Benvenuti sulla piattaforma integrata, inclusiva e collaborativa per gli Open Data del Patrimonio Culturale della Regione Campania, che abbia come obiettivo quello di raccogliere e rendere facilmente fruibile il patrimonio Open Data che viene fornito dalle istituzioni (locali, regionali, nazionali e internazionali) insieme al patrimonio che può essere generato dalle stesse comunità locali di riferimento sul territorio (associazioni, etc.).

Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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Il teatro di Neapolis

Una meraviglia sotterranea da riscoprire

La Campania è ricca di teatri e anfiteatri antichi, risalenti principalmente all’epoca romana. Molti sono stati recuperati nel corso degli ultimi secoli grazie ad operazioni di scavo specifiche. Tra queste, sicuramente una delle più sorprendenti operazioni è stata quella che ha riguardato la scoperta del Teatro di Neapolis.

 

 

L’edificio ludico è citato da alcuni autori antichi: Svetonio ci riferisce delle rappresentazioni dell’Imperatore Claudio; Seneca ce ne parla all’interno delle sue Epistulae morales ad Luciulium; Tacito, nei suoi Annales, e Svetonio, nel suo De vita Caesarum, ci raccontano di Nerone e delle sue esibizioni canore.

Il teatro di Neapolis, tuttavia, è stato portato alla luce solo alla metà dell’800 grazie allo scavo di una fognatura. Il primo scavo archeologico risale, poi, alla fine dello stesso secolo, mentre il primo piano di recupero avvenne nel 1939.
Tuttavia, solo a partire dalla fine degli anni ‘90 il teatro è stato in parte disvelato, grazie a dei lavori promossi dal Comune e dalla Soprintendenza continuati fino al primo decennio del 2000. Si tratta di un progetto di scavo e valorizzazione del settore occidentale del teatro che ha lo scopo di svelare anche le trasformazioni intervenute nel tessuto urbano fino all’età moderna.

Il teatro si trova nel cuore di Napoli, nella zona compresa tra via Anticaglia, via San Paolo, vico Giganti e vico Cinquesanti.

Esso risale al I secolo e fu, probabilmente, costruito sui resti di un preesistente edificio greco risalente al IV secolo a.C. e posizionato accanto all’Odeon, più piccolo e coperto.
Fu ristrutturato tra il I e il II secolo, periodo a cui risale la maggior parte delle vestigia, e fu abbandonato in seguito ad un’alluvione tra il V e il VI secolo. Nei secoli successivi fu adoperato come necropoli, poi discarica e, infine, è stato ricoperto da vari edifici che, ancora oggi, ne impediscono il recupero completo.

Nonostante la rifunzionalizzazione  della struttura, tale caratteristica ne ha  permesso la riscoperta e la parziale conservazione. Di recente la porzione ipogea  era stata riutilizzata dal proprietario di un basso come cantina. L’accesso agli ambienti sotterranei era stato ricavato tramite una botola situata sotto il letto. Un marchingegno davvero particolare azionava un meccanismo che permetteva la scomparsa del letto che scorreva lungo dei binari, in una nicchia nel muro. La scoperta di frammenti murari in opus latericium portò all’esproprio del basso e alla nuova destinazione d’uso, consentendo agli studiosi e ai visitatori di poter ammirare una parte del teatro.

Il teatro, dalla tipica forma semicircolare, fu realizzato con la tecnica dell’opus mixtum, associata a quella del reticolatum e del latericium. Questo espediente architettonico consente una maggiore resistenza ai terremoti. Per dimensioni, inoltre, si avvicina ai teatri medio-grandi della Campania, capaci di ospitare fino a 5000 spettatori.

Esso presentava tre ingressi, due laterali per gli attori (a ovest e ad est) ed uno a nord per il pubblico. Oggi del teatro si riconoscono i due ambulacri, le scale di accesso alla media e summa cavea, i vomitoria ed una piccola sezione della cavea scoperta. Si conservano, inoltre, i pavimenti dell’ambulacro interno, gli intonaci, i rivestimenti marmorei delle gradinate della cavea, alcuni graffiti e iscrizioni.
All’esterno, invece, in via Anticaglia, è possibile notare due massicce arcate che in epoca romana erano delle sostruzioni, cioè delle strutture di rinforzo all’interno del teatro che, oggi, appaiono inglobate negli edifici esistenti.

Dopo i lavori di scavo e di messa in sicurezza, la Soprintendenza Archeologica e il Comune di Napoli hanno autorizzato la visita, dando la possibilità a numerosi visitatori di fruire della vasta sezione del monumento oggi riportato alla luce. Delle visite al Percorso Ufficiale della Napoli Sotterranea e al Teatro Greco se ne occupa l’Associazione Napoli Sotterranea, che consente ai visitatori di poter ammirare le bellezze del sottosuolo tutti i giorni, dalle 10.00 alle 18.00.

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

 

Parte 2

Fisciano è ricca di costruzioni di pregio, costruite sul territorio comunale nei secoli.

Si è deciso di collaborare con il progetto SPOD incentrando il lavoro sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

 

Continuiamo dunque il viaggio intrapreso la scorsa settimana tra i palazzi storici del comune di Fisciano.

A Fisciano: Troviamo il complesso dei Palazzi de Falco in via Roma, che costituisce uno degli isolati più rappresentativi posti alle porte di Fisciano, contornato per due lati da giardini.

Il complesso allo stato attuale è caratterizzato da tre edifici contigui con autonomia funzionale e padronale, lo sviluppo del complesso coincide con la storia della famiglia de Falco.

Dalla “Platea seu libro di memoria”, risalente al 20 agosto 1764 a firma di don Nicola de Falco, si evince parte della consistenza del vecchio Palazzo, si notano tutti gli averi stabili, mobili, semoventi.

Intorno al 1830, il vecchio Palazzo della famiglia de Falco, fu diviso in due parti lasciando l’ingresso in comune. Nel 1856 don Carlo de Falco, diede l’incarico all’architetto Lorenzo Casalbore di rammodernare la propria parte di fabbricato, lasciando sempre l’ingresso in comune.

Nel 1873 don Nicola de Falco, affidò all’architetto Lorenzo Casalbore e a suo figlio Alfredo, l’incarico di realizzare un nuovo fabbricato, posto a sud e in adiacenza con la sua proprietà, prevedendo anche un nuovo ingresso indipendente per la separazione definitiva del vecchio complesso.

L’edificazione avvenne su di un grande terrazzo che occupava tutto il lato sud del vecchio Palazzo e copriva le cantine; il progetto prevedeva – per la parte posteriore – il collegamento con i fabbricati più antichi attraverso una galleria a vetri per la parte anteriore. La costruzione di una esedra prospiciente il cancello – nella facciata d’ingresso – sarebbe divenuta l’inizio del nuovo viale di accesso alla tenuta Chiesa e quindi ai Cappuccini. Il progetto dei Casalbore fu realizzato dall’impresa di Antonio Benincasa e dal controllo dell’ingegnere Giuseppe Acquaro.

Nel 1896 i lavori furono sospesi per gravi controversie tra l’architetto e l’ingegnere e di conseguenza non si realizzò l’apertura del nuovo ingresso indipendente. Don Nicola de Falco privato del vecchio ingresso comune, conferì all’ingegnere Enrico Alemagna di realizzare l’ingresso del proprio fabbricato in prosecuzione del vecchio Palazzo, ricongiungendo in qualche modo i due palazzi come in origine. Sempre su progetto dell’ingegnere Enrico Alemagna fu realizzata la parte a tre livelli lato giardino e successivamente nel 1938 fu eseguito il riammodernamento della zona sud al piano terra e al primo piano del vecchio Palazzo, come è pervenuto ai nostri giorni.

La ricognizione è continuata con il Palazzo de Falco in via Antinori, Palazzo Negri, Palazzo Aversa e Palazzo dell’Orfanotrofio Giulio Risi a Fisciano. Quest’ultimo risalente al XVII Secolo, è situato in piazza Vittorio Veneto a Fisciano. L’edificio è un dono di Ermelinda Risi-Colesanti, Terziaria francescana; l’istituzione dell’orfanotrofio è retta dalle suore di San Giuseppe di Chambery.

 

A Lancusi: Palazzo Barra in piazza Regina Margherita datato intorno al XVI secolo, allora casale dello Stato di San Severino, fu affidato ai feudatari. Fu dimora sin dal 1569 delle famiglie De Ruggiero, Caracciolo e Barra.

Nel 1761 fu sede di un’importante fabbrica di armi, tanto che negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie si legge che “la Reale Manifattura dei Piastrinari in Lancusi” sorse alcuni anni dopo la fabbrica di Torre Annunziata ed è stata costruita per opera di un’amministrazione militare del Reparto di Artiglieria.

Nel 1823 fu ideata da Giovanni Venditti della suddetta Reale Manifattura, la prima pistola automatica, attualmente conservata nel Museo delle Armi a Milano, che gli americani brevettarono poi con il nome di Winchester.

Nel corso del tempo, il Palazzo ha subito notevoli trasformazioni che ne hanno modificato la struttura originaria. In seguito al terremoto del 23 novembre del 1980 il palazzo è stato gravemente danneggiato, richiedendo mirati interventi di risanamento e recupero strutturale.

Palazzo Siniscalchi in via Generale Ciro Nastri le cui origini risalgono al XVII secolo. Rilevante è la facciata finemente decorata; presenta due livelli fuori terra.

L’odierno Palazzo Polisetti che figura nel centro di Lancusi a pochi passi dalla Chiesa di San Martino e Quirico. Di impianto tardo Ottocentesco, si affaccia sulla strada con 2 grossi portoni di legno dei quali uno accede direttamente alla casa e al piano nobile.

Le origini non sono ben documentate ma una incisione incastonata sul pavimento, riporta la data 1907; probabilmente si tratta della data di un intervento di ristrutturazione in seguito al terremoto del 10 agosto 1893. Numerosi gli elementi architettonici originali come la scala in pietra viva così come le logge e la cantina (quest’ultima rinforzata in seguito al terremoto del 1980).

