacoli itineranti di artisti di strada, gruppi musicali e spettacoli di cabaret.

Inoltre il 10 Dicembre i visitatori potranno assistere ad uno spettacolo a tema Medioevale del Borgo Concilio, con sbandieratori e abiti d’epoca.

Una chicca: all’interno della Sala Affreschi del Castello Doria sarà presente la “Mostra dei Presepi Artistici Napoletani“.

Per saperne di più: www.facebook.com/events/699522653586179

 

Questi sono solo alcuni tra i tanti eventi dedicati al Natale in Campania e senza dubbio tra i più apprezzati negli anni, ma ce ne sono tanti altri.
Valgono davvero una visita!

Alla scoperta di Laviano

Laviano ha origini molto antiche: i suoi inizi si fanno risalire ai Sabini e viene definito l’ultimo villaggio degli Ursentini. Infatti, lo stesso nome Lavianum sarebbe un termine sabino che sta ad indicare il feudo della gens Lavia. Inoltre alcuni ritrovamenti archeologici nell’alta valle del Sele testimoniano la presenza di popolazioni sannitiche già dal V sec. a. C.

La posizione geografica di Laviano, incuneato tra Lucania e Irpinia, è una delle principali ragioni del carattere schivo e taciturno dei suoi abitanti. In effetti, questo piccolo paese ha avuto una propria e marcata identità locale fino all’avvento dell’emigrazione di massa, tra gli anni ’50 e ’60, che portò alla dispersione dei lavianesi nei cinque continenti.

Il terremoto del 23 novembre 1980, che raggiunse un’intensità pari al X grado della scala MSC, spezzò oltre 300 vite umane, inferendo una ferita indelebile e definitiva al paese e alla sua identità. Questa comunità e’ rimasta per anni spaesata e addirittura il paese originario, incastonato fino ad allora lungo il pendio collinare, è stato cancellato e l’assetto morfologico del suo territorio completamente stravolto.

Il nuovo paese, ricostruito in una zona contigua, non ha le stesse caratteristiche dell’antico abitato. Le uniche testimonianze superstiti dell’antico borgo sono rappresentate dal Castello, dalla Chiesa di santa Maria della Libera e da qualche abitazione che sorgeva intorno alla fortificazione.

 

Il Castello, risalente al periodo normanno, per volere del conte Guglielmo venne costruito in posizione strategica in modo da facilitare sia l’osservazione che la difesa, e cioè alla sommità del promontorio, a picco sulla rupe dell’Olivella e sul vallone. Esso era munito di un fossato con un ponte in pietra, nonché di un avamposto verso il nucleo abitato che, fino al sisma del 1980, era incastonato lungo il pendio collinare sottostante.

La fortificazione, infatti, pur avendo subito nel corso dei secoli ampliamenti e ristrutturazioni, aveva conservato, sino a quel momento, l’aspetto prevalentemente difensivo.

Il Castello di Laviano si inserisce nel sistema di fortificazioni normanne e sveve realizzate a partire dal X sec. spesso su preesistenti insediamenti difensivi, lungo l’alta valle del Sele ed in Basilicata a ridosso delle vie di comunicazione con la Puglia.

 

Nonostante i crolli determinati dagli ultimi terremoti e le attuali precarie condizioni statiche, il Castello di Laviano costituisce tuttora una delle testimonianze più significative dell’architettura fortificata presente nell’alto Sele.

 

 

A seguito del terremoto sono stati attuati alcuni interventi di conservazione e restauro del Castello.

Le opere sino ad ora realizzate hanno consentito di rendere leggibile l’impianto generale del complesso monumentale, riproponendone una significativa riconfigurazione e il recupero di alcuni locali che oggi è possibile visitare.

Tuttavia, il restauro è ancora lontano dall’essere completato.

