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Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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Il Castello del Parco di Nocera Inferiore

Uno scrigno da scoprire

Il Castello del Parco è un luogo ricco di fascino dove moderno è antico si fondono divenendo tutt’uno con la vegetazione variegata e lussureggiante. Rappresenta il simbolo della rinascita medievale dell’antica Nuceria ed ha ospitato principi, regine e gran maniscalchi, subendo per ben due volte l’assedio di re Ruggiero II. Il Castello del Parco è attestato per la prima volta nel 984 così come tramandato da una pergamena del Codice Diplomatico Cavese. La fortezza, ubicata sulla sommità di una dolce collina (160 m slm ca.), sovrasta con il suo imponente mastio l’attuale abitato di Nocera Inferiore.  Alla base del torrione vi è un affresco medievale di pregevole fattura che raffigura i santi apostoli Andrea, Giovanni e Pietro. Questo ciclo pittorico è paragonabile a soggetti presenti nel registro inferiore del “Giudizio universale” della controfacciata della chiesa di Sant’Angelo in Formis (Caserta). Ciò consente di poterli datare agli ultimi decenni dell’XI secolo.

Il contesto territoriale

Nel territorio a sud del sistema Somma-Vesuvio diversi castelli proteggevano il versante salernitano della pianura a testimonianza della lunga continuità di vita degli insediamenti e della alta redditività dei terreni coltivati. Il castello di Nocera, pertanto, si trova in un’area piena di costruzioni castrensi. Dalla sommità del mastio è possibile osservare l’eremo di S. Maria a Castello (Castel S. Giorgio, VIII sec.) e i castelli  di S. Giorgio (XIII sec.),  Roccapiemonte (XI sec.), Cava de’ Tirreni (XI sec.), Sarno (VIII sec.) e Lettere (X sec).

 

Il rinnovato periodo di splendore tra i de’ Guidobaldi e i Fienga

Con gli ultimi due proprietari, il barone Francesco de’ Guidobaldi e Annibale Fienga, il castello, ormai allo stato di rudere, cominciò a prendere nuova forma con importanti interventi edilizi visibili anche  nell’attuale assetto architettonico. Le due famiglie ospitarono nel rinnovato palazzo, una raccolta di antichità divenuta sempre più ricca nel corso degli anni. Francesco Fienga continuò a raccogliere reperti tant’è che dedicò un’intera ala del palazzo per questa necessità. Negli anni Sessanta, infatti, si poteva arrivare al Parco per ammirare la collezione che era inserita nella prestigiosa guida rossa del Touring Club. Nel 1971 il comune di Nocera Inferiore acquistò la struttura all’asta fallimentare. A consentire che ciò avvenisse fu il sindaco dell’epoca Arcadio Siciliano. Solo a partire dalla fine degli anni ’90, però, si è avviata un’opera di recupero della struttura favorendone la promozione attraverso kermesse teatrali e musicali (su tutte la nota “Jazz in Parco”). Nel frattempo la collezione Fienga, in attesa di essere ricoloccata presso il castello, è ospitata nei depositi del Museo archeologico di Paestum

Lo stato attuale

Attualmente le fabbriche medievali del castello di Nocera Inferiore necessiterebbero di un’attenta e  progressiva opera di  restauro e messa in sicurezza. Il vento, le piogge e la vegetazione hanno contribuito a deteriorare le vecchie mura che nonostante tutto sopportano in maniera tenace l’incuria del tempo.  Il visitatore più intraprendente potrà incamminarsi per i sentieri suggestivi che si intersecano lungo i fianchi della collina fino alla sommità. Un passeggiata che potrà riservare molte sorprese. Un esempio? La cappella di S. Margherita (XII secolo), posta in mezzo alla vegetazione a mezza costa sul versante meridionale del colle. Si tratta di una piccola chiesa che conserva ancora, posta nel catino absidale, l’immagine sbiadita di un «Cristo Pantocratore».

 

 

Itinerari Gastronomici in Campania: i prodotti I.G.P.

9 Prodotti I.G.P. che rendono la Campania famosa in tutto il mondo

Il mondo dei prodotti tipici campani è molto più vasto di quanto immaginiamo, e non si limita solo ai prodotti come la pizza e la mozzarella di bufala, a cui spesso lo riduciamo. La Campania, infatti, può vantare una delle tradizioni culinarie più antiche, oltre che ricche, dell’interno panorama gastronomico mondiale e, con i suoi quasi 500 prodotti tipici detiene il primato in Italia insieme alla regione Toscana.

Il territorio della regione, infatti, abbonda sia di prodotti trasformati che di materie prime agricole di pregio che sono stati suddivisi in 4 denominazioni: P.A.T., S.T.G., D.O.P. e I.G.P..

In questo articolo vogliamo concentrarci su questi ultimi che, insieme ai prodotti D.O.P. e alla pizza, rendono la Campania famosa in tutto il mondo. I prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, infatti, contribuiscono in larga parte a rendere l’Italia uno dei primi Paesi europei con il maggior numero di prodotti D.O.P. e I.G.P..

 

 

La Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) è un marchio di tutela giuridica attribuito dall’Unione Europea solo ai prodotti di pregio, ottenuti in zone fortemente vocate dalle quali prendono il nome e traggono le loro caratteristiche. Per poter utilizzare il marchio I.G.P. è necessario sottoporre il processo produttivo ad una serie di rigorosi controlli che ne certifichino la conformità al Disciplinare di Produzione.

In Campania, i prodotti che hanno ricevuto questa certificazione sono 9: Nocciola di Giffoni, Marrone di Roccadaspide, Castagna di Montella, Carciofo di Paestum, Limone Costa D’Amalfi, Limone di Sorrento, Melannurca Campana, Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, Pasta di Gragnano.

 

 

Nocciola di Giffoni

La produzione di nocciole è uno dei settori italiani di eccellenza e riguarda, in particolare, il Lazio (al primo posto nella produzione italiana), il Piemonte, la Campania e la Sicilia. La Campania si posiziona al secondo posto in questo panorama, con una produzione costituita per il 90% proprio dalla Tonda di Giffoni, definita la Regina Mondiale delle Nocciole.

Grazie alla sua forma perfettamente rotondeggiante, la polpa bianca e consistente, il suo sapore aromatico e la pellicola facilmente staccabile, questa I.G.P. si presta bene alla tostatura ma anche alla calibratura e alla pelatura: è quindi molto richiesta sia per il consumo diretto sia a livello industriale, specialmente nell’industria dolciaria, grazie anche ai suoi valori nutritivi.

La coltivazione di questa nocciola in Campania è molto antica. Numerose testimonianze provengono dalla letteratura latina, già a partire dal III secolo a.C., e da diversi reperti archeologici: sono stati rinvenuti dei resti carbonizzati di questa nocciola che, oggi, sono esposti al Museo Nazionale di Napoli.

La diffusione di questa coltura, partita proprio dalla Campania, è iniziata già nel XVII secolo, quando il suo commercio iniziava ad avere una vera e propria rilevanza economica. Nel ‘900, poi, questo prodotto ha registrato una fortissima espansione colturale, proprio in relazione alla forte richiesta da parte dell’industria dolciaria.

L’area di produzione della Nocciola di Giffoni I.G.P. è concentrata nel salernitano, soprattutto nella valle dell’Irno e nella zona dei Monti Picentini dove sono ubicati i 12 comuni interessati: Acerno, Baronissi, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Fisciano, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte. E’ proprio in queste aree, infatti, che il territorio di origine vulcanica offre le migliori condizioni di fertilità e, in generale, le proprietà qualitative che costituiscono le caratteristiche della Tonda.

Tutte queste caratteristiche non hanno tardato a far conferire alla Nocciola di Giffoni la sua certificazione I.G.P. nel 1997, riconosciuta con Regolamento (CE) n. 2325/97 successivamente modificato con Regolamento (CE) 1257/2006.

Della sua promozione, valorizzazione e tutela, insieme alle attività di vigilanza sul corretto uso della denominazione, se ne occupa il Consorzio di Tutela Nocciola di Giffoni I.G.P., incaricato dal MiPAAF con D.M. n. 10300 del 31/05/2011.

Marrone di Roccadaspide

Sempre della provincia di Salerno è tipico il Marrone di Roccadaspide, il cui nome deriva dall’ecotipo da cui proviene. Esso fa parte del gruppo genetico di castagne presenti nel territorio Campano riferibili alla cultivar madre del “Marrone di Avellino”.

Le caratteristiche distintive del Marrone di Roccadaspide sono rappresentate da una pezzatura media dei frutti, di forma prevalentemente semisferica, dalla buccia sottile di color castano bruno con sfumature rossastre che è facilmente distaccabile. Ha un notevole contenuto zuccherino che lo rende molto gradito per il consumo allo stato fresco ma anche per l’utilizzo nella produzione di marron glacés, marmellate, castagne al rum, puree e deliziosi dolci tipici della tradizione.
Per le sue caratteristiche è tra le poche varietà di castagne campane a potersi definire botanicamente e merceologicamente di tipo “marrone”.

Questo I.G.P. è considerato, insieme alla Castagna di Montella e a quella di Serino, tra le migliori castagne prodotte in Campania; ciò non solo per la qualità intrinseca della varietà, ma anche per il terreno e il clima favorevole che contribuiscono ad esaltare il livello qualitativo del prodotto.

La sua produzione, come per le altre castagne della Campania, è molto antica e risale già all’XII secolo. Ne danno testimonianza i preziosi manoscritti conservati nell’archivio della Badia di Cava che documentano l’esistenza di questi castagneti già nel 1183-84. La diffusione significativa del Marrone di Roccadaspide deve molto anche ai Monaci Basiliani e Benedettini, come confermano alcuni ritrovamenti archeologici a Moio della Civitella e a Gioi Cilento.

Ma la vera svolta della castanicoltura cilentana avvenne quando, a partire dal secolo scorso, le produzioni dell’area, date le loro caratteristiche pregiate e i miglioramenti delle tecniche di coltivazione, si sono progressivamente affermate sui mercati internazionali. Negli anni ’40, poi, fu effettuata una massiccia azione di innesto che estese la zona di produzione di questo pregiato prodotto anche fuori da Roccadaspide.

La zona di produzione di questo prodotto è, oggi, localizzata nella provincia di Salerno ed in particolare nell’areale che comprende gli Alburni, il Calore salernitano e una parte del Cilento, coincidente in larga misura con il territorio del Parco del Cilento e Vallo di Diano, e comprendente circa 70 Comuni.

Nei primi anni 2000, su iniziativa della comunità locale e della cooperativa “Il Marrone”, il prodotto ha ottenuto un riconoscimento e una tutela formati da parte delle istituzioni; nel 2008, questo ha portato al riconoscimento ufficiale come I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 284/2008).

