Benvenuti sulla piattaforma integrata, inclusiva e collaborativa per gli Open Data del Patrimonio Culturale della Regione Campania, che abbia come obiettivo quello di raccogliere e rendere facilmente fruibile il patrimonio Open Data che viene fornito dalle istituzioni (locali, regionali, nazionali e internazionali) insieme al patrimonio che può essere generato dalle stesse comunità locali di riferimento sul territorio (associazioni, etc.).

Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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Hetor e alternanza scuola-lavoro: un’accoppiata vincente!

Un suono inconfondibile riecheggia in lontananza… Driiiin!!! La campanella: è iniziata la scuola!

Per dare il bentornato ai ragazzi, Hetor ha deciso di presentare tutte le attività e i risultati che gli studenti hanno raggiunto alla fine dello scorso anno scolastico. In particolare, hanno collaborato con noi 4 scuole campane, situate nelle province di Avellino, Caserta e Salerno, coinvolgendo in totale circa 100 alunni.

 

I progetti realizzati dagli studenti hanno avuto come obiettivo principale la valorizzazione e promozione del proprio territorio attraverso l’utilizzo degli Open Data.

Nei primi incontri tenutisi presso l’ateneo di Salerno, i ragazzi hanno appreso il concetto di Open Data e le molteplici funzionalità della piattaforma sociale SPOD, strumento che hanno utilizzato nelle attività successive per raccogliere e co-creare i dati.

Oltre ai dataset, alla fine del progetto i ragazzi hanno realizzato degli articoli corredati da datalet e pubblicati sul blog di Hetor. Inoltre, in una sezione dedicata, è stata creata una pagina per ciascuna scuola in cui sono presenti tutti i lavori svolti durante il percorso di Alternanza scuola-lavoro.

Liceo Gian Battista Vico, Nocera Inferiore (SA)

I 9 studenti dei licei Classico e Linguistico G. B. Vico hanno collaborato con Hetor divisi in 3 gruppi di lavoro. Alla fine delle ore previste, i ragazzi hanno realizzato 3 dataset: Museo Open, Itinerari Culturali e Fabbriche dismesse.

Essi sono stati concepiti dai ragazzi allo scopo di valorizzare la propria città e il proprio territorio. Durante le attività gli alunni hanno anche scattato personalmente le foto inserite nei dataset, ulteriore momento di apprendimento pratico e interattivo.

Ecco una delle datalet realizzata dai ragazzi con i dati raccolti:

 

L’esperienza con gli studenti si è rivelata estremamente positiva, come dimostra uno dei commenti dei partecipanti alla fine del percorso di Alternanza scuola-lavoro:

La mia esperienza di alternanza scuola lavoro è stata, per diverse ragioni, davvero molto positiva ed interessante. Ho potuto valorizzare gli oggetti presenti nelle vetrine del liceo G.B. Vico, ormai dimenticati da molti. Ho imparato a creare inventari, prima cartacei e poi in formato digitale, attraverso la creazione di dataset. Ho conosciuto nuove piattaforme come, ad esempio, SPOD. Spero di continuare con questo percorso di alternanza per poter maggiormente valorizzare, non solo a livello regionale ma anche internazionale, i beni che custodiamo all’interno del liceo, utilizzando SPOD e Hetor come mezzo di diffusione.

Maria Nunzia Sciacca, Liceo Linguistico G.B. Vico classe 3EL

Liceo Armando Diaz, San Nicola La Strada (CE)

Il Liceo A. Diaz ha visto la collaborazione di 27 studenti che hanno lavorato divisi in 4 gruppi, ognuno dei quali ha realizzato un dataset: Museo Open della civiltà contadina di San Nicola La Strada, Risorse e Beni culturali minori, Stradario Ragionato di San Nicola la Strada, Casellario Politico per la provincia di Caserta.

Oltre ai dati raccolti sulla piattaforma, i ragazzi hanno realizzato le foto delle risorse locali al fine di valorizzare maggiormente il proprio territorio. Inoltre, gli studenti hanno creato numerose datalet, anche di una certa complessità, dimostrando il loro interesse nelle attività svolte. Ecco un esempio:

 

Liceo Pasquale Stanislao Mancini, Avellino (AV)

I 20 studenti  del Liceo A. Mancini hanno collaborato al progetto Hetor realizzando 4 dataset: Casellario Politico per la provincia di Avellino, Marchi di Fabbrica nella provincia di Avellino, Museo Irpino “Mefite”, Museo Irpino “Epigrafi”.

I ragazzi hanno svolto un eccellente lavoro di analisi dei dati, realizzando degli articoli molto dettagliati, arrivando a ricostruire delle vere e proprie storie sui dati corredati dalle datalet.

 

 

Istituto Angelo Maria Maffucci, Calitri (AV)

I 39 studenti del Maffucci si stanno concentrando su varie risorse del territorio di Calitri e zone limitrofe: chiese e luoghi artistici, storia locale di Bisaccia, casali, arti e mestieri del Museo di Aquilonia, usi e costumi locali e le aziende agricole. I dataset non sono stati ancora pubblicati poiché le attività sono ancora in corso. Ma non temete, presto saranno disponibili.

Intanto, vi mostriamo in anteprima una datalet che riguarda uno dei dataset che gli studenti stanno ultimando:

 

Una serie di attività concluse, alcune in corso ed altre stanno per cominciare: una proficua collaborazione con gli studenti campani volta alla valorizzazione del territorio.

 

Il team di Hetor ringrazia i ragazzi per l’impegno dimostrato augurandogli un buon inizio di anno scolastico!

 

Estate in Costiera Amalfitana

Ecco la terza ed ultima parte dell’itinerario creato ad hoc per i lettori di Hetor tra le bellezze della Costiera Amalfitana.

Amalfi: tra mito e realtà

La mitologia vuole che questa città traesse il nome da una ninfa, Amalfi appunto, amata da Ercole. Il loro, però, era un amore destinato a essere passionale ma breve: la ninfa morì improvvisamente e l’eroe, profondamente afflitto dalla tragedia e con il cuore a pezzi, decise che la sua amata dovesse avere una sepoltura che potesse ricordarla nel tempo.

Ercole voleva seppellire l’amata in una terra che fosse degna di ospitare cotanta bellezza per cui si mise alla ricerca del posto perfetto, riuscendo a individuarlo in una terra dalle coste frastagliate in cui mare e cielo si sposavano all’orizzonte: si imbatté così in un piccolo villaggio la cui natura rigogliosa e il cui paesaggio incantato lo conquistarono al punto che decise di adornarlo con quegli alberi dai frutti pastosi, profumati e squillanti di sole che aveva rubato al Giardino delle Esperidi e che regalarono al luogo un profumo caratteristico. In questo villaggio, Ercole decise di dire addio alla sua adorata Amalfi, affidandone i resti alla cittadina costiera che battezzò con il nome dell’amata.

E quei frutti pastosi con cui l’eroe adornò il villaggio, oggi sono noti come i limoni di Amalfi, diventati la gioia e l’orgoglio dei suoi abitanti.

La storia invece tramanda che Amalfi fu inizialmente fondata, lungo la costa e con la denominazione di Melphes, da alcuni romani diretti verso Costantinopoli. Questi ultimi decisero, dopo poco, di trasferirsi in un tratto più riparato della costiera salernitana costituendo il primo nucleo della novella città soprannominata Amelphes. Data la posizione geografica, fin da subito gli amalfitani furono inclini a sviluppare un commercio marittimo, tanto da farla diventare la prima Repubblica Marinara.

Tra le maggiori testimonianze della sua grandezza, vi furono le Tavole Amalfitane, un codice che raccoglieva norme di diritto marittimo che restò attuale per tutta la durata del Medioevo.
Negli anni ’60, quelli del boom economico e della dolce vita romana che, in estate, viveva tra Capri ed Amalfi, registi, artisti d’ogni genere ed avventurieri sono passati per la costiera, da questo splendido connubio di arte e natura sono nati amori appassionati ed opere d’arte.

Senza dubbio il prodotto per eccellenza, indiscusso protagonista della produzione Amalfitana e dell’intera Costiera, è il Limone Costa d’Amalfi I.G.P.. Questo frutto presenta caratteristiche esclusive, che lo rendono famoso nel mondo. Si tratta di un limone di categoria sfusato, e si differenzia dai limoni della vicina area sorrentina per le diverse modalità di coltivazione e per proprietà organolettiche differenti.

Il Limone Costa d’Amalfi I.G.P. è un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate e rinomate: è caratterizzato da una forma ellittica allungata, la buccia è di medio spessore, di colore giallo particolarmente chiaro, con un aroma e un profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni (carattere ritenuto di pregio per la produzione del liquore di limoni). La polpa è succosa e moderatamente acida, con scarsa presenza di semi. E’ inoltre un limone di dimensioni medio-grosse (almeno 100 grammi per frutto).

I limoni della Costa d’Amalfi sono utilizzati anche per produrre ottimi liquori tra i quali spicca il limoncello, senza dubbio quello più famoso, considerato “l’oro giallo” della Costa d’Amalfi.
La produzione, da parte di diverse aziende che negli anni si sono specializzati nel loro prodotto, avviene mediante l’utilizzo di soli limoni locali.

Il limoncello è semplice da preparare e non richiede l’aggiunta di coloranti, additivi o conservanti: ciò garantisce di poter assaporare il gusto unico del prodotto. La buccia dell’agrume coltivato in Costa d’Amalfi è ricca di oli essenziali e viene utilizzata per la produzione del liquore stesso, con l’aggiunta di alcool, acqua e zucchero: la semplicità e la cura con cui viene prodotto accentua l’originalità e la purezza, proprio come tanto tempo fa. Imitatissimo nel mondo, il limoncello è un prodotto che racconta la storia della Costiera ed è prodotto ancor oggi da tante massaie che, in casa, sono solite prepararlo ancora avvalendosi di antichi segreti e ricette di un tempo.

Una variante del classico limoncello è la crema di limone, ottenuta mischiando liquore di limone, latte, zucchero e panna. Ma anche il liquore di cioccolato al Limoncello, ottenuto arricchendo il sapore del classico limoncello con il cioccolato.

Oltre ai liquori, dai limoni Costa D’Amalfi nascono anche ottimi dolci, uno tra tutti è la Delizia al limone. Oggi è uno dei dolci più diffusi in Campania ma con il suo sapore delicato e fresco ha conquistato il palato di tutti gli italiani. La Delizia, certificata P.A.T. di fama internazionale, ha un’origine recente: fu ideata dal pasticciere sorrentino Carmine Marzuillo nel 1978. Dalla sua prima esecuzione se ne iniziò la diffusione in tutto il territorio: il sapore delicato e fresco conferito alle cupolette di pan di Spagna dalla crema al limone rende le delizie perfette da gustare durante la stagione estiva. Con la loro texture soffice e leggera, le delizie al limone conquistano anche i palati più esigenti.

Dopo aver gustato le bontà della cucina amalfitana, è tempo di dedicarsi alla cultura, magari esplorando le numerose torri di avvistamento presenti sul litorale amalfitano:

Torre Capo di Vettica, torre di avvistamento che sorge per l’appunto nella località Capo di Vettica, un promontorio proteso verso il mare, sovrastato da alte montagne sulle quali è situato l’antico Convento di Santa Rosa. Ristrutturata nel Novecento, per lungo tempo, è stata di proprietà del produttore cinematografico Carlo Ponti che la regalò come dono di fidanzamento alla moglie Sophia Loren.

Torre Bellosguardo, chiamata anche torre Revigliano o Revellino. Nella località di Vagliendola, all’estremità occidentale delle mura medievali di Amalfi, si trovava il Rivellino, un prolungamento del sistema difensivo contro gli attacchi provenienti dal mare. Su questa antica opera muraria, fu costruita in epoca vicereale, la Torre di Bellosguardo: poiché la precedente costruzione era inutilizzabile se ne programmò la ricostruzione.

Torre Capo d’Atrani, in origine detta Torre di Capo San Francesco per la presenza dell’ex convento presente ad Amalfi. Permetteva di comunicare visivamente col nucleo urbano di Amalfi e con la torre di Vettica. La torre appare all’estremità meridionale del Monte Aureo, ad est del centro urbano di Amalfi. La Torre del Capo d’Atrani fu una delle prime ad essere recuperata e riutilizzata in epoca vicereale.

Torre di Pogerola, torre di avvistamento costruita direttamente su roccia. La si può vedere percorrendo la via Sopramare fino al limite estremo del Monte Falconcello. Dalla Torre si dominava l’intera zona di Amalfi e si controllavano gli accessi alla città. Rappresentata in molti disegni dei secoli scorsi, è ancora oggi, insieme alla Torre dello Ziro, connotativa del profilo superiore del paesaggio amalfitano.

Inoltre è presente in località Tovere di Amalfi la Chiesa rupestre della Santissima Trinità. La Chiesa della Santissima Trinità, della quale si hanno notizie in un documento del 1138, faceva capo ad un antico insediamento rupestre della costiera amalfitana, un complesso molto ampio di grotte basiliane. A differenza di altri complessi simili, anche al di fuori della costa d’Amalfi, sono quasi del tutto assenti decorazioni pittoriche, fatte salve delle tracce di colore rosso sulla parte inferiore di due absidi. Sia all’esterno della chiesa rupestre che all’interno di altri ipogei è stata rilevata la presenza di alcune casse in muratura: forse tombe o, più semplicemente, vasche per la raccolta dell’acqua piovana ad uso degli eremiti.

 

 

Conca Dei Marini: il luogo in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare

Conca dei Marini, piccolo paese che dai suoi tre chilometri di costa, dal mare si erge fino a quattrocento metri di altitudine, in cui sembra di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Anticamente il nome di questo paese era Cossa dei Tirreni: fu colonia romana dando notevole contributo nella seconda guerra punica.

