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Hetor è un progetto pilota di Databenc con il progetto Horizon 2020 ROUTE-TO-PA, coordinato dall'Università di Salerno.

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Enoturismo in Campania: i 5 vini bianchi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Non solo cibo, insomma! Oltre ad essere nota per i suoi prodotti della gastronomia, la Campania annovera nella sua produzione alcuni dei migliori vini del nostro Paese.
In un articolo precedente abbiamo già descritto i 5 migliori vini rossi della regione da provare assolutamente (ecco il link per l’articolo completo). Oggi, dunque,ci concentreremo sui vini bianchi e, in particolare, sui 5 che costituiscono, senz’ombra di dubbio, il fiore all’occhiello del nostro amato territorio.

Greco di Tufo – Il vino più antico

Il Greco di Tufo è uno dei vini bianchi più rinomati della regione Campania ed è, sicuramente, uno dei più antichi. Il vitigno, infatti, fu portato nella provincia di Avellino dai Pelasgi della Tessaglia nel I secolo a.C. e oggi si produce, principalmente, in 8 comuni della provincia: Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni.

Il vino in questione, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Greco, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2011 e precedentemente, dal 1970, della certificazione DOC.
Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole, fine, caratteristico e intenso.

Grazie al suo sapore secco e armonico si abbina particolarmente bene a tutti i piatti a base di pesce e frutti di mare, risotti ai funghi porcini e formaggi non stagionati e molli. In particolare si consiglia di assaggiarlo con la Juncata, tipica del territorio, prodotta e commercializzata nello stesso giorno; va consumata freschissima per apprezzare la particolare consistenza tenera e il sapore dolce e delicato.

Fiano – La Vitis Apicia cara ai greci

Quando si parla dei vini migliori della Campania, non ci si può dimenticare del Fiano, anch’esso prodotto nella provincia di Avellino e molto antico. Furono i greci, infatti, a portare in Italia l’originario vitigno del Fiano, la “vitis Apicia” o “Apinia”, il cui nome deriva dalla caratteristica, propria di quest’uva dal dolce profumo, di attirare sciami di api nelle vigne. Da Apina derivò “Apiana” e in seguito “Afiana”, e quindi “Fiano”.

Oggi si produce principalmente nei comuni di Lapio, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpina, Parolise, San Potito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, Sant’Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Monteforte Irpino, Ospedaletto d’Alpinolo, Montefalcione, Santa Lucia di Serino e San Michele di Serino.

Il Fiano, prodotto (per almeno l’85%) da vitigno Fiano, a cui si può aggiungere il Greco, la Coda di Volpe o il Trebbiano, beneficia della certificazione DOCG a partire dal 2003 (modificata nel 2011) e precedentemente, dal 1978, della certificazione DOC.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, ha un odore gradevole e intenso. Grazie al suo sapore fresco ed armonico si abbina bene a primi piatti a base di pesce, crostacei, scampi, polpo, pesce al forno, carni bianche e formaggi a media stagionatura. In particolare, si consigliano il caciocchiato, formaggio semiduro a pasta filata con stagionatura media, e il caciocavallo del Matese (Casu re pecora) fresco o semistagionato, entrambi tipici del territorio.

Falanghina del Sannio – Il vino fruttato tipico del Beneventano

La Falanghina del Sannio è un vino DOC che si presenta anche con le denominazioni di Sannio Falanghina Passito e Sannio Falanghina spumante. Il suo nome deriva, probabilmente, dall’uso dei pali detti “falange” che sin dall’antichità venivano utilizzati per sostenere le viti.

La sua produzione riguarda l’intero territorio del beneventano, ma distingue quattro zone tipiche: Solopaca, Guardia Sanframondi, Taburno e Sant’Agata dei Goti.

La Falanghina del Sannio DOC, la cui certificazione arriva nel 2011, per essere considerata tale deve essere prodotta da vitigni Falanghina per almeno l’85%. Ad esso possono concorrere altri vitigni a bacca bianca non aromatici della provincia di Benevento, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 15%.

Dal colore giallo paglierino più o meno intenso, la falanghina del sannio ha un odore caratteristico abbastanza fruttato. Grazie al suo sapore secco, fresco, lievemente acidulo, a volte vivace si consiglia in accompagnamento a formaggi cremosi, come il formaggio morbido del matese, prodotto principalmente nelle aree montane del matese beneventano. Le varianti passito e spumante, invece, si abbinano perfettamente alla piccola pasticceria secca. In particolare, si consiglia di gustarli insieme al torrone di Benevento e il torrone croccantino di San Marco dei Cavoti, entrambi tipici del territorio.

Costa D’Amalfi bianco – Il DOC dalle 6 tipologie

Il vino Costa d’Amalfi è un vino DOC tipico della provincia di Salerno che si presenta con con 6 tipologie: bianco, bianco passito, bianco spumante, rosso, rosso passito, rosato. La denominazione può essere accompagnata dall’indicazione di una delle sottozone Ravello, Tramonti o Furore a condizione che i vini così designati provengano dalle rispettive zone di produzione e rispondano ai particolari requisiti previsti dalla disciplinare che, dal 1995, identifica il vino come DOC.

Sicuramente, uno dei più apprezzati della regione, è il Costa d’Amalfi bianco DOC, la cui produzione è consentita nella provincia di Salerno, con uve che provengono da vitigni Falanghina (40% – 60%) e Biancolella.

Dal colore giallo paglierino, il vino ha un odore delicato e gradevole. Il suo sapore asciutto e aromatico si sposa bene accompagnato ai frutti di mare e ai primi a base di pesce. In particolare, si consiglia di assaggiarlo con alcuni prodotti tipici del territorio: le alici di Menaica e gli spaghetti con colatura di alici di Cetara.

Aversa Asprinio – L’angioino prodotto tra Napoli e Caserta

L’Aversa Asprinio è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Caserta e Napoli e, nello specifico, nei comuni di Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Dugenta, Villa di Briano e Villa Literno, Giugliano in Campania, Qualiano e Sant’Antimo.

Le notizie che riguardano le origini di questo vino sono varie. Alcuni ritengono abbia origine etrusche, altri ritengono abbia origine greche o addirittura lo datano all’epoca angioina, quando il cantiniere di corte di Roberto d’Angiò, individuò nei declivi vicino Aversa il suolo ideale per impiantare le viti che assicurassero alla corte angioina una riserva ricca di spumanti.

La sua certificazione DOC arriva nel 1993 e riguarda tutti i vini prodotti con almeno l’85% di uve derivanti da vitigno Asprinio bianco.

Il vino, dal colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdi, ha un odore intenso, fruttato e caratteristico. Il suo sapore secco e fresco si sposa bene con piatti a base di verdure, come quelli con carciofi capuanella, insalate di mare, frutti di mare; particolarmente indicato, poi, per accompagnare la mozzarella di Aversa e il prosciutto di Rocchetta, tipici del territorio.