 

L’importanza di Laviano non risiede solamente nella sua storia ma anche nel suo territorio: il paese, insieme ai comuni di Valva e Colliano, è parte integrante della “Riserva Naturale Monte Eremita-Marzano”, un Sito di Importanza Comunitaria, nonché una delle aree naturali protette della Regione Campania.

 

La Riserva naturale Monti Eremita-Marzano è stata istituita nel 1993 e ospita diversi sentieri CAI, monumenti e luoghi di interesse, tra cui il Ponte Tibetano, sospeso a quasi 80 metri di altezza, inaugurato nel 2015.

Il ponte collega ad una fitta rete di sentieri naturalistici e panorami mozzafiato e si trova nei pressi del Castello. Le gole sovrastate dal ponte, conosciute con il nome di “laguna blu della valle del Sele”, si prestano benissimo ad avventurosi itinerari in canoa, da intraprendere in compagnia di guide esperte.

 

Ponte Tibetano, situato nella Riserva naturale Monti Eremita-Marzano

Il ponte tibetano costituisce un elemento importante grazie al quale è possibile attrarre sempre maggiori turisti e far conoscere le bellezze di questi territori. Esso può essere quasi considerato come un ponte della memoria, che riconduce ad un luogo simbolico e ricco di storia: un castello in rinascita, a difesa del passato e dell’identità della comunità di Laviano.

In occasione dell’anniversario del terremoto del 23 novembre 1980, un pensiero va alle vittime di questa tragedia che ha colpito il sud Italia, in particolare le regioni della Campania e della Basilicata.

 

 

L’Anfiteatro Laterizio di Nola

Storia dell’anfiteatro romano più antico dell’agro nolano

Una delle storie più importanti della tradizione cattolica riguarda la città di Nola e il suo Santo Patrono, Felice.

Secondo la tradizione agiografica, il vescovo di Nola Felice, per aver fatto professione di fede cristiana, fu condotto nel 95 d.C. all’interno dell’anfiteatro per ordine di Marciano, preside della regione, affinché fosse divorato dalle fiere. Nonostante gli sforzi dei carcerieri il santo fu salvo, in quanto le belve, ammansite dalla sua presenza, si rifiutarono di attaccarlo.

Protagonista della storia, dunque, accanto al Vescovo di Nola, troviamo uno dei monumenti più importanti dell’agro nolano: l’anfiteatro.

L’anfiteatro di Nola si trova nella zona nord – occidentale della città, alle spalle delle mura tardo repubblicane in opera quasi reticolata.

 

Il monumento, conosciuto anche come Anfiteatro Laterizio, risale al I secolo a.C., come testimoniano le prime fonti scritte risalenti al XV secolo. Queste consistono in una serie di pergamene aragonesi che mostrano alcune rappresentazioni iconografiche della struttura.

Di poco successiva a queste è quella di G. Moceto posta a corredo da A. Leone al De Nola, in cui si mostra il monumento ancora visibile fino all’attacco della summa cavea. Già nell’800, invece, non se ne vedevano che pochi resti.

Le strutture presentano varie fasi di costruzione. Sappiamo che l’anfiteatro fu realizzato nel I secolo a.C. ma, grazie alle fonti e agli studi in loco, sappiamo che ebbe almeno due ristrutturazioni: la prima nel corso del I secolo d.C., quando una parte delle strutture fu restaurata in opera reticolata con cubilia di piccolo modulo e allineamento obliquo continuo, e il corridoio principale subì il rifacimento del pavimento e della volta; la seconda avvenne tra il II e il III secolo e riguardò principalmente il rifacimento in lastre di calcare del corridoio posto sull’asse maggiore e la costruzione di un edificio addossato al muro esterno dell’anfiteatro.

Le vicende che hanno, invece, interessato l’anfiteatro nolano dopo il suo abbandono non ci sono note. Non sappiamo, infatti, se le attività cessarono subito dopo l’editto del 404 d.C., con cui Onorio abolì gli spettacoli gladiatorii, oppure se, come accadde per Capua, ci volle un po’ di tempo prima che i giochi venissero definitivamente cancellati. Non sappiamo neanche se, durante le guerre altomedievali l’anfiteatro fu utilizzato come piazzaforte militare.