La famiglia Polisetti-Polizzotti dei Baroni di Resuttano ha acquistato l’immobile e il terreno circostante alla fine degli anni ’60 nel XX Secolo.

 

 

Per saperne di più…

La valorizzazione e promozione dei Beni Culturali fiscianesi viene supportata dal Comune e dalle associazioni che collaborano fattivamente con le Istituzioni.

Tra le associazioni più attive si può certamente segnalare ViVi FiSCiANO, che promuove la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico del territorio attraverso visite guidate.

Accanto alle attività culturali, il Comune cerca di attivare un circuito virtuoso di soddisfazione-attrattività-valore, creando ad esempio convenzioni con gli esercizi commerciali soprattutto durante le festività principali come ad esempio il Natale, con la nascita di parchi a tema, iniziative dedicate alle famiglie e ai giovani, promozione turistica delle aree decentrate etc.

Il visitatore riesce così a riscoprire, attraverso gli eventi promossi, le tradizioni di un territorio ricco di prodotti autoctoni e di Beni culturali materiali e immateriali: i boschi, eremi e santuari, i palazzi signorili, l’artigianato locale, le leggende popolari etc.

 

 

Dagli spunti operativi del progetto SPOD inoltre, grazie alla proficua collaborazione con alcuni docenti universitari, il Comune e le associazioni, intendono promuovere le attività di ricerca e organizzare una serie di percorsi guidati a tema, con annesse degustazioni enogastronomiche, pensate ad hoc per l’occasione.

 

Palazzi Storici del Comune di Fisciano

Parte 1

Un territorio antico.

Fisciano sorge a 300 m s.l.m. 14 km a nord di Salerno. Il Territorio del Comune è di circa 3.152 ettari, ed è situato in parte sul versante sud-occidentale del Pizzo San Michele (1.567 m s.l.m.), in parte sul rilievo del monte Monna e, più in basso, nella Valle alluvionale del Solofrana. La geologia del territorio è composta da rocce calcaree dolomitiche che costituiscono il substrato alluvionale (ghiaia e tufo grigio) e vulcanico (lapilli, pozzolane, pomici) che nei secoli hanno alimentato il fondo valle. Dal punto di vista idrologico risulta rilevante la circolazione idrica sotterranea. L’altitudine, minima e massima, tra piccole valli, boschi, faggeti, uliveti e castagneti, è compresa tra i 140 e i 1.200 m.

I primi abitanti della zona secondo Virgilio furono i Sarrastri, fondatori di Sarno ma più probabilmente il centro abitato fu fondato dagli Osci che insieme agli Etruschi, a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., vi avevano costituito numerosi insediamenti, e facevano concorrenza alla potenza navale di Cuma e alla ricca colonia greca di Poseidon (Paestum).

I Romani penetrarono nelle valli del Sarno e dell’Irno, provenendo da Pompei e si stabilirono nella vallata dell’Irno intorno all’88 a.C., dopo che Silla prevalse su Mario e decise di elargire terre ai veterani. Le terre del territorio di Fisciano vennero così divise in Centurie ed affidate alla cura delle famiglie romane, come testimoniano i resti di un’antica Villa romana, venuta alla luce nel 1981 in località Macchione.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano, nuovi dominatori arrivarono nell’area; nel 640, il Duca longobardo Arechi I tenta invano di occupare Napoli e concentra tutte le forze nella valle dell’Irno. È in questo periodo che i Longobardi, si stabiliscono nella zona costituendo la Longobardia Minor. Successivamente i Normanni (nel 1066 circa), con Turgisio, venuto al seguito di Roberto il Guiscardo, si annettono il territorio di Fisciano. Turgisio stabilisce la sede della sua signoria nel vecchio Gastaldato longobardo di Rota, ove fonda la potente dinastia dei Sanseverino, alla cui vicende resta legata anche Fisciano, fino alla caduta della famiglia, avvenuta nel 1553.

Nel 500 Fisciano, inserita ormai saldamente nello Stato dei Sanseverino, vive la sua stagione più feconda. Il territorio si riempie di ville patrizie e laboratori artigianali di chiara fama in tutto il Regno di Napoli, all’epoca sotto la dominazione Aragonese. Dopo la caduta dei Sanseverino e la morte ad Avignone del principe di Salerno Ferrante, l’Imperatore Carlo V concede il territorio al Capitano Ferrante Gonzaga e ai suoi figli. Nel 1583, il Gonzaga vende a sua volta lo Stato di Sanseverino ai Duchi Carafa di Nocera, che passa di mano a Francesco Maria Carafa, il quale, nel 1596, lo consegna a Diana Caracciolo, marchesa di Monteforte.

Durante il decennio francese (1806-1815), con la soppressione della feudalità e la riorganizzazione amministrativa del Regno di Napoli, Fisciano diviene Comune autonomo (nel 1810).
Il neo Comune si estende su un vasto territorio, comprendente 11 frazioni, boschi, amene campagne, faggeti e castagneti, riunitosi in seguito allo smembramento del Principato dei Sanseverino, decretato con la legge di Gioacchino Murat del 1806.

Tra le più rinomate attività attestate, troviamo la Reale Manifattura dei Piastrinari dei Borboni, nello storico Palazzo Barra a Lancusi, rinomata nel 1800 per la lavorazione di armi e coltelli; si deve a Giovanni Venditti, presso la Reale Manifattura, l’invenzione della prima pistola automatica, oggi conservata nel Museo della criminologia ed armi antiche (Museo della Pusterla di sant’Ambrogio), a Milano. Allo stesso tempo, estremamente fiorente in tutto il territorio comunale, è la lavorazione del rame artistico, del ferro (con la produzione di serrature, chiavistelli, bilance di precisione, cancelli, letti, maniglie), del legno e della ceramica, nonché la produzione della pasta secca (con 5 pastifici attivi fino agli anni 20 del XX Sec.).

 

 

Un primo censimento dei Palazzi Storici.

Numerose, come accennato, sono le costruzioni di pregio sorte sul territorio comunale nei secoli.

Tra i monumenti degni di menzione sono il Palazzo De Falco, il Monastero delle Carmelitane di S. Giuseppe (1600), che conserva uno splendido pavimento di maiolica, la Congrega del SS. Rosario a cui si accede attraverso una sontuosa scala a due rampe, la chiesa di San Pietro Apostolo (1309), le antiche botteghe dei ramai di Via Pendino.

Il lavoro di ricognizione affrontato per il progetto SPOD si è incentrato sul recupero di dati e informazioni sui centri antichi del Comune di Fisciano e in particolare sulla costruzione dei Palazzi Storici.

Il metodo di lavoro e osservazione delle strutture ha riguardato soprattutto un tipo di raccolta dati di natura quantitativa, rientrante in uno schema di campi ben definito con lo scopo primario di effettuare velocemente lo spoglio e la compilazione della tabella.

Il gruppo di lavoro si è soffermato su alcune particolari notizie: nome del palazzo, indirizzo, frazione, comune, provincia, codice ISTAT, tipologia, descrizione, anno di costruzione, secolo di pertinenza, coordinate geografiche, fruibilità, vincolo, proprietà, fonte, destinazione d’uso.

Sono stati censiti 23 palazzi.

 

 

Ecco un primo excursus tra i palazzi storici del luogo, divisi per località.

A Penta: Palazzo Nicodemi che prende il nome dal professore Nicodemo Cherubino, illustre matematico della zona. È un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa con due livelli fuori terra (piano terra e primo piano) in muratura portante. Attualmente impiegato come residenza della famiglia Nicodemi, nonostante la sua data di costruzione risalga alla fine del 1500.

Palazzo Pacileo le cui origini risalgono agli inizi del XVI secolo, esso era ubicato nel comprensorio dove risedeva la corte di Marina d’Aragona, attualmente situato in via Casa Gaiano, presenta un portale interamente in piperno. Il Palazzo è a corte aperta con due livelli fuori terra e una unità immobiliare.

Un secondo Palazzo Nicodemi risalente al XV secolo, situato in via Rubino Nicodemi. In passato fu un convento. Il portale di accesso al palazzo è interamente in pietra e conserva integro lo stemma della casata. Faceva anch’esso parte del comprensorio dove risiedeva la Corte di Marina D’Aragona Sanseverino.

Palazzo Barracano attualmente in via Casa Gaiano, risalente al 1450, è un esempio di palazzo gentilizio a corte chiusa in muratura portante con due livelli fuori terra. Il loggiato conserva colonne cilindriche poligonali istoriate. Caratteristico il portale interamente realizzato in piperno con un affresco raffigurante una volpe caduta all’interno di un fosso. Ciò alludeva ad un avvertimento per coloro i quali si recavano dal curatore di Marina d’Aragona con l’intenzione di raggirarlo. Anche questo palazzo in origine era parte del comprensorio di residenza di Marina d’Aragona Sanseverino.

Palazzo Celentano, in piazza Vittorio Emanuele che anticamente era sede del forno della famiglia de Falco, Palazzo Ansalone in via San Rocco, Palazzo D’Auria in piazza Vittorio Emanuele in cui in origine fu insediata la fabbrica di ceramica.

A Gaiano: Palazzo Negri e Palazzo Fiocchi, quest’ultimo datato al XVIII Secolo. La famiglia Fiocchi è stata una delle più importati famiglie di Gaiano, estinta con la morte di Giuseppe Fiocchi nel 1940. Potente feudatario, possedeva cinque diversi fondi. Il Palazzo aveva una struttura imponente su due piani, rispettivamente suddivisi in venti stanze ciascuna di 30 mq. I locali del piano terra, venivano utilizzati come cantine per fare e conservare il vino e come stalle per il bestiame. Nel 1996 il Palazzo Fiocchi è stato demolito per dare spazio a edifici residenziali in calcestruzzo armato.

A Villa: Palazzo Macchiarelli in via Principe Umberto. Molto particolare è il territorio della frazione di Villa. La struttura del borgo è rimasta inalterata, con cavalcavia e scorci panoramici spettacolari, resti di mura romane, tanto più che Villa, ossia “città” è toponimo romano assai diffuso. Le antiche abitazioni conservano ancora materiale di epoca romana e sono ben conservate con chiesette e ampi giardini, residenze signorili del ‘500, tra cui appunto Villa Macchiarelli.