 

Ovviamente, questi sono solo alcuni dei numerosi vini bianchi che si possono trovare nella nostra amata regione. Ora che sapete anche dove trovarli, perché non assaggiarli tutti?

I dolci della tradizione: la Zeppola di San Giuseppe

Bontà da gustare

 

La zeppola è uno dei cardini fondamentali della produzione dolciaria napoletana. Essa si consuma in particolar modo in questo periodo, durante i festeggiamenti di San Giuseppe, da cui prende il nome di Zeppola di San Giuseppe.

Ma la sua origine è antichissima…la storia tramanda che esse fossero preparate già nell’antica Roma, in occasione dei Liberalia, che si tenevano il 17 Marzo, feste in onore delle divinità del vino e del grano quando, per ingraziarsi le divinità, si friggevano frittelle di frumento.

Nella sua versione attuale invece, la zeppola di San Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di San Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia.

Ma è durante la festa di San Giuseppe, il 19 Marzo, che la zeppola la fa da padrone. La si vede in mostra un po’ dappertutto: pasticcerie, friggitorie, panetterie, ne vendono a iosa, anche calde fatte all’istante.

La prima ricetta scritta della zeppola a noi pervenuta è quella che troviamo nel trattatoCucina Teorico-Pratica” del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti e risale al 1837.

La ricetta è scritta in lingua napoletana:

«Miette ncoppa a lo ffuoco na cazzarola co meza carrafa d’acqua fresca, e no bicchiere de vino janco, e quanno vide ch’accomenz’a fa lle campanelle, e sta p’asci a bollere nce mine a poco a poco miezo ruotolo, o duje tierze de sciore fino, votanno sempe co lo lanatiuro; e quanno la pasta se scosta da tuorno a la cazzarola, allora è fatta, e la lieve mettennola ncoppa a lo tavolillo, co na sodonta d’uoglio; quanno è mezza fredda, che la può manià, la mine co lle mmane per farla schianà si pe caso nce fosse quacche pallottola de sciore: ne farraje tanta tortanielli come solo li zeppole e le friarraje, o co l’uoglio, o co la nzogna, che veneno meglio, attiento che la tiella s’avesse da abbruscià; po co no spruoccolo appuntut le pugnarraje pe farle squiglià e farle venì vacante da dinto; l’accuonce dinto a lo piatto co zuccaro, e mele. Pe farle venì chiu tennere farraje la pasta na jurnata primma».

 

La ricetta storica, tramandata dalla tradizione, non si discosta affatto da quella dei giorni nostri:

  • Acqua e farina in quantità uguali (es. 500 gr/ 500 ml)
  • Un pizzico di sale
  • 10 uova
  • 100 gr di burro
  • Sugna e olio quanto basta

Procedimento:

In una casseruola lasciar bollire l’acqua con il burro ed il sale. Quando l’acqua inizierà a bollire e il burro sarà sciolto, levare il recipiente dal fuoco e versare d’un colpo la farina, miscelando bene. Rimettere il recipiente sul fuoco e mescolarlo finché la pasta non si staccherà dalla pentola e si attaccherà al mestolo. Togliere dal fuoco e versare l’impasto su un piano o in una ciotola e lasciar raffreddare. Aggiungere le uova, una per volta, alternando un tuorlo ed un albume, e continuare a lavare finché l’impasto non farà delle bolle. Aggiungere le ultime uova accertandosi che la pasta non sia diventata troppo molle, nel caso non aggiungerne altre.

Utilizzando una siringa da pasticciere, formare della ciambelle con un piccolo buco al centro; le dimensioni posso variare a seconda del gusto personale, ma il diametro consigliato per la vera zeppola è di 10 cm. Riempire una pentola di sugna (oppure olio), mettere le zeppole e far cuocere a fuoco moderato, finché non si gonfieranno.

Spolverizzare con zucchero a velo e farcire con crema pasticcera ed amarene.

Ora non vi resta che provare la ricetta e… mangiarle!!!

Oppure andare a San Giuseppe Vesuviano, un piccolo centro in provincia di Napoli, dove organizzano ogni anno un evento a lei dedicato: la sagra della zeppola. Un’occasione in più per gustarla come da tradizione.

 

 

 

Alla scoperta della Torre della Bruca

La bellezza dei luoghi si rivela, a volte, nell’inaspettata casualità di scoprirli.

È quello che ho pensato quando, decidendo di visitare il Parco Archeologico di Elea-Velia lo scorso 2 giugno, ho potuto godere della fortunata apertura straordinaria della Torre della Bruca, cimelio di un’antica fortificazione costruita alla fine del XIII secolo sui resti della colonia greca di Velia.

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Forse unico esempio di testimonianza medievale inserita in un contesto greco-romano, la costruzione – solitamente non accessibile al pubblico – fu edificata in qualità di torre di avvistamento ai tempi della guerra dei vespri siciliani. Con il moto dei vespri, scoppiati il 31 Marzo 1282, la Sicilia si ribellò agli Angioini e passò sotto il dominio di Pietro D’Aragona, causando una lunga e terribile guerra tra i Siciliani – Aragonesi e gli Angioini di Napoli.

Uno dei fronti principali dello scontro furono le coste cilentane: gli Angioini, per difendersi dagli attacchi provenienti dal mare, costruirono la torre di Velia (e, successivamente, la torre di Castelnuovo Cilento) in un sito nel quale preesistevano i resti di un castello alto-medievale, il Castellum Maris (o Castellum Velie), edificato verosimilmente in età longobarda su ciò che rimaneva del basamento di un tempio pagano. Di questa originaria fortificazione, posta a difesa del territorio circostante contro la minaccia saracena per il controllo dell’antico porto fluviale di San Matteo, alla confluenza dei corsi d’acqua del Palistro e dell’Alento, rimangono ancora oggi dei ruderi sul ciglio del promontorio (un torrino cilindrico e una parete a strapiombo).

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Le peculiarità architettoniche della torre, con base a scarpata alta 15,15 m e un corpo cilindrico che raggiunge quasi i 30 m, sono da ricercarsi nelle volte ribassate e di altezza minore man mano che si sale, nella stretta scala elicoidale che collega i tre ambienti sovrapposti circolari, nelle mensole di pietra sagomata del coronamento (beccatelli), nella creazione delle caditoie (fessure per il lancio di pietre) e nell’ingresso sopraelevato. Pensata per fronteggiare un elevato numero di nemici con pochi uomini, l’accesso alla torre avveniva solo per mezzo di corde, non esisteva alcuna scala esterna o ponte levatoio. Questo fu installato solo successivamente con la costruzione di una torretta quadrata provvista di scala e posta in corrispondenza dell’ingresso per l’appoggio del ponte.