Da sempre i suoi abitanti hanno eccelso nell’arte marinara e la sua marina mercantile era di tale spessore che addirittura si parlava di un attitudine innata per la marineria degli abitanti del luogo: infatti questo piccolo centro commerciale aveva contatti e scambi con paesi dell’intero bacino mediterraneo incrementando enormemente la fama della Repubblica Amalfitana cui faceva corpo.

La storia di Conca dei Marini non può essere differente da quella di Amalfi, con la quale ha condiviso lo splendore del periodo della Repubblica Marinara, ma anche il declino ed il successivo ritorno alla celebrità.

Dopo un lungo periodo di oblio, il paese conobbe un periodo prospero sotto il dominio degli svevi e degli angioini poiché si poteva disporre delle proprie risorse, oltre a quelle marine, anche in parte dagli appezzamenti di terreno posti in collina ed agli scambi commerciali a cui Conca si era sempre affidata.

Non si può parlare di Conca dei Marini senza citare alcune delizie gastronomiche che caratterizzano la sua tradizione, prima tra tutte la famosa Sfogliatella Santa Rosa.

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’ sempe na delizia, na bontà!

 

Circa 400 anni fa una monaca del convento di clausura di Santa Rosa a Conca dei Marini aggiunse a un po’ di pasta, rimasta dalla preparazione del pane, zucchero, latte, frutta secca, semola e amarene sciroppate inventando per caso un dolce squisito che ancora oggi è uno dei simboli del paese. (Per la storia completa: www.sfogliatella.it/storia.htm)

Non si può non affogare in un mare di dolcezza addentando una sfogliatella di Santa Rosa!

Anche quest’anno nel paese natale della Sfogliatella Santa Rosa si rinnova la sfida tra le eccellenze della pasticceria nazionale con la VI edizione del Concorso Gastronomico Nazionale “SantarosaConcaFestival”, da quest’anno Santarosa Pastry Cup, affermata realtà nel panorama enogastronomico nazionale e tappa ambita da pasticceri e barman professionisti di tutta Italia, che si terrà il 1 Agosto proprio a Conca dei Marini.

 

Conca dei Marini è meno nota e conosciuta rispetto agli altri paesi della Costiera ma riesce a rispondere alle stesse esigenze di bellezza e di natura delle altre.

Un tempo Conca dei Marini, che sorge a fianco del fiordo di Furore, era solo un borgo di pescatori, oggi vive anche di turismo senza perdere il proprio fascino raccolto.

Una conca naturale protesa verso il mare, un paese incantato con poche centinaia di abitanti che vivono nelle case sulla spiaggia o in quelle bianche aggrappate alla scogliera, le quali si sviluppano nella baia dominata dalla Torre Saracena, detta anche Torre del Capo di Conca: è un’antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca.

Il Capo di Conca è uno dei punti fondamentali per le comunicazioni visive della costiera amalfitana, una singolare sporgenza rocciosa ricoperta da macchia mediterranea che si protende verso il mare.  Il 19 aprile 1279 la torre di Capo di Conca è citata tra le cinque torri del golfo di Salerno a pianta circolare. Fu ripristinata e voluta più grande in epoca vicereale, dal viceré di Napoli Pedro de Toledo. Trasformata in pianta quadrata, dal momento che la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio, e posta a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi.  Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale.

La torre fu destinata a questo uso fino al 1949, finché fu restaurata dall’amministrazione comunale che ne è proprietaria. L’Amministrazione comunale, per preservare questa sua peculiarità ma allo stesso tempo desiderando un’adeguata e consona destinazione d’uso, ha deciso di renderla disponibile per eventi e manifestazioni culturali in genere, con una particolare attenzione alle celebrazioni di matrimoni civili per coppie di italiani o di stranieri.

 

 

Furore: l’emozione del fiordo che penetra nella roccia con uno strapiombo a picco sul mare

Il fiordo di Furore, un ristretto specchio d’acqua posto allo sbocco di un vallone a strapiombo sul mare, è stato denominato il “paese che non c’è” dal momento che in realtà non ha una conformazione di borgo abitato ma piuttosto case sparse aggrappate alla roccia.

A Furore ci si arriva dalla strada che si snoda tra Amalfi e Positano, all’improvviso compare la cascata di olivi e vigne che sembra volersi tuffare nel blu del Fiordo.

Deve la sua fortuna alla conformazione geologica e all’inattaccabilità del proprio territorio, sempre inespugnabile, soprattutto all’epoca dei Saraceni quando i suoi pochi abitanti sopravvivevano grazie alla pastorizia e all’allevamento.

Le prime notizie storiche definiscono Furore come un semplice casale della Regia città di Amalfi che esce dall’anonimato grazie al catasto Carolino del 1752 che restituisce l’immagine di una piccola comunità costiera con pochissimi terreni coltivabili e scarsamente abitata.

Il fiordo di Furore ospita anche un borgo marinaro e un porto naturale nel quale, nell’antichità, si svolsero le più importanti attività industriali come le cartiere o i mulini alimentati dal ruscello Schiatro che scendeva dai Monti Lattari.

Per raggiungere la piccola spiaggia che si incunea tra le rocce si devono scendere i 200 gradini di una scalinata che parte dalla statale. Sulla spiaggia ai piedi dello strapiombo ci sono alcuni “monazzeni”, antiche case di pescatori restaurate negli ultimi anni. Qui Roberto Rossellini girò il secondo episodio del film “Amore”, con Anna Magnani. Durante le riprese tra i due scoppiò una breve e tormentata storia d’amore.

Il fiordo di Furore offre uno scenario paesaggistico straordinario e dal caratteristico ponte sospeso a 30 metri di altezza e sul quale ogni anno si svolge una tappa del MarMeeting, un Campionato Mondiale di Tuffi dalle Grandi Altezze.

Tra i siti di maggior interesse storico, architettonico e naturalistico, segnaliamo:

La Grotta di Santa Barbara, situata poco lontano dal centro abitato. Fu costruita in una cavità naturale in un momento non ben precisabile, ma probabilmente risalente all’Alto Medioevo, di cui ormai ne restano solo ruderi. La struttura è a tre navate, absidata, con chiari interventi strutturali nel XIX secolo. La grotta sottostante la chiesa contiene resti di pitture non più leggibili, ma forse dovette costituire il primo insediamento cultuale. Attualmente il sito non è raggiungibile da Furore ma solo da Agerola, attraverso un sentiero poco agevole, oggi prevalentemente percorso da escursionisti.

La Torre di Santo Stefano, che si trova tra Capo di Conca e Marina di Praia. Essendo la foce del primo corso d’acqua, controllato dalla Torre di Praiano, alla Torre di santo Stefano toccava controllare e sbarrare l’approdo ai corsari, in corrispondenza del secondo. Si tratterebbe dunque di una torre di sbarramento, perché in quel punto non era necessaria né una torre di avvistamento e né una guardiola, in quanto erano in comunicazione visiva le due torri limitrofe di Praiano e di Capo di Conca. Oggi osserviamo solo i ruderi.

In questa sono prodotti anche ottimi vini, tra cui spiccano quelli dall’Azienda Vinicola Marisa Cuomo, fondata nel 1980 da Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo.

L’uva che cresce aggrappata alla roccia di Furore è esposta all’azione del sole e del mare della Costa d’Amalfi. Inoltre, al fascino della natura, si aggiunge la suggestiva cantina scavata nella roccia dove vengono conservati i vini. La produzione in cui spicca la Cantina Marisa Cuomo è il vino Costa D’amalfi D.O.C., anche nelle denominazioni Furore e Ravello.

L’azienda è stata insignita da numerosi premi tra cui quello assegnato dall’Associazione Italiana Sommelier nel 2006, in particolare al vino Fiorduva, del riconoscimento “Tre Bicchieri” della guida I Vini d’Italia di Gambero Rosso, per il Furore Rosso Riserva e per il Fiorduva, e diversi riconoscimenti oltreoceano. Questo rende il marchio famoso in tutto il mondo.

 

 

Praiano: il tramonto più romantico della Costiera

Le origini di Praiano, dal latino Pelagium, mare aperto, si fanno risalire all’epoca dei romani, ma il centro si consolida in epoca medievale sulla scia delle gloriose imprese di Amalfi.

Un tempo i praianesi erano celebri come corallari e usavano portare un orecchino al lobo sinistro secondo la tradizione saracena: infatti la pesca del corallo è stata una delle attività praticate dai praianesi fino alla fine del 1800.  Per la sua bellezza serena e suggestiva Praiano divenne la residenza estiva dei Dogi, quando faceva parte dell’area di influenza della Repubblica di Amalfi.

Oltre al dedalo di viuzze, scalinatelle e case in colori pastello, una delle caratteristiche di Praiano sono le edicole votive decorate in maiolica e presenti ovunque nel borgo, a testimoniare come le famiglie le costruissero per chiedere la protezione divina e ribadire la proprietà di quella zona.

Anticamente l’abitato era molto vicino al mare ma a causa di molte calamità naturali, come maremoti, pestilenze e aggressioni a causa delle incursioni dei saraceni, il nucleo abitativo fu spostato più in alto per ragioni di sicurezza e la nostra costa fu fortificata prima con torri di avvistamento durante il periodo angioino e poi con torri di difesa durante il periodo vicereale:

Torre Assiola, detta la Sciola. Sorge su una sporgenza della scogliera protesa verso il mare, tra la marina di Praia e il Capo di Praiano. La località è citata per la prima volta in un documento del 1202 con il nome di Sciola, mentre della torre si hanno notizie già in un documento del 1270, costruita per volere di Carlo I d’Angiò. In origine essa doveva avere un’altezza maggiore e subì adattamenti in epoca vicereale. L’eccessiva altezza della torre è, dagli studiosi, ricondotta al fatto che originariamente essa serviva a controllare solo la baia sottostante dove si raccoglieva il corallo e che solo in epoca vicereale divenne torre di guardia.

Torre Grado di Vettica, torre di avvistamento che si trova nella località di Rèzzola. La tipologia della torre ricorda quelle già esistenti in epoca angioina, modificata poi in seguito in epoca vicereale con aggiunte, quali troniere e un corpo di fabbrica sul lato monte. Dalla piazza della torre lo sguardo può spaziare verso ovest, lungo la costa di Positano e le sue torri, fino alle isole de Li Galli, e verso est, in direzione di capo Sottile, dove si trovano i resti della Torricella.

Torre la Torricella, torre di avvistamento di epoca vicereale. Situata sul Capo Sottile, a sud di Rèzzola, che è uno dei punti strategici più significativi della costa: dalla cima si domina verso est, la costa di Praiano fino al Capo di Conca, verso ovest tutta la costa di Positano. L’importanza del sito dal punto di vista del controllo determinò nel corso dei secoli la realizzazione di postazioni di vedetta. All’epoca del piano vicereale di difesa costiera, alcune strutture erano già esistenti su Capo Sottile, tanto da spingere a programmare non una torre ma un muro. Oggi sono visibili i resti del fortilizio.

Il tramonto a Praiano è giudicato tra i più romantici della Costiera. Un primato suggestivo che racconta il fascino di questo pittoresco paese di pescatori, tra Positano e Conca dei Marini, che ha saputo mantenere il proprio carattere intatto senza farsi travolgere dal turismo di massa.

 

 

 

Positano: la conchiglia della Costiera

Perla della Costiera Amalfitana, Positano appare quasi come una conchiglia: un gruppo di case dai colori pastello aggrappate alla parete scoscesa delle ultime estremità dei Monti Lattari, che si specchiano in un mare limpido dai colori grigio-argento delle spiagge di ciottoli, circondate dal profumo intenso dei limoneti.

Il panorama spazia fino a Punta Licosa e Capri e, ad appena tre miglia di distanza dalla costa, al largo spuntano dal mare i tre isolotti de Li Galli che furono detti le Sirenuse per le leggende che li volevano come rifugio delle sirene incantatrici.

Non si hanno notizie certe sui primi abitanti della zona: c’è chi ipotizza un primitivo insediamento Osco o Piceno. Tuttavia, come spesso accade, dove non può la storia arriva la leggenda che, in questo caso, narra di un amore profondo tra il dio del mare Nettuno e la ninfa Pasitea.

Positano fu frequentata in epoca romana come luogo di villeggiatura, come è testimoniato dalla villa scoperta alla fine del XIX secolo e da qualche anno oggetto di un intenso scavo Successivamente seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e subì, come gli altri paesi costieri, le continue scorrerie dei pirati.

Positano nacque come centro di pescatori e così si è conservato fino alla metà del secolo scorso quando al posto degli ombrelloni sulla spiaggia c’erano solo le barche di coloro che vivevano della pesca.

Già dopo la Prima Guerra Mondiale fu eletta da numerosi artisti e letterati russi e tedeschi come loro dimora, potendo qui beneficiare di un’atmosfera di calma e serenità. Ma fu nel secondo dopoguerra che Positano divenne meta ambita dal jet-set internazionale: pittori, letterati, artisti, attori e registi da ogni angolo del mondo venivano qui ad assaporare il piacere autentico di una vita semplice e genuina.

Tra i siti di maggior interesse, menzioniamo le numerose torri presenti a guardia della costa:

Torre Li Galli, torre di epoca angioina situata sull’isola Rotonda De li Galli. Della torre oggi si è persa ogni traccia, ma è menzionata nella richiesta che Pasquale Celentano di Positano, nel 1343, presentò alla regina Giovanna per completare l’opera difensiva sulle Isole de Li Galli, essendo all’epoca già presente la Torre sul Gallo Lungo.