Sono stati inoltre censiti i Palazzi: Siniscalchi a Bolano, Guariniello a Pizzolano, Maiorino e Galdieri a Carpineto, tutti edifici di pregio architettonico e storico di cui si hanno però poche notizie.

 

Tra una settimana continueremo l’indagine tra i palazzi storici di Fisciano.

 

 

 

 

 

Una nuova identità per gli edifici storici

Riqualificazione e rifunzionalizzazione dei castelli medievali in Campania

 

“Campania, terra di castelli” avevamo detto, citando il titolo di un nostro precedente articolo. Ed appunto la Campania conta, secondo il censimento da noi effettuato sulla piattaforma sociale SPOD, ben 304 castelli!

Infatti nella maggior parte dei comuni esiste un castello, un palazzo baronale o un palazzo fortificato. In alcuni casi essi sono stati abbandonati, lasciati a loro stessi e ora solo parzialmente visibili, ma, in altri casi, essi sono stati restaurati e riqualificati, diventando funzionali ad altri scopi.

Ecco dunque alcuni esempi di castelli che oggi hanno una nuova destinazione d’uso, con un breve excursus sulla loro storia.

AVELLINO

In provincia di Avellino nella località di Taurasi, famosissima per la produzione vinicola, sorge il Castello Marchionale, un maestoso complesso architettonico di origine longobarda, posto su un colle a dominio sulla valle attraversata dal fiume Calore, all’altitudine di circa 400 metri.

L’impianto originario di epoca longobarda subì diverse trasformazioni e modifiche ad opera dei dominatori succedutisi nel tempo: Saraceni, Normanni, Angioini e Aragonesi.

Il castello ospitò diverse nobili famiglie, tra cui i Gesualdo, i Filangieri, i Ludovisi e i Carafa.

Semidistrutto dalle truppe guidate da Francesco II d’Aragona nel 1496, fu ricostruito per la seconda volta nella prima metà del XVI secolo e, rimaneggiato agli inizi del Seicento, fu trasformato in un ampio e confortevole palazzo gentilizio.

La struttura conserva ancora oggi le caratteristiche tipiche del palazzo rinascimentale e si distingue per la particolare facciata, dove è ubicato il portone d’ingresso, sulla cui sommità è visibile lo stemma scolpito in occasione dell’unione dei Gesualdo con la Casa d’Este.

Una volta entrati si accede ad uno splendido giardino e alla corte. I piani superiori sono articolati su due livelli, collegati con una scala al cortile interno.

Oggi il Castello di Taurasi è la sede dell’Enoteca Regionale e centro di promozione delle produzioni tipiche delle eccellenze dell’Irpinia. L’iniziativa fu approvata dalla regione Campania nel 2003 al fine di promuovere e valorizzare i prodotti viti-vinicoli della provincia di Avellino.

Attualmente al primo piano è presente un centro di studi, ricerche e formazione del vino e sull’enoturismo. Invece, al secondo piano è collocata una sala convegni e numerosi locali espositivi destinati al museo del vino e della cultura locale.

L’Ente si promette di contribuire con una valida offerta turistica all’emancipazione culturale dell’Irpinia.

BENEVENTO

Nel punto più elevato del centro storico di Benevento sorge la Rocca dei Rettori, conosciuta anche come Castello di Benevento o Castello di Manfredi.

L’aspetto attuale è il risultato di numerosi interventi succedutisi nei secoli, ed è perciò piuttosto disomogeneo.

Venne fondato sul sito di un precedente palazzo fortificato longobardo, edificato dal duca Arechi II a partire dal 871 nel luogo detto “Piano di Corte”.

Il palazzo sopravvisse anche dopo la fine del ducato di Benevento, ospitando nel tempo diversi pontefici, l’ultimo dei quali fu papa Gregorio X nel 1272.

Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i rettori pontifici, che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.

La rocca venne realizzata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò la porta orientale della città, che venne ricostruita poco più oltre.

A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell’edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702.

Dell’antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell’antica porta cittadina, in corrispondenza dell’androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.

Oggi l’edificio è sede della Provincia di Benevento ed ospita la sezione storica del Museo del Sannio con il materiale pertinente alla storia della città e della regione del Sannio e la documentazione dell’arte e delle tradizioni popolari della provincia.

Inoltre l’edificio ospita una mostra permanente dal titolo “Uomini eccellenti”.

 

 

CASERTA

Il Castello di Prata Sannita, in provincia di Caserta, sorge su un costone di roccia sfruttando le asperità naturali, e sovrasta il piccolo Borgo Medioevale in parte ancora cinto dalle mura merlate nel lato Est che si affaccia a dominare la valle dove scorre il fiume Lete.

Il primo impianto del Castello risale all’epoca longobarda, poco prima dell’anno mille. E’ nel corso del IX secolo, infatti, che nacque il borgo come vero e proprio agglomerato fortificato: a causa delle continue invasioni la popolazione si trasferì su un’altura difficilmente accessibile.

Di questa costruzione non se ne trova alcuna traccia: l’aspetto attuale del castello è quello trecentesco, tipico dell’architettura angioina.

La fortificazione, consolidata in epoca normanna, venne successivamente ampliata e munita di torri cilindriche di notevole altezza che ne rendono evidente la funzione primaria prevalentemente difensiva, per volere dello stesso sovrano di Napoli Carlo I d’Angiò.

Al fine di rendere ancora più sicura la difesa del borgo, vennero costruite le torri e la cinta muraria e, nello stesso tempo, i signori longobardi costruirono il primo nucleo del castello che venne ampliato, fortificato e ristrutturato nel secolo XIV, sotto la dinastia dei conti Pandone.

Nel tempo gli eventi storici e il susseguirsi di trasformazioni, arricchimenti e sottrazioni hanno configurato il nuovo aspetto del Castello trasformandolo da fortezza in residenza.

Da alcuni anni il castello di Prata Sannnita ospita cimeli storici della prima e della seconda Guerra Mondiale, accompagnati da una esauriente documentazione fotografica: queste raccolte costituiscono nell’insieme quello che viene comunemente definito il “Museo della Guerra”.

Esso si compone di due sezioni ciascuna delle quali è dedicata ad un singolo conflitto. La sezione riferita alla prima Guerra Mondiale, nota comunemente come “la Grande Guerra”, presenta tra i numerosi oggetti che sono esposti una serie di fotografie illustranti il conflitto sul fronte italo-austriaco dal 1915 al 1918. Nella seconda sezione, ovvero quella dedicata alla seconda Guerra Mondiale sono riuniti i cimeli appartenuti alle truppe dei vari eserciti presenti in Italia negli anni di guerra 1943-1945, oltre ad una vasta sezione fotografica.

SALERNO

Il Castello di Teggiano, noto anche come Castello Macchiaroli, è tra i più importanti dell’Italia meridionale.

Situato al centro del Vallo di Diano, è sorto in epoca normanna in seguito al processo di incastellamento degli antichi abitati in atto in tutta Europa.

Nei primi anni del Quattrocento è appartenuto ai principi di Sanseverino che disposero un primo restauro del Castello, ordinando che alle spese occorrenti contribuissero tutti i paesi del Vallo di Diano: a loro si deve l’ampliamento della costruzione che fece assumere al Castello l’aspetto monumentale che notiamo ancora oggi.

Il Castello è stato sede di importanti avvenimenti storici ed è citato nella storia del Regno di Napoli per due fatti memorabili avvenuti in esso: la Congiura dei Baroni contro il Re Ferdinando I° d’Aragona e l’Assedio di Diano del 1497.

Nei secoli successivi alla sua costruzione, il maniero visse anni di degrado e di lotte, che lo danneggiarono in maniera consistente. Successivamente nel corso dei secoli ha mutato il suo ruolo passando da bellicosa fortezza a tranquilla residenza feudale succedendosi ai vari proprietari fino al 1860 quando, la monumentale struttura, fu acquistata dai Macchiaroli, famiglia che ne è tuttora proprietaria.

Agli inizi del 1970 uno dei proprietari del maniero, l’editore Gaetano Macchiaroli, visto il degrado che stava investendo tutta la costruzione minacciandone il crollo, mobilitò tutte le sue energie per attuarne il recupero, con il contributo dello Stato.

Gli interventi di restauro hanno richiesto molti anni, ma oggi hanno dato nuova vita a questo monumento che è parte essenziale dell’immagine medievale di Teggiano, diventando un luogo ideale per concerti, manifestazioni teatrali, convegni, congressi ed eventi culturali.

La mostra su Giacomo Leopardi ospitata nel 1996, rappresenta un chiaro esempio di riuso di un monumento storico come struttura polivalente disponibile per le iniziative culturali delle istituzioni del mezzogiorno e del Vallo di Diano.

Un evento di particolare risonanza è “Alla tavola della Principessa Costanza”, rievocazione storica fra le più belle e storicamente accurate d’Italia. Nato nel 1994 ad opera della Pro Loco di Teggiano, l’evento, che si tiene a metà agosto, è ambientato nella magnifica cornice del Castello Macchiaroli.

Ogni anno prendono parte alla manifestazione circa quarantamila persone, che da ogni angolo della Campania e non solo vengono a rivivere i fasti medievali.

NAPOLI

La città di Napoli conta più e più castelli che oggi ospitano musei, eventi, uffici, istituzioni.

Basti citare, tra i più conosciuti: il Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino che oltre ad ospitare il Consiglio Comunale, è sede della Società Napoletana di Storia Patria e del Museo Civico o il Castel Sant’Elmo, che attualmente ospita mostre ed esposizioni d’arte temporanee, ma anche festival e rassegne teatrali e musicali. Inoltre il castello è sede permanente del Museo Napoli Novecento 1910/1980, un museo in progress che raccoglie opere realizzate da artisti napoletani nel corso del XX secolo, tra cui sculture, dipinti e sperimentazioni grafiche. Tra gli autori Enrico Baj e Mimmo Paladino. E ancora il Castello Aragonese di Baia che nel 1984 è stato consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Ben diverso è l’attuale utilizzo del Castello di Nisida, che si trova sull’omonimo isolotto del golfo di Napoli, oggi sede dell’Istituto Penitenziario per Minorenni di Napoli.