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Il nome attuale della torretta, Torre della Bruca, deriva dalla denominazione del borgo – Castellammare della Bruca – che fu costruito intorno all’edificio dopo la cessazione della minaccia saracena e che prese, a sua volta, nome dalla presunta contiguità di una vasta foresta di elci (in volgare bruca) che si estendeva da Cuccaro Vetere fino alla costa. L’abitato del Borgo è andato interamente distrutto nei primi decenni del XX secolo per permettere l’inizio delle profonde campagne di scavo che hanno riportato alla luce la colonia di Velia. Restano, oltre la Torre angioina, resti di mura e due chiese, la cappella Palatina e la chiesa di Santa Maria, che ospitano dei piccoli quanto splendidi antiquaria.

 

Nel suo complesso, la visita al Parco Archeologico di Elea-Velia è un vero e proprio viaggio nel tempo che, nello stesso luogo, ti consente di rivivere epoche totalmente differenti.
Nel suo “piccolo”, poi, la Torre della Bruca è un tesoro inestimabile della storia del nostro territorio che, se si ha la fortuna di potervi accedere, restituisce alla vista un paesaggio mozzafiato e al cuore un’emozione indelebile.

L’anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere

Gli anfiteatri e teatri in Campania sono più di 30 e tutti ne conoscono i più famosi: i teatri e l’anfiteatro di Pompei, l’anfiteatro di Nocera Superiore, gli anfiteatri di Pozzuoli o l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere. Ma quanti ne conoscono davvero la storia? Basta considerare uno solo di questi siti per rendersi conto che, spesso, non ne si conosce nulla, neanche il valore storico – artistico che questi possiede.

L’esempio più calzante è costituito dall’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, meglio conosciuto come l’anfiteatro Campano o Capuano, e identificato come la sede della prima scuola di gladiatori. Si dice, infatti, che fu proprio da qui che il gladiatore Spartaco guidò nel 73 a.C. la rivolta che per due anni bloccò la città di Roma.

L’anfiteatro fu realizzato tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo, in sostituzione dell’arena meno capiente risalente all’età graccana. L’anfiteatro, con le sue dimensioni di 165 m sull’asse maggiore e 135 m su quello minore, è il secondo in ordine di grandezza tra questo tipo di monumenti in Italia dopo il Colosseo, per il quale servì da modello, classificandosi, così, come il primo anfiteatro del mondo romano.
Della sua costruzione tra quegli anni ne veniamo a conoscenza grazie ad una iscrizione (conservata al Museo provinciale Campano) dedicata ad Antonino Pio, nella quale si citano i lavori di restauro del colonnato e i nuovi arredi scultorei fatti eseguire dall’imperatore Adriano.

La struttura a pianta ellittica presentava in origine i quattro ordini canonici di spalti in marmo (ima, media e summa cavea, attico) a cui si accedeva tramite scale interne ed esterne, impostati su altrettanti livelli di gallerie, e che potevano contenere circa 50.000 persone; si apriva in facciata con ottanta arcate tutte della stessa ampiezza, se si escludono quelle in corrispondenza dei quattro punti cardinali, dove si trovavano gli ingressi principali. A decorazione della facciata, poi, erano posizionati numerosi busti a rilievo di divinità, tra i quali Giove, Giunone, Diana, Apollo e altri. Di questi, pochi si conservano ancora in loco, alcuni sono stati spostati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e alcuni al Museo Provinciale Campano: tutti gli altri furono riutilizzati come materiali di spoglio. Al di sotto dell’anfiteatro si sviluppavano i sotterranei, comunicanti tra di loro tramite corridoi e gli ambienti di servizio, che venivano utilizzati per i macchinari e gli apparati scenici.

L’anfiteatro campano subì numerose modifiche nel corso del tempo, anche in seguito alla distruzione causata dai Vandali nel V secolo ma continuò a mantenere le sue funzioni fino al IX secolo, quando fu trasformato in una fortezza. In seguito, a partire dal periodo della dominazione sveva, l’anfiteatro divenne cava di estrazione di materiali lapidei, riutilizzati nella costruzione degli edifici della città.

A partire dal 1800 si iniziarono i lavori di scavo e di recupero del sito, ma fu solo tra gli anni 20 e 30 del ‘900 che fu liberato dalla terra che lo ostruiva e fu restituito alla vista di chi voleva ammirarlo, attraverso una campagna di valorizzazione che va dagli scavi nel piazzale antistante alla costruzione di un bookshop e una caffetteria, fino all’inserimento del sito all’interno del circuito della rassegna teatrale Teatri di Pietra.

Ancora oggi, l’anfiteatro costituisce uno dei siti più visitati in Campania, grazie non solo alla sua importanza storica ma anche grazie allo stato di conservazione in cui si trova: esso è uno degli anfiteatri meglio conservati della Campania.

 

Carnevale in Campania: le specialità della tradizione da non perdere

Il Carnevale è alle porte e nelle cucine campane si sente già il profumo delle specialità della tradizione… Tra i tanti piatti preparati per questo periodo, vi presentiamo i più gustosi e tradizionali.

 

CHIACCHIERE

Non esiste Carnevale senza chiacchiere! Attenzione, stiamo parlando di quei dolci fritti dalla particolare consistenza tenera e friabile, apprezzati già ai tempi dell’antica Roma.

Ma vi siete mai chiesti perché si chiamano così? A Napoli, la leggenda vuole che la Regina di Savoia mentre stava chiacchierando, chiese al cuoco Raffaele Esposito di preparare qualcosa per allietare lei e i suoi ospiti. Da allora lo chef decise di dare questo nome al suo nuovo piatto.

Impasto semplice e gusto assicurato, ecco la RICETTA:

INGREDIENTI

  • Zucchero
  • Farina
  • Acqua
  • Uova
  • Vino o liquore

PROCEDIMENTO:

Dopo aver mescolato gli ingredienti si crea una pasta che viene tagliata in modo irregolare, creando delle strisce che vengono intrecciate in vario modo. Dopo essere state intrecciate, le chiacchiere vengono fritte e, una volta asciugate attentamente su carta assorbente, vengono spolverate con abbondante zucchero a velo.

Durante il periodo di Carnevale in tutte le case si preparano le chiacchiere, tradizionalmente consumate insieme al sanguinaccio.

 

SANGUINACCIO

Il sanguinaccio è una crema a base di cioccolato e sangue di maiale ed è una delle più antiche ricette della tradizione popolare legata ai festeggiamenti in onore dell’uccisione del maiale, del quale “non si butta via niente”.

La ricetta tradizionale prevede i seguenti INGREDIENTI

  • sangue di maiale
  • zucchero
  • tuorli d’uovo
  • farina
  • latte
  • cioccolato fondente
  • cacao

 

PROCEDIMENTO:

Gli ingredienti vengono amalgamati e cotti in pentola dove bollono per circa 10 minuti. Una volta pronto, il sanguinaccio viene servito freddo e guarnito con canditi di frutta e praline di cioccolato.