Torre dell’Isola Lunga De Li Galli, Situata sull’isola del Gallo Lungo, la maggiore delle tre isole denominate De Li Galli o Sirenuse, distanti circa mezz’ora di navigazione da Positano. La torre di sbarramento di quest’isola permetteva di avvistare in anticipo l’arrivo dei corsari: infatti dalla parte più alta dell’isola, dove è situata la torre, si nota l’importanza strategica che essa rivestiva, per il controllo delle comunicazioni marittime tra i Golfi di Salerno e di Napoli. La sua prima costruzione fu eretta con autorizzazione dei reali angioini da Pasquale Celentano di Positano, a sue spese, per ottenere la castellania e per difendere il tratto di mare delle isole e antistante Positano. Quest’ultimo, completata la costruzione della torre, propose alla regina Giovanna di ampliare il sistema difensivo delle isole con l’innalzamento intorno al Gallo Lungo di un muraglione, di cui i lavori rimasero incompiuti per la sopraggiunta morte del Celentano. Le isole De Li Galli, vennero acquistate nel 1922 dal coreografo russo Leonide Massine, il quale negli anni rese abitabile l’isola Longa e vi costruì la sua dimora.

Torre del Castelluccio, situata sull’isola dei Briganti, detta anche di Sant’Antonio o di San Pietro, è la seconda per grandezza delle tre isole dell’arcipelago de Li Galli. Pasquale Celentano di Positano fa richiesta alla regina Giovanna I di completare le linea difensiva sulle altre isole de Li Galli, con la costruzione di due torri, sulle isole Rotonda e dei Briganti. Osservando i resti della torre si è ipotizzato che quest’ultima potesse appartenere al periodo aragonese. Quando nel 1922, quando le isole furono acquistate dal coreografo russo Leonide Massine, iniziò un progressivo ammodernamento.

Torre del Fornillo, detta anche Clavel, è un torre di sbarramento di epoca vicereale situata sulla spiaggia di Fornillo. Sorge su uno sperone roccioso a picco sul mare all’estremità occidentale dell’omonima spiaggia di Positano. Fu realizzata a seguito degli editti vicereali nel Cinquecento, e diversamente dalle altre, con ha una pianta pentagonale a causa dell’area limitata prescelta. Dalla torre era possibile avvistare in anticipo l’arrivo dei pirati e impedirne l’approdo sulla spiaggia. Nel 1909 viene venduta al professore svizzero Gilbert Clavel, il quale inizia una serie di lavori di ristrutturazione, tuttavia senza un progetto ben definito, ma piuttosto seguendo l’istinto del momento: la sua idea era quella di realizzare una struttura rivoluzionaria, svincolata dalle regole classiche dell’architettura.

Torre Trasita, in origine chiamata Trasino perché situata tra due seni o spiagge, controllava i tratti di mare davanti alle spiagge del Fornillo e Grande. Completamente trasformata per poter essere adattata ad abitazione privata, questa torre di sbarramento mostra elementi di matrice angioina. La prima notizia riguardante i lavori della torre risalgono al 1567. Quando la torre fu disarmata, nel 1758, il cannone di cui era armata fu trasportato a Napoli dal comandante del corpo di Artiglieria, Gennaro Russo, insieme ai due cannoni della torre del Fornillo, per essere fusi. Nel 1817 la torre fu messa in vendita per la prima volta per poi essere inserita, nel 1866, nell’elenco di quelle che dovevano essere dismesse dall’uso militare. Alla metà del Novecento, sui resti dell’antica torre, nacque una nuova costruzione, ridisegnata sulle linee architettoniche di quelle delle altre torri angioine presenti lungo la costa amalfitana.

Torre Sponda, torre di avvistamento detta anche Torre di Positano o di Mezzo. E’ da considerarsi una delle più interessanti per l’integrità con la quale ci è pervenuta e per le trasformazioni subite in epoca vicereale. Realizzata in muratura, si mostra nella tipica forma angioina, ma nel XVI secolo, la struttura viene adattata al piano vicereale, che intendeva potenziare il sistema di difesa attraverso l’utilizzo di archibugi e piccoli pezzi di artiglieria. Viene così demolita metà della volta dell’ultimo livello e costruita una piazza scoperta sul fronte mare. La torre oggi è di proprietà dei conti Gaetani dell’Aquila d’Aragona Pattinson ed ovviamente ha subito dei lavori di manutenzione, al fine di renderla più adatta all’uso abitativo.

Torre di Renzo, torre di sbarramento che si trova nella località di Arienzo, a metà strada tra Positano ed il Capo di Vettica. La torre serviva a sbarrare l’approdo dei corsari sulla spiaggia, dove sorge il mulino, in modo da evitare che questi si approvvigionassero dell’acqua. Oggi della torre sono rimasti solo dei resti visibili sulle rocce che affiorano dal mare.

 

 

La Costiera Amalfitana rappresenta un esempio di paesaggio mediterraneo eccezionale con uno scenario di grandissimo valore culturale e naturale dovuto alle sue caratteristiche spettacolari e alla sua evoluzione storica. Un ambiente unico e tutelato, tanto è vero che è iscritto alla Lista del Patrimonio Mondiale Unesco dal 1997.

Sperando che il nostro viaggio in questo splendido territorio vi sia piaciuto, chiudiamo con una citazione di Giovanni Boccaccio estratta dal Decamerone:

“Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d’Italia. Nella quale, assai presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa d’Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatanzia, sì come alcuni altri.”

 

 

Hetor vi augura buone vacanze e arrivederci a Settembre!

50 Top Pizza 2017: le migliori pizzerie d’Italia

Vi avevamo già raccontato la storia della pizza e le sue origini in un precedente articolo.

Oggi, invece, vi diciamo dove trovare le 50 migliori pizzerie di tutta Italia, secondo una classifica divulgata a Castel dell’ Ovo in occasione della presentazione della guida online “50 Top Pizza”, a cura di Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Una classifica stilata con “cento ispettori che in forma anonima hanno valutato la qualità del cibo, la carta dei vini e delle birre, la ricerca in cucina e la piacevolezza dello spazio”.

 

 

Il team di Hetor, al fine di completare il lavoro sui prodotti tipici campani e i relativi produttori, è partito da questa classifica ampliandola e arricchendola di informazioni aggiuntive, come la geolocalizzazione e il sito internet di ogni locale, per avere un quadro completo e open delle pizzerie migliori d’Italia.

Come si può osservare dalla datalet, la maggior parte delle pizzerie della top 50 si trovano in Campania, precisamente a Napoli e Caserta.

 

In realtà, si può gustare la ‘vera pizza napoletana’ anche nelle altre regioni d’Italia, a patto che vengano rispettati gli standard qualitativi richiesti dal marchio della pizza S.T.G.

 

In occasione della presentazione della guida “50 Top Pizza”, sono stati assegnati 15 ulteriori riconoscimenti, tra cui “miglior comunicazione web“, “valorizzazione del Made in Italy“, “miglior carta dei vini/birre” e il tanto ambito premio per la “pizza dell’anno“.

 

 

Sebbene la maggior parte dei locali siano prevalentemente ristoranti e pizzerie, in molti altri è possibile gustare anche altri piatti, bevande e specialità culinarie.

 

 

Adesso vi sveliamo in anteprima le prime tre classificate: un podio tutto campano!!!

 

  1. Pepe in grani a Caiazzo (CE);
  2. Gino Sorbillo ai Tribunali a Napoli;
  3. Francesco & Salvatore Salvo a San Giorgio a Cremano (NA).

Ora che ne sapete un po’ di più sui locali presenti in tutta Italia in cui poter gustare la vera pizza napoletana, non vi resta che partire per un gustoso tour estivo!

 

Enoturismo in Campania: i 5 vini rosati da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

In due precedenti articoli vi abbiamo già parlato dei 5 migliori vini rossi e bianchi, con i nostri consigli sugli abbinamenti più gustosi da fare, assaporando a pieno i prodotti tipici del territorio.

Non resta che parlarvi dei 5 rosati più rinomati della regione e delle loro peculiarità.

 

Vesuvio DOC: un vino vulcanico

Il Vesuvio DOC è un vino da pasto prodotto nelle tipologie Bianco, Rosso e Rosato ed è stato riconosciuto DOC nel 1983.

Le uve destinate alla produzione dei vini DOC Vesuvio devono provenire dalla zona di produzione che comprende tutto il territorio amministrativo dei comuni di: Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio, e parte del territorio amministrativo dei comuni di: Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena – Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, tutti in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Vesuvio ha un colore che varia dal rosato più o meno intenso; l’odore è gradevolmente fruttato e il sapore è asciutto e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Vesuvio Rosato si accompagna molto bene ai polipetti alla Luciana con sugo di pomodorini del Vesuvio, alla pizza Margherita, e alle minestre di legumi e patate del territorio, come la patata fresca campana, il pisello cornetto, i fagioli di Villaricca e i fagioli a formella.

 

 

Irpinia: un ottimo DOC tra i DOCG

La provincia di Avellino, accanto ai pregiati DOCG, possiede anche la denominazione Irpinia DOC, istituita con decreto ministeriale il 13 settembre del 2005.

Essa comprende 19 tipologie di vini e autorizza la produzione di vini bianchi, rossi e rosati, anche in tipologia passito, nell’intera provincia di Avellino con la specificazione anche della sottozona Campi Taurasini, che può essere prodotta nei territori comunali di Taurasi, Bonito, Castelfranci, Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella, Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemiletto, Paternopoli, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca San Mango sul Calore, Torre le Nocelle, Venticano, Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco, Chiusano San Domenico tutti in provincia di Avellino.

Nella versione Rosato, l’Irpinia ha un colore rosa piu’ o meno intenso; l’odore è floreale e fruttato e il sapore è secco e morbido. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

L’Irpinia Rosato può essere accompagnato ai salumi del territorio quali: la soppressata Irpina, il prosciutto Irpino, il prosciutto di Venticano, che ha un sapore più delicato e meno salato, e il fiocco di prosciutto. Inoltre, si abbina molto bene anche ai formaggi locali poco stagionati, come: il caciocavallo irpino di grotta poco stagionato, il caciocchiato poco stagionato, la Juncata e la manteca.

 

 

Campania IGT: il vino della regione

La Indicazione Geografica Tipica Campania, riconosciuta nel 2004, comprende 14 tipologie ed e’ riservata ai vini bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito, rossi e rosati, anche nelle tipologie frizzante, passito, novello e liquoroso.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica Campania comprende l’intero territorio amministrativo della regione.

Nella versione Rosato, il Campania IGT si presenta di un colore rosa più o meno intenso; l’odore è floreale e caratteristico; il sapore risulta secco, equilibrato, a volte amabile. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,50% vol.

Il Campania Rosato si abbina molto bene ad alcuni prodotti regionali, tra cui: il salame Napoli; i carciofi fritti, scegliendo tra le varie tipologie presenti nella regione, ad esempio il carciofo di Montoro, il carciofo di Pietralcina, il carciofo pignatella, il carciofo capuanella; il cardone, un ortaggio simile al carciofo; le alici di menaica e le Cozze del golfo di Napoli e del litorale flegreo.

 

 

Beneventano o Benevento IGT: tutta l’anima del Sannio in un unico vino

La denominazione Beneventano IGT comprende ben 41 tipologie di vino ed ha ottenuto il suo riconoscimento nel 1995.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la indicazione geografica tipica «Benevento» o «Beneventano» comprende l’intero territorio amministrativo della provincia di Benevento.

Nella versione Rosato, il Beneventano IGT si presenta con un colore rosa più o meno intenso; l’odore è fruttato e floreale; il sapore secco o abboccato ed equilibrato. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 10,50% vol.

Il Beneventano Rosato si accompagna piacevolmente agli antipasti e noi, sempre nell’ottica di esaltare ogni singola area territoriale, vi proponiamo le prelibatezze beneventane che meglio si abbinano a questo vino: soppressata del Sannio, prosciutto di Pietraroja, prigiotto; formaggio morbido del Matese, scamosciata. Queste bontà possono essere accompagnate da numerosi prodotti rustici tradizionali, tra cui il ciaolone, i vanti, i taralli di San Lorenzello, lo struppolo e la ‘nfrennula.

 

 

Terre del Volturno: l’IGT che unisce due province

La denominazione vinicola Terre del Volturno ha ottenuto la certificazione IGT nel 1995 ed è riservata ai seguenti vini: bianco, bianco amabile, bianco frizzante, bianco passito, rosso, rosso amabile, rosso frizzante, rosso passito, rosso novello, rosato , rosato amabile , rosato frizzante.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei mosti e dei vini atti ad essere designati con la IGT Terre del Volturno comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Capriati al Volturno, Gallo, Fontegreca , Ciorlano, Prata Sannita, Letino, Valle Agricola, S. Gregorio Matese, Pratella, Ailano, Raviscanina, S. Angelo Alife , Piedimonte Matese, Castello Matese, San Potito Sannitico, Baia Latina, Alife, Gioia Sannitica, Dragoni, Alvignano, Liberi, Ruviano, Caiazzo, Castel Campagnano, Piana di Monteverna, Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore, Pastorano, Castel Morrone, Vitulazio, Bellona, Camigliano, Capua, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Cancello Arnone, Castelvolturno, Villa Literno, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Macerata Campania, Casapulla, San Prisco, Casagiove, Portico di Caserta, Recale, S. Nicola la Strada, Capodrise, Marcianise, Caserta, Maddaloni, Valle di Maddaloni, Cervino, Santa Maria a Vico, Arienzo, S. Felice a Cancello, Curti, Casal di Principe, S. Cipriano d’Aversa, Villa di Briano, Frignano, Casaluce, Teverola, Carinaro, Gricignano di Aversa, Succivo, Orta di Atella, S. Marcellino, Trentola Ducenta Parete, Lusciano , Aversa, Cesa, S. Arpino, Casapesenna, S. Marco Evangelista in provincia di Caserta e l’intero territorio amministrativo dei comuni di: Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo, in provincia di Napoli.