Castagna di Montella

Come già accennato prima, insieme al Marrone di Roccadaspide si posiziona ai primi posti nella produzione di castagne in Campania anche la Castagna di Montella. Sicuramente le motivazioni sono da ricercare, oltre che nella qualità intrinseca della varietà, anche nella composizione dei terreni in cui si produce, nel clima favorevole e nelle competenze acquisite dai castanicoltori.

Il frutto ha ricevuto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) nel 1987, diventando l’unico caso in Italia di prodotto ortifrutticolo con tale certificazione. Nel 1992, poi, la Commissione UE, con Regolamento CEE N. 2081/92 ha attribuito alla Castagna di Montella il riconoscimento di Indicazione geografica protetta, che si sostituisce al precedente.

Si tratta di castagne prodotte per il 90% dalla varietà Palummina (il cui nome deriva dalla forma del frutto, che ricorda una colomba, palomma in dialetto) e per il restante 10% dalla varietà Verdole. Esse sono solitamente di pezzatura media o medio – piccola, dalla forma rotondeggiante e dalla base piatta, con la sommità pelosa; il seme ha polpa bianca, è croccante ed è di sapore dolce. Queste caratteristiche rendono la Castagna di Montella adatta non solo all’utilizzo allo stato fresco o secco, ma anche a quello nell’industria di trasformazione, per uso marron glacés, marmellate, puree e dolci.

Le sue origini sono molto antiche: secondo alcuni, infatti, l’importazione del castagno dall’Asia Minore risalirebbe al VI – V secolo a.C.. Già in epoca longobarda, poi, se ne intuì l’importanza e fu emanata la prima legge per la tutela del frutto che, evidentemente, era considerato un prodotto prezioso. Basti pensare, infatti, all’importanza che assunse in epoca medievale la farina di castagna, soprattutto negli assedi di città e castelli grazie alla possibilità di lunga conservazione.

La produzione della Castagna di Montella si concentra nell’area del Terminio – Cervialto ed è limitata in particolare ai territori dei comuni di Montella, Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Nusco, Volturara Irpina e Montemarano. Tuttavia, una parte della produzione è giunta anche negli Stati Uniti e in Canada in seguito alle emigrazioni del XIX secolo.

Sicuramente, dunque, la Castagna di Montella è un prodotto di grande importanza nella produzione ortifrutticola nazionale e internazionale; della sua tutela, infatti, se ne occupa la Cooperativa Castagne di Montella, mentre il Consorzio di Tutela è in via di costituzione.

 

Carciofo di Paestum

Protetto dal consorzio di tutela dal 2012, invece, è il Carciofo di Paestum, I.G.P. dal 2004 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 465/2004).

Conosciuto anche con il nome di Tondo di Paestum, questo carciofo è ascrivibile al gruppo genetico dei carciofi di tipo “Romanesco”, ecotipo locale da cui deriva ma da cui si distingue per il carattere di precocità di maturazione, che gli consente di essere presente sul mercato prima di ogni altro carciofo di questo tipo.

Questa caratteristica, insieme all’aspetto rotondeggiante dei capolini, l’assenza di spine e la sua tenerezza, ha consacrato la sua fama tra i consumatori. Notorietà che è, sicuramente, anche frutto dell’accurata e laboriosa tecnica di coltivazione degli operatori agricoli della Piana del Sele, dove si coltiva principalmente, e del clima fresco e piovoso durante il lungo periodo di produzione (febbraio – maggio).

Le qualità intrinseche di questo I.G.P. consentono a questo prodotto di essere molto apprezzato in cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali come la pizza con i carciofini, la crema e il pasticcio ai carciofi, particolarmente graditi ai tanti turisti che visitano la Piana del Sele e in particolare i Templi di Paestum.

Quella del carciofo è diventata, a partire dagli anni ’70, una delle coltivazioni più importanti della Piana del Sele, in provincia di Salerno, e, in particolare, dei comuni di Agropoli, Albanella, Altavilla Silentina, Battipaglia, Bellizzi, Campagna, Capaccio, Cicerale, Eboli, Giungano, Montecorvino Pugliano, Ogliastro Cilento, Pontecagnano Faiano, Serre.

 

Limone Costa D’Amalfi e Limone di Sorrento

Il limone è uno dei frutti più diffusi nei comuni della penisola sorrentino – amalfitana e, in particolare, dei comuni di Maiori, Minori, Amalfi, Sorrento e Massa Lubrense.
Entrambe le coltivazioni sono molto antiche: si ha traccia del Limone Costa D’Amalfi già in epoca medievale, e di quello Sorrentino già nel Rinascimento.

Il limone Costa D’Amalfi fu introdotto dagli Arabi nel corso della loro espansione e delle loro conquiste, in Spagna, in Sicilia e in Campania. Ma la vera diffusione avvenne durante il Medioevo quando si scoprì che le sue proprietà favorivano la guarigione dello scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C, di cui questi agrumi sono notoriamente ricchi.

Il nome della varietà Sfusato Amalfitano, che dà luogo alla Indicazione Geografica Protetta “Limone Costa d’Amalfi”, deriva dalle sue due caratteristiche più importanti: la forma affusolata del frutto (da cui il termine “sfusato”) e la zona in cui si è sviluppato.

E’ un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate (la buccia spessa, la polpa succosa, l’aroma e il profumo intensi, la quasi assenza si semi) che lo rendono particolarmente adatto all’utilizzo in cucina, sia al naturale (nell’insalata, sulle carni, sul pesce) sia come ingrediente. Viene usato, infatti, non solo per il celebre liquore di limoni ma anche per il “caffè al limone”, servito da alcuni bar della zona, e per prodotti quali le delizie, i babà al limoncello, le torte, i profitteroles e altri dolci tipici della tradizione.

L’insieme di queste caratteristiche ha fatto sì che nel 2001 gli venisse conferita la certificazione I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001) e che, solo due anni dopo, venisse costituito il Consorzio di Tutela del Limone Costa D’Amalfi.

Per quanto riguarda il Limone di Sorrento, invece, la sua diffusione in Campania è documentata già a partire dal 1500 ma antenati dell’attuale ovale sorrentino risalgono già all’epoca dei romani. Negli scavi di Ercolano e Pompei sono stati, infatti, trovati numerosi dipinti che raffigurano limoni molto simili a quelli odierni di Sorrento.
Il prodotto è un ecotipo locale della specie Citrus Limone noto come Limone di Massa o Massese (Cultivar Massese) e, più comunemente, come Ovale di Sorrento.

Il limone di Sorrento è un prodotto che si distingue dagli altri prodotti simili grazie alle sue peculiari caratteristiche: dimensioni medio – grosse, forma ellittica, serbevolezza ed aroma. Le caratteristiche di qualità di questo IGP sono esaltate dalle particolari tecniche di produzione, ancora legate alla coltivazione delle piante sotto le famose pagliarelle, stuoie di paglia che vengono appoggiate a pali di sostegno di legno, solitamente di castagno, a copertura delle chiome degli alberi, al fine di proteggerli soprattutto dal freddo e dal vento e per conseguire anche un ritardo della maturazione dei frutti, che rappresenta uno dei principali elementi di tipicità di questa produzione.
Viene utilizzato anch’esso per numerosi piatti della tradizione, come le delizie, i babà al limoncello e il sorbetto al limone.

L’Ovale di Sorrento ha ricevuto la sua certificazione I.G.P. nel 2000 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 2446/2000) e, come lo sfusato, due anni dopo, nel 2002, è stato costituito il Consorzio di Tutela del Limone di Sorrento, ente preposto alla la valorizzazione, promozione e commercializzazione del prodotto.

Melannurca Campana

Altro prodotto di spicco dell’agricoltura Campana è la Melannurca, una delle varietà italiane di melo più conosciute e più apprezzate in assoluto dai consumatori, tale da essere conosciuta come la “Regina delle mele”.

Sappiamo che essa è presente in Campania da almeno due millenni grazie ad alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare, nella Casa dei Cervi. La prima documentazione risale al I secolo d.C., ovvero al trattato di Plinio il Vecchio Naturalis Historia, in cui viene indicata come Mala Orcula in relazione al limitrofo “Orco”, ovvero il Lago d’Averno, sede degli inferi.

La melannurca presenta due varietà: la Sergente, dal sapore acidulo e la buccia striata di colore giallo-verde; la Caporale, dal sapore dolce e di colore rosso.

Questa I.G.P. è medio – piccola e di forma appiattita – rotondeggiante, ed è conosciuta soprattutto per la sua polpa croccante, compatta e bianca, gradevolmente acidula e succosa, con aroma caratteristico e profumo finissimo. La sua buccia è proprio ciò che costituisce uno dei suoi elementi principali grazie alle sue virtù salutari: altamente nutritiva per l’alto contenuto in vitamine e minerali, ricca di fibre, diuretica, particolarmente adatta ai bambini ed agli anziani, è indicata spesso nelle diete ai malati e in particolare ai diabetici.

Queste caratteristiche sono esaltate dalla pratica di maturazione dei frutti nei melai, i quali sono disposti su file esponendo alla luce la parte meno arrossata, venendo poi periodicamente rigirati ed accuratamente scelti, scartando quelli intaccati o marciti.

Apprezzata, quindi, allo stato naturale, la melannurca viene utilizzata anche per la produzione di succhi, liquori e dolci tradizionali (crostate, sfogliatelle, mele cotte).

Nel marzo 2006 la la denominazione Melannurca Campana è stata riconosciuta quale Indicazione Geografica Protetta (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 417/2006) e nel 2007 ne è stato riconosciuto il Consorzio di tutela Melannurca Campania, costituitosi già nel 2005.

Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale

Il vitellone bianco dell’Appenino Centrale è l’unico prodotto di carne ad Indicazione Geografica Protetta in Campania ed è, ad oggi, l’unico marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dalla Comunità Europea per l’Italia. Si produce nelle aree interne collinari e montane degli Appenini Centrali, dal Tosco-Emiliano fino alla Campania, in cui sono comprese le province di Benevento ed Avellino.

Questa denominazione è riferita alle carni provenienti da bovini, maschi e femmine, esclusivamente di razza Chianina, Marchigiana e Romagnola, di età compresa fra i 12 ed i 24 mesi. Caratteristiche tipiche di questo animale sono la pigmentazione apicale nera, il mantello bianco e la precocità di maturazione.

L’eccellente qualità delle carni, che si presentano magre, sapide e a basso contenuto di colesterolo, si vede nel colore rosso vivo, la grana fine, la consistenza e l’elasticità. Qualità che derivano dalla razza dell’animale e dal regime alimentare durante il periodo dell’ingrassamento, e che la rendono un sinonimo di garanzia e bontà per la salute, grazie anche all’alto tasso di proteine e ferro in essa contenute.