 

Ciò che sappiamo è che l’anfiteatro fu abbandonato fino ad essere completamente interrato. Nel V secolo fu utilizzato per lo scarico di rifiuti e come cava di materiale da costruzione, asportando quasi tutte le gradinate e gran parte della decorazione di marmo, lasciandovi la decorazione del parapetto. E’ probabile che l’eruzione e la successiva alluvione che invasero l’anfiteatro abbiano sorpreso i Nolani intenti ancora all’opera di spoliazione del resti dell’edificio, prima che avessero il tempo di portare via le lastre di marmo. Infatti, sono stati rinvenuti anche sei pilastrini di calcare che, si suppone, fossero addossati alla struttura poiché il retro non era rifinito.

L’opera di spoliazione proseguì anche in età medievale, quando furono scavate numerose fosse per recuperare elementi dell’edificio da riutilizzare, fino al crollo della volta che determinò l’abbandono totale dell’ambiente.

 

Solo alla fine del ‘900, tra il 1985 e il 1993, sono state intraprese alcune campagne di scavo che hanno portato alla luce tre dei corridoi di accesso al monumento e alcuni elementi delle murature del circuito esterno, recanti ancora il rivestimento di intonaco. Altri scavi furono poi effettuati nel 1997, facendo riscoprire circa ¼ dell’intera struttura dell’edificio.

Sullo scheletro dell’anfiteatro scoperto furono creati con terreno di riporto dei terrapieni, sui cui poggiavano le gradinate della cavea. Del circuito esterno furono poi scavati due fornici completamente e due parzialmente, mentre della cavea è stato indagato solo il primo setto a nord del corridoio centrale.

Grazie a queste azioni di scavo, oggi sappiamo che l’Anfiteatro Laterizio aveva dimensione di 138 metri sull’asse maggiore e 108 metri sull’asse maggiore e che poteva ospitare circa 20.000 spettatori.

Tuttavia, molto altro si potrebbe scoprire dell’edificio, con azioni di scavo mirate. Per questo motivo qualche tempo fa, è partita una azione di Crowdfunding sul sito buonacausa.org, ad opera di Archeoclub Italia APS, al fine di ridare vita all’Anfiteatro.

La valorizzazione ed il recupero del monumento, uno dei pochi edifici romani ancora abbastanza integro di Nola, consentirà di fissare un altro punto di riferimento per un itinerario turistico – culturale della parte nord – orientale della provincia di Napoli, e contribuirà al recupero sociale e culturale di tale area.

 

Top 5 Liquori della Campania

La Campania conta una ricca varietà di liquori che ormai sono entrati a far parte della tradizione enogastronomica della regione.

In questo articolo stileremo un elenco dei più apprezzati e conosciuti.

 

 

Nocillo

La storia del nocillo, o nocino, è legata a racconti suggestivi, dall’alone misterioso.

Una delle tradizioni racconta che il 24 Giugno, in occasione della notte di San Giovanni, le donne con lunghe scale e piccoli panieri di vimini scomparivano nel buio della campagna, per poi riunirsi sotto il noce e la più esperta, a piedi nudi, saliva sulla scala, sceglieva le noci più adatte e più integre e le riponeva delicatamente nel paniere. Una volta raccolte si lasciavano tutta la notte ad assorbire la fresca rugiada e poi si iniziavano a lavorare.

Si parla anche di nocino di streghe perché nella notte del 24 Giugno le streghe di Benevento si riunivano a convegno sotto un noce per compiere i loro riti, in occasione del solstizio d’estate che per il calendario precedente a quello Gregoriano non cadeva il 21 giugno, ma il 24.