Nella versione Rosato, il Terre del Volturno IGT si presenta dal colore rosa più o meno intenso; il sapore è delicato, fruttato e caratteristico; l’odore è secco, fresco e armonico. All’atto dell’immissione al consumo occorre rispettare i parametri minimi di 11,00% vol.

Per gustare pienamente il Terre del Volturno Rosato non si può che accompagnarlo con i prodotti tradizionali del luogo. Vi consigliamo un tagliere con il prosciutto di Rocchetta e una serie di formaggi locali, quali il caprino conciato del Monte Maggiore, la stracciata del Matese e il marzolino di Teano insieme alle noci di Sorrento e alla nocciola riccia di Talanico.

 

Ora che vi abbiamo presentato i migliori Rosati della Campania e i più gustosi abbinamenti con i prodotti tipici, non vi resta che partire per un tour enogastronomico della regione!

Un bicchiere di vino al giorno toglie lo stress di torno! Provare per credere.

La Grotta di San Michele a Faicchio

Uno dei luoghi più suggestivi del territorio

La maggior parte dei santuari rupestri in Campania è dedicata al culto di San Michele Arcangelo, principe dei cieli e fiero condottiero delle schiere angeliche. Egli è, sicuramente, uno dei santi più venerati di tutta l’Italia Meridionale. Il suo culto si ispira sostanzialmente alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia ed ebbe, poi,  una grande espansione grazie ai Longobardi.

Il culto di San Michele Arcangelo, rappresentato quasi sempre con la sua fedele e robusta spada, si manifesta spesso in luoghi affascinanti e misteriosi, come grotte e montagne.
In Campania questo culto è molto radicato: sono più di 80, infatti, le chiese, i santuari e le grotte dedicate al santo. Di queste, quasi una ventina sono di origine naturale, ubicate in zone montuose: dal Matese ai Picentini fino al Cilento.

 

 

In particolare, 8 sono le grotte concentrate tra i monti del Parco regionale del Matese e del Taburno. La più interessante è sicuramente la Grotta di San Michele di Faicchio.

La Grotta di San Michele è una cavità naturale sita sul monte Erbano, a circa 450 metri sul livello del mare, nel comune di Faicchio (Benevento). Fu adibita al culto di San Michele dai Longobardi nell’VIII secolo e fu restaurata nel XII secolo con nuovi affreschi, e inaugurata nel 1172. Nel XV secolo fu unita alla Collegiata di Santa Maria Assunta di Faicchio e un secolo dopo vi si smise di celebrare messa.

La Grotta è ancora oggi meta di pellegrinaggio ed è raggiungibile solo a piedi, tramite due sentieri che partono rispettivamente dal convento di San Pasquale e da località Fontanavecchia.
Quando i visitatori giungono sul posto si ritrovano in un’area attrezzata con panche e barbecue per la sosta durante le escursioni e i pellegrinaggi; a pochi metri si trova poi un rifugio costruito alla fine del XVIII secolo, costituito da due vani sovrapposti.

 

L’accesso alla grotta è tramite una apertura semicircolare dell’altezza di sei metri. Sulla porta di ingresso, nel 2002, è stata aggiunta una edicola in ceramica cerretese raffigurante l’Arcangelo Michele che domina il diavolo, con la sua spada (simbolo che il Santo comanda l’esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo) e la bilancia (con la quale il Santo pesa le anime).

Varcato l’ingresso si entra in un piccolo vano dal quale parte una scala in pietra che conduce al piano superiore. A sinistra dell’ingresso ci sono altre due stanzette, anticamente usate come romitorio.

Al piano superiore si trovano due ambienti, il più grande dei quali è adibito a chiesa. Esso è largo 10 metri, lungo 6 e alto 5. All’interno, oltre a stalattiti e stalagmiti, si trova l’altare, risalente presumibilmente ai secoli XVII-XVIII, e che possiede i resti di una antica maiolica cerretese raffigurante San Michele. Le colonne, scavate nella roccia, sorreggono un timpano affrescato dove sei putti, tre a destra e tre a sinistra, attorniano l’ostensorio, oggetto liturgico usato per l’esposizione solenne del Corpo di Cristo.

Il secondo ambiente, invece, è decisamente più piccolo, ed è stato quasi del tutto affrescato nel XII secolo, da un unico artista con chiaro influsso bizantino. Sull’arco di fronte l’ingresso vi sono raffigurati il Redentore e alcuni Santi; nella parte destra si trovano una Sacra Conversazione e una raffigurazione di San Michele nella sua posa tradizionale; nella parte sinistra il ciclo pittorico continua con una Annunciazione, mentre sull’arco di ingresso vi sono tre Santi (uno dei quali è identificato come San Marco). Nella volta, infine, vi è un affresco raffigurante Gesù Crocifisso.

Purtroppo, l’eccessiva umidità del luogo ha causato diversi disagi, tra cui il cattivo stato di conservazione degli affreschi. Tuttavia, lo splendido altare e le maioliche raffiguranti San Michele bastano a rendere questa grotta una delle più belle e suggestive del territorio, un luogo da non perdere per escursionisti e visitatori.

 

La costiera amalfitana, tra arte cultura e buon cibo

Seconda parte dell’itinerario tra gli scorci più belli della costiera amalfitana

Minori

Minori, l’antica Reghinna Minor (per distinguerla dalla vicina Reghinna Major, l’attuale Maiori), era già ampiamente apprezzata fin dai tempi degli antichi romani, come dimostra il rinvenimento della villa archeologica del I secolo.

Come tutti gli altri paesi della Costiera Amalfitana, seguì le fortune dell’antica Repubblica marinara di Amalfi e fu sede vescovile dal 987.

Un tempo Minori era ricca di mulini e di questa tradizione è rimasta la vocazione per la pasta, ottenendo il titolo di “Città del gusto”: sin dal XVI secolo, infatti, gli abitanti si dedicarono alla lavorazione della pasta alimentare grazie al grano importato da Salerno. Due tipi di pasta tipica del posto sono:

  • I Fusilli furitani, detti anche ricci o riccioli, sono un tipo di pasta di forma cilindrica avvolta a spirale, di lunghezza compresa tra gli 8 ed i 13 cm. Si ottengono da un impasto di farina di semola di grano duro, acqua ed un pizzico di sale. La produzione del fusillo furitano risulta una tradizione consolidata che ha conservato nel tempo la particolare manualità ottenuta dall’esperienza. E’ un tipo di pasta versatile, di per sé molto saporita, che si sposa bene con i sughi di carne, di pesce e crostacei, anche con la semplice salsa di pomodoro fresco. Oggi i ricci non sono presenti solo sulle tavole delle famiglie che continuano a prepararli secondo l’antica ricetta, ma, sempre prodotti artigianalmente, si possono acquistare nelle botteghe di Minori e nelle zone limitrofe.
  • Gli ‘Ndunderi sono un altro tipo di pasta fatta a mano tipica di Minori. Preparati tradizionalmente per i festeggiamenti in onore di Santa Trofimena, hanno una ricetta antichissima: sembra sia una variante delle palline latine di origine romana, un alimento a base di farina caseata cioè farro e latte cagliato. Furono i pastai di Minori a modificarne la ricetta, gli stessi che, nel ‘700, valicarono i monti lattari per trasferirsi a Gragnano dove impiantarono la moderna industria della pasta. La ricetta attuale prevede un impasto di farina e latte cagliato oppure ricotta, tuorli d’uovo, formaggio di vacca grattugiato, sale, pepe e noce moscata; la lavorazione deve avvenire a mano. Il condimento privilegiato per gli ndunderi è il ragù di carne.

Negli ultimi anni, complice la genuinità dei prodotti agricoli e l’eccezionale inventiva degli artigiani locali, non solo è stata incentivata la produzione di pasta a mano, ma sono stati ideati vari liquori e dolci che, in breve, si sono affermati a livello nazionale.

Una tra le tante specialità che si possono gustare nelle pasticcerie di Minori sono i sospiri al limone: specialità antichissima della costiera Amalfitana, i sospiri sono dei piccoli dolci di forma rotondeggiante formati da due semicerchi di pan di Spagna con al centro la crema. Tradizionalmente i sospiri venivano riempiti con crema pasticcera; oggi, da oltre un ventennio, la crema pasticcera è stata sostituita dalla crema al limone, proprio per la ricchezza di limoni della Costiera Amalfitana.

Una visita a Minori non può considerarsi tale senza una sosta al tempio della dolcezza della Costiera Amalfitana, la pasticceria di Salvatore De Riso, dove, oltre ai tipici sospiri al limone, si potranno gustare tanti altri dolci tipici della tradizione minorese.

 

 

 

 

Ricca di storia, di bellezze architettoniche e di bellezze naturalistiche, sono numerosi i siti di interesse che possono suscitare lo stupore e l’ammirazione dei visitatori, tra cui segnaliamo:

  • La Torre di Minori, torre di sbarramento di epoca vicereale. E’ collocata al centro di una cortina di case ed era inserita nella cinta muraria. Oggi è un’abitazione privata.
  • La Torre Mezzacapo, torre di avvistamento, anch’essa di epoca vicereale, situata in località Torricella, al confine tra i comuni di Maiori e Minori. Detta anche dell’Annunziata per la vicinanza all’omonima grotta, è inglobata nel complesso del Castello detto Miramare o Mezzacapo, dal nome della famiglia che lo fece erigere.
  • La Torre Paradiso, torre di sbarramento di epoca vicereale, faceva parte del complesso sistema difensivo della Costa d’Amalfi. Venne costruita alla fine del XVI secolo e rappresentava, in quell’epoca, la più alta della cittadina. Oggi è inglobata in un complesso assai caratteristico di abitazioni mentre alcuni secoli fa si elevava ancora in posizione isolata.
  • La Grotta dell’Annunziata, è sicuramente uno dei monumenti naturali più conosciuti della città. Prima della costruzione della strada, essa si apriva direttamente sulla spiaggia dove i pescatori stanziavano le loro barche, dominando l’estremità del paesaggio costiero cittadino. Secondo una fantasiosa ipotesi settecentesca, si è aperta nel 1119 a seguito di un terremoto. Al suo interno, poi, nel medioevo era stato edificato un edificio religioso, dedicato alla Santissima Annunziata in Cripta o de Grutta, con funzioni anche di ricovero per malati e viandanti, di cui rimane solo una parete provvista di archi con tracce di affreschi della Madonna del Soccorso. Verso il fondo della grotta, superato un cancello, vi è inoltre uno specchio di acqua dolce che finisce con l’accrescere il pregio naturalistico di questa grotta carsica. Oggi la grotta è privata ed è adibita a parcheggio.

 

 

Ravello

Probabilmente Ravello fu fondata da coloni romani nel VI secolo, spintisi tra quelle zone montuose ritenendole un buon riparo per sfuggire alle distruzioni vandaliche dei barbari. Le prime notizie certe dell’antica Rivellus risalgono però al IX secolo, quando entrò a far parte della Repubblica Marinara di Amalfi. Grazie ai traffici e alle attività commerciali Ravello raggiunse tra il X e il XIII secolo il massimo splendore nel campo economico, commerciale e culturale.

La storia di Ravello, nei suoi aspetti civili, religiosi, economici e turistici, presenta una ricchezza unica che permette al visitatore di cogliere elementi unici. Non è possibile visitare Ravello senza un collegamento alla storia della città, con i suoi periodi di grandezza e con quelli di decadenza, ma sempre con un ruolo importante nell’ambito del territorio amalfitano.

Ecco alcune tra le tante bellezze che si possono visitare a Ravello:

  • Torre dello Scarpariello, detta anche di Capo Focardo o Ficarola. Torre di epoca vicereale, costruita intorno al 1533, presenta ancora l’aspetto originario anche se ha subito numerosi adattamenti e ristrutturazioni ed oggi è adibita ad abitazione privata. Sorge alla località Marmorata su una sporgenza della scogliera prima dell’insenatura di Minori. La torre, in origine prese il nome della località dove sorge, Ficarola, poi divenne inspiegabilmente dello Scarpariello.
  • Castello di Montalto, costruito sullo sperone di roccia tra la vallata di Tramonti ed il territorio di Ravello prendeva il nome di Castrum Montalto o di Trivento ed appare citato già in un documento del 1131. Posto in un punto strategico sia per la visuale sia per il controllo viario, la struttura appare costruita con i materiali presi direttamente sul luogo. È possibile, infatti, notare i tagli visibili nelle rocce che attestano il prelievo della pietra. Il sito è di facile accesso dal punto di vista della viabilità ma occorre conoscere il sentiero che non è indicato e attraversa, inoltre, castagneti privati, perché non è di facile individuazione.
  • Chiesa rupestre di San Michele Arcangelo di Torello, sorge su un piccolo promontorio, in un contesto paesaggistico estremamente particolare. L’edificio è ubicato nel borgo medievale di Torello, in una posizione estremamente strategica. Dalla Chiesa è possibile, infatti, osservare l’abitato della vicina Minori, la frazione costiera di Marmorata e il nucleo centrale di Ravello. Proprio la posizione strategica dell’edificio, lo rende non solo dalla comunità di Ravello e Torello, ma anche dei villeggi vicini. Da fonti documentarie la struttura risulta esistente dal 1297. In occasione della festa di Maria Santissima Addolorata, venerata la terza domenica di settembre, la frazione “prende fuoco” con un incendio figurato rappresentato attraverso un gioco di luci, colori e fuochi artificiali che coinvolge tutto l’abitato, allo scopo di rievocare la cacciata dei Pisani dalla città.
  • Chiesa rupestre di Sant’ Angelo dell’Ospedale, un’antica struttura di sosta per i pellegrini ora del tutto scomparsa che si trova poco distante dal centro storico di Ravello. La chiesa, già attestata in un documento del 1039, occupa una cavità naturale profonda una trentina di metri collegata ad un altro ambiente parallelo tramite un cunicolo. Un’attenta lettura delle fasi edilizie lascia chiaramente prefigurare che la cavità sia stata utilizzata in un primo momento storico come eremo rupestre e, solo successivamente, in coincidenza con l’ampliamento, trasformata in cenobio e luogo di sosta per i pellegrini.