Tuttavia, oggi la ricetta viene preparata e venduta esclusivamente nella variante che non prevede l’utilizzo del sangue di maiale per questioni igienico-sanitarie.

 

MIGLIACCIO

Un altro piatto tipico di questo periodo è il migliaccio, un dolce di forma circolare alto circa 3 o 4 cm che si prepara con la farina di granoturco.

Ma quale è l’origine del termine ‘migliaccio’? Anticamente questo e molti altri piatti della tradizione venivano preparati con la farina di miglio brillato che, essendo uno degli ingredienti principali, ha dato il nome alla ricetta.

In tutta Napoli e provincia nel periodo di Carnevale si prepara il migliaccio secondo questa RICETTA:

INGREDIENTI

  • semolino
  • ricotta
  • uova
  • latte
  • zucchero
  • sale
  • cubetti di arancia candita
  • cannella
  • vaniglia
  • aroma di arancio

PROCEDIMENTO:

L’impasto viene creato mescolando tutti gli ingredienti in cottura, all’interno di una pentola di rame o di acciaio. Dopo averlo lasciato sul fuoco per circa un’ora, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno, si sistema in un contenitore circolare e si inforna per circa 60 minuti, fino a che la superficie non avrà assunto un colore biondo dorato.

Dopo aver parlato di tutte queste bontà, non vi è venuta voglia di assaggiarle?! Non vi resta che fare un salto in maschera in Campania per gustare queste e molte altre specialità!

Buon Carnevale da HETOR!

La Grotta di San Michele Arcangelo ad Olevano sul Tusciano

Il culto di San Michele Arcangelo è profondamente radicato in Campania: sono molte le chiese, i santuari e le grotte a lui dedicate. Soprattutto queste ultime, sono di origine antica e si ispirano alla prima leggenda legata all’apparizione di San Michele Arcangelo in Puglia.

Sono quasi tutte di origine naturale, ubicate per lo più in zone montuose e difficilmente raggiungibili: proprio per questo sono poco note e frequentate quasi esclusivamente dai fedeli essendo meta di pellegrinaggio durante la festività dedicata al Santo. Alcune grotte sono anche inserite in itinerari specifici, turismo speleologico, percorsi escursionistici e trekking.

Tra le grotte della Campania spicca per dimensioni ed importanza la Grotta di San Michele di Olevano sul Tusciano: detta anche Grotta dell’Angelo, si trova a 650 metri sul livello del mare, nel piccolo comune omonimo, all’interno del Parco Regionale dei Monti Picentini.

La grotta è facilmente raggiungibile tramite un percorso segnalato che costeggia il torrente Tusciano. Al suo interno troviamo una basilica e numerose cappelle, ampiamente affrescate. E’ proprio questa la particolarità del luogo: la grotta, scavata grazie al millenario lavoro delle acque, non si presenta come una semplice cavità con pareti lisce o affrescate, ma al suo interno è stato costruito un vero e proprio complesso religioso con edifici indipendenti, con architetture ben definite e pareti decorate egregiamente, che impreziosiscono ancor di più la cavità.
Nelle cappelle distinguiamo due cicli pittorici: uno petriano, collegato cioè al culto di san Pietro (alimentato dalla leggenda che il Santo sia passato da queste parti) e l’altro cristologico.

La prima attestazione storica della grotta risale all’819, ma la sua origine è sicuramente anteriore a questa data. Si ipotizza infatti che la grotta sia in origine nata come insediamento monastico di matrice greco-basiliana, come conferma la tipicità dell’architettura e della decorazione delle varie cappelle riconducibile alla cultura bizantina.
La grotta di San Michele già nel IX secolo era meta di numerosi pellegrini che la visitavano di ritorno dalla Terra Santa e persino il Santo Papa Gregorio VII fece tappa alla grotta, sottolineando la grande importanza religiosa e devozionale di questo luogo.

In occasione dei festeggiamenti per il Santo che si tengono l’8 Maggio, ogni anno viene fatta una processione nella quale viene i fedeli e i cittadini trasportano a spalla la statua del santo, percorrendo le tre frazioni del paese e raggiungendo la grotta di San Michele. Con pifferi, tamburi e bandiere, viene rievocata la battaglia di Siponto tra Longobardi e Bizantini, vinta dai Longobardi che elessero San Michele arcangelo guerriero loro protettore.

Nel 1996 il Word Monument Funds, una organizzazione privata non profit che si occupa della salvaguardia del patrimonio artistico nel mondo, ha inserito la Grotta di San Michele, per la sua particolare bellezza e ricchezza, in una speciale classifica dei 100 più importanti monumenti al mondo “a rischio e da salvare”.

 

 

Una storia di dati

Questa è una storia di dati. Di dati aperti. E di una classe di un liceo scientifico. E di un giovane di 20 anni che parte per la Spagna. Ma andiamo con ordine.

Tutto inizia, ai tempi di oggi, con la classe IV F del Liceo Mancini di Avellino, che viene a trovarci, noi di Hetor, per un progetto sugli open data. Tra le attività che proponiamo loro, un gruppo si occupa di un interessante dataset dell’Archivio di Stato, il Casellario Politico Centrale che raccoglie i dati su tutti i sorvegliati per ragioni politiche durante il fascismo.

Il gruppo che lavora sul Casellario Politico dei sorvegliati, ristretto alla Provincia di Avellino, si impegna a fondo nel ripulire i dati e nell’aggiungere informazioni, tra cui la geolocalizzazione dei luoghi menzionati. Creano diverse visualizzazioni, si divertono nel sistema (moderatamente, come è giusto che sia :-)). E, alla fine, noi pubblichiamo il loro dataset, qui in Hetor.

Fin qui, tutto normale. Anche troppo. Una buona pratica di open data, condita con l’entusiasmo di un gruppo di diciassettenni. Se non fosse che, tra le varie attività, esce fuori una visualizzazione interessante, che mostra la ultima residenza nota di ciascuno dei sorvegliati speciali. Eccola.

Si vede da qui come molti dei sorvegliati scappano, chi negli Stati Uniti, chi in Sudamerica, chi in Australia. Notate qualcosa di strano? Provate a zoommare sull’Europa, e si vede qualcosa. Che spicca. Un solo puntino, solitario, sulla Spagna.

fotopartigianoQuesta immagine viene mostrata in vari seminari, è simpatica e mostra in un solo colpo tutta la attività fatta dai ragazzi. Ma questo puntino continua a essere evidente, a stimolare curiosità. Si tratta di Giuseppe Cristino, di Montecalvo Irpino. Nato nel 1918, morto a 23 anni.
Come faceva un rifugiato politico a scegliere la Spagna per fuggire dall’Italia fascista? In quel periodo, in Spagna si combatte una guerra civile, crudele come tutte le guerre, perché fuggire lì?