La costruzione dell’edificio risale probabilmente al periodo tardo-angioino, intorno alla seconda metà del XIV secolo.

Successivamente, nel XVI secolo, il viceré Don Pedro de Toledo ne ordinò un restauro e un riadattamento per utilizzarlo come caposaldo nel sistema difensivo della città, soprattutto per contrastare le scorribande del pirata Barbarossa.

Più tardi, nel 1626, anno della terribile epidemia di peste, il viceré Antonio Álvarez de Toledo volle che il castello fosse adibito a lazzaretto per raccogliere gli appestati.

Durante il periodo borbonico l’edificio perse la sua utilità difensiva e fu adibito all’internamento dei prigionieri politici e nel periodo post-unitario, il castello divenne luogo di detenzione per gli ex funzionari borbonici a seguito dell’epurazione avviata dai Savoia nella Pubblica Amministrazione.

Infine, in tempi più moderni, nel ventennio fascista il penitenziario fu convertito a riformatorio giudiziario, diventando, a partire dal 1934, uno dei pochi Penitenziari Minorili d’Italia.

Oggi l’isola non è più visitabile ma è diventata l’isola delle ragazze e dei ragazzi.

 

Avellino: un viaggio tra cultura, tradizioni ed enogastronomia

Avellino è una terra ricca di cultura, tradizioni ed enogastronomia. In questo percorso che attraversa il cuore della provincia, scopriremo insieme tutte le bellezze che questo patrimonio territoriale ci offre.

Zaini in spalla, si parte!

PRIMA TAPPA: MIRABELLA ECLANO

Il nostro viaggio parte da Aeclanum, oggi Mirabella Eclano, uno dei centri sanniti più importanti dell’Irpinia, posizionato tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita. Ciò che resta dell’antica città si trova all’interno del Parco archeologico di Mirabella Eclano.

Tra i resti dell’antica città troviamo il complesso termale, dove sono ancora visibili il Calidarium, il Tepidarium, ed il Frigidarium, risalenti al II secolo d.C. La struttura si compone due livelli: il primo, che ospita ambienti destinati esclusivamente ai bagni; il secondo, dove venivano praticate altre attività come massaggi, musica ecc.

Il Macellum è l’antica piazza in cui veniva svolto il mercato alimentare di cui è visibile solo la costruzione centrale a pianta circolare. E’ possibile visitare anche i resti delle mura e alcune botteghe e abitazioni.

La Basilica paleocristiana risale all’età tardo-antica ed è articolata in tre navate con un pavimento a mosaico, al cui interno è presente una fonte battesimale. Ad un livello inferiore rispetto all’edificio religioso si conservano i resti di una domus di età imperiale romana, con un ambiente adibito a magazzino.

Un altro rinvenimento è costituito dalla Necropoli eneolitica, rinvenuta in località Madonna delle Grazie, lungo la strada Mirabella-Taurasi. Il reperto è di proprietà privata ma vi è la possibilità di visitarlo chiedendo il permesso in loco.

Dopo la visita al parco archeologico, non si può lasciare la città prima di aver visitato i Musei civici che raccontano storia e tradizioni locali.

Il Museo civico dell’arte sacra ospita oggetti e opere d’arte legati alla vita religiosa della Parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il percorso museale è allestito nei locali della chiesa medioevale dell’ex Confraternita del SS. Rosario. Tra i numerosi oggetti, si conservano importanti paramenti sacri del ‘700 ed argenti, tra i quali il busto-reliquiario di San Prisco; un prezioso Exultet o Rotolo di Quintodecimo, che si trova nella biblioteca storica; sette pergamene di scrittura beneventana dei secoli X-XI.

Il Museo civico dei misteri di cartapesta è situato in quelle che un tempo costituivano le scuderie del convento francescano e si snoda lungo un percorso che accompagna il visitatore lungo le tappe della Passione di Cristo. I gruppi scultorei sono realizzati in cartapesta e sono opera dell’artista eclanese Antonio Russo che nel 1875 li donò alla città. All’interno del museo è possibile apprendere i principali metodi di lavorazione della cartapesta grazie a supporti didattici audio-visivi e alla presenza di una sala multimediale.

Il Museo civico del carro è allestito al primo piano dello stesso complesso monumentale di San Francesco, sede del Municipio di Mirabella Eclano. Il museo espone alcune parti originali dei sette registri che compongono il “Carro di Mirabella Eclano”, un obelisco alto 25 metri, interamente rivestito di pannelli in paglia intrecciata, frutto del lavoro di abili artigiani. Il trasporto del Carro avviene ogni anno nel giorno consacrato alla Madonna Addolorata. All’interno del Museo è anche presente una mostra permanente di fotografie che illustrano la storia del Carro sin dal suo primo progetto datato 1869, percorrendo le fasi salienti della sua costruzione fino al momento più significativo della “tirata”.

SECONDA TAPPA: TAURASI

Il viaggio prosegue verso Taurasi, a circa 6 km da Mirabella Eclano. Il territorio è noto soprattutto per la produzione del vino Taurasi, degustato e apprezzato in tutto il mondo. Infatti, numerosi sono i produttori presenti nella zona e dopo le fatiche del viaggio un bicchiere di vino sarebbe l’ideale! Infatti, è anche possibile visitare le cantine e degustare il vino insieme ai prodotti tipici della zona.

Ma attenzione a non esagerare… Perché oltre alle cantine, il tour prevede anche una tappa al Museo archeologico di Taurasi. Il museo raccoglie testimonianze archeologiche del più antico popolamento del territorio di Taurasi e di Mirabella Eclano nella media valle del Calore, riportate alla luce durante gli scavi realizzati intorno alla metà degli anni ’90, in contrada S. Martino.

L’area ha restituito le più significative manifestazioni dell’ Eneolitico in Campania. Sono state individuate numerose capanne, risalenti a 4500-4000 anni fa circa, diverse per forma e dimensione, provviste di un muro perimetrale in pietra a secco che doveva sorreggere l’intera struttura lignea, non più conservata. All’interno sono stati rinvenuti vasi di ceramica e strumenti litici, esposti in mostra, insieme a numerosi cinerari.

TERZA TAPPA: CASTELVETERE E MONTEMARANO

Il viaggio alla scoperta di Avellino continua verso Castelvetere, a circa 16 km da Taurasi. Questo luogo prende il suo nome proprio dalla presenza di un castello, situato alle pendici del Monte Tuoro. Il castello ha subito diverse modifiche e rimaneggiamenti nel corso del tempo che ne hanno alterato profondamente l’aspetto originario.

Il borgo di Castelvetere è stato recuperato e trasformato e oggi fa parte di un complesso turistico. Per i viaggiatori che desiderano fare una sosta e godere delle bellezze del luogo, è possibile soggiornare negli alloggi presenti all’interno dell’albergo diffuso e accedere ad alcune parti del castello, inglobate all’interno degli edifici.

A soli 4 km si trova Montemarano, dove è possibile visitare due Musei legati alla storia locale.

Il Museo dei parati sacri costituisce la testimonianza viva di un’antica civiltà con la sua collezione di preziosi tessuti italiani, realizzati per buona parte in Italia Meridionale, tra il XVI e l’inizio del XX. Esso rappresenta il cuore di una delle collezioni più importanti di Parati Sacri per la qualità, la varietà e l’antichità degli oggetti custoditi ed esposti.

Il Museo etnomusicale “Celestino Coscia e Antonio Bocchino” ospita numerose raccolte fotografiche, materiale discografico, visivo, libri e documenti vari che testimoniano l’importanza della etnomusicologia locale, e pannelli espositivi che raccontano la storia e le tradizioni locali. All’interno della struttura sono presenti anche strumenti musicali tradizionali, che esaltano una delle più radicate tradizioni folckloristiche di Montemarano, il Carnevale.

Per i viaggiatori che desiderano rilassarsi e godere a pieno le bellezze del territorio, è possibile sostare in una delle numerose cantine che si trovano lungo tutto il tragitto, consultabili sulla mappa.

QUARTA TAPPA: MONTELLA

La prossima tappa si trova a circa 15 km, e precisamente a Montella. In questo comune in provincia di Avellino si trova il Convento di San Francesco a Folloni, riconosciuto come monumento nazionale. Sembra che il Convento fu fondato dallo stesso San Francesco d’Assisi, di passaggio verso il santuario di San Michele sul Gargano, nel gennaio 1222.

L’odierno complesso architettonico è frutto di un rinnovato intervento edilizio della metà del Settecento, reso necessario in seguito al terremoto del 1732. Nella chiesa settecentesca si trovano alcune opere di grande pregio, tra cui gli stucchi di Francesco Conforto e il pavimento maiolicato datato 1750. Inoltre, vi è anche il sarcofago di Diego I Cavaniglia, conte di Montella, ad opera di Jacopo della Pila, e la lastra sepolcrale della contessa Margherita Orsini, moglie del conte.

Nel Museo annesso al convento di San Francesco sono conservati notevoli beni artistici custoditi nei secoli, tra cui i paramenti sacri in broccato di seta del XVI secolo, di grande valore storico e artistico. La collezione comprende anche arredi, ceramiche, argenti, stoffe, stampe che vanno dal XV al XIX secolo, nonché numerose reliquie. Dal 2011 è esposta la giornea del conte Diego I Cavaniglia, morto nel 1481. Rinvenuta nel 2004 e sottoposta a lungo restauro, costituisce l’unico esempio di questo indumento ancora esistente al mondo. Al museo è annessa anche la Biblioteca che conserva circa 20.000 volumi editi dai primi del Cinquecento fino a tutto il Settecento.

Prima di lasciare questo luogo e raggiungere l’ultima tappa del nostro itinerario, è d’obbligo assaggiare la pregiata castagna di Montella I.G.P., prodotto tipico del territorio dalle caratteristiche uniche.