Il territorio della Costiera Amalfitana è ricco di coltivazioni a vite, ed è zona di produzione della varietà Costa d’Amalfi, che comprende l’intero territorio collinare da Vietri sul Mare a Positano, anche se l’area più tradizionalmente vocata è quella delle tre sottozone: Furore, Ravello e Tramonti. Qui la vite ha radici antiche, forse riconducibili alla Roma imperiale o ad epoca ancora più remota.
Ravello offre una ineguagliabile combinazione di fattori climatici e del suolo, permettendo la coltivazione di uve pregiate per la produzione di vini D.O.C.

Proprio in questo meraviglioso scenario, troviamo la Casa Vinicola Ettore Sammarco, specializzata nella produzione di vini ad altissima qualità come i rispettivi:

  • Selva delle Monache Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco, Rosato e Rosso.
  • Terre Saracene Costa d’Amalfi D.O.C., Bianco e Rosso. Ultimi nati in casa Sammarco, nel bianco si utilizza l’uva Pepella che è presente solo in piccole aree nel territorio della costiera amalfitana, nel rosso c’è l’abbinamento del Piè di Rosso con lo Sciascinoso entrambi vitigni molto antichi.
  • Vigna Grotta Piana Costa d’Amalfi Ravello D.O.C., Bianco. Fiore all’occhiello della casa, il cui vigneto si trova sulle pendici del Monte Brusara a 500 metri s.l.m. dove la raccolta avviene manualmente.

Oggi questa affascinante cittadina è diventata un importante centro di turismo internazionale.

 

 

 

Scala

Scala è il paese più antico della Costiera Amalfitana. Sebbene non sia stato mai accertato storicamente, la tradizione vuole che il paese sia stato fondato nel IV secolo da alcuni Romani, naufragati nella zona mentre erano in viaggio verso Costantinopoli. Roccaforte del complesso sistema difensivo del territorio amalfitano, seguì le sorti dell’antica Repubblica marinara di Amalfi.

Pur non rientrando fra le grandi mete turistiche della costiera amalfitana, a rendere affascinante la cittadina di Scala sono proprio la sua pace e la sua quiete, così come la splendida cornice delle montagne sopra Amalfi e la sua posizione di fronte a Ravello, separata da una magnifica vallata. E così mentre la vicina Ravello attira la maggior parte dei turisti, la città di Scala ha comunque molto da offrire ai suoi visitatori, soprattutto a coloro che sono interessati a esplorare, a fare escursioni a piedi e a sperimentare la vita quotidiana nella costiera amalfitana.

La città si sviluppa in modo frastagliato lungo la montagna ed è suddivisa in numerose frazioni, o borghi, tra cui Scala Centro, Minuta, Pontone, Campidoglio, San Pietro e Santa Caterina. Ogni piccolo borgo è caratterizzato dalla sua atmosfera unica ed è sviluppato attorno a una chiesa.

La Grotta del Salvatore, ad esempio, si trova nella piccola frazione di Pontone. Si tratta di un insediamento rupestre dedicato a Cristo Salvatore, di cui la maggior parte delle strutture che lo componevano è stata distrutta dal tempo e dall’incuria. Quel che sopravvive delle antiche strutture si trova nella zona più interna della cavità naturale ed è costituito da un pezzo dell’arco di ingresso e dai resti di un affresco sulla parete di fondo che raffigura una Madonna annunziante ed un probabile trittico di Santi. Altri resti di una pittura mostrano parti di un trono e di una piccola testa che lasciano prefigurare una Madonna in trono con Bambino, mentre sulle pareti superstiti di un’abside è ancora possibile leggere l’iconografia del Salvatore, rappresentato frontalmente.

Tra gli altri siti di maggiore interesse suggeriamo la Torre dello Ziro, anch’essa nella frazione di Pontone, dalla forma cilindrica, situata sullo sperone del monte di Pontone tra Amalfi e Atrani. Un’antica torre di avvistamento a picco sul mare, che ha tutti gli elementi delle opere difensive di epoca angioina. Le prime notizie su questa torre risalgono al 1151, quando viene ancora chiamata Rocca di San Felice, mentre a partire dal 1292 diventa Turris Cziri.

A questa struttura è legata una storia molto conosciuta tra la gente del luogo: la Torre infatti non è semplicemente una delle tante torri costruite per difendersi dalle incursioni dei Saraceni ma fu teatro di uno dei più sanguinosi episodi della storia di Amalfi. Si racconta che qui, nei primi anni del 1500, fu rinchiusa, insieme ai suoi figli, Giovanna D’Aragona, detta “la Pazza”. La sua colpa era di aver stretto una relazione col maggiordomo di corte dopo essere rimasta vedova di Alfonso Piccolomini, duca di Amalfi, uomo dissoluto e corrotto al quale era andata in sposa a soli 12 anni. La relazione all’epoca creò grande scandalo cosicché i fratelli decisero di imprigionare Giovanna e i suoi figli, ancora bambini, nella torre dove furono da loro stessi trucidati. Non stupisce quindi che le leggende popolari considerino la Torre come un luogo popolato da fantasmi e da cui stare alla larga.

Il comune di Scala è rinomato anche per la coltivazione di una particolare varietà di castagno a cui dà il nome, il Marrone di Scala. I frutti, benché chiamati marroni, sono più propriamente castagne, poiché a differenza dei marroni non sono molto grandi e sono schiacciate da un lato. La polpa è bianca e la buccia è sottile con l’episperma poco approfondito. Vengono utilizzati dai laboratori artigianali per produzioni dolciarie o venduti sul mercato del fresco, soprattutto in costiera Amalfitana e nella città di Salerno.

La maggior parte dei turisti visita Ravello per le sue viste incredibile, ma solo pochi sanno che il segreto sta nell’individuare i panorami migliori dal borgo di Scala. Ed è proprio dalla cima di Scala che la vista panoramica regala un’immagine unica della Costiera e del Golfo di Salerno in tutto il suo splendore.

 

 

Atrani

Atrani, considerata uno dei borghi più belli d’Italia, è una tappa irrinunciabile per chi visita la Costiera Amalfitana. Situata tra il mare e l’alta scogliera, si colloca su uno stretto lembo di terra. Infatti il suo fascino è proprio questo: visitare Atrani vuol dire perdersi nel più piccolo paese d’Italia per estensione, un antico borgo costruito in appena 0,9 Kmq.

Sulle origini di Atrani non ci sono pervenute notizie storicamente certe: la prima attestazione dell’esistenza del borgo si ha in una lettera del 596 inviata da Papa Gregorio Magno al vescovo Pimenio, ma la sua storia si è sempre intrecciata con quella di Amalfi.

Cosa vedere nella piccola e deliziosa Atrani?

  • Torre di Atrani, detta anche Torre della Maddalena o Revellino di Atrani. Si tratta di una torre di sbarramento costruita in epoca vicereale su una parte della preesistente struttura angioina del Castrum Leonis. Sugli altri resti del castello fu edificata la chiesa della Maddalena.
  • Grotta dei Santi, posta poco più in alto delle vecchia pedonale che congiunge Atrani con Amalfi. In mancanza di notizie storiche è stata messa in relazione, dagli studiosi, con il monastero dei SS. Cirico e Giuditta, fondato in grotta alla fine del X secolo in un punto imprecisato del territorio atranese. La cavità non presenta strutture murarie ma ed è particolarmente caratterizzata da affreschi che rappresentano un interessante impianto iconografico, vagamente bizantineggiante e di difficile datazione, con la raffigurazione di vari Santi, da cui la denominazione. Grazie a rapporti stilistici con altri gruppi simili presenti in Campania (Olevano sul Tusciano, Grotta di S. Biagio a Castellammare di Stabia), questi dipinti vengono datati alla fine del X secolo e si ricollegano alla decorazione simile, anche se più evoluta, del complesso di S. Maria De’ Olearia.
  • Grotta di San Michele, situata nella parte orientale dell’abitato di Atrani, alle pendici del Colle Civita, a circa 105 m di quota. La chiesa di San Michele Arcangelo, chiamata anche di San Michele fuori le Mura proprio perché situata all’esterno dell’antica cinta muraria, in prossimità della porta nord, è stata realizzata tra l’XI ed il XII secolo ricavandola da una cavità naturale del monte Civita. Una rampa di scale, alla cui sommità è posto il campanile, consente l’accesso alla chiesa caratterizzata dalle pareti inclinate della roccia e per lo più occupate da tombe. La chiesa infatti, fino al 1927, era adibita a cimitero ed era già stato un luogo di sepoltura collettiva in occasione della pestilenza del 1656.

Atrani, borgo gemello di Amalfi, ha legato la sua storia ad essa. E’ il centro costiero che ha conservato al meglio l’antica struttura tipicamente medievale, una cascata di case inframmezzate da “scalinatelle”, strade coperte, piccoli giardini.

Atrani fu una folgorazione per l’artista olandese Escher che arrivò in Costiera nel 1923 e la considerò una delle mete preferite del suo periodo italiano. Escher fu catturato dai giochi di luce e ombra dei suoi vicoli, un’atmosfera densa di magia che ritrasse in numerose opere.

 

 

 

A presto con la terza e ultima parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!

 

Baia di Ieranto: alla scoperta della natura incontaminata

Tra le acque cristalline dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, posto dinanzi ai Faraglioni dell’isola di Capri, si trova un luogo immerso nella natura incontaminata che ha ispirato numerose leggende: la Baia di Ieranto.

 

 

Nel 1986 l’intera area è stata donata al FAI dall’azienda Italsider. La zona si estende nell’entroterra per circa 49 ettari e copre circa 5 km di costa. Si possono distinguere due aree: quella rocciosa scoscesa che termina con Punta Campanella, e quella del promontorio che si estende da Montalto fino a Punta Penna, sul mare aperto.

L’origine del nome della Baia di Ieranto o Jeranto si fa risalire a due ipotesi: secondo la prima, il termine deriva dalla parola greca ‘ierax’, che significa falco, una specie tuttora presente in quest’area; la seconda ipotesi fa derivare la parola dal termine greco ‘ieros’, che significa sacro, indicando la Baia come sede del Santuario delle sirene.

Infatti, secondo la leggenda, tra le acque cristalline della Baia di Ieranto si nascondono le sirene che hanno incantato Ulisse durante il viaggio di ritorno verso Itaca. È lo scrittore romano del I secolo d.C. Plinio il Vecchio che indica la Baia come probabile dimora delle sirene e luogo in cui esse incontrarono Ulisse. Secondo la tradizione, queste figure mitologiche abitarono gli isolotti denominati “Li Galli”, da cui si gettarono in mare disperate per non essere riuscite ad attrarre Ulisse.

 

 

 

Secondo gli storici, l’area è stata abitata fin dalle ultime fasi del Paleolitico. La presenza romana nella zona è testimoniata dai numerosi resti murari ritrovati, risalenti all’età imperiale (27 a.C. – 476 d.C.). Secondo lo storico Strabone (I secolo), in questo luogo furono costruiti due templi, uno dedicato alle Sirene e uno, voluto da Ulisse, dedicato ad Atena.

Gli scavi hanno portato alla luce una serie di ritrovamenti: due fornaci che servivano per la produzione della calce, i resti di una costruzione del II secolo nei pressi di Punta Capitello e molte ceramiche da cucina risalenti al I e II secolo.

Nel corso dei secoli il territorio ha subito varie modifiche apportate dall’uomo. Le tracce di architettura rurale testimoniano la vocazione agricola del territorio, con la presenza di numerosi terrazzamenti per la coltivazione dell’ulivo. Ancora oggi, infatti, è possibile ammirare le antiche macchine utilizzate per la spremitura delle olive, presenti in una grande fattoria conservata nella Baia.

A partire dall’inizio del XX secolo si sviluppa l’attività estrattiva e nel 1918 la Cava di Ieranto viene acquistata dall’Ilva, una società di produzione e trasformazione dell’acciaio, che realizza un complesso impianto produttivo per l’estrazione della pietra calcarea. Nel 1954 l’impianto viene dismesso e per anni resta abbandonato fino al 1986, quando l’azienda decide di donare al FAI l’intera area.

 

 

Oltre alle sirene, esistono altre storie legate alla Baia di Ieranto, tra cui la leggenda che riguarda l’origine del nome di Punta Campanella. La storia narra di una banda di pirati che, durante il saccheggio alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, nella penisola Sorrentina, presero una campana di bronzo. Giunti a Punta Campanella, una delle navi pirata fu bloccata da una forza misteriosa. Nel tentativo di scappare, i pirati iniziarono a gettare il bottino in mare ma solo quando fu gettata anche la campana si levò un vento fortissimo che consentì ai pirati di ripartire. Alcuni sostengono che ancora oggi è possibile sentire il rintocco di questa campana sott’acqua, il giorno della festa del Santo.

La Baia non è solo un luogo di leggende ma anche di particolari fenomeni naturali. Infatti, La Grotta Salara, detta anche delle Sirene o della Campanella, presenta uno scoglio al suo ingresso. Accostandosi ad esso, ad ogni onda è possibile sentire il suono di un lieve respiro. Il fenomeno è probabilmente dovuto ad una serie di cavità comunicanti fra loro, che consentono all’aria di passare ed evolversi in questa musica.

Oggi, venerdì 30 giugno, e domani, sabato 1 luglio, sono gli ultimi due giorni per poter approfittare dell’apertura serale straordinaria della Baia, un evento organizzato dal FAI per la promozione di alcuni importanti siti nazionali. Durante l’evento sarà possibile fare delle escursioni in barca e praticare alcune attività come lo snorkeling. Tutto il programma delle Sere FAI d’estate è consultabile sul sito ufficiale dell’evento.