E qui scatta l’aiuto del “migliore amico del curioso”, Google. Un paio di ricerche, incrociate, per verificare le informazioni. Ed ecco la storia, quella di un ventenne, antifascista, che scappa, prima, a Parigi per poi passare in Spagna per arruolarsi nelle Brigate internazionali che combattevano contro Franco. Di nascosto dei genitori. Combatte, nella Battaglia dell’Ebro, e, insieme ad altri 30.000, viene catturato prigioniero. In un campo di concentramento in Spagna, sfinito dagli stenti, muore, poi, nel 1941 di tifo.

E questo era il senso di questo puntino solitario sulla mappa, quella di un ragazzo di venti anni, che all’età in cui tutti noi, fortunatamente, abbiamo avuto altri pensieri, ha deciso di scappare e andare a combattere. E mi sembra importante che io abbia risposto, stasera, alla chiamata che veniva da quel puntino solitario sulla mappa. E abbia raccontato la sua storia, quella di Giuseppe Cristino, morto a 23 anni in Spagna.

Questa è una storia di dati. Di dati aperti.

Alla scoperta di 5 Fortezze Longobarde in Irpinia

Durante la dominazione longobarda e, ancor di più, in seguito alla divisione del ducato di Benevento dal ducato di Salerno, avvenuta nell’851, si avvertì l’esigenza di rafforzare i confini tra i due territori a scopo difensivo.

Protagonista di questa nuova strutturazione fu l’Irpinia dove l’edificazione di numerose fortificazioni fu favorita anche dalla particolare conformazione montuosa della zona. Nel corso dei secoli, le diverse dominazioni che si sono susseguite ed i vari terremoti, che più volte hanno colpito la provincia di Avellino, hanno contribuito a trasformare l’aspetto originario delle antiche fortezze longobarde in eleganti castelli.

I 5 castelli da visitare assolutamente, durante un soggiorno in Irpinia, accomunati dalla loro origine longobarda sono:

  • Castello ducale di Bisaccia
  • Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi
  • Castello D’Aquino di Grottaminarda
  • Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi
  • Castello di Gesualdo

Castello ducale di Bisaccia

bisaccia1Storicamente il castello di Bisaccia era un bastione strategicamente importante di controllo, che faceva parte di una linea difensiva che aveva la funzione di proteggere i territori della Puglia occidentale e settentrionale.

Questa linea di difesa, che correva lungo la via Appia e la Via Traiana e di cui facevano parte, oltre alla fortezza di Bisaccia, quella di Sant’Agata di Puglia e quella di Ariano Irpino fu opera del catapano bizantino Basilio Boioanne, che la realizzò nel corso della sua riorganizzazione amministrativa della “Capitanata occidentale”.

Edificato in epoca longobarda, nella seconda metà dell’VIII secolo, fu distrutto dal sisma del 1198. Verso la fine del XIII secolo Federico II di Svevia scelse Bisaccia come residenza di caccia e ne promosse la ricostruzione, trasformandola in tenuta signorile e invitando qui alcuni esponenti della scuola poetica siciliana.

In epoca moderna, infatti, la trasformazione dell’edificio da fortezza a castello fu completata.

Ha ospitato diverse famiglie nobili della zona e numerosi artisti, tra cui Torquato Tasso: a fine 500 il castello di Bisaccia apparteneva a Giovan Battista Manso, amico del celebre poeta che, giunto a Napoli e preso dalla malinconia per le sue condizioni di salute e per le polemiche letterarie religiose sulla Gerusalemme liberata, accettò l’invito dell’amico di accompagnarlo nel suo feudo di Bisaccia.

Gli scavi archeologici condotti all’interno della struttura hanno consentito di recuperare una parte dell’impianto longobardo originario. Oggi il Castello di Bisaccia  è sede del Museo Civico Archeologico.

Castello Ruspoli-Candriano di Torella dei Lombardi

A Torella dei Lombardi, situato a 600 metri di altitudine su di uno sperone roccioso dell’alta valle del Fredane, l’abitato si formò intorno al castello edificato in seguito alla Divisio Ducatus della Longobardia minore, proprio sulla linea di confine fra il principato di Salerno e quello di Benevento, nel IX secolo.

A seguito del sisma del 1980, il castello fu ristrutturato: durante i lavori di scavo si ebbe l’occasione di scoprire come la dinamica di riempimenti e stratificazioni murarie aveva per anni preservato la storia del sito, infatti fu possibile delineare le diverse fasi di costruzione, trasformazione e impiego dell’edificio.

  1. Al primo ed al secondo livello vi è il Museo Civico, dove sono custoditi numerosi reperti rinvenuti nel corso dei lavori di restauro (piatti, monete del periodo 1301-1950, oggetti di ceramica, in pietra e terracotta).
  2. Al terzo livello si trova la sezione turistica, l’Associazione Sergio Leone ed alcuni locali destinati ad attività varie, oltre ad una terrazza.
  3. Al quarto livello si trovano gli uffici comunali e la Biblioteca.

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Per diversi secoli il castello appartenne ai Saraceno, fino all’inizio del XVI secolo, quando a seguito della crisi economica e  politica della famiglia, passò ad Alfonso della Rosa che a metà del 1500 lo vendette a Domizio Caracciolo, il primo membro della famiglia proprietaria per ben quattro secoli, che contribuì a trasformare l’antico maniero in  elegante residenza gentilizia.

Grazie ai Caracciolo fu eretto il portale marmoreo d’ingresso e trasformato in giardino pensile uno dei bastioni. Furono inoltre abbelliti gli ambienti interni con numerose opere d’arte.

Assunse la denominazione “Candriano” nel 1889, quando Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, che morì senza figli nel 1920. Castello e titolo passarono al nipote Camillo Ruspoli e nel 1959, morto senza eredi, la struttura fu donata al Comune.

Castello D’Aquino di Grottaminarda

Il castello di Grottaminarda, edificato in epoca longobarda presso l’antico borgo di “Fratta”, in posizione dominante rispetto al vallone sottostante, è stato per molto tempo un importante baluardo difensivo contro i Bizantini.

Di forma trapezoidale, fu ampliato intorno alla prima metà del secolo XII con la costruzione della cinta muraria, di cui si ha notizia già a partire dal 1137.  In questo periodo l’edificio entrò a far parte dei possedimenti della potente famiglia D’Aquino, alla cui casata appartenne dal 1134 al 1531, fino a quando fu sottratto loro da Carlo V. Il castello conservò comunque il nome della famiglia d’Aquino, pur divenendo proprietà di altre nobili famiglie.

Nel XVI secolo, con la diffusione delle armi da fuoco, venne meno il ruolo difensivo del castello, che acquisì la nuova funzione di residenza nobiliare. I vari terremoti che hanno colpito l’area nel corso dei secoli hanno danneggiato la struttura, la quale finì per essere spartita tra diverse famiglie.

Dopo gli eventi sismici del 1694 e del 1732 la struttura fu trasformata in dimora. Tutto il primo piano della fortificazione fu adibito a zona residenziale e fu realizzato un suggestivo giardino pensile. Nonostante queste trasformazioni, sono attualmente visibili alcuni tratti delle mura perimetrali e delle torri costruite in epoca aragonese.