QUINTA TAPPA: BAGNOLI IRPINO

Spostandosi di soli 5 km si raggiunge Bagnoli Irpino, dove potremo concludere il nostro viaggio in maniera del tutto avventurosa, salendo a circa 910 m di altezza dove si trova la Grotta di San Pantaleone, in una posizione panoramica mozzafiato.

All’interno della grotta si trova un’antica cappella-eremo rupestre, meta di venerazione e pellegrinaggio da parte della gente locale che si spingeva lungo l’antico tratturo con il capo cinto da una corona di spine a simboleggiare il martirio subito dal Santo. La tradizione è stata portata avanti fino alla metà dello scorso secolo, quando il luogo è caduto in totale stato di abbandono. 

Fortunatamente, oggi è in corso un’impegnativa opera di recupero, consolidamento e restauro conservativo della struttura, ivi compresi l’installazione di un cancelletto d’ingresso ed il ripristino della passerella che ne agevola l’accesso. 

L’avventura sembrerebbe giunta al termine… Ma la tradizione campana vuole che non si possa concludere un viaggio senza aver fatto prima uno “spuntino”. E Bagnoli Irpino costituisce proprio il luogo ideale, poiché ci offre una serie di prodotti tipici davvero gustosi, tra cui il pregiatissimo Tartufo nero, ottimo come condimento per spaghetti, penne aglio e olio, frittata e, addirittura, per la pizza o come piatto principale della rinomata insalata di tartufo “alla bagnolese”.

Dal latte della pecora bagnolese, nutrita esclusivamente con pascoli naturali in piccoli allevamenti lontani dai grandi insediamenti urbani si ricava il “casu’r pecora” il cosiddetto “Pecorino bagnolese” che, a seconda della stagionatura, può essere mangiato dopo qualche giorno a fette o arrostito; dopo 2-3 mesi come pietanza da tavolo, con frutta o miele; dopo 5-6 mesi come formaggio da grattugia, quando avrà acquisito una certa piccantezza.  

Ora il viaggio può dirsi concluso. Che siate dei viaggiatori desiderosi di avventura, affamati di conoscenza o cultori della buona tavola, questo itinerario nel cuore della provincia di Avellino farà sicuramente al caso vostro!

Buon viaggio!

 

I 5 piatti tipici di Pasqua da non perdere

Ad ogni festa le sue pietanze!

Si, è proprio così, ogni festa ha la sua tradizione culinaria. In Campania, oltre alle classiche uova di cioccolata e alla colomba, la Pasqua si festeggia consumando i dolci e le torte salate tipiche del periodo e della tradizione, che seguono un rituale e una attenta preparazione già a partire dai giorni che precedono la festa. Oltre ad essere una festa cristiana, Pasqua, infatti, è anche un’occasione di intimità familiare e buon cibo che si sposa alla perfezione con la tradizione culinaria Campana.

Ovviamente le specialità sono tante, ma in questa sede vi presentiamo 5 delle specialità campane tipiche del periodo pasquale che non si possono assolutamente perdere.

Casatiello

Il casatiello salato, un vero caposaldo della cucina napoletana, è una tipica torta rustica pasquale. La sua forma e la sua decorazione, infatti, sono ricche di simboli religiosi: le uova racchiuse in una croce di pasta ricordano la Passione di Cristo; la forma ad anello indica continuità, così come la Pasqua è raccordo tra nascita e morte.

Il suo nome deriva dal latino “caseus” o dal dialettale “caso” che significa formaggio, uno dei suoi principali ingredienti.
Infatti, anche se, come tutte le ricette legate saldamente alla tradizione, il casatiello assume delle piccole varianti in ogni famiglia, ci sono degli ingredienti che al suo interno non possono proprio mancare.

Ingredienti:

– 1 kg di farina
– 2 cubetti di lievito di birra
– 100 g di strutto
– Sale, pepe
– 400 g di formaggi misti (pecorino, provolone piccante, grana, ecc)
– 400 g di salame napoletano
– 4 uova

Preparazione:

Sciogliete il lievito in acqua tiepida, unite la farina e iniziate l’impasto, unite poi lo strutto, il sale e il pepe, poi coprite il composto e fate riposare qualche ora, finché non sarà raddoppiato il volume. Stendete il composto sulla spianatoia (lasciandone un po’ da parte per la fase finale) ricavando un ovale, spennellatelo con poco strutto, distribuitevi i formaggi misti e il salame. Arrotolate l’impasto partendo dalla parte lunga, chiudetelo a anello infilando un’estremità nell’altra e disponetelo in uno stampo a ciambella, unto di strutto. Spennellate il casatiello con l’uovo sbattuto, poi con le mani ricavate quattro fossette e incastratevi 4 uova sode. Con la pasta tenuta da parte ricavate delle strisce e fissatele a x sulle uova. Fate lievitare ancora il casatiello, diverse ore, anche un giorno intero (in questo caso al fresco) e cuocetelo in forno già caldo a 180° per circa 60′.

Casatiello dolce

Il casatiello dolce è uno dei dolci tipici del periodo pasquale, soprattutto delle zone costiere e dell’area napoletana che, tuttavia, sta pian piano scomparendo.
Rispetto al casatiello salato, infatti, ha una preparazione molto più lunga ed elaborata, una lievitazione che può durare giorni, grazie all’utilizzo del “criscito” che in dialetto napoletano non è altro che il lievito madre. Per i più pazienti, ecco la ricetta.

Ingredienti:

• 1 kg di farina
• 10 uova
• 550 g di zucchero semolato
• 400 g di lievito madre
• 8 g di lievito di birra
• 10 g di sale
• 300 g di sugna (strutto)
• 250 ml di latte intero
• mezzo bicchierino di liquore Strega
• 1 limone buccia grattugiata
• 1 arancia buccia grattugiata
• 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
• 1 fialetta di fior d’arancio
• cedro candito a pezzi
Per la decorazione
• 1 albume
• 250 g di zucchero a velo
• 2 cucchiaini di succo di limone
• confettini morbidi colorati

Procedimento:

In una grande terrina sbattete le uova con lo zucchero. In una ciotola a parte, sciogliete bene il criscito ed il lievito con il latte appena tiepido fino ad eliminare tutti i grumi; aggiungetelo al composto di uova e mescolate bene. Unite al composto di uova anche la farina, il sale, la sugna, la vaniglia, il liquore, il fior d’arancio e le bucce grattugiate di limone e arancia; lavorate l’impasto a lungo in modo vigoroso per circa 1 ora se impastate a mano oppure per circa 35 minuti con l’impastatrice. L’impasto è pronto quando inizia a “sbuffare”, si creano delle bolle d’aria e diventa più elastico. A questo punto aggiungete il cedro candito tagliato a piccoli pezzetti e mescolate giusto per amalgamarlo.

Fate riposare l’impasto nella terrina coperta per circa 2 ore. Dividete l’impasto i 2 stampi troncoconici alti e dal diametro di 24 cm (dovete riempire lo stampo di ⅓ della sua capienza); coprite con pellicola alimentare a fate lievitare in luogo lontano da correnti d’aria ben coperto. Infornate in forno caldo statico a 190° per circa 60 minuti. Quando è freddo procedete alla decorazione.

Preparazione della ghiaccia reale: In una ciotola mescolate lo zucchero a velo con l’albume e 2 cucchiai di succo di limone filtrato, sbattete bene con le fruste fino ad avere una glassa lucida. Decorate il casatiello con la ghiaccia e cospargetelo di confettini colorati.

Puccellato dolce e salato

Il puccellato è un altro prodotto tipico del periodo pasquale della provincia di Benevento e, in particolare, del comune di Fragneto l’Abate, luogo in cui è stato inventato.
E’ un prodotto molto antico, risalente almeno al Medioevo, dato che viene menzionato in alcuni documenti del XII secolo come pagamento per i fitti che gli inquilini dovevano ai padroni.

Il suo nome deriva dalla trasformazione fonetica e gastronomica del “buccellato”, l’antico pane che in epoca tardo romana veniva dato ai militari, a sua volta derivante da “buccello” che significa “boccone”.
Il puccellato esiste sia nella versione dolce che in quella salata, che si differenziano per l’utilizzo di alcuni ingredienti ma che sono identiche nella lavorazione.

Ingredienti per il puccellato dolce:

– 12 uova
– 1 kg di farina
– Zucchero
– Burro
– Vaniglia
– Liquore
– Cedro
– Uva passa

Ingredienti per il puccellato salato:

– 1 Kg di farina
– 200 g di sugna
– 1 cucchiaino di zucchero
– 12 uova fresche
– 30 g di lievito
– Sale, pepe

Procedimento:

La base è un impasto di 5 uova con la farina che, nella versione dolce, va mischiato con abbondante zucchero e burro e poi aromatizzato con vaniglia, liquore, cedro e uva passa, mentre in quella salata, prevede l’aggiunta di sugna, pepe grosso ed appena un cucchiaino di zucchero. Man mano che si impasta, vanno aggiunte altre 7 uova ed il lievito e poi si deve lasciare a riposo per oltre 2 ore prima di dare alla massa la forma di una panella, che deve lievitare a lungo prima di essere infornata.

Tasca

La Tasca, al contrario del puccellato, è tipico di tutta l’area campana, anche se maggiormente della zona di Padula e del Vallo di Diano. A seconda della zona di produzione, assume nomi diversi: Tasca è in uso soprattutto in provincia di Salerno; pizza chiena è utilizzato nell’avellinese; canascione nel napoletano e nel casertano.

Nonostante i vari nomi e le piccole differenze nella realizzazione tra le varie zone di produzione, la Tasca è a tutti gli effetti una sorta di pizza o di pasta di pane ripiena. La sua ricetta, molto antica, ci arriva da una tradizione assolutamente orale, poiché la tasca viene preparata ancora oggi esclusivamente in casa, nel periodo pasquale. La tradizione vuole che venisse mangiata il Sabato Santo e che in famiglia se ne preparassero varie e di molteplici dimensioni, anche delle “tasche” in formato piccolo, per i bambini.