 

 

Il Castello del Parco di Nocera Inferiore

Uno scrigno da scoprire

Il Castello del Parco è un luogo ricco di fascino dove moderno è antico si fondono divenendo tutt’uno con la vegetazione variegata e lussureggiante. Rappresenta il simbolo della rinascita medievale dell’antica Nuceria ed ha ospitato principi, regine e gran maniscalchi, subendo per ben due volte l’assedio di re Ruggiero II. Il Castello del Parco è attestato per la prima volta nel 984 così come tramandato da una pergamena del Codice Diplomatico Cavese. La fortezza, ubicata sulla sommità di una dolce collina (160 m slm ca.), sovrasta con il suo imponente mastio l’attuale abitato di Nocera Inferiore.  Alla base del torrione vi è un affresco medievale di pregevole fattura che raffigura i santi apostoli Andrea, Giovanni e Pietro. Questo ciclo pittorico è paragonabile a soggetti presenti nel registro inferiore del “Giudizio universale” della controfacciata della chiesa di Sant’Angelo in Formis (Caserta). Ciò consente di poterli datare agli ultimi decenni dell’XI secolo.

Il contesto territoriale

Nel territorio a sud del sistema Somma-Vesuvio diversi castelli proteggevano il versante salernitano della pianura a testimonianza della lunga continuità di vita degli insediamenti e della alta redditività dei terreni coltivati. Il castello di Nocera, pertanto, si trova in un’area piena di costruzioni castrensi. Dalla sommità del mastio è possibile osservare l’eremo di S. Maria a Castello (Castel S. Giorgio, VIII sec.) e i castelli  di S. Giorgio (XIII sec.),  Roccapiemonte (XI sec.), Cava de’ Tirreni (XI sec.), Sarno (VIII sec.) e Lettere (X sec).

 

Il rinnovato periodo di splendore tra i de’ Guidobaldi e i Fienga

Con gli ultimi due proprietari, il barone Francesco de’ Guidobaldi e Annibale Fienga, il castello, ormai allo stato di rudere, cominciò a prendere nuova forma con importanti interventi edilizi visibili anche  nell’attuale assetto architettonico. Le due famiglie ospitarono nel rinnovato palazzo, una raccolta di antichità divenuta sempre più ricca nel corso degli anni. Francesco Fienga continuò a raccogliere reperti tant’è che dedicò un’intera ala del palazzo per questa necessità. Negli anni Sessanta, infatti, si poteva arrivare al Parco per ammirare la collezione che era inserita nella prestigiosa guida rossa del Touring Club. Nel 1971 il comune di Nocera Inferiore acquistò la struttura all’asta fallimentare. A consentire che ciò avvenisse fu il sindaco dell’epoca Arcadio Siciliano. Solo a partire dalla fine degli anni ’90, però, si è avviata un’opera di recupero della struttura favorendone la promozione attraverso kermesse teatrali e musicali (su tutte la nota “Jazz in Parco”). Nel frattempo la collezione Fienga, in attesa di essere ricoloccata presso il castello, è ospitata nei depositi del Museo archeologico di Paestum

Lo stato attuale

Attualmente le fabbriche medievali del castello di Nocera Inferiore necessiterebbero di un’attenta e  progressiva opera di  restauro e messa in sicurezza. Il vento, le piogge e la vegetazione hanno contribuito a deteriorare le vecchie mura che nonostante tutto sopportano in maniera tenace l’incuria del tempo.  Il visitatore più intraprendente potrà incamminarsi per i sentieri suggestivi che si intersecano lungo i fianchi della collina fino alla sommità. Un passeggiata che potrà riservare molte sorprese. Un esempio? La cappella di S. Margherita (XII secolo), posta in mezzo alla vegetazione a mezza costa sul versante meridionale del colle. Si tratta di una piccola chiesa che conserva ancora, posta nel catino absidale, l’immagine sbiadita di un «Cristo Pantocratore».

 

 

Itinerari Gastronomici in Campania: i prodotti I.G.P.

9 Prodotti I.G.P. che rendono la Campania famosa in tutto il mondo

Il mondo dei prodotti tipici campani è molto più vasto di quanto immaginiamo, e non si limita solo ai prodotti come la pizza e la mozzarella di bufala, a cui spesso lo riduciamo. La Campania, infatti, può vantare una delle tradizioni culinarie più antiche, oltre che ricche, dell’interno panorama gastronomico mondiale e, con i suoi quasi 500 prodotti tipici detiene il primato in Italia insieme alla regione Toscana.

Il territorio della regione, infatti, abbonda sia di prodotti trasformati che di materie prime agricole di pregio che sono stati suddivisi in 4 denominazioni: P.A.T., S.T.G., D.O.P. e I.G.P..

In questo articolo vogliamo concentrarci su questi ultimi che, insieme ai prodotti D.O.P. e alla pizza, rendono la Campania famosa in tutto il mondo. I prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, infatti, contribuiscono in larga parte a rendere l’Italia uno dei primi Paesi europei con il maggior numero di prodotti D.O.P. e I.G.P..

 

 

La Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) è un marchio di tutela giuridica attribuito dall’Unione Europea solo ai prodotti di pregio, ottenuti in zone fortemente vocate dalle quali prendono il nome e traggono le loro caratteristiche. Per poter utilizzare il marchio I.G.P. è necessario sottoporre il processo produttivo ad una serie di rigorosi controlli che ne certifichino la conformità al Disciplinare di Produzione.

In Campania, i prodotti che hanno ricevuto questa certificazione sono 9: Nocciola di Giffoni, Marrone di Roccadaspide, Castagna di Montella, Carciofo di Paestum, Limone Costa D’Amalfi, Limone di Sorrento, Melannurca Campana, Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, Pasta di Gragnano.

 

 

Nocciola di Giffoni

La produzione di nocciole è uno dei settori italiani di eccellenza e riguarda, in particolare, il Lazio (al primo posto nella produzione italiana), il Piemonte, la Campania e la Sicilia. La Campania si posiziona al secondo posto in questo panorama, con una produzione costituita per il 90% proprio dalla Tonda di Giffoni, definita la Regina Mondiale delle Nocciole.

Grazie alla sua forma perfettamente rotondeggiante, la polpa bianca e consistente, il suo sapore aromatico e la pellicola facilmente staccabile, questa I.G.P. si presta bene alla tostatura ma anche alla calibratura e alla pelatura: è quindi molto richiesta sia per il consumo diretto sia a livello industriale, specialmente nell’industria dolciaria, grazie anche ai suoi valori nutritivi.

La coltivazione di questa nocciola in Campania è molto antica. Numerose testimonianze provengono dalla letteratura latina, già a partire dal III secolo a.C., e da diversi reperti archeologici: sono stati rinvenuti dei resti carbonizzati di questa nocciola che, oggi, sono esposti al Museo Nazionale di Napoli.

La diffusione di questa coltura, partita proprio dalla Campania, è iniziata già nel XVII secolo, quando il suo commercio iniziava ad avere una vera e propria rilevanza economica. Nel ‘900, poi, questo prodotto ha registrato una fortissima espansione colturale, proprio in relazione alla forte richiesta da parte dell’industria dolciaria.

L’area di produzione della Nocciola di Giffoni I.G.P. è concentrata nel salernitano, soprattutto nella valle dell’Irno e nella zona dei Monti Picentini dove sono ubicati i 12 comuni interessati: Acerno, Baronissi, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Fisciano, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte. E’ proprio in queste aree, infatti, che il territorio di origine vulcanica offre le migliori condizioni di fertilità e, in generale, le proprietà qualitative che costituiscono le caratteristiche della Tonda.

Tutte queste caratteristiche non hanno tardato a far conferire alla Nocciola di Giffoni la sua certificazione I.G.P. nel 1997, riconosciuta con Regolamento (CE) n. 2325/97 successivamente modificato con Regolamento (CE) 1257/2006.

Della sua promozione, valorizzazione e tutela, insieme alle attività di vigilanza sul corretto uso della denominazione, se ne occupa il Consorzio di Tutela Nocciola di Giffoni I.G.P., incaricato dal MiPAAF con D.M. n. 10300 del 31/05/2011.

Marrone di Roccadaspide

Sempre della provincia di Salerno è tipico il Marrone di Roccadaspide, il cui nome deriva dall’ecotipo da cui proviene. Esso fa parte del gruppo genetico di castagne presenti nel territorio Campano riferibili alla cultivar madre del “Marrone di Avellino”.

Le caratteristiche distintive del Marrone di Roccadaspide sono rappresentate da una pezzatura media dei frutti, di forma prevalentemente semisferica, dalla buccia sottile di color castano bruno con sfumature rossastre che è facilmente distaccabile. Ha un notevole contenuto zuccherino che lo rende molto gradito per il consumo allo stato fresco ma anche per l’utilizzo nella produzione di marron glacés, marmellate, castagne al rum, puree e deliziosi dolci tipici della tradizione.
Per le sue caratteristiche è tra le poche varietà di castagne campane a potersi definire botanicamente e merceologicamente di tipo “marrone”.

Questo I.G.P. è considerato, insieme alla Castagna di Montella e a quella di Serino, tra le migliori castagne prodotte in Campania; ciò non solo per la qualità intrinseca della varietà, ma anche per il terreno e il clima favorevole che contribuiscono ad esaltare il livello qualitativo del prodotto.

La sua produzione, come per le altre castagne della Campania, è molto antica e risale già all’XII secolo. Ne danno testimonianza i preziosi manoscritti conservati nell’archivio della Badia di Cava che documentano l’esistenza di questi castagneti già nel 1183-84. La diffusione significativa del Marrone di Roccadaspide deve molto anche ai Monaci Basiliani e Benedettini, come confermano alcuni ritrovamenti archeologici a Moio della Civitella e a Gioi Cilento.

Ma la vera svolta della castanicoltura cilentana avvenne quando, a partire dal secolo scorso, le produzioni dell’area, date le loro caratteristiche pregiate e i miglioramenti delle tecniche di coltivazione, si sono progressivamente affermate sui mercati internazionali. Negli anni ’40, poi, fu effettuata una massiccia azione di innesto che estese la zona di produzione di questo pregiato prodotto anche fuori da Roccadaspide.

La zona di produzione di questo prodotto è, oggi, localizzata nella provincia di Salerno ed in particolare nell’areale che comprende gli Alburni, il Calore salernitano e una parte del Cilento, coincidente in larga misura con il territorio del Parco del Cilento e Vallo di Diano, e comprendente circa 70 Comuni.

Nei primi anni 2000, su iniziativa della comunità locale e della cooperativa “Il Marrone”, il prodotto ha ottenuto un riconoscimento e una tutela formati da parte delle istituzioni; nel 2008, questo ha portato al riconoscimento ufficiale come I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 284/2008).

Castagna di Montella

Come già accennato prima, insieme al Marrone di Roccadaspide si posiziona ai primi posti nella produzione di castagne in Campania anche la Castagna di Montella. Sicuramente le motivazioni sono da ricercare, oltre che nella qualità intrinseca della varietà, anche nella composizione dei terreni in cui si produce, nel clima favorevole e nelle competenze acquisite dai castanicoltori.

Il frutto ha ricevuto la Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) nel 1987, diventando l’unico caso in Italia di prodotto ortifrutticolo con tale certificazione. Nel 1992, poi, la Commissione UE, con Regolamento CEE N. 2081/92 ha attribuito alla Castagna di Montella il riconoscimento di Indicazione geografica protetta, che si sostituisce al precedente.

Si tratta di castagne prodotte per il 90% dalla varietà Palummina (il cui nome deriva dalla forma del frutto, che ricorda una colomba, palomma in dialetto) e per il restante 10% dalla varietà Verdole. Esse sono solitamente di pezzatura media o medio – piccola, dalla forma rotondeggiante e dalla base piatta, con la sommità pelosa; il seme ha polpa bianca, è croccante ed è di sapore dolce. Queste caratteristiche rendono la Castagna di Montella adatta non solo all’utilizzo allo stato fresco o secco, ma anche a quello nell’industria di trasformazione, per uso marron glacés, marmellate, puree e dolci.

Le sue origini sono molto antiche: secondo alcuni, infatti, l’importazione del castagno dall’Asia Minore risalirebbe al VI – V secolo a.C.. Già in epoca longobarda, poi, se ne intuì l’importanza e fu emanata la prima legge per la tutela del frutto che, evidentemente, era considerato un prodotto prezioso. Basti pensare, infatti, all’importanza che assunse in epoca medievale la farina di castagna, soprattutto negli assedi di città e castelli grazie alla possibilità di lunga conservazione.

La produzione della Castagna di Montella si concentra nell’area del Terminio – Cervialto ed è limitata in particolare ai territori dei comuni di Montella, Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Nusco, Volturara Irpina e Montemarano. Tuttavia, una parte della produzione è giunta anche negli Stati Uniti e in Canada in seguito alle emigrazioni del XIX secolo.

Sicuramente, dunque, la Castagna di Montella è un prodotto di grande importanza nella produzione ortifrutticola nazionale e internazionale; della sua tutela, infatti, se ne occupa la Cooperativa Castagne di Montella, mentre il Consorzio di Tutela è in via di costituzione.

 

Carciofo di Paestum

Protetto dal consorzio di tutela dal 2012, invece, è il Carciofo di Paestum, I.G.P. dal 2004 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 465/2004).

Conosciuto anche con il nome di Tondo di Paestum, questo carciofo è ascrivibile al gruppo genetico dei carciofi di tipo “Romanesco”, ecotipo locale da cui deriva ma da cui si distingue per il carattere di precocità di maturazione, che gli consente di essere presente sul mercato prima di ogni altro carciofo di questo tipo.