Le razze Chianina, Marchigiana e Romagnola hanno origine in epoca etrusca: in vaste aree dell’Appennino centrale erano allevati, infatti, animali riconducibili alle razze su indicate, contraddistinti dal mantello bianco e dal notevole sviluppo somatico. Tutte e tre derivano dallo stesso ceppo podolico, quello del Bos Taurus Primigenius; in particolare, però, la Marchigiana, che è quella maggiormente diffusa in Campania, discende dall’unione delle altre due razze. Questo incrocio avvenne intorno alla metà dell’800 da parte degli allevatori marchigiani e completato nel secolo scorso.

L’indicazione Geografica Protetta è stata riconosciuta nel 1998 con Regolamento n. 134/98 (pubblicato sulla GUCE n. L 15/98 del 21 gennaio 1998), mentre il riconoscimento al Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale è arrivato solo nel 2004.

 

 

Pasta di Gragnano

Ultimo prodotto I.G.P. campano, ma non meno importante, è la Pasta di Gragnano, uno dei fiori all’occhiello del territorio napoletano e della città di Gragnano. E’ in questa città che la produzione di questa pasta affonda le sue radici. La storia data l’origine della fama di Gragnano come patria della produzione della pasta al 1845, quando il re Ferdinando II di Borbone, durante un pranzo concesse ai pastai gragnanesi il privilegio di fornire la corte di tutte le paste lunghe.

In realtà le sue origini sono di gran lunga più lontane, al tempo dei romani, quando si iniziò a macinare il grano per trasformarlo in farina che serviva per la produzione del pane. Col passare del tempo, poi, la necessità per le classi povere di avere un minimo di scorte alimentari, fece nascere la produzione della pasta secca. Questa pratica si sviluppò molto nel corso degli anni, in particolare nella città di Gragnano, poiché, già nel 1500, ci si rese conto che la sua posizione geografica era particolarmente indicata per la produzione della pasta. Gragnano, infatti, sorge in cima ad una valle, sulla quale sfociano numerose fonti montane la cui acqua sorgiva conferisce alla pasta un sapore unico, mentre il suo clima caldo e ventilato ne favorisce l’essiccazione che, anticamente, avveniva all’aperto.

I primi pastifici nacquero nel XVII secolo e ben presto la città divenne un centro industriale molto rinomato, ricco di aziende che, ancora oggi, seguono le stesse regole di lavorazione di un tempo. L’arte del fare la pasta, infatti, è stata tramandata in questa terra di generazione in generazione e alcune tecniche sono ancora oggi determinanti per l’ottenimento di un prodotto di qualità: l’utilizzo della semola di grano duro e la trafilatura in bronzo. Quest’ultima, in particolare, conferisce alla pasta quella rugosità tipica che le permette di trattenere alla perfezione il condimento.

La pasta di Gragnano, insomma, è il prodotto realizzato all’interno del comune di Gragnano e ottenuto solo dall’impasto della semola di grano duro con l’acqua della falda acquifera locale, con un profumo di grano maturo, un sapore sapido, un gusto deciso e un colore giallo paglierino. Queste sono le caratteristiche che, nel 2013 (con Regolamento (CE) nº 969/2013 della Commissione del 2 ottobre 2013), hanno permesso di ricevere la denominazione I.G.P.

Attualmente a Gragnano sono attive decine di pastifici, otto dei quali sono confluiti nel Consorzio Gragnano Città della Pasta, fondato nel 2003 con l’obiettivo di difendere e rilanciare la tradizione di Gragnano.

Ora che li conoscete un po’ meglio, non vi resta che assaggiarli tutti.

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario comtinua!!!

La Regina di Napoli: la Pizza

Pizza: un nome una certezza!

La pizza costituisce una bontà culinaria universalmente conosciuta e associata alla città di Napoli.

 

Tuttavia, la pizza non nasce in territorio partenopeo ma ha origini antichissime e le ipotesi riguardanti la sua provenienza geografica e l’etimologia del suo nome sono numerose e ancora oggi molto incerte.
Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e in un contratto di locazione datato 31 gennaio 1201 a Sulmona ed in seguito in quello di altre città italiane.

L’unica cosa certa è che a Napoli questo piatto ha raggiunto la sua massima espressione di eccellenza, diventando un vero e proprio simbolo della città.

Infatti, la vera pizza napoletana ha caratteristiche uniche e inimitabili e il suo arrivo a Napoli si fa risalire al 1600 circa, quando si decise di rendere più appetibile e saporita la tradizionale schiacciata di pane: pasta per pane cotta nel forno a legna, condita con aglio, strutto e sale grosso, oppure, nella versione più ricca, con caciocavallo e basilico.

Nonostante oggi esistano molteplici condimenti differenti, quella che individuiamo come la pizza napoletana verace ed artigianale è certamente nata dopo il ‘700, quando i colonizzatori spagnoli importarono il pomodoro dal Perù. Infatti, questo ingrediente costituisce il condimento fondamentale per la preparazione della vera pizza.

Tuttavia, l’approvazione ufficiale della pizza arriva solo nel 1889, in occasione della visita a Napoli dei sovrani d’Italia Re Umberto I e la Regina Margherita. La storia ci racconta che Raffaele Esposito, considerato il miglior pizzaiolo dell’epoca, realizzò per i sovrani tre pizze: la cosiddetta pizza alla “Mastunicòla” (strutto, formaggio e basilico), la pizza alla “Marinara” (pomodoro, aglio, olio e origano) e la pizza “pomodoro e mozzarella” (pomodoro, mozzarella e basilico), i cui colori richiamavano volutamente il tricolore italiano (rosso, bianco e verde).

La sovrana apprezzò talmente tanto quest’ultima versione da inviare una lettera di elogi e ringraziamenti al pizzaiolo. Per tale motivo e per contraccambiare, Esposito diede il nome della Regina alla sua creazione, che da allora si chiama “Pizza Margherita”.

 

Certamente, oltre alla genuinità degli ingredienti del condimento, come ad esempio l’olio certificato prodotto nella regione, è fondamentale anche quella degli ingredienti dell’impasto.

INGREDIENTI E PREPARAZIONE DELLA VERA PIZZA NAPOLETANA:

  • acqua
  • lievito di birra fresco
  • sale marino

La genuinità degli ingredienti da sola non garantisce il successo della pizza: l’impasto va lavorato accuratamente e poi lasciato lievitare una prima volta. Alla formatura e allo staglio segue una seconda lievitazione, che precede un’ulteriore fase di lavorazione, durante la quale la pizza viene spianata e condita e, infine, cotta nel forno a legna.

Quella della preparazione della pizza verace è considerata una vera e propria arte, della quale, al di là delle origini geografiche, la città di Napoli si è guadagnata la paternità.

Infatti, dal 4 febbraio 2010, la pizza napoletana è stata ufficialmente riconosciuta come Specialità tradizionale garantita (STG) dalla Comunità Europea. Nel 2011 è stata presentata dall’Italia come candidata al riconoscimento UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.

Oggi che la pizza è così diffusa, c’è il rischio che si perda la genuinità e l’unicità di tale prodotto. Proprio per questo, è stata istituita l’Accademia della Vera Pizza Napoletana, che tutela la pizza originale, le sue regole antiche e la sua genuinità. Questo a beneficio sia dei consumatori che possono consumare un prodotto autentico e certificato e sia per i pizzaioli che possono far emergere chiaramente la propria professionalità con un’associazione che opera in tutto il mondo per tutelare uno dei prodotti più consumati e conosciuti, la pizza.

Ora che conoscete la storia della vera pizza napoletana, non vi resta che assaggiarla, scegliendo tra i numerosi produttori presenti in tutta la Campania!

 

Le infinite risorse del Cilento

Il patrimonio culturale del Cilento presentato a Bruxelles

Hetor sarà presente all’evento “Il patrimonio culturale della Regione Campania” che si terrà il 30 maggio a Bruxelles, organizzato dall’Istituto di cultura Bruxelles. Saranno esposti alcuni progetti di interesse nazionale ed internazionale, presentati grazie a supporti che è possibile utilizzare nel campo delle nuove tecnologie e dell’informazione.

In questa prospettiva, verrà sviluppato un focus su un’area meno conosciuta che ha intrapreso, grazie all’integrazione delle risorse dei Fondi Strutturali, una percorso originale di sviluppo, coerente con gli elementi fortemente caratterizzanti questo territorio e con le sfide della globalizzazione. Trattasi di un territorio molto esteso, che comprende gran parte del territorio a Sud di Napoli, e che rappresenta un esempio di un concreto laboratorio di innovazione istituzionale che comprende anche il buon uso dei contributi comunitari. Si tratta del Cilento, identificato dal Parco Nazionale, che ha ricevuto dall’UNESCO ben quattro riconoscimenti mondiali come Patrimonio dell’Umanità – Paesaggio culturale, che comprende (il Parco, Paestum, Elea Velia e la Certosa di Padula), Riserva della Biosfera, GeoParco UNESCO e capitale mondiale della Dieta Mediterranea, con 12 Bandiere blu lungo 100 Km di costa e due aree marine protette di prestigio internazionale che hanno portato ad sistema economico produttivo che si caratterizza per la presenza di una impresa agricola molto orientata al bio, integrata alla risorsa mare ed organizzata nel primo Biodistretto d’Italia. La strategia intrapresa è volta a integrare i vari progetti nella logica della programmazione comunitaria e a superare i particolarismi storici che caratterizzano questi territori nei quali insistono molti comuni di piccole dimensioni in un contesto ricchissimo di PATRIMONIO culturale e naturale che fanno di questa area una zona unica in Campania e nel mondo.

 

 

Visitando il Cilento è possibile scoprirne la storia, la civiltà e la cultura, ma anche la cucina tipica, che utilizza sempre prodotti del territorio che sono preparati con le ricette tradizionali di una volta, una cucina sana e di qualità nel rispetto della biodiversità e stagionalità.

Il Cilento è una terra dai mille volti che conserva i resti della civiltà greca, i ricordi classici, le rocche feudali e le torri costiere. Splendidi paesaggi naturalistici ricchi di ulivi e colline verdeggianti da un lato, dall’altro la costa con le sue insenature e ampie spiagge dorate con le limpide acque azzurre del mare.

Eppure il Cilento è ricco di tanti gioielli altrettanto preziosi, anche se meno famosi, che meritano di essere scoperti.

 

Castelli e Torri del Cilento, un fascino che attraversa 4 secoli

Il Cilento è una terra ricca di storia, cultura e tradizioni e regala ai suoi visitatori dei panorami incantevoli, come quello che si può scorgere dal colle Sant’Angelo, dove sorge il Castello dell’Abate (Castellabate), costruito intorno al XII secolo, che circonda l’intero borgo medievale. In seguito alle riprese del film “Benvenuti al Sud” che ha riscontrato notevole successo, il Castello riceve periodicamente un gran numero di visitatori e si presenta completamente ristrutturato. Esso accoglie anche una serie di manifestazioni di tipo sociale, artistico e culturale.