Ingredienti:

– Farina
– Uova
– Strutto
– Sale
– lievito
– Formaggi vari
– Salumi

Procedimento:

Preparare l’impasto della pizza piena disponendo la farina a fontana con all’interno l’acqua e il lievito. Quando l’acqua sarà stata assorbita dalla farina, trasferite l’impasto sulla spianatoia quindi aggiungere il sale e lo strutto un po’ per volta. Impastare a lungo l’impasto fino ad ottenere un panetto elastico ed omogeneo. Mettete l’impasto a lievitare in un posto al caldo e lontano da correnti per un paio d’ore. Nel frattempo preparate il ripieno, in un’ampia ciotola sbattete le uova con il sale, il pepe e i formaggi.

Aggiungete ora salumi e formaggi tagliati a dadini e mescolate il tutto. Dividete la pasta in 2 parti e stendete ogni panetto in un disco di 3 mm di spessore. Foderate con un primo disco di pasta una teglia da 24 cm in cui avrete steso un po’ di strutto e versateci il ripieno di uova formaggi e salumi. Chiudete con un’altra sfoglia e sigillate bene i bordi tutto intorno alla pizza. Ungete la superficie della pizza con altro strutto, quindi infornate a 170° per 50 minuti.

Pastiera

Dulcis in fundo la pastiera, il dolce caposaldo della pasqua campana, risalente almeno al 1600. Viene menzionata, infatti, già da Giambattista Basile, in “La Gatta Cenerentola”, tra le delizie più buone presenti nel banchetto finale.
Come ogni dolce regionale che si rispetti, anche la pastiera conosce diverse varianti e accorgimenti. Noi qui vi suggeriamo la versione più classica.

Ingredienti Pasta Frolla:

– 3 uova
– 500 g di farina
– 200 g di zucchero
– 200 g di strutto o burro

Ingredienti per la farcia:

– 700 g di ricotta di pecora
– 400 g di grano cotto
– 600 g di zucchero
– 1 limone
– 50 g di cedro candito
– 50 di arancia candita
– 50 g di zucca candita
– 100 g di latte
– 30 g di burro
– 5 uova intere
– 2 tuorli
– 1 bustina di vanillina
– 1 fiala di fiori d’arancio

Procedimento:

Per la pasta frolla, disponete su un tavolo la farina e lo zucchero a fontana con al centro il burro ammorbidito, i 3 tuorli d’uovo e la buccia grattugiata di mezzo limone. Amalgamate il tutto lavorando la pasta fino a che non diventa uniforme.

Versate in una casseruola il grano cotto, il latte, il burro e la scorza grattugiata di 1 limone; lasciate cuocere per 10 minuti mescolando spesso finché diventi crema. Frullate a parte la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere più 2 tuorli, una bustina di vaniglia e un cucchiaio di acqua di fiori d’arancio (alcune varianti prevedono l’uso dei millefiori). Lavorate il tutto fino a rendere l’impasto molto sottile. Aggiungete una grattata di buccia di un limone e i canditi tagliati a dadi. Amalgamate il tutto con il grano.

Prendete la pasta frolla e distendete l’impasto allo spessore di circa 1/2 cm con il mattarello e rivestite la teglia (c.a. 30 cm. di diametro) precedentemente imburrata, ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce. Versate il composto di ricotta nella teglia, livellatelo, ripiegate verso l’interno i bordi della pasta e decorate con strisce formando una grata che pennellerete con un tuorlo sbattuto.
Infornate a 180 gradi per un’ora e mezzo finché la pastiera non avrà preso un colore ambrato; lasciate raffreddare e, prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.

Ecco i 5 prodotti tipici che non possono mai mancare sulle tavole campane nelle giornate pasquali. Ora che avete tutte le ricette, non vi resta che provarli tutti!
Buona Pasqua!

Abbazia di Santa Maria de’ Olearia

In occasione della sua riapertura ci soffermiamo sulla storia di uno dei complessi eremitici più importanti della Campania

L’abbazia di Santa Maria de’ Olearia si trova in una delle tante grotte naturali che costeggiano la strada tra Maiori ed Amalfi.

L’antico complesso monastico rappresenta una rara e preziosa testimonianza dell’arte e dell’architettura del primo Medioevo.

Fu costruita sul finire del X secolo, quando il primo Arcivescovo di Amalfi, Leone, concesse a Pietro l’eremita e suo nipote Giovanni, probabilmente monaci provenienti dalla Sicilia o dalla Calabria, arrivati in Costiera alla fine del X secolo per sfuggire alla dominazione araba che causò un massiccio esodo di monaci, di realizzare la chiesa di Santa Maria de Olearia, come riporta il “Liber Pontificalis Ecclesiae Amalfitanee”.

 

 

Questa grotta era in precedenza adibita alla produzione dell’olio e da qui l’epiclesi “Olearia”. In questi anni Maiori era già un importante centro del ducato di Amalfi e già vantava la presenza attiva e contemplativa di diversi gruppi monastici.

L’abbazia fu resa nota per la prima volta nel 1871 da Salazaro negli “Studi sui monumenti dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo”, pubblicando alcuni disegni degli affreschi dell’abbazia.

L’abbazia è composta da tre luoghi di culto sovrapposti: la cripta, che risale a un’epoca più antica rispetto alle altre costruzioni, cioè al X-XI secolo, la cappella principale e la cappella superiore costruite entrambe agli inizi del XII secolo. La caratteristica costruttiva dell’abbazia è data dai semplici materiali con cui è stata realizzata: esclusi i marmi per le colonne e i capitelli essa è realizzata con semplice pietrisco di roccia e malta ricoperta da intonaco.

Al livello più basso troviamo la zona più antica, costruita nella roccia e per questo detta anche “rupestre” dove si possono ammirare gli affreschi raffiguranti la Vergine orante affiancata, secondo l’iconografia bizantina, da un Santo guerriero, probabilmente San Giorgio che, assieme agli altri scoperti nel 1868, costituiscono uno tra i più importanti gruppi di dipinti murali del primo medioevo realizzati in Campania.

Salendo poi una breve rampa di scale, uno stretto corridoio conduce al primitivo anfratto dove gli eremiti avevano costruito le loro piccole celle. L’ambiente, in origine, era più grande di quello che attualmente è dato vedere poiché, nel corso dei secoli, alcune celle vennero utilizzate come camere funerarie.

Al piano superiore si trova invece la seconda cappella, a due navate le cui pareti sono squisitamente dipinte con scene del ciclo mariano. A questo periodo risale l’ampliamento del complesso, quando il figlio di Roberto il Guiscardo lo concesse nel 1087 all’abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni.

Al di sopra della chiesa fu costruita, sicuramente dopo il 1100, una cappella, alla quale si accede attraverso un piccolo tratto di scale, estremo rifugio dei monaci in cerca di solitudine, anche questa interamente affrescata con episodi della vita di San Nicola, protettore dei marinai.

Tutti gli affreschi del complesso di Santa Maria de’ Olearia sono indicativi del clima culturale e dei sentimenti religiosi della Costa d’Amalfi, crocevia di influenze orientali e bizantine e di quelle di ambiente benedettino che si ricollegano all’abbazia di Cava de’Tirreni.

Gli edifici limitrofi sono adibiti ora ad abitazioni private e dovevano appartenere alla fase di maggior evoluzione monastica.

Dopo questa fase il complesso fu interessato da un completo abbandono e solo da pochi anni il restauro ha reso possibile nuovamente ammirare i cicli pittorici.

Dal 1 Aprile l’abbazia è di nuovo aperta al pubblico ed inoltre è visitabile gratuitamente, non fatevi scappare questa occasione!

 

Per maggiori informazioni e per consultare il calendario di apertura visita il sito del comune di Maiori: http://www.comune.maiori.sa.it/

Le eccellenze campane: i 5 oli DOP della Regione

In una società sempre più attenta al benessere e alla salute, la dieta mediterranea viene presa come modello di alimentazione. In questo contesto, il patrimonio enogastronomico campano assume un ruolo centrale, vantando una molteplicità di eccellenze riconosciute in tutto il mondo.

Tra queste, l’olio costituisce uno dei principali elementi di spicco della regione e quando parliamo di prodotti DOP, la qualità è anche certificata oltre che conosciuta.

La grande vocazione olivicola della Campania, che risulta  la quarta regione italiana per quantità di prodotto e la sesta per superficie olivetata, si esprime su tutto il territorio, anche se il primato spetta alla provincia di Salerno.

 

 

CILENTO

La coltivazione dell’olivo è fortemente radicata nelle popolazioni cilentane ed ha origini molto antiche. La tradizione, infatti, vuole che i Focesi portarono dalla Grecia la più antica delle varietà di olive da olio, la Pisciottana, che resiste molto bene ai venti salmastri della zona e all’aridità del terreno e ancora oggi conferisce all’olio Cilento la sua tipicità.

L’olio Cilento DOP si ottiene dalla premitura di olive delle varietà Pisciottana, Rotondella, Ogliarola, Frantoio, Salella e Leccino per almeno l’ 85% ma possono concorrere altre varietà locali presenti nell’area di produzione in misura non superiore al 15%.

Gli olivi secolari e di grande taglia del Cilento impongono sistemi di allevamento tradizionali, che vengono armonizzati alle più moderne tecnologie di lavorazione. Particolare cura viene posta durante le fasi della raccolta, del trasporto e della conservazione delle olive.

Per essere ammesse alla produzione di olio DOP, le olive devono essere raccolte rigorosamente a mano entro il 31 dicembre di ogni anno e la molitura deve essere effettuata entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Cilento comprende 62 comuni, a sud della provincia di Salerno, tutti inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e tutti caratterizzati dalla presenza di olivi secolari, che rappresentano l’elemento dominante del paesaggio.

L’olio, al consumo, appare di colore giallo paglierino con buona vivacità ed intensità. All’esame olfattivo mostra un leggero sentore fruttato, talvolta con note di mela e di foglia verde. Il gusto è tenue e delicato di oliva fresca, fondamentalmente dolce con appena percettibili note vivaci di amaro e piccante. E’ discretamente fluido, con evidenti sentori di pinolo e retrogusto di nocciola e mandorla.

La notevole presenza di note aromatiche fa sì che quest’olio possa essere pienamente gustato su piatti di una certa consistenza o sui primi piatti. Consigliamo quindi di provarlo sulle melanzane a scarpone o come condimento al noto fusillo di Gioi, prodotti tipici del territorio.