Questa caratteristica, insieme all’aspetto rotondeggiante dei capolini, l’assenza di spine e la sua tenerezza, ha consacrato la sua fama tra i consumatori. Notorietà che è, sicuramente, anche frutto dell’accurata e laboriosa tecnica di coltivazione degli operatori agricoli della Piana del Sele, dove si coltiva principalmente, e del clima fresco e piovoso durante il lungo periodo di produzione (febbraio – maggio).

Le qualità intrinseche di questo I.G.P. consentono a questo prodotto di essere molto apprezzato in cucina, dove viene utilizzato nella preparazione di svariate ricette tipiche e di piatti locali come la pizza con i carciofini, la crema e il pasticcio ai carciofi, particolarmente graditi ai tanti turisti che visitano la Piana del Sele e in particolare i Templi di Paestum.

Quella del carciofo è diventata, a partire dagli anni ’70, una delle coltivazioni più importanti della Piana del Sele, in provincia di Salerno, e, in particolare, dei comuni di Agropoli, Albanella, Altavilla Silentina, Battipaglia, Bellizzi, Campagna, Capaccio, Cicerale, Eboli, Giungano, Montecorvino Pugliano, Ogliastro Cilento, Pontecagnano Faiano, Serre.

 

Limone Costa D’Amalfi e Limone di Sorrento

Il limone è uno dei frutti più diffusi nei comuni della penisola sorrentino – amalfitana e, in particolare, dei comuni di Maiori, Minori, Amalfi, Sorrento e Massa Lubrense.
Entrambe le coltivazioni sono molto antiche: si ha traccia del Limone Costa D’Amalfi già in epoca medievale, e di quello Sorrentino già nel Rinascimento.

Il limone Costa D’Amalfi fu introdotto dagli Arabi nel corso della loro espansione e delle loro conquiste, in Spagna, in Sicilia e in Campania. Ma la vera diffusione avvenne durante il Medioevo quando si scoprì che le sue proprietà favorivano la guarigione dello scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C, di cui questi agrumi sono notoriamente ricchi.

Il nome della varietà Sfusato Amalfitano, che dà luogo alla Indicazione Geografica Protetta “Limone Costa d’Amalfi”, deriva dalle sue due caratteristiche più importanti: la forma affusolata del frutto (da cui il termine “sfusato”) e la zona in cui si è sviluppato.

E’ un prodotto dalle caratteristiche molto pregiate (la buccia spessa, la polpa succosa, l’aroma e il profumo intensi, la quasi assenza si semi) che lo rendono particolarmente adatto all’utilizzo in cucina, sia al naturale (nell’insalata, sulle carni, sul pesce) sia come ingrediente. Viene usato, infatti, non solo per il celebre liquore di limoni ma anche per il “caffè al limone”, servito da alcuni bar della zona, e per prodotti quali le delizie, i babà al limoncello, le torte, i profitteroles e altri dolci tipici della tradizione.

L’insieme di queste caratteristiche ha fatto sì che nel 2001 gli venisse conferita la certificazione I.G.P. (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1356 del 4.07.2001) e che, solo due anni dopo, venisse costituito il Consorzio di Tutela del Limone Costa D’Amalfi.

Per quanto riguarda il Limone di Sorrento, invece, la sua diffusione in Campania è documentata già a partire dal 1500 ma antenati dell’attuale ovale sorrentino risalgono già all’epoca dei romani. Negli scavi di Ercolano e Pompei sono stati, infatti, trovati numerosi dipinti che raffigurano limoni molto simili a quelli odierni di Sorrento.
Il prodotto è un ecotipo locale della specie Citrus Limone noto come Limone di Massa o Massese (Cultivar Massese) e, più comunemente, come Ovale di Sorrento.

Il limone di Sorrento è un prodotto che si distingue dagli altri prodotti simili grazie alle sue peculiari caratteristiche: dimensioni medio – grosse, forma ellittica, serbevolezza ed aroma. Le caratteristiche di qualità di questo IGP sono esaltate dalle particolari tecniche di produzione, ancora legate alla coltivazione delle piante sotto le famose pagliarelle, stuoie di paglia che vengono appoggiate a pali di sostegno di legno, solitamente di castagno, a copertura delle chiome degli alberi, al fine di proteggerli soprattutto dal freddo e dal vento e per conseguire anche un ritardo della maturazione dei frutti, che rappresenta uno dei principali elementi di tipicità di questa produzione.
Viene utilizzato anch’esso per numerosi piatti della tradizione, come le delizie, i babà al limoncello e il sorbetto al limone.

L’Ovale di Sorrento ha ricevuto la sua certificazione I.G.P. nel 2000 (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 2446/2000) e, come lo sfusato, due anni dopo, nel 2002, è stato costituito il Consorzio di Tutela del Limone di Sorrento, ente preposto alla la valorizzazione, promozione e commercializzazione del prodotto.

Melannurca Campana

Altro prodotto di spicco dell’agricoltura Campana è la Melannurca, una delle varietà italiane di melo più conosciute e più apprezzate in assoluto dai consumatori, tale da essere conosciuta come la “Regina delle mele”.

Sappiamo che essa è presente in Campania da almeno due millenni grazie ad alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare, nella Casa dei Cervi. La prima documentazione risale al I secolo d.C., ovvero al trattato di Plinio il Vecchio Naturalis Historia, in cui viene indicata come Mala Orcula in relazione al limitrofo “Orco”, ovvero il Lago d’Averno, sede degli inferi.

La melannurca presenta due varietà: la Sergente, dal sapore acidulo e la buccia striata di colore giallo-verde; la Caporale, dal sapore dolce e di colore rosso.

Questa I.G.P. è medio – piccola e di forma appiattita – rotondeggiante, ed è conosciuta soprattutto per la sua polpa croccante, compatta e bianca, gradevolmente acidula e succosa, con aroma caratteristico e profumo finissimo. La sua buccia è proprio ciò che costituisce uno dei suoi elementi principali grazie alle sue virtù salutari: altamente nutritiva per l’alto contenuto in vitamine e minerali, ricca di fibre, diuretica, particolarmente adatta ai bambini ed agli anziani, è indicata spesso nelle diete ai malati e in particolare ai diabetici.

Queste caratteristiche sono esaltate dalla pratica di maturazione dei frutti nei melai, i quali sono disposti su file esponendo alla luce la parte meno arrossata, venendo poi periodicamente rigirati ed accuratamente scelti, scartando quelli intaccati o marciti.

Apprezzata, quindi, allo stato naturale, la melannurca viene utilizzata anche per la produzione di succhi, liquori e dolci tradizionali (crostate, sfogliatelle, mele cotte).

Nel marzo 2006 la la denominazione Melannurca Campana è stata riconosciuta quale Indicazione Geografica Protetta (ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 417/2006) e nel 2007 ne è stato riconosciuto il Consorzio di tutela Melannurca Campania, costituitosi già nel 2005.

Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale

Il vitellone bianco dell’Appenino Centrale è l’unico prodotto di carne ad Indicazione Geografica Protetta in Campania ed è, ad oggi, l’unico marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dalla Comunità Europea per l’Italia. Si produce nelle aree interne collinari e montane degli Appenini Centrali, dal Tosco-Emiliano fino alla Campania, in cui sono comprese le province di Benevento ed Avellino.

Questa denominazione è riferita alle carni provenienti da bovini, maschi e femmine, esclusivamente di razza Chianina, Marchigiana e Romagnola, di età compresa fra i 12 ed i 24 mesi. Caratteristiche tipiche di questo animale sono la pigmentazione apicale nera, il mantello bianco e la precocità di maturazione.

L’eccellente qualità delle carni, che si presentano magre, sapide e a basso contenuto di colesterolo, si vede nel colore rosso vivo, la grana fine, la consistenza e l’elasticità. Qualità che derivano dalla razza dell’animale e dal regime alimentare durante il periodo dell’ingrassamento, e che la rendono un sinonimo di garanzia e bontà per la salute, grazie anche all’alto tasso di proteine e ferro in essa contenute.

Le razze Chianina, Marchigiana e Romagnola hanno origine in epoca etrusca: in vaste aree dell’Appennino centrale erano allevati, infatti, animali riconducibili alle razze su indicate, contraddistinti dal mantello bianco e dal notevole sviluppo somatico. Tutte e tre derivano dallo stesso ceppo podolico, quello del Bos Taurus Primigenius; in particolare, però, la Marchigiana, che è quella maggiormente diffusa in Campania, discende dall’unione delle altre due razze. Questo incrocio avvenne intorno alla metà dell’800 da parte degli allevatori marchigiani e completato nel secolo scorso.

L’indicazione Geografica Protetta è stata riconosciuta nel 1998 con Regolamento n. 134/98 (pubblicato sulla GUCE n. L 15/98 del 21 gennaio 1998), mentre il riconoscimento al Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale è arrivato solo nel 2004.

 

 

Pasta di Gragnano

Ultimo prodotto I.G.P. campano, ma non meno importante, è la Pasta di Gragnano, uno dei fiori all’occhiello del territorio napoletano e della città di Gragnano. E’ in questa città che la produzione di questa pasta affonda le sue radici. La storia data l’origine della fama di Gragnano come patria della produzione della pasta al 1845, quando il re Ferdinando II di Borbone, durante un pranzo concesse ai pastai gragnanesi il privilegio di fornire la corte di tutte le paste lunghe.

In realtà le sue origini sono di gran lunga più lontane, al tempo dei romani, quando si iniziò a macinare il grano per trasformarlo in farina che serviva per la produzione del pane. Col passare del tempo, poi, la necessità per le classi povere di avere un minimo di scorte alimentari, fece nascere la produzione della pasta secca. Questa pratica si sviluppò molto nel corso degli anni, in particolare nella città di Gragnano, poiché, già nel 1500, ci si rese conto che la sua posizione geografica era particolarmente indicata per la produzione della pasta. Gragnano, infatti, sorge in cima ad una valle, sulla quale sfociano numerose fonti montane la cui acqua sorgiva conferisce alla pasta un sapore unico, mentre il suo clima caldo e ventilato ne favorisce l’essiccazione che, anticamente, avveniva all’aperto.

I primi pastifici nacquero nel XVII secolo e ben presto la città divenne un centro industriale molto rinomato, ricco di aziende che, ancora oggi, seguono le stesse regole di lavorazione di un tempo. L’arte del fare la pasta, infatti, è stata tramandata in questa terra di generazione in generazione e alcune tecniche sono ancora oggi determinanti per l’ottenimento di un prodotto di qualità: l’utilizzo della semola di grano duro e la trafilatura in bronzo. Quest’ultima, in particolare, conferisce alla pasta quella rugosità tipica che le permette di trattenere alla perfezione il condimento.

La pasta di Gragnano, insomma, è il prodotto realizzato all’interno del comune di Gragnano e ottenuto solo dall’impasto della semola di grano duro con l’acqua della falda acquifera locale, con un profumo di grano maturo, un sapore sapido, un gusto deciso e un colore giallo paglierino. Queste sono le caratteristiche che, nel 2013 (con Regolamento (CE) nº 969/2013 della Commissione del 2 ottobre 2013), hanno permesso di ricevere la denominazione I.G.P.

Attualmente a Gragnano sono attive decine di pastifici, otto dei quali sono confluiti nel Consorzio Gragnano Città della Pasta, fondato nel 2003 con l’obiettivo di difendere e rilanciare la tradizione di Gragnano.

Ora che li conoscete un po’ meglio, non vi resta che assaggiarli tutti.

Bellezze nostrane: la costiera amalfitana

Itinerario tra gli scorci piu’ belli della costiera amalfitana, tra arte, cultura e buon cibo

“Sono dei pazzi, degli ubriachi di sole! Ma sanno vivere avvalendosi di una forza che pochi di noi posseggono: la forza della fantasia!”.

E’ così che Roberto Rossellini, regista e maestro del Neorealismo italiano definiva gli abitanti della Costa d’Amalfi a chi gli chiedeva cosa avesse di così magico la Divina Costiera, tanto da renderla set cinematografico di ben 4 dei suoi capolavori: “Paisà” nel 1946, “Il Miracolo” nel 1948, “La Macchina Ammazzaccattivi” nel 1952 e “Viaggio in Italia” nel 1953.

In Campania sono tantissime le bellezze naturali da vedere, e altrettante sono le bontà gastronomiche la nostra terra ci offre.

Senza dubbio una delle mete più gettonate, da turisti e da locali, è la Costiera Amalfitana, in particolar modo in questo periodo dell’anno, in cui, con i primi caldi e l’allungarsi delle giornate, sono centinaia le persone che affollano questi luoghi.

In questo articolo ci proponiamo di creare un itinerario che accolga le bellezze di questo lembo di terra, Torri costiere, castelli, chiese e prodotti tipici della gastronomia locale accompagnati dai vini autoctoni.

Partiremo da Salerno per giungere fino al confine con la Penisola Sorrentina, descrivendo in tre parti le bellezze che si possono visitare e degustare nella Costa d’Amalfi.

Vietri sul mare

Si tratta di uno dei comuni più belli e suggestivi della Costiera, che ogni anno accoglie migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo. Vietri sul Mare secondo la graduatoria stilata dal portale Trivago, è tra i dieci borghi e paesi più cercati d’Italia.

A soli 10 km dal centro di Salerno, si raggiunge facilmente: treni, bus, mezzi urbani ed extraurbani la collegano con il capoluogo di provincia ma anche con Napoli.

Sicuramente Vietri sarà nota a tutti per le maioliche e le ceramiche fatte a mano come un tempo.

Ma un’altra peculiarità, caratteristica, come vedremo, di tutti i comuni della zona, è la ricca presenza di insediamenti costieri:

Torre Crestarella, Torre della Punta di Fuenti, Torre di Bassano, Torre di Vietri, detta anche della Marina o di Vito Bianchi, sono tutte torri di sbarramento costruite in epoca vicereale per proteggere il territorio dagli insediamenti dei nemici e dei corsari. Si differenzia la Torre di Marina di Albori che invece fu edificata poiché serviva un avviso sulla montagna: infatti è situata su un alto e ripido costone roccioso, in prossimità della Marina di Albori.