Castello degli Imperiale di Sant’Angelo dei Lombardi

Non vi sono testimonianze ufficiali che attestino l’esistenza del castello di Sant’Angelo dei Lombardi, che sorge nella parte più alta del comune, prima dell’XI secolo.

È condivisibile l’ipotesi secondo cui la sua costruzione coincida con quella delle vicine fortificazioni di Monticchio, in provincia di Potenza, Torella e Guardia, tutte denominate “dei Lombardi”, sorte per segnare la linea di confine tra il Principato di Benevento e il Principato di Salerno.

Proprietarie del feudo e del castello furono alcune delle più importanti famiglie di Napoli, tra cui i de Gianvilla, i Caracciolo e gli Imperiale, a cui si deve l’attuale nome.

Forse già distrutto nel X secolo, il castello presenta una forma quadrilatera con molti elementi ascrivibili all’epoca normanna, periodo in cui fu dotato anche delle mura di cinta e di un ampio cortile centrale. Della struttura sono particolarmente apprezzabili l’alta torre poligonale e il portale d’ingresso risalente al Cinquecento.

Dal XV al XVIII secolo, il castello subì diversi interventi di restauro per essere adattato a dimora signorile. A quest’epoca risalgono alcuni stemmi e fregi rinascimentali, una balaustra seicentesca e il notevole loggiato risalente al XVII secolo. Nel corso dei lavori di restauro seguiti al sisma del 1980 è stata riportata alla luce una chiesa di epoca normanna, di cui sono visibili l’abside trilobata, l’area presbiteriale, e tre navate divise da archi.

Il Castello fu adibito nel 1862 a tribunale e carcere. Recentemente i locali del Castello, opportunamente ristrutturati, hanno ospitato gli uffici della magistratura e l’archivio notarile. La struttura custodisce al suo interno reperti archeologici bizantini.

Castello di Gesualdo

castello_di_gesualdo_ottobre2012Infine il Castello di Gesualdo. Ubicato in posizione elevata e di grande valore strategico sulla sponda settentrionale del Fredane, venne fatto costruire dai Longobardi e divenne una delle massime fortezze dell’Irpinia.

Ai piedi del maniero si formò progressivamente l’abitato, di cui si ha notizia per la prima volta in un documento del 1078, quando ne era signore Guglielmo di Gesualdo.

Ed è proprio al principe Carlo Gesualdo che è legata la fama del castello. Il principe, oltre ad essere un esponente della musica madrigalistica del Cinquecento, è passato alla storia anche per aver assassinato la sua prima moglie, Maria d’Avalos, dopo averla colta in flagrante adulterio con Fabrizio Carafa, duca d’Andria.

Fu sempre Gesualdo a trasformare il castello in una raffinata dimora signorile, aggiungendo all’originaria struttura nuove stanze, le cucine, numerose gallerie d’arte, giardini e fontane. Nonostante i danni subiti in seguito al saccheggio del 1799 da parte dell’esercito francese, l’impianto rinascimentale del castello risulta ancora visibile.

Enoturismo in Campania: i 5 vini rossi da assaggiare assolutamente!

Rinomata per la qualità e la bontà dei suoi prodotti di gastronomia, la Campania può anche contare su una incredibile varietà di vini che la rende una meta prediletta per gli appassionati di enoturismo.

Che provengano da vitigni posti in zone collinari o in prossimità della costa, le uve della regione danno vita a produzioni vinicole d’eccellenza che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire una volta giunti sul territorio.

La tradizione enologica della Campania ha radici molto antiche, basti pensare alla predilezione degli antichi romani per la produzione vinicola di Terra di Lavoro.

L’intera regione è interessata dalla produzione vinicola ma, come emerso da questo studio, le zone maggiormente attive nella realizzazione del vino sono le province di Avellino e Benevento. Da non trascurare, però, le altre aree produttrici, dalla zona alle pendici del Vesuvio alle realtà delle province di Salerno e Caserta.

I vini della Campania sono classificati in base al sistema di qualità nazionale, ed ecco che ritroviamo vini certificati come D.O.C.G., I.G.T., D.O.C., I.G.P., come emerge dal campione analizzato.

Protagoniste assolute sono le uve autoctone che, sapientemente combinate, regalano al palato di intenditori e non un’esperienza organolettica di qualità, che può divenire indimenticabile se accompagnata dalle specialità della grande tradizione culinaria della Campania, dove il rapporto tra il gusto e la tavola assume una relazione a dir poco speciale.

Numerose sono le tipologie di vino prodotte, ma se siete amanti di enoturismo e vi capita di passare in Campania non perdete l’occasione di assaggiare i 5 migliori vini rossi prodotti in questa fantastica regione del sud Italia:

  • Aglianico del Taburno – Benevento
  • Taurasi – Avellino
  • Vesuvio Lacryma Christi – Napoli
  • Roccamonfina – Caserta
  • Cilento – Salerno

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DEGUSTANDO BENEVENTO: AGLIANICO DEL TABURNO

In questo breve excursus non possiamo non partire dal famosissimo Aglianico del Taburno, dal colore rosso rubino intenso con sfumature granato, e dal sapore asciutto, leggermente tannico, che tende al vellutato con l’invecchiamento.

Prodotto a partire (per almeno l’85%) da uve esclusivamente provenienti da vitigni aglianico, l’Aglianico del Taburno si distingue in tre tipologie: rosso, riserva e rosato.

Il vino prende il nome dal massiccio calcareo montuoso del Taburno Camposauro che si trova ad ovest di Benevento. L’Aglianico del Taburno Rosso, che dal 2011 è certificato come D.O.C.G. (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), è un vino che si presta ad accompagnare primi asciutti, carni bianche cotte al forno, agnello e formaggi di media stagionatura.

Restando sempre sul territorio, si consiglia di degustare l’Aglianico del Taburno con il Pecorino di Laticauda a media stagionatura che presenta un sapore aromatico e leggermente piccante.

IL ROSSO INTENSO DI AVELLINO: TAURASI

Il Taurasi è un vino che si presenta con un colore rubino intenso che varia a seconda dell’invecchiamento. Partendo da note granate il nettare può apparire sempre più chiaro fino ad acquisire riflessi aranciati. Il profumo caratteristico, gradevole ed intenso, è accompagnato da un sapore asciutto e armonico e da un retrogusto pronunciato.

Proveniente da uve autoctone aglianico, il vino viene sottoposto ad invecchiamento per almeno tre anni, di cui almeno uno in botti di legno. Nel caso in cui questo periodo si prolunghi ad almeno quattro anni, con 18 mesi in botti, si parlerebbe di Taurasi “Riserva”.

Il Taurasi deve il suo nome al borgo Taurasia che i soldati romani conquistarono a spese degli Irpini nell’80 d.C.