 

 

COLLINE SALERNITANE

Il territorio del salernitano ci offre un altro olio di grande prestigio e di antichissime origini, Colline Salernitane, che deriva da varietà autoctone.

L’olio trae la sua tipicità proprio dalla peculiarità del territorio, dotato di connotazioni climatiche, paesaggistiche, storiche e culturali assolutamente originali. Esso si produce in un’area fortemente vocata alla coltivazione dell’olivo, caratterizzata da un patrimonio varietale particolarmente ricco e originale.

L’olio si ottiene dalla premitura di olive quali: Rotondella, Frantoio, Carpellese o Nostrale per almeno il 65%; Ogliarola e Leccino in misura non superiore al 35 %, mentre è ammessa la presenza di altre varietà locali per un massimo del 20%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali dell’area delle Colline Salernitane, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato e noto pregio qualitativo. Le olive destinate alla produzione dell’olio DOP Colline Salernitane devono essere raccolte esclusivamente a mano entro il 31 Dicembre di ogni anno e molite entro e non oltre il secondo giorno dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane comprende 86 comuni della provincia di Salerno, presenti in una vasta area olivetata che comprende: la Costiera Amalfitana, la Valle del Calore, i Picentini, gli Alburni, l’Alto e Medio Sele, le colline del Tanagro e parte del Vallo di Diano.

L’olio extravergine di oliva DOP Colline Salernitane presenta, al consumo, un bel colore che va dal verde al giallo paglierino più o meno intenso. All’olfatto mostra un deciso ed ampio sentore fruttato di oliva pulita, con discrete note di foglia verde, di erba e di pomodoro acerbo. Al gusto rivela un sapore deciso e persistente, gradevolmente amaro e piccante, giustamente corposo, con buona ed equilibrata struttura e chiari sentori di carciofo, cardo e vegetali amari. 

La notevole presenza di note aromatiche fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione campana e grigliate di pesce. Vi consigliamo di provarlo con alcuni prodotti tipici della zona come la minestra caggianese e la cuccija, una minestra tipica del Vallo di Diano, oltre che con le numerose varietà di legumi tipici del territorio quali i fagioli dell’occhio, i fagioli di Gorga, i fagioli di Controne e i ceci di Cicerale.

 

 

PENISOLA SORRENTINA

La coltivazione dell’olivo in Penisola Sorrentina risale a tempi antichissimi. Nell’intera zona, infatti, sono stati rinvenuti resti di santuari dedicati a Minerva (considerata già dai Greci e poi dai Romani inventrice delle olive e dell’olio) e molteplici recipienti utilizzati per l’offerta dell’olio.

Le particolari condizioni territoriali, il clima tipicamente mediterraneo e la natura vulcanica del terreno, rendono l’ambiente della Penisola decisamente originale e unico, come unico è l’olio che vi viene prodotto.

L’olio Penisola Sorrentina DOP si ottiene dalla molitura delle olive Ogliarola o Minucciola per non meno del 65%; Rotondella, Frantoio o Leccino in misura non superiore al 35%. E’ ammessa anche la presenza di altre varietà per un massimo del 20% del totale.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali della Penisola sorrentina che assicurano un’elevata qualità all’olio che ne deriva. La raccolta deve essere effettuata a mano entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vanno molite entro 48 ore dalla raccolta.

La zona di produzione e di lavorazione dell’olio DOP Penisola Sorrentina comprende i territori di 13 comuni della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari, nonché l’isola di Capri. 

L’olio extravergine di oliva DOP Penisola Sorrentina presenta, a prima vista, un bel colore giallo paglierino, più o meno intenso, con riflessi verdognoli. All’esame olfattivo rivela notevole armonia aromatica, con un delicato sentore fruttato di oliva e con fini e piacevoli note di erbe aromatiche, soprattutto rosmarino e menta. Il sapore è decisamente dolce con armoniose e lievi note di amaro e piccante. E’ fluido, equilibrato e con piacevoli sfumature speziate. Ha retrogusto di mandorla verde e fresca.

L’amaro ed il piccante, nelle giuste gradazioni, si amalgamano perfettamente garantendo all’olio il giusto equilibrio; gli odori mediterranei del rosmarino si esaltano nell’abbinamento con il pomodoro e i piatti che ad esso si richiamano. Ottimo sulle grigliate di pesce e di verdure. Originale e particolarmente gradevole il suo abbinamento con le insalate di limoni di Sorrento, ma soprattutto con la delizia al limone, dolce tipico di Sorrento.

 

 

COLLINE DELL’UFITA

Gli oli irpini sono il risultato della perfetta armonia tra ambiente, varietà, capacità imprenditoriale e tradizione, che qui è antichissima. Infatti, la presenza dell’olivo nell’avellinese risale all’epoca romana, ma la sua massima diffusione si ebbe in età angioina, per poi svilupparsi in quella aragonese e consolidarsi definitivamente nell’800.

La massiccia presenza dell’olivo nell’Ufita è testimoniata  dalle ampie distese di alberi secolari nelle colline arianesi, cuore dell’olivicoltura irpina.

L’olio Colline dell’Ufita DOP deve derivare per non meno del 60% dalla varietà Ravece. Per la restante parte possono concorrere altre varietà locali, quali l’Ogliarola, la Marinese, l’Olivella, la Ruveia, la Vigna della Corte; mentre l’apporto di altre varietà non autoctone, quali il Leccino o il Frantoio, non può superare il 10%.

Le tecniche di coltivazione degli oliveti sono quelle tradizionali delle Colline dell’Ufita, che assicurano all’olio che ne deriva l’elevato pregio qualitativo. La raccolta viene effettuata entro e non oltre il 31 dicembre di ogni anno e le olive vengono molite entro due giorni dalla raccolta.

L’area di produzione dell’olio Colline dell’Ufita DOP coincide con quella di coltivazione della varietà che costituisce il simbolo dello sviluppo dell’olivicoltura di qualità dell’Irpinia e non solo: la Ravece. In particolare, l’area comprende 38 comuni dell’Ufita e della Media Valle del Calore, in provincia di Avellino.

L’olio extravergine di oliva Colline dell’Ufita DOP presenta caratteristiche organolettiche di grande pregio. E’ di colore verde, se giovane, fino a giallo paglierino, di diversa intensità. All’olfatto si rivela fruttato, con piacevoli note erbacee e netti sentori di pomodoro acerbo, percepibili distintamente anche al gusto; all’assaggio è armonico, con intense, ma sempre piacevoli ed equilibrate sensazioni di amaro e piccante, in armonia con l’elevato contenuto in polifenoli.

La notevole presenza di note aromatiche e il suo gusto fruttato intenso fa prediligere l’uso di quest’olio su piatti di una certa consistenza, come minestre a base di legumi, gustose pastasciutte della tradizione irpina, zuppe, bruschette e grigliate di carne.  Per gustare al meglio quest’olio vi consigliamo di provarlo con la zuppa che prende il nome di ‘Cicci di Santa Lucia’ o con il pancotto dei Foresi. Un altro abbinamento gustoso potrebbe essere una fragrante bruschetta fatta con il muffletto di Caposele e una grigliata con il pregiatissimo Vitellone bianco dell’Appennino Centrale.

 

 

TERRE AURUNCHE

L’olio di oliva delle Terre Aurunche è fortemente radicato nel territorio ed è il frutto dell’interazione tra terreno, clima, ambiente e uomo: c’è quasi un rapporto sacro che lega le genti delle terre aurunche e l’olio. 

L’olio extra vergine di oliva Terre Aurunche, secondo il disciplinare di produzione, richiede l’impiego di olive provenienti per almeno il 70% dalla cultivar Sessana. La Sessana è originaria della zona di produzione e il suo nome deriva dalla cittadina di Sessa Aurunca, mentre le cultivar minori previste, quali Corniola, Itrana e Tonacella, sono originarie dei territori confinanti e rappresentano in egual misura un importante patrimonio della biodiversità locale.

La raccolta delle olive deve essere conclusa entro il 31 dicembre di ogni anno e le olive devono essere raccolte manualmente o con l’ausilio di mezzi meccanici. Le olive devono essere molite entro 48 ore dalla raccolta.

Il connubio tra la specificità dei terreni della zona di produzione della DOP Terre Aurunche e la cultivar Sessana rende questo prodotto particolarmente specifico del territorio di produzione, che comprende la parte nord della provincia di Caserta, nella zona attorno al vulcano spento del Roccamonfina, e i territori olivetati di 18 comuni del casertano.

Ed è proprio il territorio, con il suo clima mite e il suo terreno di natura vulcanica, a rendere unico questo olio che è ricco di polifenoli.

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP ha un colore giallo verde e un sapore fruttato con note di amaro e piccante. Si percepiscono sentori di carciofo, accompagnati da buoni toni di amaro e piccante, il tutto bilanciato da sentori di mandorle anche dolci. 

L’olio extravergine di oliva Terre Aurunche DOP si sposa con tutta la cucina mediterranea e tipica casertana, in particolare con piatti di verdure sia crude che cotte, pesce di mare, pasta; ottimo come condimento e nella preparazione dei sughi. Si consiglia di provarlo con i carciofi capuanella arrostiti. Un’idea di preparazione per esaltare questo olio e i prodotti che offre il territorio potrebbe anche essere un sugo preparato con la cipolla alifana e accompagnato da una manciata di caso maturo del matese.

 

Per provare questi pregiatissimi oli non vi resta che andare direttamente dai produttori, seguendo le nostre mappe!

 

 

Enoturismo in Campania: i 5 vini bianchi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Non solo cibo, insomma! Oltre ad essere nota per i suoi prodotti della gastronomia, la Campania annovera nella sua produzione alcuni dei migliori vini del nostro Paese.
In un articolo precedente abbiamo già descritto i 5 migliori vini rossi della regione da provare assolutamente (ecco il link per l’articolo completo). Oggi, dunque,ci concentreremo sui vini bianchi e, in particolare, sui 5 che costituiscono, senz’ombra di dubbio, il fiore all’occhiello del nostro amato territorio.