Valgono una visita i vitigni che si coltivano sulle pendici del monte Raito.

L’azienda “Le Vigne di Raito” è immersa in una vegetazione tipica della macchia mediterranea, caratterizzata dalla presenza di limoneti, ulivi secolari, boschi di corbezzoli, viburni, querce, mirti, allori, melograni, e la sua superficie coltivata a vite si estende su quasi 2 ettari di proprietà.

Le varietà di uva coltivate sono due, Aglianico e Piedirosso, e i vini prodotti, come l’eccellenza “Ragis Rosso”, godono della certificazione D.O.C. “Costa d’Amalfi”.

 

 

Cetara

Proseguendo lungo il tragitto troviamo il borgo marinaro di Cetara.

Da sempre porto peschereccio, tutta l’economia del borgo ruota attorno alla pesca e all’artigianato: la flotta cetarese è una delle più attive del Mediterraneo, specializzata nella pesca del tonno e delle alici, nella loro trasformazione e conservazione.

Famosissima della zona è la colatura di alici, una prelibatezza prodotta tipicamente a Cetara.

E’ opinione diffusa che l’attuale colatura sia la discendente diretta di un condimento noto fin dall’antichità in tutta l’area mediterranea, il “Garum” per i romani o “Garon” per i greci, descrittaci da Plinio e Orazio come una salsa di pesce cremosa che veniva ottenuta facendo macerare strati alternati di pesci piccoli e interi, probabilmente alici e pesci più grandi tagliati a pezzetti, forse sgombri o tonni, con strati di erbe aromatiche tritate, tutto ricoperto da sale grosso.

La colatura di alici che viene prodotta a Cetara è ottenuta seguendo un antico procedimento che i pescatori del luogo si sono tramandati di padre in figlio.
Si parte dalla tecnica di lavorazione delle alici sotto sale, di cui la colatura è un derivato: le alici appena pescate, in tutto il periodo primaverile, vengono private della testa e delle interiora e poi adagiate in un contenitore, cosparse di sale marino abbondante per 24 ore.

Dopo la prima salatura, vengono messe in una piccola botte, il terzigno, e sistemate con la classica tecnica ‘’testa-coda” a strati alterni di sale. Completato il lavoro, il terzigno viene coperto con un disco in legno, sul quale si collocano dei pesi.

Per effetto della pressatura e della maturazione del pesce, il liquido secreto dalle alici comincia ad affiorare in superficie, ed è questo liquido l’elemento base per la colatura. Viene raccolto progressivamente e inserito in grandi bottiglie di vetro, esposto a fonte di luce diretta del sole per circa quattro o cinque mesi, perché evapori l’acqua e aumenti la concentrazione così, fra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre, tutto è pronto per l’ultima fase: il liquido raccolto e conservato viene versato nuovamente nel terzigno dove le alici sono rimaste in maturazione. Così, colando lentamente attraverso i vari strati dei pesci, ne raccoglie il meglio delle caratteristiche organolettiche. Viene recuperato attraverso un foro praticato appositamente nel terzigno, trasferito in un altro recipiente e filtrato con l’uso di teli di lino, chiamati cappucci.

Il risultato finale è un distillato limpido di colore ambrato carico, quasi bruno-mogano, dal sapore deciso e corposo che a Cetara è il tipico condimento per gli spaghetti delle vigilie, oltre che per le bruschette, i broccoli di Natale e altre verdure.

Tradizionalmente considerato un cibo povero, sostitutivo del pesce fresco, oggi è un condimento ricercatissimo e apprezzato a tutti i livelli.

Tra i monumenti di maggior pregio artistico e storico di Cetara segnaliamo la Torre Vicereale, riferimento connotativo del paesaggio nel quale si sviluppa il centro storico di Cetara.

Domina il lato est della spiaggia di Cetara, a ridosso della scogliera: fu edificata dagli Angioini e potenziata successivamente dagli Aragonesi per difendere la popolazione dai continui attacchi dei pirati.

Faceva parte dell’ampio sistema difensivo di torri costiere ed era equipaggiata con cannoni e “petrieri”, bocche da fuoco in grado di tirare verso il basso, in caso di attacco ravvicinato o da terra.

Nel 2002 sono iniziati i lavori di restauro e consolidamento e finalmente dal marzo del 2011, la torre è tornata ad essere il faro e il cuore pulsante della comunità locale.

 

 

Tramonti

Tramonti, letteralmente terra tra i monti, è una splendida località della Costiera Amalfitana, E’ costituita da ben 13 frazioni, sparse tra i vari pianori: Pucara, Novella, Gete, Ponte, Campinola, Corsano, Cesarano, Pietre, Capitignano, Figline, Paterno Sant’Arcangelo, Paterno Sant’Elia, Polvica.

Incastonata alle pendici dei Monti Lattari, immersa in un suggestivo paesaggio bucolico, vanta circa 145 ettari di patrimonio boschivo e terrazzamenti, prevalentemente coltivati a limoni, ulivi e viti.

Infatti si distingue per i suoi eccellenti vini, prodotti da vitigni autoctoni che imprigionano nei loro grappoli i profumi ed i sentori di questa terra.

Tra le cantine presenti sul territorio troviamo:

  • Cantine Giuseppe Apicella, che vanta vini rossi, bianchi e rosati, prodotti nei 7 ettari di vigneti di proprietà, i più antichi dei quali vennero impiantati nei primi del Novecento con vitigni autoctoni. I vini godono della tipica denominazione Costa d’Amalfi D.O.C.
  • Azienda Agricola Reale, vincitori del premio “Oscar Del Vino 2014 – Miglior Vino Rosato’ – vino: Getis”, che vanta un’esperienza centenaria nel campo dell’agricoltura. Vitigni autoctoni a piede franco, coltivati a pochi km dal mare, nello splendido scenario del suggestivo borgo di Gete, hanno trovato qui il loro habitat naturale, beneficiando di un clima mite tutto l’anno. Queste caratteristiche hanno conferito a questi vini la denominazione di Costa d’Amalfi Tramonti D.O.C..

Un’altra bevanda tipica del posto è il Liquore Concerto, uno dei rosoli più antichi della Costiera Amalfitana, di origine ultrasecolare e per tradizione attribuito all’inventiva dei Monaci del Convento di San Francesco di Tramonti. Di colore scuro con una gradazione alcolica di circa 30° e dalle spiccate proprietà digestive, è preparato a livello casalingo o tuttalpiù solo da alcuni laboratori artigianali.

Ottenuto dalla macerazione in alcool per 40 giorni di un “concerto” (da cui prende il suo nome) di 15 tra erbe e spezie, tra cui liquirizia, finocchietto, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, stella alpina, mentuccia ed altre ancora, la cui combinazione è gelosamente custodita dalle anziane e dai monaci, in particolare di Tramonti e Maiori.

Il concerto era anticamente usato come panacea per tutti i mali e le anziane massaie di Tramonti sono tutt’ora convinte delle sue qualità magico-terapeutiche. Ancora oggi è abitudine offrirne un bicchierino, la cosiddetta presa e’ cunciert, agli amici e parenti in segno di ospitalità.

A Gete, una località di Tramonti, è presente la Chiesa Rupestre di San Michele Arcangelo.

Il primo documento che menziona la grotta risale all’anno 1181. La struttura,che per stile architettonico e per impianto costruttivo può essere ascritta alla fine del XII secolo, si presenta con una pianta quadrata a due navate ed altrettante absidi, e si avvale di volte a crociera su archi ogivali poggianti su un pilastro e due colonne. L’arco d’ingresso è diviso in due parti, uno inferiore, originariamente destinato ad area sepolcrale, ed uno superiore finemente decorato con stelle di color ocra. La copertura si rifà alle tipiche architetture amalfitane.

All’interno giace una necropoli, forse di epoca pagana, affrescata e con tre finissime urne cinerarie che alcuni datano tra il I ed il II secolo d.C. che oggi sono conservate nell’attuale chiesa parrocchiale. Vicino alla cappella sorgeva la chiesa di San Marco, distrutta da un’alluvione nel ‘700, di cui oggi, nell’alveo del torrente Caro, restano i ruderi: un muro laterale e l’abside destro.

Verso la metà del 1500 la chiesa rupestre di San Michele Arcangelo veniva dimessa quale luogo di culto, ob humiditate et pudicitia (per umidità ed indecenza), come si rileva in un verbale di visita pastorale dell’Arcivescovo Mons. Carlo Montillo nel 1571.

 

 

Maiori

Maiori, tesoro della Costiera Amalfitana, è un luogo meraviglioso e magico dove Roberto Rossellini ha ambientato molti dei suoi film: spiagge dalla bellezza incomparabile, ma anche percorsi naturalistici per gli amanti del trekking, sentieri enogastronomici e itinerari religiosi, Maiori è questo e molto altro.

Secondo la storia, le origini della città risalgono al periodo degli etruschi. Il nome originario di Maiori era Rheginna Maior per distinguerlo dalla vicina cittadina Rheginna Minor, l’attuale Minori.

La cittadina è ricca di cose da vedere ed ospita un gran numero di turisti che ogni anno arrivano per visitarne le sue bellezze, tra cui le numerosi torri costiere di avvistamento:

  • Torre Badia, torre di sbarramento realizzata a seguito dell’ordine del vicerè Pedro Toledo nel 1532;
  • Torre La Torricella;
  • Torre Lama del Cane;
  • Torre dell’Angelo detta anche Torre della Formicola;
  • Torre della Marina;
  • Torre della Trinità;
  • Torre di Cesare;
  • Torre di Salicerchio;
  • Torre Tummolo, una delle torri più importanti del sistema difensivo angioino che si estende, seppur ormai in rovina, su di un piccolo promontorio a picco sul mare, tra i comuni di Cetara e Maiori, poco prima della piccola frazione maiorese di Erchie.

 

 

Ma anche il suo centro storico non delude le aspettative dei visitatori, in particolare il Castello di San Nicola de Thoro-Plano.

Il Castello di Maiori non può essere considerato un castello nel senso letterale del termine, vale a dire come dimora di un signore feudale, ma costituiva una rocca, una fortezza eretta come baluardo e rifugio della popolazione contro le frequenti scorrerie dei predoni longobardi e, in seguito, dei pirati barbareschi.

Risalente al IX secolo, è l’unica struttura ancora esistente a ricordaci che Amalfi era una Repubblica Marinara. Secondo alcuni storici, la costruzione della rocca ebbe inizio poco dopo la morte del duca di Benevento, Sicardo, il quale aveva saccheggiato le contrade della costiera amalfitana. La struttura fu eretta attorno ad un’antica chiesa a tre navate dedicata a San Nicola de Thoro Plano. L’attuale edificio venne restaurato nel XV dai duchi Piccolomini, nominati nel 1461 feudatari del Ducato di Amalfi da Ferdinando I D’Aragona. La costruzione definitiva cominciò nel 1465 ed terminò nel 1468, costando alla città seimila ducati.

La fortificazione rappresenta uno dei luoghi più affascinanti da visitare per chiunque si trovi in Costiera Amalfitana: stupendo, da togliere il fiato, il colpo d’occhio che si gode dal punto più alto, con tutto il panorama circostante, il golfo, il monte dell’Avvocata, Ravello, Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi.

Lungo la statale, a 3,5 km dal centro di Maiori, c’è l’Abbazia di Santa Maria de Olearia, di cui abbiamo già raccontato la storia in un precedente articolo.

La grotta della Madonna dell’Avvocata o dell’Apparizione è situata poco al di sotto del Santuario della Madonna dell’Avvocata, alla quale si accede tramite una ripida scala. La grotta è nota per l’apparizione della Vergine ad un pastore locale agli inizi del Cinquecento. Secondo la tradizione il pastore, divenuto eremita, su quel luogo avrebbe dapprima realizzato un piccolo altare e poi dato vita alla chiesetta ed al primitivo monastero. Protetta da un’inferriata pregevolmente lavorata, la minuscola cappella presenta, affrescata sul frontone e sotto la volta dell’altare, la cena degli Apostoli circondati da angioletti. Il cenobio, invece, originariamente dotato di poche cellette ma via via ampliato con l’arrivo di nuovi frati, nel 1663 è stato affidato ai camaldolesi ed è rimasto in funzione fino ai primi anni del 1800.

La grotta è ancora oggi molto visitata: il pellegrinaggio alla Madonna dell’Avvocata si svolge il lunedì di Pentecoste, quando i fedeli di tutta la Campania si radunano per salire fino in cima al santuario accompagnati dal ritmo delle tammorre.

Fa parte, inoltre, del territorio di Maiori anche Erchie, uno splendido borgo marinaro meta anch’esso di tanti turisti. Le origini di Erchie si fanno risalire all’epoca greco-romana e secondo la leggenda venne fondata da Ercole nel IV sec. a C., da cui potrebbe derivarne lo stesso nome.

Come tutti i borghi della Costiera, Erchie subì le costanti scorrerie dei pirati. L’imperatore Carlo V, pertanto, diede ordine al Viceré don Pedro di Toledo di provvedere alla difesa delle terre costiere mediante la costruzione di torri e Torre la Cerniola ne è un esempio.

La Cerniola è una delle prime torri che s’incontrano lungo la costa da Salerno a Positano. Costruita in pietra calcarea locale, si presenta oggi come una delle torri meglio conservate di tutta la costiera, avendo intatta la sua forma e volumetria originaria ed essendo stata sottoposta a molteplici e accurati interventi di restauro che ne hanno preservato l’integrità e la struttura originali ripetutamente minacciate sia dallo scorrere dei secoli che da alcune forti mareggiate.

 

 

Alla settimana prossima con la seconda parte dell’articolo… L’itinerario continua!!!