Un’altra leggenda trasmessa per lo più oralmente ci dice che per ottenere un ottimo nocillo le noci verdi, non ancora mature, dovevano essere rubate da una ragazza illibata, a piedi nudi la notte di San Giovanni.

Probabilmente anche a causa delle leggende che si è portato dietro nel tempo, l’albero del noce è sempre stato trattato con diffidenza e piantato lontano dagli alberi da frutto.

In realtà questo è il periodo migliore per avere a disposizione noci dal gusto intenso, non ancora mature e quindi ricche di oli essenziali: gli erboristi definiscono infatti questo periodo come “tempo balsamico” in cui la noce si trova nel suo momento migliore con i profumi derivanti dalla maggior presenza di linfa, oli e vitamine.

Dalla preparazione nel mese di Giugno dovranno poi passare 40 giorni prima che il nocillo sia pronto, ma la pazienza verrà ripagata con un ottimo liquore tanto apprezzato nel periodo invernale.

Leggende e tradizioni a parte, questo elisir è entrato nella tradizione culturale e gastronomica della nostra regione ed in particolare nei paesi vesuviani e nella Penisola Sorrentina.

La ricetta viene tramandata di generazione in generazione e, sebbene oggi venga prodotto da alcune distillerie presenti in tutta la Campania, il nocillo resta prevalentemente un liquore a produzione familiare.

Gli ingredienti base sono l’alcool e le noci che, una volta lavate e tagliate in quattro parti vengono messe a macerare insieme ad un nutrito gruppo di spezie, tra cui cannella, chiodi di garofano, noce moscata, limoncino verde piccolo, china e caffè.

Il nocillo è un ottimo digestivo usato dopo i pasti: nei quartieri più antichi di Napoli c’è ancora chi continua a riferirsi a questo liquore definendolo “merecina”, una medicina utilizzata come rimedio per la pesantezza di stomaco.

 

Liquore di finocchietto

Il liquore di finocchietto selvatico viene prodotto nella provincia di Salerno e in tutte le aree interne della regione ed è uno dei liquori più tradizionali tra quelli che si preparano in maniera casalinga in Campania.  Oltre ad essere prodotto per uso domestico, è stato commercializzato con successo da alcuni laboratori artigianali locali.

Cosa occorre per fare il finocchietto in casa?

La ricetta originale prevede l’uso in parti uguali di alcol e acqua: possono utilizzarsi sia ciuffi di finocchietto selvatico freschi sia i semi e zucchero da aggiungere a seconda delle quantità di alcool e acqua che si useranno.

La macerazione, per preparare liquori digestivi fatti in casa, rimane la tecnica più tradizionale e anche la più facile da gestire e viene fatta in contenitori di vetro dalla chiusura ermetica o in contenitori di acciaio che danno la possibilità di chiudersi.

L’infuso, dopo essere stato preparato, deve rimanere un mese imbottigliato per rispettare i tempi di macerazione. Una volta pronto, il liquore al finocchietto selvatico si può conservare per lunghi periodi, addirittura per un intero anno.

Ottimo digestivo da bere molto freddo alla fine di un pasto importante: il finocchio è infatti popolare per le sue proprietà digestive, aiutando ad assimilare i grassi grazie all’azione che i suoi principi attivi esercitano sulla bile.

Dopo un lungo pasto, un bicchierino di liquore di finocchietto può aiutare a digerire meglio!

 

 

Liquore Nanassino

Il nanassino è preparato esclusivamente per uso familiare in provincia di Salerno, prevalentemente nelle zone litorali, nella Costiera Amalfitana e nel Cilento, zona dove c’è abbondanza di coltivazioni spontanee di fichi d’india, frutto dal quale viene prodotto il liquore.

La preparazione del nanassino è legata alla tradizione casalinga: il liquore era prodotto in piccole quantità dalle famiglie benestanti che lo offrivano in occasioni particolari e nelle festività.