Certificato D.O.C.G. nel 1993, il Taurasi è un vino che si sposa perfettamente con sapori forti e intensi, come primi e secondi a base di carni rosse, arrosti, selvaggina e formaggi a pasta dura e stagionati.

Per degustare al meglio i sapori del territorio si consiglia di abbinare al Taurasi un tagliere di salumi e formaggi prodotti in loco, come il prosciutto di Venticano, la soppressata Irpina, il pecorino Bagnolese accompagnati da una manciata di “taraddi” con finocchio.

IL MEGLIO DEL VESUVIO: LACRYMA CHRISTI

Tra i vini più prodotti nei territori del capoluogo campano, il Vesuvio D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata) trova la sua massima espressione nella tipologia Lacryma Christi. Al calice prevale un rosso rubino intenso, dal profumo gradevolmente vinoso e dal gusto asciutto e armonico.

Questo vino rosso è prodotto con almeno il 50% di uve provenienti dal vitigno piedirosso, localmente detto “per ‘e palummo” a causa del suo graspo che ricorda una zampetta di piccione. Nonostante sia ben noto nella sua variante dal colore Rosso, il Lacryma Christi è prodotto in provincia di Napoli in diverse tipologie tra cui bianco, bianco spumante, bianco liquoroso e rosato.

La particolarità del nome deriva da una leggenda che narra della visita di Gesù sul Monte Somma. Si dice che il Messia rimase talmente incantato dalla bellezza del luogo che si commosse e pianse lacrime “divine”. Sul terreno bagnato dalle sue lacrime furono piantati dei tralci che, una volta germogliati, portarono alla luce le viti da cui fu ricavato il Lacryma Christi.

Con Denominazione di Origine Controllata dal 1993, il Lacryma Christi è un vino corposo e robusto che si adatta bene a primi piatti saporiti con sughi di carne, arrosti e formaggi piccanti.

In questi casi non si può che consigliare un ottimo calice di Lacryma Christi accompagnato da un abbondante piatto di pasta, preferibilmente di Gragnano, condita con il tradizionale ragù napoletano.

UN ROSSO “VULCANICO”: ROCCAMONFINA

Prodotto tipico della provincia di Caserta, il Roccamonfina è un vino dall’Indicazione Geografica Tipica (I.G.T.) che nella sua tipologia rosso si presenta dal colore rosso acceso tendente al granata, con profumi caratteristici e fruttati e un sapore tipico e asciutto.

Vinificato con buona parte delle uve a bacca nera presenti sul territorio, tra cui gli immancabili aglianico e piedirosso, il Roccamonfina può comunque avere diverse sfaccettature che, a seconda delle uve utilizzate, variano dal colore (rosso, bianco, rosato) alla categoria (amabile, frizzante, passito).

Nato sulle zone collinari poste ai piedi del vulcano spento Roccamonfina, questo vino è tipico dei territori limitrofi. Pieno e corposo al palato, può essere abbinato a piatti di carne alla brace e formaggi stagionati.

Caserta offre una consistente varietà di formaggi stagionati che si accompagnano perfettamente al Roccamonfina: il Caciocavallo del Matese, che nella versione secca si presenta con una crosta ruvida di colore bruno e al primo taglio potrebbe lacrimare; il Caprino conciato del Monte Maggiore, stagionato in vasi di terracotta, presenta un colore giallo-bruno in superficie; il Caso Maturo del Matese, a pasta compatta e friabile con un sapore molto deciso e tendenzialmente piccante; il “Caso Peruto”, di sapore e odore estremamente penetrante e intenso.

IL “CILENTO” E I SUOI SAPORI

Il Cilento rosso, che deve il suo nome al territorio campano a cui fa riferimento, è un vino D.O.C. dal colore rosso rubino, dal profumo caratteristico e dal sapore delicato e asciutto.

Viene vinificato su una base di aglianico a cui può essere aggiunto piedirosso e/o primitivo, ma non per questo sono meno importanti e gustose le sue varianti in bianco e rosato.

Istituzione sul territorio salernitano, questo viene prodotto su praticamente tutta l’estensione del capoluogo, dalla A di Agropoli alla V di Vibonati.

Corposo e sincero, è consigliabile consumare  il Cilento rosso a temperatura ambiente accompagnandolo con arrosti e grigliate di carne rossa o con piatti di selvaggina. Da provare anche abbinato ai gustosi salumi cilentani: la soppressata di Gioi e la salsiccia del Cilento.

Ma non finisce qui! Questi sono solo cinque tra i vini rossi presenti nella regione e, agli appassionati di enoturismo e non solo, noi non possiamo che consigliare di assaggiarli tutti 😉

I 5 teatri più antichi della Campania

I teatri e gli anfiteatri sono una delle più importanti testimonianze storico-architettoniche lasciateci dalle antiche popolazioni che per secoli si sono succedute in Campania: sanniti, greci, romani tra le più rilevanti.

Ad oggi, sono circa 30 quelli scoperti e riportati alla luce, riconducibili ad un arco temporale che va dal IV secolo a.C. al II d.C.

Ma quali sono i più antichi di tutti? Scopriamoli insieme con la Top 5 dei teatri più antichi della Campania.

Il teatro più antico della Campania si trova nell’antica città di Elea (Hyele, dal nome della sorgente posta alle spalle del promontorio) città fondata dai greci nel VI secolo a.C. sui fianchi di un promontorio situato tra Punta Licosa e Palinuro. I resti di questa antica città si trovano, oggi, nel territorio di Ascea Marina, all’interno del Parco Archeologico di Elea – Velia e conservano ancora numerose strutture antiche, tra le quali si ricordano un tempio, un edificio religioso e un teatro.

Il Teatro di Velia, in particolare, risale al IV secolo a.C. e fu costruito sui resti di un tempio più antico di cui sono sconosciute la datazione e la divinità a cui era dedicato. Fu ritrovato in seguito agli scavi iniziati nel 1921, ad opera di Amedeo Maiuri, che hanno riportato alla luce gran parte dell’antica città, permettendo la quasi completa ricostruzione della pianta.

Oggi il sito è quasi completamente visibile e in un discreto stato di conservazione e, al suo interno, ancora oggi, si fa teatro: il luogo ospita l’evento VeliaTeatro, una rassegna sull’espressione tragica e comica del teatro antico.

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Teatro di Velia

R…Estate in Teatro, invece, è la rassegna teatrale che si organizza all’interno del secondo teatro più antico della Campania, quello di Nocera Superiore.

Il teatro venne edificato nel II secolo a.C. e rappresenta il più grandioso esempio, sia per dimensioni (96 m di diametro) che per posizione scenografica, tra quelli documentati in Campania.