Tra le torri di sbarramento e di avvistamento presenti nel territorio di Castellabate, erette a difesa della città, quella meglio conservata è sicuramente la Torre della Pagliarola, oggi appartenente alla famiglia Perrotti, che ospita al suo interno eventi e manifestazioni.

L’itinerario nelle terre cilentane non può non fare tappa nella vicina Agropoli, dove troviamo un castello di antichissime origini, risalente all’epoca bizantina e conservato in buono stato. Nel corso delle varie dominazioni, la struttura ha subito notevoli mutazioni fino ad assumere l’aspetto attuale in epoca aragonese.

Il Cilento è anche terra da scoprire, dunque abbandonate i vostri mezzi perché il percorso continua verso Capaccio Vecchia per intraprendere un sentiero escursionistico sul Monte Calpazio, dove è situato un Castello risalente al X secolo. La struttura non è in ottime condizioni ma vale la pena visitarla per il panorama che si scorge dal monte.

Allontanandosi un po’ da questi luoghi ma pur sempre rimanendo nell’area cilentana, arriviamo nella località di Velia dove scorgiamo la Torre la Bruca, edificata sui resti dell’antica città greca e che nel passato costituiva il mastio di un castello del XII secolo.

Il sistema difensivo di epoca vicereale della costa cilentana conta circa 70 torri, alcune ancora in buono stato di conservazione, tra le quali:

Torre Oliva o dell’Olivo, situata a San Giovanni a Piro;
Torre Petrosa, a Vibonati;
Torre Mezzatorre o Cala delle Acque, situata a San Mauro Cilento.

 

 

Il culto micaelico tra grotte e chiese rupestri

Il Cilento è da sempre crocevia di popoli ed anche qui si sviluppò, all’alba del Medioevo, il culto dell’Arcangelo Michele.

La devozione a San Michele nelle grotte è antichissima e nella zona è molto presente. Lo dimostrano le numerose chiese rupestri a lui dedicate.

Il Monastero di San Michele Arcangelo a Perdifumo è stato importante come luogo di culto, ma anche come centro di attività economiche, palestra di educazione per i contadini che appresero tecniche nuove per l’agricoltura.

L’importanza del complesso monastico risiede nel fatto che esso, prima del 1063, anno della morte dell’ultimo egumeno, era un monastero di rito greco, la cui esistenza è ricordata in un documento risalente all’anno 963. I ruderi del complesso si trovano presso l’odierno abitato di Perdifumo, alle pendici del colle Sant’Arcangelo. La cappella fu aperta al culto fino al 1792, quando il luogo di culto fu abbandonato e trasformato in casa colonica.

A Caselle in Pittari si trovano la grotta di San Michele e la grotta dell’Angelo.

Si tratta di un complesso carsico sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele: gli ingressi delle due grotte si aprono in uno spiazzo raggiungibile tramite un comodo sentiero che parte dal centro abitato del paese. Entrambe le grotte sono dedite al culto del Santo, presentando al loro interno altari con raffigurazioni dell’arcangelo. Le grotte sono caratterizzate da intensi fenomeni di concrezionamento (stalattiti e stalagmiti), che spesso creano passaggi molto angusti ma al contempo danno vita ad ambienti da favola, davvero evocativi e incantevoli.

 

 

Nel patrimonio delle chiese rupestri cilentano troviamo un vasto assortimento di chiese rupestri, monasteri, santuari, grotte, che soddisfano i bisogni della popolazione locale, sparpagliata su un territorio molto vasto e quindi accompagnano, nella loro collocazione, la formazione degli assetti del territorio.

Tra le altre troviamo anche:
• il Santuario rupestre di Santa Maria di Pietrasanta a San Giovanni a Piro
• la Grotta di San Biagio a Camerota
• la Grotta della Madonna a Celle di Bulgheria

Teatri & Anfiteatri… non solo Paestum!

La visita può continuare tra i numerosi siti archeologici che il territorio offre. Tra questi il sito archeologico di Elea – Velia, inserito all’interno del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, insieme a quello di Paestum, costituisce uno dei fiori all’occhiello della regione e accoglie ogni anno migliaia di visitatori.

I resti dell’antica città greca si trovano nel territorio di Ascea Marina e, seppur ampiamente modificati da nuove strutture durante il Medioevo (quando venne costruito il castello), conservano ancora numerose strutture antiche. Al suo interno troviamo un tempio, un edificio con fronte porticata funzionale alle esigenze religiose e un teatro. Quest’ultimo attualmente è visibile solo in parte ma, al suo interno, ancora oggi si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, rassegna sull’espressione tragica e comica nel teatro antico.

Gli scavi di Velia sono situati in una posizione centrale rispetto alle principali località turistiche del Cilento, arricchendone l’offerta culturale, e distano circa 40 Km dall’altra importantissima città della Magna Graecia: Paestum. All’interno del sito archeologico numerosi sono gli edifici degni di nota: tra tutti, i celebri tempi dorici, in ottimo stato di conservazione, ma anche il foro, la cinta muraria, le abitazioni e l’anfiteatro.

Quest’ultimo, in particolare, fu fondato in epoca cesariana (50 a.C. circa) ed è fra gli esempi più antichi di tale genere di edifici. Costruito sui resti di una struttura preesistente, fu realizzato fino a discreta altezza per evitare l’aggressione degli animali che si esibivano nell’arena e, successivamente, fu dotato di un anello esterno costituito da una serie di arcate poggiate su pilastri in laterizio al di sopra delle quali venne posizionato il coronamento della cavea.

Attualmente l’anfiteatro è visibile solo in parte dal momento che circa un terzo è sepolto sotto la strada moderna, ma risulta comunque una delle attrazioni principali del sito.

Cilento & Prodotti Tipici: una lunga tradizione

Visitare il Cilento non significa solo scoprire natura incontaminata e bellezze architettoniche, ma anche poter assaporare bontà nate e prodotte esclusivamente in questi territori.

 

Partendo dai formaggi:

  • il Formaggio caprino del Cilento
  • la Manteca del Cilento
  • la Mozzarella nella mortella
  • la Cacioricotta caprina del Cilento

Tra la produzione di salumi spicca la Soppressata di Gioi, unico salame campano lardellato, prodotto esclusivamente nel paese di Gioi fin dal XI secolo, che sfrutta le parti pregiate e magre del suino con un condimento a base di finocchietto e peperoncino.

Sicuramente non può mancare di essere annoverato tra i prodotti tipici cilentani il Carciofo di Paestum I.G.P..

Le radici della sua coltivazione vengono fatte risalire al tempo dei Borboni, il cui ufficio statistico già nel 1811 segnalava la presenza di carciofi nella zona. Le prime coltivazioni specializzate di carciofo sono state realizzate da agricoltori del Napoletano che impiantarono loro ecotipi proprio nelle zone adiacenti ai famosi Templi di Paestum. Ma la vera e propria diffusione del carciofo nell’area cilentana risale agli anni ’30, a seguito delle opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportate dalla riforma fondiaria.

L’aspetto rotondeggiante dei suoi capolini, la loro elevata compattezza, l’assenza di spine sono i principali requisiti qualitativi e peculiari che conferiscono al Carciofo di Paestum la certificazione I.G.P., caratteristiche che ne hanno consacrato anche la sua fama tra i consumatori. Difatti è uno degli ingredienti fondamentali della dieta mediterranea: molto apprezzato in cucina, viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali.

Un altro prodotto tipico del territorio è il Fico bianco del Cilento, che ha ottenuto la certificazione D.O.P., riferita alla varietà essiccata della cultivar Dottato, presente in larga parte del meridione e coltivato in tutta l’area cilentana; è riconosciuto per la sua buccia dal caratteristico colore giallo chiaro e dalla sua polpa molto dolce che lo rendono adatto all’essiccazione. Veniva utilizzato già in epoca greca, essendo stato importato da coloni greci nel VI secolo a.C., prevalentemente come cibo per i più poveri ma poi con il passar dei secoli apprezzato sempre più fino a divenire pregiato.

La ricchezza gastronomica si unisce anche alle vecchie usanze, portate avanti da un ristretto numero di pescatori che, per preservare le tradizioni del loro luogo natio, decidono di utilizzare antiche tecniche di pesca: è così che vengono pescate le Alici di menaica, nei territori del Cilento ma in particolare a Marina di Pisciotta, un piccolo borgo sulla costa, a metà strada tra Velia e Capo Palinuro.

Le alici di menaica vengono pescate nelle giornate di mare calmo quando, di sera, i pescatori escono con le loro imbarcazioni a rete, le “Menaidi” o “Menaiche”, da cui deriva il nome del prodotto. Una volta pescate e ripulite, vengono lavorate e messe ad essiccare sotto sale per poi essere vendute in caratteristici vasetti. Si acquistano al porto, direttamente dai pescatori, la mattina molto presto.

Ancora da ricordare tra le eccellenze della zona è l’olio extravergine d’oliva Cilento D.O.P. Si narra che la storia dell’olivo nel Cilento abbia radici antiche: leggenda vuole che le prime piante fossero introdotte dai coloni Focesi, una popolazione profuga di origine greca, ma recenti indagini hanno portato alla luce la presenza di piante di olivo nel territorio a partire dal IV secolo a.C.

L’ olio Cilento D.O.P. è ottenuto dalla spremitura di diverse varietà di olive, tra cui spicca la “Pisciottana”. Al gusto risulta delicato e prevalentemente dolce.

 

 

Tra D.O.C. e I.G.T. il Cilento offre tra i migliori vini d’Italia

Tra le specialità del territorio campano ritroviamo anche i vini. La Campania, infatti, ha sicuramente rappresentato uno dei primi e più importanti centri di insediamento e coltivazione della vite, e continua ad avere ancora oggi una grande importanza nel settore vitivinicolo anche, e soprattutto, nel territorio cilentano.

Numerose sono le tipologie di vino presenti sul territorio, ma solo alcune hanno ricevuto una certificazione. Si tratta, in particolare:

  • “Cilento”
  • “Paestum”

Il  “Cilento” è uno dei vini più importanti della regione Campania e ha ricevuto la sua certificazione D.O.C. (Denominazione di origine controllata) nel 1989. I suoi vini vengono prodotti a partire da vitigni Fiano, Aglianico, Piedirosso, Primitivo, Sangiovese, Trebbiano toscano, Greco e Malvasia bianca. Le tipologie del Cilento D.O.C., così, si distinguono in “Cilento” rosso, rosato, bianco, Aglianico e Fiano.

 

 

Il “Paestum” I.G.T., che ha ricevuto la sua certificazione nel 2011. Anche questo vino viene prodotto a partire da numerosi vitigni, tra i quali troviamo l’Aglianico, il Merlot, il Montepulciano, il Sangiovese, la Coda di volpe e il Primitivo, e si divide in bianco, rosso e rosato.