Oggi per realizzarlo si segue l’antica ricetta, che prevede l’infusione delle bucce di una decina di fichi maturi, per circa 10 – 15 giorni in alcool a 95 gradi. L’infuso veniva poi filtrato e diluito con dello sciroppo preparato con acqua e zucchero di canna.

Si impiegano i frutti migliori del fico d’india, raccolti maturi tra la fine agosto e l’inizio di settembre.

 

Liquore di mandarino dei Campi Flegrei

Il mandarino è originario della Cina meridionale: nel 1816 fu piantato a Napoli nel Real Orto Botanico e nel Parco di Capodimonte ed in breve si diffuse con successo in tutto il meridione.

Nell’area dei Campi Flegrei, che comprende i comuni di Napoli, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Isole di Procida ed Ischia, l’ambiente ed i terreni vulcanici conferiscono ai frutti caratteristiche organolettiche peculiari. Infatti, tra i prodotti più coltivati in questa zona, spicca il mandarino dei Campi Flegrei: il suo raccolto costituisce una fondamentale componente, assieme a vino ed olio, del reddito agricolo della zona.

Viene utilizzato allo stato fresco ma anche per la realizzazione di marmellate, confetture e di rosoli.

In particolare molto apprezzato è il liquore ottenuto dalla macerazione delle bucce di mandarino, private della parte bianca amara, con aggiunta di sciroppo di zucchero.

Alla vista si presenta limpido, con una colorazione tipica giallo – arancio, ed intenso profumo di mandarino.

La regione Campania ha inserito da poco il Mandarino dei Campi Flegrei ed il liquore di Mandarino dei Campi Flegrei, nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania (P.A.T.) con decreto del 17 giugno 2015.

Ad esso è stata dedicata la “Festa del Mandarino dei Campi Flegrei”, con manifestazioni ed eventi organizzati per rivalutare questo agrume un tempo diffuso largamente sul territorio dei Campi Flegrei, che si tiene tra Dicembre e Gennaio, quando i frutti giungono a completa maturazione.

 

 

Liquore al tartufo Nero

Il tartufo era già presente nell’alimentazione dei Sumeri, dei Romani e degli Etruschi.

La leggenda narrava che il tartufo fosse nato da un fulmine scagliato da Giove sotto una quercia, attribuendogli così proprietà afrodisiache.

La patria campana del tartufo è senza dubbio Bagnoli Irpino, dove nel 2008 è stata creata l’associazione dei tartufai dei Monti Picentini per salvaguardare e proteggere questo fungo.

Il tartufo prodotto a Bagnoli è il “Tuber Meserenticum”, meglio conosciuto come “tartufo nero ordinario di Bagnoli”. In Campania se ne producono tra i 1000 ed i 1500 quintali l’anno.

Il suo uso principale è quello di spezia grattata su molteplici pietanze, ma è utilizzato anche per la produzione di liquori ed altri distillati, come il prelibato liquore al tartufo nero.

Il liquore ‘r tartufu è nato appunto a Bagnoli Irpino circa trenta anni fa, ed è un prodotto tipico dell’area tartuficola dell’Alta Valle del fiume Calore, in provincia di Avellino.

Il rosolio viene preparato lasciando macerare i tartufi neri in alcool puro a 90 gradi per circa un mese e aggiungendovi, in seguito, uno sciroppo fatto da acqua e zucchero. Il liquore al tartufo ha un sapore molto forte ed aromatico ed ha una gradazione di 38-40 gradi.

Una menzione speciale va al Limoncello, in tutte le sue varianti, sicuramente il liquore più famoso prodotto nella nostra regione di cui abbiamo già ampiamente discusso nell’articolo sulle bellezze della Costiera Amalfitana.

 

 

Provateli tutti e inviateci i vostri feedback!

I più intraprendenti potrebbero anche cimentarsi nelle ricette originali…e magari inviatene un assaggio al team di Hetor, che vi ringrazierà pubblicamente! 😉