Fu costruito in epoca sannita addossato alle mura cittadine posto frontalmente rispetto alla porta che ancora oggi conserva il nome di Portaromana. Sono tuttora evidenti i segni della parte più antica, realizzata con grandi blocchi rettangolari, tipici dell’epoca, sebbene il teatro venne completamente restaurato in età augustea, utilizzando l’opus latericium per le strutture portanti e l’opus incertum per i tramezzi.

Fu restaurato nuovamente in seguito al terremoto del 62 e all’eruzione del Vesuvio, ma abbandonato già a partire dal IV secolo, lentamente spoliato dei suoi elementi più preziosi e quindi progressivamente interrato nel corso del Medioevo. In questo periodo, le concavità delle mura costruite per l’ampliamento furono considerate delle carceri dove i prigionieri venivano calati dall’alto.

Oggi il sito, individuato e portato alla luce tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta nella zona tra Pareti e Pucciano, è quasi completamente visibile anche se in uno scarso stato di conservazione.

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Teatro di Nocera Superiore

Il teatro – santuario di Sarno sorge sui luoghi di alcuni insediamenti preistorici risalenti al IV secolo a.C., presso la località Foce. A seguito di alcuni indagini, si è rinvenuto casualmente nel 1965 un notevole quantitativo di reperti e con essi resti di antiche strutture, tra cui lo stesso teatro ellenistico-romano risalente al II secolo a.C..

Questo teatro faceva parte di un complesso più grande, probabilmente composto anche da un santuario votivo dedicato alla dea dell’Abbondanza. L’ipotesi è supportata dalle statuette ritrovate in loco che denotano una cultura legata alla mitologia greca e poi romana in funzione della proliferazione dei raccolti, connesso presumibilmente con le sorgenti del Sarno, e della protezione delle donne partorienti.

I due siti sono in parte sovrapposti e ulteriori scavi hanno dimostrato l’esistenza di un centro di culto anteriore inquadrabile cronologicamente tra il IV e il III secolo a.C. Ulteriori scavi nella zona hanno portato alla luce anche resti di ville romane ed altri ambienti della stessa epoca.

La struttura del teatro è il risultato di diversi adeguamenti funzionali, apportati nel corso dei secoli sulla preesistente struttura. È realizzato sul pendio della collina, come da consuetudine costruttiva degli edifici scenici di tradizione greca. Esso colpisce soprattutto per l’alternanza cromatica dei materiali di cui è costituito: il calcare di Sarno, alternato al tufo grigio dei sedili dell’ima cavea.

Attualmente del teatro è visibile la cavea, la scena, i due ingressi e la prima fila riservata alle autorità o sacerdoti, con lo schienale e con sostegni laterali che rappresentano una figura alata.

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Teatro – santuario di Sarno

Il teatro di Pompei, anche detto Teatro Grande, è situato nel sito archeologico di Pompei – Scavi, assieme al teatro Piccolo (Odeon) e all’anfiteatro.

Fu edificato in età sannitica ma completamente rifatto nel II secolo a.C. ed in seguito più volte restaurato, anche in occasione della costruzione del suo corrispettivo minore, l’Odeon.

Anch’esso, come da prassi, è stato edificato sulle pendici di una collina, sfruttando la naturale inclinazione del terreno per la costruzione della cavea, che poteva accogliere circa cinquemila spettatori. Ha una forma a ferro di cavallo, distinguendosi dal modello tradizionale romano ad emiciclo, e fu realizzato interamente in opus incertum.

Le rappresentazioni che accoglieva abbracciavano i generi più disparati, dalla tragedia alla commedia, dal mimo alla fabula atellana.

Il teatro fu interamente sepolto, con il resto della città a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ed esplorato a seguito delle indagini archeologiche volute dalla dinastia borbonica.

Oggi il Teatro Grande è completamente visitabile ed accoglie spesso manifestazioni e concerti, come il Festival Classico Pompeiano, rassegna di musica e prosa, ideata dall’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno Turismo di Pompei, in collaborazione con l’Assessorato per il Turismo e i Beni Culturali della Regione Campania e con la Soprintendenza Archeologica di Pompei.

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Teatro Grande di Pompei

Il teatro di Pietravairano è uno spettacolare teatro-tempio di epoca romana tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.), uno dei più belli e rari esempi di impianti di questo tipo accertati in Sud Italia. Si trova sulla sommità di Monte San Nicola, a quota 409m s.l.m., nella frazione Sant’Eremo del comune di Pietravairano (Caserta).

Fu scoperto casualmente nel 2001 dal professore Nicolino Lombardi, appassionato di volo che, sorvolando la cresta del Monte San Nicola, notò alcune strutture parzialmente interrate che disegnavano la caratteristica forma semicircolare di un teatro. Fu così identificata nel sito la presenza di un monumentale e scenografico impianto santuariale, costituito da un tempio e da un teatro disposti in asse su differenti livelli, entro un’area estesa poco meno di 3000 metri quadrati.

Unico nel suo genere per la posizione in altura, il santuario è inserito in uno scenario naturale di grande bellezza e valore paesaggistico: la terrazza del tempio si affaccia su un panorama che spazia da Venafro e Presenzano a nord, fino a Mondragone a ovest, da Alife e al Monte Taburno a sud, sino al Massiccio del Matese a est.

È proprio la particolare posizione a lasciar intendere che per i romani il tempio doveva essere simbolo di potere e di identità collettiva da mostrare ai popoli della zona. In tale posizione strategica, infatti, il santuario poteva essere ammirato da tutti: Pentri, Sanniti, Sidicini e tutti coloro che transitavano sulle strade verso il Lazio, la Puglia e il Molise.

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Teatro – santuario di Pietravairano

Non è certo che l’intero complesso archeologico sia frutto di un progetto unitario, ma la tecnica edilizia impiegata per la realizzazione di tutto l’impianto è l’opus incertum, tecnica diffusasi a partire dal II secolo a.C., realizzata con blocchi di calcare di varie dimensioni, legati da malta.

Secondo gli storici il tempio era un’area di culto fortificata dedicata alla dea Mefitis (in epoca sannitica) e a Giunone in epoca dello splendore dell’impero romano. Un centro dove oltre a venerare la dea si svolgevano attività culturali e politiche delle popolazioni sannitiche che occupavano l’area. In età romana, il tempio fu completamente trasformato con la costruzione di un ampio teatro, scavato direttamente nella roccia, nel quale andavano in scena diversi spettacoli.

Negli ultimi anni il teatro-tempio è stato oggetto di numerose campagne di scavo e dagli inizi del 2015 è sottoposto ad un consistente intervento di consolidamento e restauro, finalizzato a garantirne la conservazione per le generazioni future ed una migliore fruizione ai turisti.

La valorizzazione del patrimonio culturale di Pietravairano è, infatti, uno degli obiettivi prioritari dell’attuale amministrazione comunale e, non a caso, numerosi sono gli eventi culturali che interessano il sito (convegni,seminari,visite guidate ecc.), pensati per la diffusione della conoscenza del patrimonio locale.