 

 

Numerose sono le cantine produttrici presenti sul territorio, all’interno delle quali è possibile anche fare degustazioni, inserendole in itinerari dedicati al vino e ai sapori della tradizione. Tra le tante spiccano le cantine:

  • “Alfonso Rotolo”, che produce Cilento e Paestum
  • “San Giovanni”, che produce Paestum
  • “Donna Clara”, che produce Cilento e Paestum
  • “De Conciliis”, che produce Paestum
  • “Casa vinicola Cuomo – I vini del Cavaliere”, che produce Cilento e Paestum
  • “Cobellis”, che produce Paestum
  • “Luigi Maffini”, che produce Cilento e Paestum
  • “Verrone Viticoltori”, che produce Cilento e Paestum
  • “Carmine Botti”, che produce Cilento
  • “Raffaele Marino”, che produce Cilento e Paestum

Queste solo per citarne alcune. Le aziende vitivinicole, infatti, sono tantissime e molto diverse tra loro, ma tutte con una passione in comune: i vini di qualità.

 

 

Il Cilento è tutto questo e molto di più.

L’occhio del visitatore può in un attimo spostarsi da spiagge incontaminate a paesaggi rocciosi a colline ricoperte da ulivi: qui c’è tutto ciò che si possa cercare. Ed è proprio questo il punto forte di questa zona: la varietà di opzioni che può offrire.

 

Il teatro di Neapolis

Una meraviglia sotterranea da riscoprire

La Campania è ricca di teatri e anfiteatri antichi, risalenti principalmente all’epoca romana. Molti sono stati recuperati nel corso degli ultimi secoli grazie ad operazioni di scavo specifiche. Tra queste, sicuramente una delle più sorprendenti operazioni è stata quella che ha riguardato la scoperta del Teatro di Neapolis.

 

 

L’edificio ludico è citato da alcuni autori antichi: Svetonio ci riferisce delle rappresentazioni dell’Imperatore Claudio; Seneca ce ne parla all’interno delle sue Epistulae morales ad Luciulium; Tacito, nei suoi Annales, e Svetonio, nel suo De vita Caesarum, ci raccontano di Nerone e delle sue esibizioni canore.

Il teatro di Neapolis, tuttavia, è stato portato alla luce solo alla metà dell’800 grazie allo scavo di una fognatura. Il primo scavo archeologico risale, poi, alla fine dello stesso secolo, mentre il primo piano di recupero avvenne nel 1939.
Tuttavia, solo a partire dalla fine degli anni ‘90 il teatro è stato in parte disvelato, grazie a dei lavori promossi dal Comune e dalla Soprintendenza continuati fino al primo decennio del 2000. Si tratta di un progetto di scavo e valorizzazione del settore occidentale del teatro che ha lo scopo di svelare anche le trasformazioni intervenute nel tessuto urbano fino all’età moderna.

Il teatro si trova nel cuore di Napoli, nella zona compresa tra via Anticaglia, via San Paolo, vico Giganti e vico Cinquesanti.

Esso risale al I secolo e fu, probabilmente, costruito sui resti di un preesistente edificio greco risalente al IV secolo a.C. e posizionato accanto all’Odeon, più piccolo e coperto.
Fu ristrutturato tra il I e il II secolo, periodo a cui risale la maggior parte delle vestigia, e fu abbandonato in seguito ad un’alluvione tra il V e il VI secolo. Nei secoli successivi fu adoperato come necropoli, poi discarica e, infine, è stato ricoperto da vari edifici che, ancora oggi, ne impediscono il recupero completo.

Nonostante la rifunzionalizzazione  della struttura, tale caratteristica ne ha  permesso la riscoperta e la parziale conservazione. Di recente la porzione ipogea  era stata riutilizzata dal proprietario di un basso come cantina. L’accesso agli ambienti sotterranei era stato ricavato tramite una botola situata sotto il letto. Un marchingegno davvero particolare azionava un meccanismo che permetteva la scomparsa del letto che scorreva lungo dei binari, in una nicchia nel muro. La scoperta di frammenti murari in opus latericium portò all’esproprio del basso e alla nuova destinazione d’uso, consentendo agli studiosi e ai visitatori di poter ammirare una parte del teatro.

Il teatro, dalla tipica forma semicircolare, fu realizzato con la tecnica dell’opus mixtum, associata a quella del reticolatum e del latericium. Questo espediente architettonico consente una maggiore resistenza ai terremoti. Per dimensioni, inoltre, si avvicina ai teatri medio-grandi della Campania, capaci di ospitare fino a 5000 spettatori.

Esso presentava tre ingressi, due laterali per gli attori (a ovest e ad est) ed uno a nord per il pubblico. Oggi del teatro si riconoscono i due ambulacri, le scale di accesso alla media e summa cavea, i vomitoria ed una piccola sezione della cavea scoperta. Si conservano, inoltre, i pavimenti dell’ambulacro interno, gli intonaci, i rivestimenti marmorei delle gradinate della cavea, alcuni graffiti e iscrizioni.
All’esterno, invece, in via Anticaglia, è possibile notare due massicce arcate che in epoca romana erano delle sostruzioni, cioè delle strutture di rinforzo all’interno del teatro che, oggi, appaiono inglobate negli edifici esistenti.

Dopo i lavori di scavo e di messa in sicurezza, la Soprintendenza Archeologica e il Comune di Napoli hanno autorizzato la visita, dando la possibilità a numerosi visitatori di fruire della vasta sezione del monumento oggi riportato alla luce. Delle visite al Percorso Ufficiale della Napoli Sotterranea e al Teatro Greco se ne occupa l’Associazione Napoli Sotterranea, che consente ai visitatori di poter ammirare le bellezze del sottosuolo tutti i giorni, dalle 10.00 alle 18.00.

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

 

Parte 2

Fisciano è ricca di costruzioni di pregio, costruite sul territorio comunale nei secoli.

Si è deciso di collaborare con il progetto SPOD incentrando il lavoro sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

 

Continuiamo dunque il viaggio intrapreso la scorsa settimana tra i palazzi storici del comune di Fisciano.

A Fisciano: Troviamo il complesso dei Palazzi de Falco in via Roma, che costituisce uno degli isolati più rappresentativi posti alle porte di Fisciano, contornato per due lati da giardini.

Il complesso allo stato attuale è caratterizzato da tre edifici contigui con autonomia funzionale e padronale, lo sviluppo del complesso coincide con la storia della famiglia de Falco.

Dalla “Platea seu libro di memoria”, risalente al 20 agosto 1764 a firma di don Nicola de Falco, si evince parte della consistenza del vecchio Palazzo, si notano tutti gli averi stabili, mobili, semoventi.

Intorno al 1830, il vecchio Palazzo della famiglia de Falco, fu diviso in due parti lasciando l’ingresso in comune. Nel 1856 don Carlo de Falco, diede l’incarico all’architetto Lorenzo Casalbore di rammodernare la propria parte di fabbricato, lasciando sempre l’ingresso in comune.

Nel 1873 don Nicola de Falco, affidò all’architetto Lorenzo Casalbore e a suo figlio Alfredo, l’incarico di realizzare un nuovo fabbricato, posto a sud e in adiacenza con la sua proprietà, prevedendo anche un nuovo ingresso indipendente per la separazione definitiva del vecchio complesso.

L’edificazione avvenne su di un grande terrazzo che occupava tutto il lato sud del vecchio Palazzo e copriva le cantine; il progetto prevedeva – per la parte posteriore – il collegamento con i fabbricati più antichi attraverso una galleria a vetri per la parte anteriore. La costruzione di una esedra prospiciente il cancello – nella facciata d’ingresso – sarebbe divenuta l’inizio del nuovo viale di accesso alla tenuta Chiesa e quindi ai Cappuccini. Il progetto dei Casalbore fu realizzato dall’impresa di Antonio Benincasa e dal controllo dell’ingegnere Giuseppe Acquaro.

Nel 1896 i lavori furono sospesi per gravi controversie tra l’architetto e l’ingegnere e di conseguenza non si realizzò l’apertura del nuovo ingresso indipendente. Don Nicola de Falco privato del vecchio ingresso comune, conferì all’ingegnere Enrico Alemagna di realizzare l’ingresso del proprio fabbricato in prosecuzione del vecchio Palazzo, ricongiungendo in qualche modo i due palazzi come in origine. Sempre su progetto dell’ingegnere Enrico Alemagna fu realizzata la parte a tre livelli lato giardino e successivamente nel 1938 fu eseguito il riammodernamento della zona sud al piano terra e al primo piano del vecchio Palazzo, come è pervenuto ai nostri giorni.

La ricognizione è continuata con il Palazzo de Falco in via Antinori, Palazzo Negri, Palazzo Aversa e Palazzo dell’Orfanotrofio Giulio Risi a Fisciano. Quest’ultimo risalente al XVII Secolo, è situato in piazza Vittorio Veneto a Fisciano. L’edificio è un dono di Ermelinda Risi-Colesanti, Terziaria francescana; l’istituzione dell’orfanotrofio è retta dalle suore di San Giuseppe di Chambery.

 

A Lancusi: Palazzo Barra in piazza Regina Margherita datato intorno al XVI secolo, allora casale dello Stato di San Severino, fu affidato ai feudatari. Fu dimora sin dal 1569 delle famiglie De Ruggiero, Caracciolo e Barra.

Nel 1761 fu sede di un’importante fabbrica di armi, tanto che negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie si legge che “la Reale Manifattura dei Piastrinari in Lancusi” sorse alcuni anni dopo la fabbrica di Torre Annunziata ed è stata costruita per opera di un’amministrazione militare del Reparto di Artiglieria.

Nel 1823 fu ideata da Giovanni Venditti della suddetta Reale Manifattura, la prima pistola automatica, attualmente conservata nel Museo delle Armi a Milano, che gli americani brevettarono poi con il nome di Winchester.

Nel corso del tempo, il Palazzo ha subito notevoli trasformazioni che ne hanno modificato la struttura originaria. In seguito al terremoto del 23 novembre del 1980 il palazzo è stato gravemente danneggiato, richiedendo mirati interventi di risanamento e recupero strutturale.

Palazzo Siniscalchi in via Generale Ciro Nastri le cui origini risalgono al XVII secolo. Rilevante è la facciata finemente decorata; presenta due livelli fuori terra.

L’odierno Palazzo Polisetti che figura nel centro di Lancusi a pochi passi dalla Chiesa di San Martino e Quirico. Di impianto tardo Ottocentesco, si affaccia sulla strada con 2 grossi portoni di legno dei quali uno accede direttamente alla casa e al piano nobile.