Greco di Tufo – Il vino più antico

Il Greco di Tufo è uno dei vini bianchi più rinomati della regione Campania ed è, sicuramente, uno dei più antichi. Il vitigno, infatti, fu portato nella provincia di Avellino dai Pelasgi della Tessaglia nel I secolo a.C. e oggi si produce, principalmente, in 8 comuni della provincia: Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il vino in questione, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Greco, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2011 e precedentemente, dal 1970, della certificazione DOC.
Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole, fine, caratteristico e intenso.

Grazie al suo sapore secco e armonico si abbina particolarmente bene a tutti i piatti a base di pesce e frutti di mare, risotti ai funghi porcini e formaggi non stagionati e molli. In particolare si consiglia di assaggiarlo con la Juncata, tipica del territorio, prodotta e commercializzata nello stesso giorno; va consumata freschissima per apprezzare la particolare consistenza tenera e il sapore dolce e delicato.

Fiano – La Vitis Apicia cara ai greci

Quando si parla dei vini migliori della Campania, non ci si può dimenticare del Fiano, anch’esso prodotto nella provincia di Avellino e molto antico. Furono i greci, infatti, a portare in Italia l’originario vitigno del Fiano, la “vitis Apicia” o “Apinia”, il cui nome deriva dalla caratteristica, propria di quest’uva dal dolce profumo, di attirare sciami di api nelle vigne. Da Apina derivò “Apiana” e in seguito “Afiana”, e quindi “Fiano”.

Oggi si produce principalmente nei comuni di Lapio, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpina, Parolise, San Potito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, Sant’Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Monteforte Irpino, Ospedaletto d’Alpinolo, Montefalcione, Santa Lucia di Serino e San Michele di Serino.

Il Fiano, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Fiano, a cui si può aggiungere il Greco, la Coda di Volpe o il Trebbiano, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2003 (modificata nel 2011) e precedentemente, dal 1978, della certificazione DOC.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole e intenso. Grazie al suo sapore fresco ed armonico si abbina bene a primi piatti a base di pesce, crostacei, scampi, polpo, pesce al forno, carni bianche e formaggi a media stagionatura. In particolare, si consigliano il caciocchiato, formaggio semiduro a pasta filata con stagionatura media, e il caciocavallo del Matese (Casu re pecora) fresco o semistagionato, entrambi tipici del territorio.

Falanghina del Sannio – Il vino fruttato tipico del Beneventano

La Falanghina del Sannio è un vino DOC che si presenta anche con le denominazioni di Sannio Falanghina Passito e Sannio Falanghina spumante. Il suo nome deriva, probabilmente, dall’uso dei pali detti “falange” che sin dall’antichità venivano utilizzati per sostenere le viti.

La sua produzione riguarda l’intero territorio del beneventano, ma distingue quattro zone tipiche: Solopaca, Guardia Sanframondi, Taburno e Sant’Agata dei Goti.

La Falanghina del Sannio DOC, la cui certificazione arriva nel 2011, per essere considerata tale deve essere prodotta da vitigni Falanghina per almeno l’85%. Ad esso possono concorrere altri vitigni a bacca bianca non aromatici della provincia di Benevento, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 15%.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, la falanghina del sannio ha un odore caratteristico abbastanza fruttato. Grazie al suo sapore secco, fresco, lievemente acidulo, a volte vivace si consiglia in accompagnamento a formaggi cremosi, come il formaggio morbido del matese, prodotto principalmente nelle aree montane del matese beneventano. Le varianti passito e spumante, invece, si abbinano perfettamente alla piccola pasticceria secca. In particolare, si consiglia di gustarli insieme al torrone di Benevento e il torrone croccantino di San Marco dei Cavoti, entrambi tipici del territorio.

Costa D’Amalfi bianco – Il DOC dalle 6 tipologie

Il vino Costa d’Amalfi è un vino DOC tipico della provincia di Salerno che si presenta con con 6 tipologie: bianco, bianco passito, bianco spumante, rosso, rosso passito, rosato. La denominazione può essere accompagnata dall’indicazione di una delle sottozone Ravello, Tramonti o Furore a condizione che i vini così designati provengano dalle rispettive zone di produzione e rispondano ai particolari requisiti previsti dalla disciplinare che, dal 1995, identifica il vino come DOC.

Sicuramente, uno dei più apprezzati della regione, è il Costa d’Amalfi bianco DOC, la cui produzione è consentita nella provincia di Salerno, con uve che provengono da vitigni Falanghina (40% – 60%) e Biancolella.

Dal colore giallo paglierino, il vino ha un odore delicato e gradevole. Il suo sapore asciutto e aromatico si sposa bene accompagnato ai frutti di mare e ai primi a base di pesce. In particolare, si consiglia di assaggiarlo con alcuni prodotti tipici del territorio: le alici di Menaica e gli spaghetti con colatura di alici di Cetara.

Aversa Asprinio – L’angioino prodotto tra Napoli e Caserta

L’Aversa Asprinio è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Caserta e Napoli e, nello specifico, nei comuni di Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Dugenta, Villa di Briano e Villa Literno, Giugliano in Campania, Qualiano e Sant’Antimo.

Le notizie che riguardano le origini di questo vino sono varie. Alcuni ritengono abbia origine etrusche, altri ritengono abbia origine greche o addirittura lo datano all’epoca angioina, quando il cantiniere di corte di Roberto d’Angiò, individuò nei declivi vicino Aversa il suolo ideale per impiantare le viti che assicurassero alla corte angioina una riserva ricca di spumanti.

La sua certificazione DOC arriva nel 1993 e riguarda tutti i vini prodotti con almeno l’85% di uve derivanti da vitigno Asprinio bianco.

Il vino, dal colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdi, ha un odore intenso, fruttato e caratteristico. Il suo sapore secco e fresco si sposa bene con piatti a base di verdure, come quelli con carciofi capuanella, insalate di mare, frutti di mare; particolarmente indicato, poi, per accompagnare la mozzarella di Aversa e il prosciutto di Rocchetta, tipici del territorio.

 

Ovviamente, questi sono solo alcuni dei numerosi vini bianchi che si possono trovare nella nostra amata regione. Ora che sapete anche dove trovarli, perché non assaggiarli tutti?

I dolci della tradizione: la Zeppola di San Giuseppe

Bontà da gustare

 

La zeppola è uno dei cardini fondamentali della produzione dolciaria napoletana. Essa si consuma in particolar modo in questo periodo, durante i festeggiamenti di San Giuseppe, da cui prende il nome di Zeppola di San Giuseppe.

Ma la sua origine è antichissima…la storia tramanda che esse fossero preparate già nell’antica Roma, in occasione dei Liberalia, che si tenevano il 17 Marzo, feste in onore delle divinità del vino e del grano quando, per ingraziarsi le divinità, si friggevano frittelle di frumento.

Nella sua versione attuale invece, la zeppola di San Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di San Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia.

Ma è durante la festa di San Giuseppe, il 19 Marzo, che la zeppola la fa da padrone. La si vede in mostra un po’ dappertutto: pasticcerie, friggitorie, panetterie, ne vendono a iosa, anche calde fatte all’istante.

La prima ricetta scritta della zeppola a noi pervenuta è quella che troviamo nel trattatoCucina Teorico-Pratica” del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti e risale al 1837.

La ricetta è scritta in lingua napoletana:

«Miette ncoppa a lo ffuoco na cazzarola co meza carrafa d’acqua fresca, e no bicchiere de vino janco, e quanno vide ch’accomenz’a fa lle campanelle, e sta p’asci a bollere nce mine a poco a poco miezo ruotolo, o duje tierze de sciore fino, votanno sempe co lo lanatiuro; e quanno la pasta se scosta da tuorno a la cazzarola, allora è fatta, e la lieve mettennola ncoppa a lo tavolillo, co na sodonta d’uoglio; quanno è mezza fredda, che la può manià, la mine co lle mmane per farla schianà si pe caso nce fosse quacche pallottola de sciore: ne farraje tanta tortanielli come solo li zeppole e le friarraje, o co l’uoglio, o co la nzogna, che veneno meglio, attiento che la tiella s’avesse da abbruscià; po co no spruoccolo appuntut le pugnarraje pe farle squiglià e farle venì vacante da dinto; l’accuonce dinto a lo piatto co zuccaro, e mele. Pe farle venì chiu tennere farraje la pasta na jurnata primma».

 

La ricetta storica, tramandata dalla tradizione, non si discosta affatto da quella dei giorni nostri:

  • Acqua e farina in quantità uguali (es. 500 gr/ 500 ml)
  • Un pizzico di sale
  • 10 uova
  • 100 gr di burro
  • Sugna e olio quanto basta

Procedimento:

In una casseruola lasciar bollire l’acqua con il burro ed il sale. Quando l’acqua inizierà a bollire e il burro sarà sciolto, levare il recipiente dal fuoco e versare d’un colpo la farina, miscelando bene. Rimettere il recipiente sul fuoco e mescolarlo finché la pasta non si staccherà dalla pentola e si attaccherà al mestolo. Togliere dal fuoco e versare l’impasto su un piano o in una ciotola e lasciar raffreddare. Aggiungere le uova, una per volta, alternando un tuorlo ed un albume, e continuare a lavare finché l’impasto non farà delle bolle. Aggiungere le ultime uova accertandosi che la pasta non sia diventata troppo molle, nel caso non aggiungerne altre.

Utilizzando una siringa da pasticciere, formare della ciambelle con un piccolo buco al centro; le dimensioni posso variare a seconda del gusto personale, ma il diametro consigliato per la vera zeppola è di 10 cm. Riempire una pentola di sugna (oppure olio), mettere le zeppole e far cuocere a fuoco moderato, finché non si gonfieranno.

Spolverizzare con zucchero a velo e farcire con crema pasticcera ed amarene.

Ora non vi resta che provare la ricetta e… mangiarle!!!

Oppure andare a San Giuseppe Vesuviano, un piccolo centro in provincia di Napoli, dove organizzano ogni anno un evento a lei dedicato: la sagra della zeppola. Un’occasione in più per gustarla come da tradizione.