Le origini non sono ben documentate ma una incisione incastonata sul pavimento, riporta la data 1907; probabilmente si tratta della data di un intervento di ristrutturazione in seguito al terremoto del 10 agosto 1893. Numerosi gli elementi architettonici originali come la scala in pietra viva così come le logge e la cantina (quest’ultima rinforzata in seguito al terremoto del 1980).

La famiglia Polisetti-Polizzotti dei Baroni di Resuttano ha acquistato l’immobile e il terreno circostante alla fine degli anni ’60 nel XX Secolo.

 

 

Per saperne di più…

La valorizzazione e promozione dei Beni Culturali fiscianesi viene supportata dal Comune e dalle associazioni che collaborano fattivamente con le Istituzioni.

Tra le associazioni più attive si può certamente segnalare ViVi FiSCiANO, che promuove la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico del territorio attraverso visite guidate.

Accanto alle attività culturali, il Comune cerca di attivare un circuito virtuoso di soddisfazione-attrattività-valore, creando ad esempio convenzioni con gli esercizi commerciali soprattutto durante le festività principali come ad esempio il Natale, con la nascita di parchi a tema, iniziative dedicate alle famiglie e ai giovani, promozione turistica delle aree decentrate etc.

Il visitatore riesce così a riscoprire, attraverso gli eventi promossi, le tradizioni di un territorio ricco di prodotti autoctoni e di Beni culturali materiali e immateriali: i boschi, eremi e santuari, i palazzi signorili, l’artigianato locale, le leggende popolari etc.

 

 

Dagli spunti operativi del progetto SPOD inoltre, grazie alla proficua collaborazione con alcuni docenti universitari, il Comune e le associazioni, intendono promuovere le attività di ricerca e organizzare una serie di percorsi guidati a tema, con annesse degustazioni enogastronomiche, pensate ad hoc per l’occasione.

 

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

Parte 1

Un territorio antico.

Fisciano sorge a 300 m s.l.m. 14 km a nord di Salerno. Il Territorio del Comune è di circa 3.152 ettari, ed è situato in parte sul versante sud-occidentale del Pizzo San Michele (1.567 m s.l.m.), in parte sul rilievo del monte Monna e, più in basso, nella Valle alluvionale del Solofrana. La geologia del territorio è composta da rocce calcaree dolomitiche che costituiscono il substrato alluvionale (ghiaia e tufo grigio) e vulcanico (lapilli, pozzolane, pomici) che nei secoli hanno alimentato il fondo valle. Dal punto di vista idrologico risulta rilevante la circolazione idrica sotterranea. L’altitudine, minima e massima, tra piccole valli, boschi, faggeti, uliveti e castagneti, è compresa tra i 140 e i 1.200 m.

I primi abitanti della zona secondo Virgilio furono i Sarrastri, fondatori di Sarno ma più probabilmente il centro abitato fu fondato dagli Osci che insieme agli Etruschi, a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., vi avevano costituito numerosi insediamenti, e facevano concorrenza alla potenza navale di Cuma e alla ricca colonia greca di Poseidon (Paestum).

I Romani penetrarono nelle valli del Sarno e dell’Irno, provenendo da Pompei e si stabilirono nella vallata dell’Irno intorno all’88 a.C., dopo che Silla prevalse su Mario e decise di elargire terre ai veterani. Le terre del territorio di Fisciano vennero così divise in Centurie ed affidate alla cura delle famiglie romane, come testimoniano i resti di un’antica Villa romana, venuta alla luce nel 1981 in località Macchione.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano, nuovi dominatori arrivarono nell’area; nel 640, il Duca longobardo Arechi I tenta invano di occupare Napoli e concentra tutte le forze nella valle dell’Irno. È in questo periodo che i Longobardi, si stabiliscono nella zona costituendo la Longobardia Minor. Successivamente i Normanni (nel 1066 circa), con Turgisio, venuto al seguito di Roberto il Guiscardo, si annettono il territorio di Fisciano. Turgisio stabilisce la sede della sua signoria nel vecchio Gastaldato longobardo di Rota, ove fonda la potente dinastia dei Sanseverino, alla cui vicende resta legata anche Fisciano, fino alla caduta della famiglia, avvenuta nel 1553.

Nel 500 Fisciano, inserita ormai saldamente nello Stato dei Sanseverino, vive la sua stagione più feconda. Il territorio si riempie di ville patrizie e laboratori artigianali di chiara fama in tutto il Regno di Napoli, all’epoca sotto la dominazione Aragonese. Dopo la caduta dei Sanseverino e la morte ad Avignone del principe di Salerno Ferrante, l’Imperatore Carlo V concede il territorio al Capitano Ferrante Gonzaga e ai suoi figli. Nel 1583, il Gonzaga vende a sua volta lo Stato di Sanseverino ai Duchi Carafa di Nocera, che passa di mano a Francesco Maria Carafa, il quale, nel 1596, lo consegna a Diana Caracciolo, marchesa di Monteforte.

Durante il decennio francese (1806-1815), con la soppressione della feudalità e la riorganizzazione amministrativa del Regno di Napoli, Fisciano diviene Comune autonomo (nel 1810).
Il neo Comune si estende su un vasto territorio, comprendente 11 frazioni, boschi, amene campagne, faggeti e castagneti, riunitosi in seguito allo smembramento del Principato dei Sanseverino, decretato con la legge di Gioacchino Murat del 1806.

Tra le più rinomate attività attestate, troviamo la Reale Manifattura dei Piastrinari dei Borboni, nello storico Palazzo Barra a Lancusi, rinomata nel 1800 per la lavorazione di armi e coltelli; si deve a Giovanni Venditti, presso la Reale Manifattura, l’invenzione della prima pistola automatica, oggi conservata nel Museo della criminologia ed armi antiche (Museo della Pusterla di sant’Ambrogio), a Milano. Allo stesso tempo, estremamente fiorente in tutto il territorio comunale, è la lavorazione del rame artistico, del ferro (con la produzione di serrature, chiavistelli, bilance di precisione, cancelli, letti, maniglie), del legno e della ceramica, nonché la produzione della pasta secca (con 5 pastifici attivi fino agli anni 20 del XX Sec.).

 

 

Un primo censimento dei Palazzi Storici.

Numerose, come accennato, sono le costruzioni di pregio sorte sul territorio comunale nei secoli.

Tra i monumenti degni di menzione sono il Palazzo De Falco, il Monastero delle Carmelitane di S. Giuseppe (1600), che conserva uno splendido pavimento di maiolica, la Congrega del SS. Rosario a cui si accede attraverso una sontuosa scala a due rampe, la chiesa di San Pietro Apostolo (1309), le antiche botteghe dei ramai di Via Pendino.

Il lavoro di ricognizione affrontato per il progetto SPOD si è incentrato sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

Il metodo di lavoro e osservazione delle strutture ha riguardato soprattutto un tipo di raccolta dati di natura quantitativa, rientrante in uno schema di campi ben definito con lo scopo primario di effettuare velocemente lo spoglio e la compilazione della tabella.

Il gruppo di lavoro si è soffermato su alcune particolari notizie: nome del palazzo, indirizzo, frazione, comune, provincia, codice ISTAT, tipologia, descrizione, anno di costruzione, secolo di pertinenza, coordinate geografiche, fruibilità, vincolo, proprietà, fonte, destinazione d’uso.

Sono stati censiti 23 palazzi.

 

 

Ecco un primo excursus tra i palazzi storici del luogo, divisi per località.

A Penta: Palazzo Nicodemi che prende il nome dal professore Nicodemo Cherubino, illustre matematico della zona. È un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa con due livelli fuori terra (piano terra e primo piano) in muratura portante. Attualmente impiegato come residenza della famiglia Nicodemi, nonostante la sua data di costruzione risalga alla fine del 1500.

Palazzo Pacileo le cui origini risalgono agli inizi del XVI secolo, esso era ubicato nel comprensorio dove risedeva la corte di Marina d’Aragona, attualmente situato in via Casa Gaiano, presenta un portale interamente in piperno. Il Palazzo è a corte aperta con due livelli fuori terra e una unità immobiliare.

Un secondo Palazzo Nicodemi risalente al XV secolo, situato in via Rubino Nicodemi. In passato fu un convento. Il portale di accesso al palazzo è interamente in pietra e conserva integro lo stemma della casata. Faceva anch’esso parte del comprensorio dove risiedeva la Corte di Marina D’Aragona Sanseverino.

Palazzo Barracano attualmente in via Casa Gaiano, risalente al 1450, è un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa in muratura portante con due livelli fuori terra. Il loggiato conserva colonne cilindriche poligonali istoriate. Caratteristico il portale interamente realizzato in piperno con un affresco raffigurante una volpe caduta all’interno di un fosso. Ciò alludeva ad un avvertimento per coloro i quali si recavano dal curatore di Marina d’Aragona con l’intenzione di raggirarlo. Anche questo palazzo in origine era parte del comprensorio di residenza di Marina d’Aragona Sanseverino.

Palazzo Celentano, in piazza Vittorio Emanuele che anticamente era sede del forno della famiglia de Falco, Palazzo Ansalone in via San Rocco, Palazzo D’Auria in piazza Vittorio Emanuele in cui in origine fu insediata la fabbrica di ceramica.

A Gaiano: Palazzo Negri e Palazzo Fiocchi, quest’ultimo datato al XVIII Secolo. La famiglia Fiocchi è stata una delle più importati famiglie di Gaiano, estinta con la morte di Giuseppe Fiocchi nel 1940. Potente feudatario, possedeva cinque diversi fondi. Il Palazzo aveva una struttura imponente su due piani, rispettivamente suddivisi in venti stanze ciascuna di 30 mq. I locali del piano terra, venivano utilizzati come cantine per fare e conservare il vino e come stalle per il bestiame. Nel 1996 il Palazzo Fiocchi è stato demolito per dare spazio a edifici residenziali in calcestruzzo armato.

A Villa: Palazzo Macchiarelli in via Principe Umberto. Molto particolare è il territorio della frazione di Villa. La struttura del borgo è rimasta inalterata, con cavalcavia e scorci panoramici spettacolari, resti di mura romane, tanto più che Villa, ossia “città” è toponimo romano assai diffuso. Le antiche abitazioni conservano ancora materiale di epoca romana e sono ben conservate con chiesette e ampi giardini, residenze signorili del ‘500, tra cui appunto Villa Macchiarelli.

Sono stati inoltre censiti i Palazzi: Siniscalchi a Bolano, Guariniello a Pizzolano, Maiorino e Galdieri a Carpineto, tutti edifici di pregio architettonico e storico di cui si hanno però poche notizie.

 

Tra una settimana continueremo l’indagine tra i palazzi storici di Fisciano.

 

 

 

 

 

Una nuova identità per gli edifici storici

Riqualificazione e rifunzionalizzazione dei castelli medievali in Campania

 

“Campania, terra di castelli” avevamo detto, citando il titolo di un nostro precedente articolo. Ed appunto la Campania conta, secondo il censimento da noi effettuato sulla piattaforma sociale SPOD, ben 304 castelli!

Infatti nella maggior parte dei comuni esiste un castello, un palazzo baronale o un palazzo fortificato. In alcuni casi essi sono stati abbandonati, lasciati a loro stessi e ora solo parzialmente visibili, ma, in altri casi, essi sono stati restaurati e riqualificati, diventando funzionali ad altri scopi.

Ecco dunque alcuni esempi di castelli che oggi hanno una nuova destinazione d’uso, con un breve excursus sulla loro storia.

AVELLINO

In provincia di Avellino nella località di Taurasi, famosissima per la produzione vinicola, sorge il Castello Marchionale, un maestoso complesso architettonico di origine longobarda, posto su un colle a dominio sulla valle attraversata dal fiume Calore, all’altitudine di circa 400 metri.

L’impianto originario di epoca longobarda subì diverse trasformazioni e modifiche ad opera dei dominatori succedutisi nel tempo: Saraceni, Normanni, Angioini e Aragonesi.

Il castello ospitò diverse nobili famiglie, tra cui i Gesualdo, i Filangieri, i Ludovisi e i Carafa.

Semidistrutto dalle truppe guidate da Francesco II d’Aragona nel 1496, fu ricostruito per la seconda volta nella prima metà del XVI secolo e, rimaneggiato agli inizi del Seicento, fu trasformato in un ampio e confortevole palazzo gentilizio.

La struttura conserva ancora oggi le caratteristiche tipiche del palazzo rinascimentale e si distingue per la particolare facciata, dove è ubicato il portone d’ingresso, sulla cui sommità è visibile lo stemma scolpito in occasione dell’unione dei Gesualdo con la Casa d’Este.

Una volta entrati si accede ad uno splendido giardino e alla corte. I piani superiori sono articolati su due livelli, collegati con una scala al cortile interno.

Oggi il Castello di Taurasi è la sede dell’Enoteca Regionale e centro di promozione delle produzioni tipiche delle eccellenze dell’Irpinia. L’iniziativa fu approvata dalla regione Campania nel 2003 al fine di promuovere e valorizzare i prodotti viti-vinicoli della provincia di Avellino.

Attualmente al primo piano è presente un centro di studi, ricerche e formazione del vino e sull’enoturismo. Invece, al secondo piano è collocata una sala convegni e numerosi locali espositivi destinati al museo del vino e della cultura locale.

L’Ente si promette di contribuire con una valida offerta turistica all’emancipazione culturale dell’Irpinia.

BENEVENTO

Nel punto più elevato del centro storico di Benevento sorge la Rocca dei Rettori, conosciuta anche come Castello di Benevento o Castello di Manfredi.

L’aspetto attuale è il risultato di numerosi interventi succedutisi nei secoli, ed è perciò piuttosto disomogeneo.

Venne fondato sul sito di un precedente palazzo fortificato longobardo, edificato dal duca Arechi II a partire dal 871 nel luogo detto “Piano di Corte”.

Il palazzo sopravvisse anche dopo la fine del ducato di Benevento, ospitando nel tempo diversi pontefici, l’ultimo dei quali fu papa Gregorio X nel 1272.

Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i rettori pontifici, che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.

La rocca venne realizzata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò la porta orientale della città, che venne ricostruita poco più oltre.

A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell’edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702.

Dell’antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell’antica porta cittadina, in corrispondenza dell’androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.

Oggi l’edificio è sede della Provincia di Benevento ed ospita la sezione storica del Museo del Sannio con il materiale pertinente alla storia della città e della regione del Sannio e la documentazione dell’arte e delle tradizioni popolari della provincia.

Inoltre l’edificio ospita una mostra permanente dal titolo “Uomini eccellenti”.

 

 

CASERTA

Il Castello di Prata Sannita, in provincia di Caserta, sorge su un costone di roccia sfruttando le asperità naturali, e sovrasta il piccolo Borgo Medioevale in parte ancora cinto dalle mura merlate nel lato Est che si affaccia a dominare la valle dove scorre il fiume Lete.

Il primo impianto del Castello risale all’epoca longobarda, poco prima dell’anno mille. E’ nel corso del IX secolo, infatti, che nacque il borgo come vero e proprio agglomerato fortificato: a causa delle continue invasioni la popolazione si trasferì su un’altura difficilmente accessibile.

Di questa costruzione non se ne trova alcuna traccia: l’aspetto attuale del castello è quello trecentesco, tipico dell’architettura angioina.

La fortificazione, consolidata in epoca normanna, venne successivamente ampliata e munita di torri cilindriche di notevole altezza che ne rendono evidente la funzione primaria prevalentemente difensiva, per volere dello stesso sovrano di Napoli Carlo I d’Angiò.

Al fine di rendere ancora più sicura la difesa del borgo, vennero costruite le torri e la cinta muraria e, nello stesso tempo, i signori longobardi costruirono il primo nucleo del castello che venne ampliato, fortificato e ristrutturato nel secolo XIV, sotto la dinastia dei conti Pandone.

Nel tempo gli eventi storici e il susseguirsi di trasformazioni, arricchimenti e sottrazioni hanno configurato il nuovo aspetto del Castello trasformandolo da fortezza in residenza.

Da alcuni anni il castello di Prata Sannnita ospita cimeli storici della prima e della seconda Guerra Mondiale, accompagnati da una esauriente documentazione fotografica: queste raccolte costituiscono nell’insieme quello che viene comunemente definito il “Museo della Guerra”.

Esso si compone di due sezioni ciascuna delle quali è dedicata ad un singolo conflitto. La sezione riferita alla prima Guerra Mondiale, nota comunemente come “la Grande Guerra”, presenta tra i numerosi oggetti che sono esposti una serie di fotografie illustranti il conflitto sul fronte italo-austriaco dal 1915 al 1918. Nella seconda sezione, ovvero quella dedicata alla seconda Guerra Mondiale sono riuniti i cimeli appartenuti alle truppe dei vari eserciti presenti in Italia negli anni di guerra 1943-1945, oltre ad una vasta sezione fotografica.

SALERNO

Il Castello di Teggiano, noto anche come Castello Macchiaroli, è tra i più importanti dell’Italia meridionale.

Situato al centro del Vallo di Diano, è sorto in epoca normanna in seguito al processo di incastellamento degli antichi abitati in atto in tutta Europa.

Nei primi anni del Quattrocento è appartenuto ai principi di Sanseverino che disposero un primo restauro del Castello, ordinando che alle spese occorrenti contribuissero tutti i paesi del Vallo di Diano: a loro si deve l’ampliamento della costruzione che fece assumere al Castello l’aspetto monumentale che notiamo ancora oggi.

Il Castello è stato sede di importanti avvenimenti storici ed è citato nella storia del Regno di Napoli per due fatti memorabili avvenuti in esso: la Congiura dei Baroni contro il Re Ferdinando I° d’Aragona e l’Assedio di Diano del 1497.

Nei secoli successivi alla sua costruzione, il maniero visse anni di degrado e di lotte, che lo danneggiarono in maniera consistente. Successivamente nel corso dei secoli ha mutato il suo ruolo passando da bellicosa fortezza a tranquilla residenza feudale succedendosi ai vari proprietari fino al 1860 quando, la monumentale struttura, fu acquistata dai Macchiaroli, famiglia che ne è tuttora proprietaria.

Agli inizi del 1970 uno dei proprietari del maniero, l’editore Gaetano Macchiaroli, visto il degrado che stava investendo tutta la costruzione minacciandone il crollo, mobilitò tutte le sue energie per attuarne il recupero, con il contributo dello Stato.

Gli interventi di restauro hanno richiesto molti anni, ma oggi hanno dato nuova vita a questo monumento che è parte essenziale dell’immagine medievale di Teggiano, diventando un luogo ideale per concerti, manifestazioni teatrali, convegni, congressi ed eventi culturali.

La mostra su Giacomo Leopardi ospitata nel 1996, rappresenta un chiaro esempio di riuso di un monumento storico come struttura polivalente disponibile per le iniziative culturali delle istituzioni del mezzogiorno e del Vallo di Diano.

Un evento di particolare risonanza è “Alla tavola della Principessa Costanza”, rievocazione storica fra le più belle e storicamente accurate d’Italia. Nato nel 1994 ad opera della Pro Loco di Teggiano, l’evento, che si tiene a metà agosto, è ambientato nella magnifica cornice del Castello Macchiaroli.

Ogni anno prendono parte alla manifestazione circa quarantamila persone, che da ogni angolo della Campania e non solo vengono a rivivere i fasti medievali.

NAPOLI

La città di Napoli conta più e più castelli che oggi ospitano musei, eventi, uffici, istituzioni.

Basti citare, tra i più conosciuti: il Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino che oltre ad ospitare il Consiglio Comunale, è sede della Società Napoletana di Storia Patria e del Museo Civico o il Castel Sant’Elmo, che attualmente ospita mostre ed esposizioni d’arte temporanee, ma anche festival e rassegne teatrali e musicali. Inoltre il castello è sede permanente del Museo Napoli Novecento 1910/1980, un museo in progress che raccoglie opere realizzate da artisti napoletani nel corso del XX secolo, tra cui sculture, dipinti e sperimentazioni grafiche. Tra gli autori Enrico Baj e Mimmo Paladino. E ancora il Castello Aragonese di Baia che nel 1984 è stato consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Ben diverso è l’attuale utilizzo del Castello di Nisida, che si trova sull’omonimo isolotto del golfo di Napoli, oggi sede dell’Istituto Penitenziario per Minorenni di Napoli.

La costruzione dell’edificio risale probabilmente al periodo tardo-angioino, intorno alla seconda metà del XIV secolo.

Successivamente, nel XVI secolo, il viceré Don Pedro de Toledo ne ordinò un restauro e un riadattamento per utilizzarlo come caposaldo nel sistema difensivo della città, soprattutto per contrastare le scorribande del pirata Barbarossa.

Più tardi, nel 1626, anno della terribile epidemia di peste, il viceré Antonio Álvarez de Toledo volle che il castello fosse adibito a lazzaretto per raccogliere gli appestati.

Durante il periodo borbonico l’edificio perse la sua utilità difensiva e fu adibito all’internamento dei prigionieri politici e nel periodo post-unitario, il castello divenne luogo di detenzione per gli ex funzionari borbonici a seguito dell’epurazione avviata dai Savoia nella Pubblica Amministrazione.

Infine, in tempi più moderni, nel ventennio fascista il penitenziario fu convertito a riformatorio giudiziario, diventando, a partire dal 1934, uno dei pochi Penitenziari Minorili d’Italia.

Oggi l’isola non è più visitabile ma è diventata l’isola delle ragazze e dei ragazzi.

 

Avellino: un viaggio tra cultura, tradizioni ed enogastronomia

Avellino è una terra ricca di cultura, tradizioni ed enogastronomia. In questo percorso che attraversa il cuore della provincia, scopriremo insieme tutte le bellezze che questo patrimonio territoriale ci offre.

Zaini in spalla, si parte!

PRIMA TAPPA: MIRABELLA ECLANO

Il nostro viaggio parte da Aeclanum, oggi Mirabella Eclano, uno dei centri sanniti più importanti dell’Irpinia, posizionato tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita. Ciò che resta dell’antica città si trova all’interno del Parco archeologico di Mirabella Eclano.

Tra i resti dell’antica città troviamo il complesso termale, dove sono ancora visibili il Calidarium, il Tepidarium, ed il Frigidarium, risalenti al II secolo d.C. La struttura si compone due livelli: il primo, che ospita ambienti destinati esclusivamente ai bagni; il secondo, dove venivano praticate altre attività come massaggi, musica ecc.

Il Macellum è l’antica piazza in cui veniva svolto il mercato alimentare di cui è visibile solo la costruzione centrale a pianta circolare. E’ possibile visitare anche i resti delle mura e alcune botteghe e abitazioni.

La Basilica paleocristiana risale all’età tardo-antica ed è articolata in tre navate con un pavimento a mosaico, al cui interno è presente una fonte battesimale. Ad un livello inferiore rispetto all’edificio religioso si conservano i resti di una domus di età imperiale romana, con un ambiente adibito a magazzino.

Un altro rinvenimento è costituito dalla Necropoli eneolitica, rinvenuta in località Madonna delle Grazie, lungo la strada Mirabella-Taurasi. Il reperto è di proprietà privata ma vi è la possibilità di visitarlo chiedendo il permesso in loco.

Dopo la visita al parco archeologico, non si può lasciare la città prima di aver visitato i Musei civici che raccontano storia e tradizioni locali.

Il Museo civico dell’arte sacra ospita oggetti e opere d’arte legati alla vita religiosa della Parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il percorso museale è allestito nei locali della chiesa medioevale dell’ex Confraternita del SS. Rosario. Tra i numerosi oggetti, si conservano importanti paramenti sacri del ‘700 ed argenti, tra i quali il busto-reliquiario di San Prisco; un prezioso Exultet o Rotolo di Quintodecimo, che si trova nella biblioteca storica; sette pergamene di scrittura beneventana dei secoli X-XI.

Il Museo civico dei misteri di cartapesta è situato in quelle che un tempo costituivano le scuderie del convento francescano e si snoda lungo un percorso che accompagna il visitatore lungo le tappe della Passione di Cristo. I gruppi scultorei sono realizzati in cartapesta e sono opera dell’artista eclanese Antonio Russo che nel 1875 li donò alla città. All’interno del museo è possibile apprendere i principali metodi di lavorazione della cartapesta grazie a supporti didattici audio-visivi e alla presenza di una sala multimediale.

Il Museo civico del carro è allestito al primo piano dello stesso complesso monumentale di San Francesco, sede del Municipio di Mirabella Eclano. Il museo espone alcune parti originali dei sette registri che compongono il “Carro di Mirabella Eclano”, un obelisco alto 25 metri, interamente rivestito di pannelli in paglia intrecciata, frutto del lavoro di abili artigiani. Il trasporto del Carro avviene ogni anno nel giorno consacrato alla Madonna Addolorata. All’interno del Museo è anche presente una mostra permanente di fotografie che illustrano la storia del Carro sin dal suo primo progetto datato 1869, percorrendo le fasi salienti della sua costruzione fino al momento più significativo della “tirata”.

SECONDA TAPPA: TAURASI

Il viaggio prosegue verso Taurasi, a circa 6 km da Mirabella Eclano. Il territorio è noto soprattutto per la produzione del vino Taurasi, degustato e apprezzato in tutto il mondo. Infatti, numerosi sono i produttori presenti nella zona e dopo le fatiche del viaggio un bicchiere di vino sarebbe l’ideale! Infatti, è anche possibile visitare le cantine e degustare il vino insieme ai prodotti tipici della zona.

Ma attenzione a non esagerare… Perché oltre alle cantine, il tour prevede anche una tappa al Museo archeologico di Taurasi. Il museo raccoglie testimonianze archeologiche del più antico popolamento del territorio di Taurasi e di Mirabella Eclano nella media valle del Calore, riportate alla luce durante gli scavi realizzati intorno alla metà degli anni ’90, in contrada S. Martino.

L’area ha restituito le più significative manifestazioni dell’ Eneolitico in Campania. Sono state individuate numerose capanne, risalenti a 4500-4000 anni fa circa, diverse per forma e dimensione, provviste di un muro perimetrale in pietra a secco che doveva sorreggere l’intera struttura lignea, non più conservata. All’interno sono stati rinvenuti vasi di ceramica e strumenti litici, esposti in mostra, insieme a numerosi cinerari.

TERZA TAPPA: CASTELVETERE E MONTEMARANO

Il viaggio alla scoperta di Avellino continua verso Castelvetere, a circa 16 km da Taurasi. Questo luogo prende il suo nome proprio dalla presenza di un castello, situato alle pendici del Monte Tuoro. Il castello ha subito diverse modifiche e rimaneggiamenti nel corso del tempo che ne hanno alterato profondamente l’aspetto originario.

Il borgo di Castelvetere è stato recuperato e trasformato e oggi fa parte di un complesso turistico. Per i viaggiatori che desiderano fare una sosta e godere delle bellezze del luogo, è possibile soggiornare negli alloggi presenti all’interno dell’albergo diffuso e accedere ad alcune parti del castello, inglobate all’interno degli edifici.

A soli 4 km si trova Montemarano, dove è possibile visitare due Musei legati alla storia locale.

Il Museo dei parati sacri costituisce la testimonianza viva di un’antica civiltà con la sua collezione di preziosi tessuti italiani, realizzati per buona parte in Italia Meridionale, tra il XVI e l’inizio del XX. Esso rappresenta il cuore di una delle collezioni più importanti di Parati Sacri per la qualità, la varietà e l’antichità degli oggetti custoditi ed esposti.

Il Museo etnomusicale “Celestino Coscia e Antonio Bocchino” ospita numerose raccolte fotografiche, materiale discografico, visivo, libri e documenti vari che testimoniano l’importanza della etnomusicologia locale, e pannelli espositivi che raccontano la storia e le tradizioni locali. All’interno della struttura sono presenti anche strumenti musicali tradizionali, che esaltano una delle più radicate tradizioni folckloristiche di Montemarano, il Carnevale.

Per i viaggiatori che desiderano rilassarsi e godere a pieno le bellezze del territorio, è possibile sostare in una delle numerose cantine che si trovano lungo tutto il tragitto, consultabili sulla mappa.

QUARTA TAPPA: MONTELLA

La prossima tappa si trova a circa 15 km, e precisamente a Montella. In questo comune in provincia di Avellino si trova il Convento di San Francesco a Folloni, riconosciuto come monumento nazionale. Sembra che il Convento fu fondato dallo stesso San Francesco d’Assisi, di passaggio verso il santuario di San Michele sul Gargano, nel gennaio 1222.

L’odierno complesso architettonico è frutto di un rinnovato intervento edilizio della metà del Settecento, reso necessario in seguito al terremoto del 1732. Nella chiesa settecentesca si trovano alcune opere di grande pregio, tra cui gli stucchi di Francesco Conforto e il pavimento maiolicato datato 1750. Inoltre, vi è anche il sarcofago di Diego I Cavaniglia, conte di Montella, ad opera di Jacopo della Pila, e la lastra sepolcrale della contessa Margherita Orsini, moglie del conte.

Nel Museo annesso al convento di San Francesco sono conservati notevoli beni artistici custoditi nei secoli, tra cui i paramenti sacri in broccato di seta del XVI secolo, di grande valore storico e artistico. La collezione comprende anche arredi, ceramiche, argenti, stoffe, stampe che vanno dal XV al XIX secolo, nonché numerose reliquie. Dal 2011 è esposta la giornea del conte Diego I Cavaniglia, morto nel 1481. Rinvenuta nel 2004 e sottoposta a lungo restauro, costituisce l’unico esempio di questo indumento ancora esistente al mondo. Al museo è annessa anche la Biblioteca che conserva circa 20.000 volumi editi dai primi del Cinquecento fino a tutto il Settecento.

Prima di lasciare questo luogo e raggiungere l’ultima tappa del nostro itinerario, è d’obbligo assaggiare la pregiata castagna di Montella I.G.P., prodotto tipico del territorio dalle caratteristiche uniche.

QUINTA TAPPA: BAGNOLI IRPINO

Spostandosi di soli 5 km si raggiunge Bagnoli Irpino, dove potremo concludere il nostro viaggio in maniera del tutto avventurosa, salendo a circa 910 m di altezza dove si trova la Grotta di San Pantaleone, in una posizione panoramica mozzafiato.

All’interno della grotta si trova un’antica cappella-eremo rupestre, meta di venerazione e pellegrinaggio da parte della gente locale che si spingeva lungo l’antico tratturo con il capo cinto da una corona di spine a simboleggiare il martirio subito dal Santo. La tradizione è stata portata avanti fino alla metà dello scorso secolo, quando il luogo è caduto in totale stato di abbandono. 

Fortunatamente, oggi è in corso un’impegnativa opera di recupero, consolidamento e restauro conservativo della struttura, ivi compresi l’installazione di un cancelletto d’ingresso ed il ripristino della passerella che ne agevola l’accesso. 

L’avventura sembrerebbe giunta al termine… Ma la tradizione campana vuole che non si possa concludere un viaggio senza aver fatto prima uno “spuntino”. E Bagnoli Irpino costituisce proprio il luogo ideale, poiché ci offre una serie di prodotti tipici davvero gustosi, tra cui il pregiatissimo Tartufo nero, ottimo come condimento per spaghetti, penne aglio e olio, frittata e, addirittura, per la pizza o come piatto principale della rinomata insalata di tartufo “alla bagnolese”.

Dal latte della pecora bagnolese, nutrita esclusivamente con pascoli naturali in piccoli allevamenti lontani dai grandi insediamenti urbani si ricava il “casu’r pecora” il cosiddetto “Pecorino bagnolese” che, a seconda della stagionatura, può essere mangiato dopo qualche giorno a fette o arrostito; dopo 2-3 mesi come pietanza da tavolo, con frutta o miele; dopo 5-6 mesi come formaggio da grattugia, quando avrà acquisito una certa piccantezza.  

Ora il viaggio può dirsi concluso. Che siate dei viaggiatori desiderosi di avventura, affamati di conoscenza o cultori della buona tavola, questo itinerario nel cuore della provincia di Avellino farà sicuramente al caso vostro!

Buon viaggio!